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    TERZO FASCISMO
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    Le élite naturali, gli intellettuali e lo Stato, Hans-Hermann Hoppe

    Le élite naturali, gli intellettuali e lo Stato

    di Hans-Hermann Hoppe
    www.hanshoppe.com(Italian translation of Natural Elites, Intellectuals, and the State
    Auburn, Al.: Ludwig von Mises Institute, 1995; www.mises.org/intellectuals.asp

    Uno Stato è un monopolio territoriale della coercizione, un’agenzia che può dedicarsi a continue violazioni
    istituzionalizzate dei diritti di proprietà e allo sfruttamento dei proprietari privati tramite esproprio, tassazione e regolamentazione.
    Ma come sorgono gli Stati? Vi sono due dottrine sull’origine degli Stati. Una è associata a nomi quali Franz Oppenheimer, Alexander Ruestow ed Albert Jay Nock, e afferma che gli Stati nascono come risultato della conquista militare di un gruppo su un altro. Questa è la teoria dell’origine esogena dello Stato. Ma
    tale visione è stata severamente criticata su base sia storica che teorica da etnografi ed antropologi come Wilhelm Muehlmann.
    Tali critici osservano che non tutti gli Stati derivano da una conquista esterna. Infatti essi considerano cronologicamente falsa la visione secondo cui i primi veri Stati nacquero quando pastori
    nomadi si imposero con la forza su agricoltori stanziali. Inoltre tale visione soffre del problema teorico che la conquista stessa sembra presupporre un’organizzazione di tipo statuale tra i
    conquistatori. Per cui la spiegazione dell’origine esogena richiede una teoria più fondamentale della genesi endogena dello Stato.
    Questa teoria è stata presentata da Bertrand de Jouvenel.
    Nella sua ottica gli Stati derivano da un’anomala crescita di élites naturali: le transazioni volontarie tra proprietari privati naturalmente producono un risultato non egalitario, gerarchico ed
    elitario. In qualsiasi società alcuni individui acquisiscono lo status di élite per merito del talento. Grazie a risultati superiori in termini di ricchezza, saggezza e coraggio, questi uomini conquistano una spontanea autorità, mentre le loro opinioni e giudizi guadagnano un diffuso rispetto. Inoltre, grazie ad accoppiamenti selettivi, matrimoni e alle leggi dell’eredità sia patrimoniale che genetica, è probabile che le posizioni di autorità naturale vengano tramandate all’interno di poche famiglie nobili.
    È ai capi di tali famiglie con una lunga storia di risultati eccellenti, lungimiranza ed esemplare condotta personale che gli uomini si rivolgono per risolvere i conflitti e le querele tra loro insorte. Questi leader di élites naturali agiscono come giudici e pacificatori spesso senza far pagar nulla, motivati dal senso del
    dovere che ci si attende da una persona autorevole o dall’interesse per la giustizia civile quale “bene pubblico” prodotto privatamente.
    Il piccolo ma decisivo passo nella transizione verso uno Stato consiste proprio nella monopolizzazione della funzione giudiziaria. Questo ebbe luogo quando un singolo membro della volontariamente riconosciuta élite naturale riuscì ad imporre, nonostante l’opposizione di altri membri dell’élite, che tutti i
    conflitti all’interno di un territorio definito fossero portato davanti a lui. Da quel momento in poi, le parti in causa non poterono più scegliere altri giudici o pacificatori.
    Origine della monarchia
    Una volta che l’origine dello Stato viene vista come l’esito di un precedente ordine di élites naturali strutturato gerarchicamente ci si spiega perché il genere umano, da quando è stato soggetto a
    governi, si è trovato per la gran parte della sua storia sotto regimi monarchici (invece che democratici). Ovviamente vi furono eccezioni: la democrazia di Atene, Roma fino al 31 A.C., le repubbliche di Venezia, Firenze e Genova durante il Rinascimento, i cantoni Svizzeri fin dal 1291, le Province Unite (i Paesi Bassi) dal 1648 fino al 1673 e l’Inghilterra sotto Cromwell.
