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    Color d'oriental zaffiro
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    Predefinito Re: Il mito di Venere nella storia dell'arte

    Venere e Adone


    Le leggende relative a Venere e ai suoi molteplici amanti furono temi molto apprezzati dai pittori di ogni epoca. In particolare, il mito di Venere e Adone, il bellissimo giovane di cui la dea si innamorò e che fu ucciso durante una battuta di caccia fece da stimolo alla fantasia di molti pittori del Cinquecento, come testimoniano - fra le tantissime dedicate al tema - le tre opere qui sotto, tutte custodite al Museo del Prado di Madrid.



    Tiziano, Venere e Adone, 1554
    Madrid, Museo del Prado






    Paolo Veronese, Venere e Adone, 1580
    Madrid, Prado






    Annibale Carracci, Venere, Adone e Cupido, 1588
    Madrid, Prado


    Il mito di Adone è originario della Mesopotamia e della Siria, da cui passò in Egitto, a Cipro e infine giunse in Grecia intorno al VII secolo a.C.
    Adone era un bellissimo giovane, talmente bello che due dee (Afrodite e Persefone) arrivarono a contendersi il suo amore, con esiti per lui tragici. Anche la nascita di Adone fu tutt’altro che serena, dato che era il frutto di un amore incestuoso.

    Si racconta che Cinira, re Cinira di Cipro si vantò che sua figlia Smirna fosse più bella di Afrodite. La dea, offesa per avere una rivale, decise di vendicarsi facendo in modo che Smirna si innamorasse perdutamente di suo padre. Vittima dell’incantesimo di Afrodite, Smirna attendeva tutte le sere che Cinira si ubriacasse, per infilarsi al buio nel letto del padre e accoppiarsi con lui senza essere riconosciuta. Dopo nove notti d’amore, Cinira si incuriosì e decise di vedere chi fosse la ragazza che tutte le notti gli si dava con passione: avvicinò un lume al volto dell’amata e la luce illuminò il viso di sua figlia Smirna. Cinira, inorridito da quell’atto incestuoso, afferrò una spada e iniziò ad inseguire Smirna, senza sapere che la giovane portava già in grembo il frutto di quell’amore. Smirna, in preda alla disperazione e alla vergogna, pregò gli dei affinché intervenissero in suo aiuto: Afrodite si impietosì e, prima che Smirna venisse raggiunta dal padre furibondo, la trasformò in un albero di mirra, che produceva una spezia utilizzata dai Greci per le sue qualità afrodisiache. Cinira, in un impeto di rabbia, colpì l’albero con un poderoso colpo di spada e, nove mesi dopo, dalla spaccatura nella corteccia nacque un bel bambino che venne chiamato Adone.

    Adone era così bello che Afrodite lo volle per sé e lo nascose in una cesta che consegnò a Persefone, regina del regno dei morti, affinché la custodisse e allevasse il bambino. Quando però Persefone sollevò il bambino dalla cesta, fu rapita dalla bellezza di Adone e non volle più restituirlo ad Afrodite. Le due dee si rivolsero allora a Zeus, che incaricò la musa Calliope di dirimere la questione. Calliope divise l’anno in tre parti uguali e decise che Adone avrebbe potuto passare la prima parte dell’anno per conto suo, la seconda con Persefone nell’oltretomba e la terza con Afrodite. Adone, crescendo, diventava sempre più bello e ben presto sia Persefone che Afroditelo vollero come amante.

    Ma Afrodite non voleva condividere Adone con nessuna: usando le sue arti amorose e una cintura magica, indusse Adone a passare sempre più tempo con lei a discapito di Persefone, che decise allora di vendicarsi. Andò da Ares e gli disse che Afrodite gli preferiva ormai Adone, un semplice mortale. Allora Ares, in preda alla gelosia, si trasformò in cinghiale e attaccò Adone, impegnato in una battuta di caccia sul monte Libano. Il bellissimo giovane venne azzannato dal cinghiale sotto gli occhi di Afrodite e morì dissanguato tra le sue braccia; dal suo sangue sbocciarono anemoni rossi, mentre la sua anima precipitava nell’Oltretomba dove Persefone la attendeva.

    Afrodite, in preda alla disperazione, si rivolse a Zeus che, impietosito dal dolore della dea, concesse nuovamente che Adone, ogni anno, trascorresse quattro mesi con Persefone nel regno dei morti, quattro con Afrodite e i restanti quattro con chi desiderasse. In onore di Adone, si celebravano le feste Adonie, che duravano due giorni: nel primo giorno si piangeva la sua morte con lamenti e riti funebri; nel secondo si celebrava la sua resurrezione.




