Mercurio, ultime notizie
dalla navicella "Messenger"



PIERO BIANUCCI






Non perdetevi il fascicolo della rivista americana “Science” datato 4 luglio. In questo numero quasi monografico, undici articoli ridisegnano completamente ciò che si sa del pianeta Mercurio, il più vicino al Sole, un corpo celeste che da sempre è un enigma per gli studiosi del sistema solare, quel pianeta che, secondo la tradizione, Keplero non riuscì mai a vedere e che Schiaparelli, nell'Ottocento, cercò invano di disegnare osservandolo in pieno giorno.

Gli undici articoli riguardano l’aspetto della sua superficie, la struttura interna, il campo magnetico, la tenue atmosfera ionizzata e in generale la storia geologica del pianeta. Su ognuno di questi temi i nuovi dati si devono alla navicella della Nasa “Messenger”, che ha ripreso lo studio del pianeta dopo la ormai lontana visita della sonda “Mariner 10” della metà degli Anni 70 del secolo scorso.

Un enorme lavoro, entrato nel vivo solo nel gennaio scorso, ha già dato i suoi frutti scientifici. E sì che soltanto due giorni sono stati disponibili per le riprese fotografiche, 30 minuti per raccogliere campioni dall’esosfera e dalla magnetosfera e meno di 10 minuti per rilevare l’altimetria, mentre “Messenger” transitava a 200 chilometri dalla superficie del pianeta. Lanciata il 3 agosto 2004, “Messenger” continuerà le sue ricerche fino marzo 2011, quando sgancerà una sonda sul pianeta. Possiamo dunque ancora aspettarci molte nuove informazioni.

Sei degli undici studi pubblicati da “Science” trattano l’aspetto della superficie di Mercurio. Il suolo del pianeta è stato analizzato in base al suo potere riflettente, a misure di altezza dei rilievi (crateri, scarpate, picchi) e alle variazioni di colore. Utilissime sono state le immagini ad alta risoluzione ottenute a diverse lunghezze d’onda.

In sostanza risulta che le regioni pianeggianti di Mercurio derivano da colate di lava vulcanica e non dalla fusione di magma in seguito a grandi eventi catastrofici come nel caso dei maggiori bacini lunari (Mare Imbrium, Serenitatis, Tranquillitatis etc.). Le misure di quota indicano che i crateri di Mercurio sono in media due volte più profondi di quelli lunari in rapporto al loro diametro. Il Bacino Caloris si conferma come la più giovane formazione da impatto ma si segnala anche per una storia geologica più complicata di quanto si pensasse. La maggior parte dei crateri è databile nel primo miliardo di esistenza del sistema solare (la cui età è di circa 4,6 miliardi di anni).

La sonda Mariner 10 scoprì che Mercurio ha un campo magnetico, fenomeno del tutto inatteso. “Messenger” indica che questo campo è principalmente dipolare, come quello terrestre. Alla sua origine potrebbe esserci un effetto dinamo analogo a quello esercitato dal nucleo fluido ferroso della Terra.

La tenuissima atmosfera di particelle ionizzate varia profondamente a seconda dell’esposizione al Sole. Spicca una coda di atomi di sodio lunga 40 mila chilometri, plasmata dalla radiazione e dalle particelle del vento solare.

Il nucleo di Mercurio rappresenta più del 60 per cento della massa del pianeta e risulta attivo, con effetti evidenti sulla magnetosfera, sulla rarefatta atmosfera e sulla stessa superficie planetaria.

Fatto curioso: Mercurio si è contratto di circa un chilometro proprio a causa della sua struttura interna: il nucleo supermassiccio crea infatti un forte campo gravitazionale che condiziona l’evoluzione della crosta del pianeta. La contrazione misurata è di circa un terzo maggiore rispetto a quella prevista.

+ Per altre informazioni si può vedere l’indirizzo Internet: http://messenger.jhuapl.edu/mer_flyby1.html




http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tm...one=Il%20Cielo