    Ma si trattava di casi rari, e nessuna di queste comunque assomigliava lontanamente alle democrazie moderne del tipo unuomo- un-voto. Al contrario, anch’esse erano altamente elitarie.
    Ad Atene, per esempio, non più del 5 per cento della popolazione votava ed era candidabile a posizioni di governo. Solo dopo la fine della prima Guerra Mondiale il genere umano abbandonò
    realmente l’era monarchica.
    Potere monopolizzato
    Dal momento in cui un membro dell’ élite naturale riuscì con successo a monopolizzare la funzione di giudice e pacificatore, la legge e la sua applicazione divennero più dispendiose. Invece di essere offerte gratuitamente o in cambio di un pagamento volontario, vennero finanziate mediante l’imposizione di una
    tassa. Allo stesso tempo la qualità della legge si deteriorò. Invece di sostenere gli antichi diritti di proprietà ed applicare universali e immutabili principi di giustizia, un giudice monopolista, che ora non temeva più di perdere clienti con un comportamento meno imparziale, cominciò a tradire le leggi esistenti a suo vantaggio.
    Come fu possibile questo piccolo ma determinante passo, da parte di un re, con cui furono monopolizzati la legge e l’ordine e che, com’era prevedibile, portò a un rincaro e a un degrado della giustizia? Certo altri membri dell’élite naturale opponevano resistenza a tentativi del genere, ma ciò avvenne perché il re
    solitamente si schierava assieme al “popolo” o all’”uomo comune”. Appellandosi al sempre diffuso sentimento di invidia, i re promettevano al popolo una giustizia migliore e più a buon mercato facendo pagare il conto, attraverso la tassazione, alle aristocrazie (i competitori del re). In secondo luogo, le monarchie si procurarono l’aiuto della classe intellettuale.
    Il ruolo degli intellettuali
    C’è da aspettarsi che la domanda dei servizi intellettuali cresca al crescere del benessere. Ad ogni modo, la gran parte della gente è preoccupata da questioni piuttosto mondane e fa scarso uso di ricerche filosofiche. A parte la Chiesa, le sole persone ad aver bisogno degli intellettuali erano i membri di élites naturali - come
    insegnanti per i loro bambini, consiglieri personali, segretari e librai. Il lavoro degli uomini di studio era precario e la paga normalmente bassa. Inoltre, anche se i membri delle élites raramente erano essi stessi intellettuali (cioè persone che dedicavano tutto il loro tempo alla ricerca del sapere) ma più spesso uomini interessati ad imprese terrene, essi erano di solito
    almeno altrettanto brillanti dei “propri” intellettuali e nutrivano
    una stima solo moderata dei loro risultati.
    Non c’è da sorprendersi, allora, che gli uomini di studio si
    risentissero di una immagine di sé tanto inflazionata. Quanto era
    ingiusto che coloro a cui avevano insegnato - le
    élites naturali -
    fossero in condizione di superiorità e conducessero una vita
    confortevole, mentre essi - gli intellettuali - fossero al confronto
    poveri e dipendenti. Non c’è neppure da meravigliarsi che gli
    intellettuali fossero inclini a dare il loro appoggio ad un re che
    tentasse di imporsi come monopolista della giustizia. In cambio
    della giustificazione ideologica al potere monarchico, il re era in
    grado di offrir loro non solo un impiego di status più elevato, ma,
    in quanto intellettuali della corte reale, anche la possibilità di
    rendere finalmente la pariglia alle élites per la loro mancanza di
    rispetto.
    Ma l’avanzamento della classe intellettuale era ancora
    modesto. Sotto il governo monarchico rimaneva una netta
    distinzione tra il governante (il re) e i governati, e i governati
    sapevano che non sarebbero mai potuti divenire governanti.
    Pertanto vi era considerevole resistenza nei confronti di qualsiasi
    crescita di potere del sovrano, non solo da parte delle aristocrazie
    naturali, ma anche da parte della gente comune. Era quindi
    estremamente difficile per il re aumentare le tasse, e per gli
    intellettuali le opportunità di impiego rimanevano molto limitate.