    Pieter Paul Rubens, Morte di Adone, c. 1614
    Gerusalemme, Israel Museum

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  2. #12
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    Predefinito Re: Il mito di Venere nella storia dell'arte

    Venere e Marte


    L'aedo iniziò sulla cetra a cantare con arte
    gli amori di Ares e di Afrodite dal bel diadema,
    come in segreto si unirono nelle case di Efesto
    la prima volta.

    (Odissea, Libro VIII, vv. 266-269)





    Paolo Veronese, Venere e Marte legati da Amore, c. 1578
    New York, Metropolitan Museum of Art



    Ares per i romani, Marte per i greci, nato dall'unione di Zeus-Giove e Era-Giunone, è una delle dodici divinità che abitano l'Olimpo. Inizialmente identificato come dio della primavera, viene in seguito connotato come dio della guerra a causa della sua indole aggressiva, che rende difficili i rapporti con le altre divinità. La raffigurazione iconografica di Marte è solitamente quella di un dio guerriero, con elmo e scudo come attributi. Più che presso i greci, Marte è molto popolare presso i romani: venerato in Campidoglio, il mese di marzo è così chiamato in suo onore, come pure il terreno dedicato alle esercitazioni militari a Roma, il Campo di Marte.

    Nell'Olimpo greco, l'unica dea in armonia con il focoso guerriero è Afrodite-Venere, il cui amore per lui è narrato nell'Odissea e nelle Metamorfosi di Ovidio. La storia è nota: c'è un marito zoppo e beffato (Efesto-Vulcano), una moglie seducente (Afrodite-Venere), un amante prestante (Ares-Marte) e, naturalmente, il pettegolo di turno: nientemeno che il Sole. Costui sorprende i due amanti durante uno dei loro incontri e corre a comunicarlo al marito di Afrodite, che nella sua fucina costruisce una sottile rete dorata per intrappolare i due amanti durante un amplesso, così da poterli esibire alla vista degli dei... i quali, naturalmente, accorrono per gustarsi la scena. Ma le dee no, ci fa sapere Omero, poiché si trattengono per pudore.





    Tiziano, Marte, Venere e Amore, c. 1530
    Vienna, Kunsthistorisches Museum



    Di solito, nei quadri del Cinquecento il tradimento di Venere e Marte viene punito orgogliosamente da Vulcano nel modo illustrato sopra. Ma Tintoretto, in uno dei suoi capolavori, racconta una storia un po' diversa...





    Jacopo Tintoretto, Venere e Marte sorpresi da Vulcano, c. 1551
    Monaco di Baviera, Alte Pinakothek



    Nel quadro di Tintoretto vediamo Vulcano entrare nella camera da letto dei due amanti, dove trova la consorte nuda, distesa sul letto... e Marte? Aguzzando la vista, si vede il prestante dio della guerra che, molto poco dignitosamente, è accuccciato sotto un mobile per nascondersi, mentre osserva un cagnolino che che gli abbaia contro:



    L'abbaiare del cagnolino dev'essere abbastanza rumoroso, ma Vulcano sembra non sentirlo perché, ammaliato dalla nudità di Venere, rimane come incantato ad osservarle il pube. Alcuni critici, tuttavia, sostengono che vuole solo coprire il corpo nudo della consorte.



    Venere, intanto, ha un braccio alzato a reggere il lenzuolo nel quale è avvolta; lo sguardo imbambolato sembra non esprimere vergogna né preoccupazione...



    E Cupido? Disteso su una panca, il dio dell'amore dorme beato (o finge?), ignaro di tutto. In sostanza, è assente. Forse, Tintoretto vuole dirci che, in un caso di adulterio, l'amore non esiste?



    Inoltre, a confondere maggiormente la scena, c'è - alle spalle di Vulcano - uno specchio che riflette il marito tradito, ma in una posizione diversa da quella che si vede in primo piano: Vulcano non ha soltanto il ginocchio destro appoggiato sul letto, ma entrambi. Perché?




    Nel disegno preparatorio esposto al Museo di Berlino la storia raccontata da Tintoretto confonde ancora di più, perché è completamente diversa: Marte, Cupido e il cagnolino non ci sono. Vulcano non è più un compassionevole marito tradito, ma quasi un violentatore, troppo attratto dalla sua consorte nuda per coprirla con cura. E Venere, non più imbambolata e passiva, cerca di dimenarsi per sfuggire alle avances di Vulcano...




    Jacopo Tintoretto, Studio per Venere e Marte sorpresi da Vulcano, 1551
    Berlino, Staatliche Museen

 

 
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