    Oltre a ciò, una volta saldamente arroccato, il re non trattava i
    suoi intellettuali granché meglio di quanto facessero le élites
    naturali. E dato che il re controllava territori più ampi di quanto le
    élites avessero mai fatto, uscire dai suoi favori divenne anche più
    pericoloso e rese la posizione dell’intellettuale in qualche modo
    più instabile.
    Un esame delle biografie di eminenti pensatori - da
    Shakespeare a Goethe, da Cartesio a Locke, da Marx a Spencer -
    mostra pressappoco lo stesso percorso: fino a tutto il
    diciannovesimo secolo, il loro lavoro veniva patrocinato da
    donatori privati, membri della nobiltà, principi o re. Entrando o
    uscendo dai favori dei loro mecenati, essi cambiavano
    frequentemente impiego ed erano geograficamente assai mobili.
    Pur comportando insicurezza finanziaria, questo contribuiva non
    solo ad un cosmopolitismo unico degli intellettuali (come
    indicato dalla conoscenza di numerose lingue), ma anche da una
    inusuale indipendenza di pensiero. Se accadeva che un donatore o
    patrono non li sosteneva più, ce n’erano molti altri che avrebbero
    felicemente colmato il vuoto. Infatti la vita culturale fioriva al
    meglio e l’indipendenza degli uomini d’ingegno era massima
    laddove la posizione del re o del governo centrale erano deboli
    mentre quella delle élites naturali rimaneva relativamente forte.
    L’ avvento della democrazia
    Un cambiamento fondamentale nella relazione tra Stato, élites
    naturali e intellettuali avvenne con la transizione dal potere
    monarchico a quello democratico. Fu la crescita del prezzo della
    giustizia e la corruzione delle antiche leggi compiuta dai re, quali
    giudici e pacificatori in condizione di monopolio, che motivò la
    storica opposizione alla monarchia. Ma la confusione sulle cause
    di questo fenomeno prevalse. C’erano coloro che giustamente
    riconoscevano che il problema stava nel monopolio e non
    nell’esistenza di
    élites o di nobiltà. Ma questi si trovavano di gran
    lunga in inferiorità rispetto a quanti, erroneamente, davano la
    colpa al carattere elitario del governo e, volendo mantenere il
    monopolio della legge e della sua applicazione, proponevano la
    semplice sostituzione del re e della vistosa pompa reale con il
    “popolo” e la presunta morigeratezza dell’”uomo comune”. Da
    qui il successo storico della democrazia.
    È ironico il fatto che l’idea monarchica fu distrutta dalle
    stesse forze sociali che i re prima avevano aizzato e mobilitato
    quando cominciarono ad estromettere le autorità naturali rivali
    dal ruolo di giudici: l’invidia dell’uomo comune verso il suo
    vicino superiore e il desiderio degli intellettuali di conquistare
    una posizione che presumevano meritata nella società. Quando le
    promesse del re di una giustizia migliore e più a buon mercato si
    rivelarono false, gli intellettuali rivoltarono i sentimenti egalitari
    che il re aveva precedentemente corteggiato contro gli stessi
    governanti monarchici. Per cui apparve logico che anche i re
    dovessero essere abbattuti e che le politiche egalitarie, che i
    monarchi avevano avviato, dovessero essere portate alle loro
    conclusioni definitive: il controllo monopolistico del sistema
    legale da parte dell’uomo comune. Mentre agli intellettuali,
    secondo loro, sarebbe spettato il ruolo di portavoce del popolo.
    Come l’elementare teoria economica poteva prevedere, con la
    transizione dal potere monarchico a quello democratico un-uomoun-
    voto e la sostituzione della sovranità del re con quella del
    popolo, le cose peggiorarono. Il prezzo della giustizia crebbe
    astronomicamente mentre la qualità delle leggi continuò a
    deteriorarsi. Ciò a cui si ridusse in sostanza questa transizione fu
    la sostituzione di un sistema di governo di proprietà privata - un
    monopolio privato - con un sistema di governo a proprietà
    collettiva - un monopolio pubblico.
    Si creò così una “tragedia dei beni collettivi”. Ognuno ora,
    non solo il re, divenne autorizzato ad impossessarsi della
    proprietà privata altrui. Le conseguenze furono un maggior
    sfruttamento da parte del governo (più tassazione); lo scadimento
    del diritto fino al punto da far scomparire l’idea di un corpo di
    principi di giustizia universali ed immutabili, rimpiazzati con
    l’idea che il diritto consistesse nella legislazione (legge creata,
    invece che scoperta ed eternamente “data”); ed un aumento nel
    tasso di preferenza temporale sociale (più orientato al presente).
    Un re possedeva il territorio e poteva passarlo a suo figlio, per
    cui almeno cercava di preservarne il valore. Un governante
    democratico, invece, era, ed è, solo un temporaneo gestore che
    cerca di massimizzare qualsiasi tipo di entrata corrente del
    governo a spese del valore capitale che viene così sprecato.
    Ecco alcune delle conseguenze: durante l’era monarchica,
    precedentemente alla prima Guerra Mondiale, le spese
    governative, di rado superavano il 5 per cento del prodotto
    nazionale. Da allora, sono salite in media al 50 per cento circa.
    Anteriormente alla prima Guerra Mondiale, gli impiegati del
    governo erano di solito meno del 3 per cento della popolazione
    attiva. Da allora sono cresciuti fino al 15 o al 20 per cento. L’era
    monarchica era caratterizzata da una moneta-merce (l’oro) e da
    un potere d’acquisto del denaro che cresceva gradualmente. Al
    contrario, l’era democratica è l’era del denaro di carta il cui
    potere d’acquisto è sempre diminuito.
    I re si indebitavano profondamente, ma almeno durante i
    periodi di pace tendevano a ridurre il peso del loro debito.
    Durante l’era democratica, invece, il disavanzo del governo è
    cresciuto in tempi sia di guerra che di pace a livelli incredibili. I
    tassi di interesse reali durante l’epoca monarchica erano
    gradualmente scesi fino a circa il 2 e mezzo per cento. Da allora
    in poi i tassi di interesse reali (quelli nominali aggiustati
    dell’inflazione) sono cresciuti fino circa il 5 per cento - uguali
    agli indici del quindicesimo secolo. Anche la legislazione quasi
    non esisteva fino alla fine del diciannovesimo secolo. Oggi, in un
    solo anno, vengono approvate decine di migliaia di leggi e
    regolamenti. Il tasso di risparmio sta declinando al crescere dei
    redditi invece di crescere, e gli indicatori della distruzione delle
    famiglie e della criminalità si muovono costantemente verso
    l’alto.
    Il destino delle élites naturali
    Mentre allo Stato le cose andavano molto meglio sotto il regime
    democratico e al “popolo” andavano assai peggio dal momento in
    cui aveva cominciato a governare sé stesso, cosa dire delle
    élites naturali e degli intellettuali? Per quanto riguarda le prime, la
    democratizzazione ha avuto successo là dove i re avviarono solo
    un modesto inizio: la definitiva distruzione delle
    élites naturali e
    della nobiltà. I patrimoni delle grandi famiglie vennero dissipati,
    in vita e nel momento della morte, attraverso la confisca delle
    tasse. Le tradizioni di indipendenza economica delle casate, di
    lungimiranza intellettuale, di guida morale e spirituale si persero
    e furono dimenticate.
    Di uomini ricchi ve ne sono oggi, ma è frequente che essi
    debbano le loro fortune direttamente o indirettamente all’apparato
    statuale. Per cui sono spesso più dipendenti dai continui favori
    politici di quanto lo siano molti di gran lunga meno facoltosi. Essi
    non sono più, come una volta, capi di antiche famiglie eminenti,
    bensì “nouveaux riches”. La loro condotta non è caratterizzata da
    virtù, saggezza, dignità o gusto, ma è un riflesso della stessa
    cultura proletaria di massa orientata al presente,
    dell’opportunismo e dell’edonismo che il ricco e il famoso
    condividono con chiunque altro. Di conseguenza - e grazie a Dio
    - le loro opinioni non hanno più peso sull’opinione pubblica di
    quelle della maggioranza delle altre persone.
    La democrazia ha realizzato ciò che Keynes aveva solo
    sognato: l’”eutanasia della classe dei rentier”. L’affermazione di
    Keynes secondo cui “nel lungo periodo saremo tutti morti”
    esprime perfettamente lo spirito democratico dei nostri tempi:
    edonismo orientato al presente. Anche se è perverso non pensare
    al di là della propria vita, questo modo di pensare è divenuto la
    norma. Invece di nobilitare i proletari, la democrazia ha
    proletarizzato le élites ed ha sistematicamente corrotto il pensiero
    e il giudizio delle masse.
    Il destino degli intellettuali
    D’altro canto, mentre le
    élites naturali venivano distrutte, gli
    intellettuali acquisivano una posizione sociale più elevata e
    potente. In ultima analisi essi hanno ampiamente raggiunto il loro
    obiettivo e sono diventati la classe dominante, controllando lo
    Stato e il monopolio della giustizia.
    Non intendiamo dire che i politici democraticamente eletti
    siano tutti intellettuali (anche se ci sono certamente più
    intellettuali oggi che divengono presidenti di quanti un tempo
    divenissero re); dopo tutto, essere un uomo di studio richiede
    abilità e talenti ben diversi dall’avere ascendente sulle masse e
    successo nel raccogliere denaro. Ma anche i non-intellettuali sono
    il prodotto dell’indottrinamento di scuole finanziate con le tasse,
    di università e di professori impiegati pubblici, e quasi tutti i loro
    consiglieri sono reclutati tra queste fila.
    Non vi è quasi un solo economista, filosofo, storico o
    scienziato sociale di rango che sia assunto privatamente da
    esponenti dell’élite naturale. E quei pochi superstiti delle vecchie
    élites, che un tempo avrebbero potuto acquistare i loro servizi,
    non possono più permetterselo finanziariamente. Oggi, invece, gli
    intellettuali sono di norma stipendiati statali, anche quando
    lavorano per istituzioni o fondazioni formalmente private. Quasi
    del tutto protetti dalla volubile domanda dei consumatori (poiché
    “di ruolo”) sono cresciuti drammaticamente di numero e il loro
    compenso è in media ben al di sopra del genuino valore di
    mercato. Allo stesso tempo la qualità della loro produzione
    intellettuale è continuamente scaduta.
    Ciò che si scopre sono per lo più lavori irrilevanti e
    incomprensibili. Peggio, nella misura in cui si trova qualcosa di
    significativo e comprensibile questo è tremendamente statalista.
    Vi sono eccezioni, ma se quasi tutti gli intellettuali sono
    impiegati nelle multiple branche dello Stato, allora non deve
    sorprendere che la maggior parte delle loro sempre più
    voluminose pubblicazioni sia, o per commissione o per
    omissione, propaganda statalista. Ci sono molti più propagandisti
    del governo democratico oggi di quanti ve ne siano mai stati del
    governo monarchico in tutta la storia umana.
    Tale apparentemente inarrestabile deriva statalista è ben
    illustrata dal destino della cosiddetta Scuola di Chicago: Milton
    Friedman, i sui predecessori e i suoi seguaci. Negli anni Trenta e
    Quaranta del Novecento, la Scuola di Chicago era ancora
    ritenuta, e giustamente, una frangia di sinistra, considerando che
    Friedman, ad esempio, sostenne l’istituto della banca centrale e la
    moneta cartacea in luogo del gold-standard. Egli appoggiò con
    tutto il cuore il principio del welfare state con la sua proposta di
    un’entrata minima garantita (imposta negativa sul reddito) su cui
    non riuscì a mettere un limite. Sostenne una tassa progressiva sul
    reddito per raggiungere i suoi obiettivi esplicitamente egalitari (e
    contribuì personalmente ad applicare la trattenuta alla fonte).
    Friedman approvò anche l’idea che allo Stato fosse permesso
    imporre tasse per finanziare la produzione di tutti i beni con un
    effetto positivo sul vicino o che secondo lui avevano tale effetto.
    Ciò implica, ovviamente, che non vi sia quasi nulla che lo Stato
    non possa finanziare con le tasse!
    Per di più, Friedman e i suoi seguaci proponevano la più
    superficiale delle superficiali filosofie: il relativismo etico ed
    epistemologico. Non esistono verità morali definitive e tutto della
    nostra conoscenza del reale è, nel migliore dei casi, solo
    ipoteticamente vero. Eppure essi non dubitarono mai che debba
    esistere lo Stato e che questo debba essere democratico.
    Oggi, mezzo secolo dopo, la Chicago-Friedman School,
    senza aver cambiato sostanzialmente nessuna delle sue posizioni,
    viene vista come l’ala destra di libero mercato. Tale scuola,
    infatti, definisce la linea di confine delle opinioni rispettabili nella
    destra politica che solo gli estremisti sorpassano. Questa è l’entità
    dello spostamento dell’opinione pubblica che hanno portato gli
    impiegati statali.
    Consideriamo ulteriori indicatori della deformazione
    socialista provocata dagli intellettuali. Se si dà un’occhiata alle
    statistiche sulle elezioni, si troverà nel complesso che più tempo
    una persona spende all’interno delle istituzioni educative, si
    prenda ad esempio chi ha conseguito un Ph.D rispetto a chi ha
    solo un B.A., e più è probabile che costui sia ideologicamente
    statalista e che voti partito democratico. Inoltre, più alto è
    l’ammontare di tasse utilizzate per finanziare l’istruzione, più
    bassi sono il punteggio Sat [Scholastic Aptitude Test] e simili
    misurazioni della performance intellettuale, e sospetto anche
    maggiore sia il declino delle tradizionali norme morali e di
    condotta civile.
    Oppure si consideri il seguente caso rivelatore: nel 1994 si
    parlò di “rivoluzione” quando il Presidente del Congresso, Newt
    Gingrich, sostenne il New Deal e la Social Security ed approvò la
    legislazione sui diritti civili, cioè le affirmative actions e
    l’integrazione forzata, che sono responsabili della quasi completa
    distruzione dei diritti di proprietà privata e dell’erosione della
    libertà di contratto, di associazione e di disassociazione. Che
    razza di rivoluzione è quando i rivoluzionari accolgono con tutto
    il cuore le premesse e le cause stataliste dell’attuale disastro?
    Ovviamente ciò può essere etichettato rivoluzione solo in un
    ambiente intellettuale che è statalista nell’anima.
    Storia e idee
    La situazione appare senza speranza, ma non è così; innanzitutto
    perché non può continuare all’infinito. L’era democratica non
    può costituire “la fine della storia”, come i neo-conservatori
    vogliono farci credere, poiché vi è anche un lato economico del
    processo.
    Gli interventi sul mercato sono destinati inevitabilmente a
    causare più problemi di quelli che si presume curino, e
    conducono a sempre maggiori controlli e regolamentazioni finché
    non si raggiunge il socialismo compiuto. Se l’attuale tendenza
    persiste, si può predire con certezza che il
    welfare state
    democratico dell’Occidente crollerà come le “repubbliche
    popolari” dell’Est nei tardi anni Ottanta. Per decenni, i redditi
    reali in Occidente sono rimasti stagnanti o sono addirittura scesi.
    I debiti del governo e i costi dei programmi di “sicurezza sociale”
    hanno fatto avanzare la prospettiva di un tracollo economico.
    Allo stesso tempo la tensione sociale è cresciuta a livelli
    pericolosi.
    Forse si deve attendere un collasso economico perché cambi
    l’attuale
    trend statalista. Ma anche nel caso di un collasso è
    necessario qualcos’altro, poiché questo non comporterebbe
    automaticamente un arretramento dello Stato. Le cose potrebbero
    anche peggiorare.
    Difatti, nella recente storia occidentale, vi sono stati solo due
    casi evidenti in cui i poteri del governo centrale si sono davvero
    ridotti, anche se solo temporaneamente, in seguito ad una
    catastrofe: nella Germania Occidentale dopo la Seconda Guerra
    Mondiale, con Ludwig Erhard, ed in Cile, sotto il generale
    Pinochet. Quel che è necessario, oltre alla crisi, sono le idee -
    idee corrette - e uomini capaci di comprenderle e applicarle
    quando si presentano le opportunità.
    Ma se il corso della storia non è inevitabile, e non lo è, allora
    una catastrofe non è né necessaria né fatale. Gli eventi storici
    sono fondamentalmente determinati dalle idee e da uomini che
    agiscono ispirati da idee, siano esse vere o false. Ma solo fintanto
    che dominano dottrine sbagliate la rovina è ineluttabile. Quando
    invece vengono adottati e prevalgono sull’opinione pubblica i
    giusti ideali - e le idee, almeno in principio, si possono cambiare
    quasi istantaneamente - non si verificherà alcuna catastrofe.
    Il ruolo degli intellettuali
    Questo mi riporta al ruolo che spetta agli intellettuali nel
    necessario, radicale e fondamentale cambiamento dell’opinione
    pubblica, e il ruolo che anche i membri delle
    élites naturali, per
    quel che ne è rimasto, devono svolgere. Ad entrambe le parti è
    richiesto un arduo impegno, ma, per prevenire il disastro o
    almeno risollevarsene con successo, tale impegno, per quanto
    elevato, va accettato come un naturale dovere.
    Anche se la maggioranza degli intellettuali sono corrotti e ampiamente responsabili delle attuali degenerazioni, è impossibile realizzare una rivoluzione ideologica senza il loro aiuto. Il dominio degli intellettuali statali può essere infranto solo da intellettuali anti-intellettuali. Fortunatamente, le idee di libertà individuale, proprietà privata, autonomia contrattuale, associazione, responsabilità personale e di governo quale nemico primo di libertà e proprietà, non moriranno finché esisterà la razza umana, semplicemente perché sono vere e la verità si sostiene da sola. Inoltre, i libri degli autori del passato che hanno espresso queste idee non spariranno. Tuttavia sono necessari pensatori viventi che affrontino tali opere e che siano in grado di conservare la memoria, riformulare, riapplicare, affinare e avanzare queste idee, e siano capaci e intenzionati a esprimerle in prima persona, oltre a opporre, attaccare e contraddire apertamente i loro colleghi intellettuali.
    Di questi due requisiti - competenza e carattere - il secondo è il più importante, specialmente di questi tempi. Da un punto di vista puramente scientifico le cose sono relativamente semplici.
    La maggior parte degli argomenti statalisti che si sentono giorno dopo giorno sono stati già confutati con facilità come insensatezze morali ed economiche. Non è neppure raro incontrare uomini di cultura che in privato non credono a ciò che nell’ufficialità declamano al suono delle fanfare. Essi non sbagliano semplicemente, ma di proposito affermano e scrivono cose che sanno non essere vere. A loro non manca l’intelletto, manca la morale. Ciò implica che dobbiamo essere preparati a combattere non solo l’errore, ma anche il male - e questo è un obiettivo molto più difficile e ardito. Oltre a una buona conoscenza richiede coraggio.
    Come intellettuali contro gli intellettuali, ci si deve attendere l’offerta di bustarelle - ed è sorprendente quanto taluni siano facilmente corruttibili: poche centinaia di dollari, un bel viaggio, un’opportunità di essere fotografati con un potente troppo spesso sono sufficienti a comprare un uomo. Queste spregevoli tentazioni vanno fuggite. Inoltre, nel combattere il male si deve essere pronti ad accettare che probabilmente non si avrà mai “successo”. Non ci sono ricchezze in palio, nessuna magnifica promozione, nessun prestigio professionale. Difatti la “fama” intellettuale va guardata sempre col massimo sospetto.
    In realtà non solo si deve accettare che si sarà marginalizzati dall’establishment accademico, ma ci si deve attendere che i propri colleghi faranno il possibile per rovinarti. Basta guardare a Ludwig von Mises e a Murray N. Rothbard, i due più grandi economisti e filosofi sociali del ventesimo secolo, che furono nella loro essenza inaccettabili e non impiegabili dall’establishment accademico. Eppure durante tutte le loro vite non hanno mai ceduto di un millimetro, non hanno perso la dignità, né si sono arresi al pessimismo. Al contrario, di fronte alla costante avversità sono rimasti impavidi ed anche gioiosi, ed hanno lavorato ad un livello di produttività sbalorditivo. Essi erano soddisfatti di essere devoti alla verità e a nient’altro che la verità.
    Il ruolo delle élites naturali
    È qui che quanto è rimasto delle élites naturali entra in gioco. I veri intellettuali, come Mises e Rothbard, non sono in grado di fare ciò che è necessario senza le élites naturali. Nonostante tutti gli ostacoli, fu possibile per Mises e Rothbard farsi ascoltare e non essere condannati al silenzio. Essi continuarono a insegnare, a pubblicare e a tenere discorsi ispirando persone con le loro intuizioni e idee. Ciò non sarebbe stato possibile senza il supporto di altri. Mises ebbe Lawrence Fertig e il William Wolker Fund, che pagavano il suo salario alla Nyu, e Rothbard ebbe il Ludwig von Mises Institute che lo sosteneva aiutandolo a pubblicare e a promuovere i suoi libri, e forniva la cornice istituzionale che gli permetteva di dire e scrivere ciò che era necessario fosse detto e scritto e che non poteva esserlo all’interno dell’accademia o dei media dell’establishment statale.
    Una volta, nell’era pre-democratica, quando lo spirito dell’egualitarismo non aveva ancora distrutto la maggioranza degli uomini con ricchezza, mente e giudizio indipendenti, taluni intraprendevano l’obiettivo di sostenere uomini di cultura impopolari. Ma chi oggigiorno può, da solo, permettersi di assumere privatamente un intellettuale come segretario personale, consigliere o precettore dei suoi figli? E coloro che ancora potrebbero sono spesso profondamente coinvolti nella sempre più corrotta alleanza big business big governement e promuovono esattamente gli stessi intellettuali cretini che dominano l’accademia statalista. Basta pensare a Rockfeller e Kissinger come esempio.
    Quindi l’obiettivo di sostenere e mantenere in vita le verità della proprietà privata, della libertà contrattuale, di associazione e disassociazione, di responsabilità personale, e di combattere l’inganno, le bugie, il male dello statalismo, il relativismo, la corruzione morale e la mancanza di responsabilità oggi può essere intrapreso solo riunendo le risorse e sostenendo organizzazioni come il Mises Institute. Un’organizzazione indipendente dedicata ai valori fondamentali della civiltà occidentale, intransigente e molto lontana, anche geograficamente, dai corridoi del potere. Il suo programma di studi, insegnamenti, pubblicazioni e conferenze non è niente meno di un’isola di moralità e decenza intellettuale in un mare di perversione.
    A dir la verità il primo obbligo di una persona onesta è verso sé stesso e la sua famiglia. Si dovrebbe - nel libero mercato - fare quanti più soldi possibile, poiché tanto più denaro uno guadagna quanto più porta benefici ai suoi simili. Ma ciò non basta. Un intellettuale deve essere devoto alla verità, indipendentemente se ne ricava o meno un vantaggio nel breve periodo. Allo stesso modo, le élites naturali hanno obblighi che si estendono ben oltre loro stessi e le loro famiglie.
    Migliori risultati raggiungono come uomini d’affari e professionisti e vengono riconosciuti come persone di successo, più diventa importante che essi siano d’esempio: che si battano per essere all’altezza dei più elevati modelli di condotta morale.
    Ciò significa accettare come loro dovere, come nobile dovere, difendere apertamente, con fierezza e con quanta più generosità possono i valori che sanno essere giusti e veri.
    In cambio riceveranno ispirazione intellettuale, nutrimento e forza, assieme alla consapevolezza che il loro nome vivrà per sempre come individui esemplari che si sono elevati al di sopra delle masse ed hanno donato un durevole contributo al genere umano.
    Il Ludwig von Mises Institute può essere una istituzione potente, un modello per la restaurazione di un apprendimento genuino, e quasi un’università per chi insegna o fa ricerca. Anche se non vedremo le nostre idee trionfare durante la nostra vita, sappiamo e saremo sempre orgogliosi che gli abbiamo dedicato tutto noi stessi, e che abbiamo fatto ciò che ogni persona onesta e nobile doveva fare.
    Traduzione di Novello Papafava 2005
    www.mises.org/

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  2. #2
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  3. #3
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    cazzo che articolo
    Ungern cos'è questo interessamento pe rle teorie antistataliste?

 

 

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