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    Predefinito Testimonianze rosminiane

    Venerabile Antonio Rosmini Teologo, filosofo, fondatore
    1 luglio
    Rovereto (Trento), 24 marzo 1797 - Stresa, 1 luglio 1855

    Grande e complessa figura del cattolicesimo dell’Ottocento, che solo recentemente è stato riscoperto e rivalutato dalla Chiesa, che ha autorizzato l’apertura della causa di beatificazione nel febbraio 1994.
    Antonio Rosmini nacque a Rovereto (Trento) il 24 marzo 1797 da Pier Modesto, patrizio del Sacro Romano Impero e da Giovanna dei Conti Formenti di Biascesa sul Garda; trascorse la fanciullezza in un ambiente impregnato di virtù patriarcali e religiosità, governato dalla madre, donna intelligente e amorosa che seppe imprimere nel fanciullo quei semi di bontà e religiosità, che più tardi daranno frutto di autentico umanesimo cristiano.
    Da giovane si manifesta subito in lui una serietà morale e un’apertura agli interessi culturali con spiccata inclinazione alla filosofia, già nel 1813 a 16 anni rivela l’inizio di una vera aspirazione ascetica, pur essendo aperto a tutti gli interessi culturali e conoscenze in tutti i campi, scopre che non vi è altra sapienza che in Dio.
    Decide di farsi sacerdote vincendo le resistenze dei familiari, che vedevano in lui l’erede del casato, nel 1816 è all’Università di Padova, dedicandosi come studente ad ogni specie di ricerca filosofica, scientifica, storica e letteraria, qui conobbe Niccolò Tommaseo che gli resterà amico per tutta la vita, come più tardi nel 1826 avverrà a Milano con Alessandro Manzoni.
    Viene ordinato sacerdote il 21 aprile 1821, poi trascorrerà un periodo di raccoglimento e riflessione a Rovereto, dove nel frattempo nel 1820 era morto il padre e diventando erede di tutto il patrimonio familiare, che comporterà per lui una delle croci più grandi della sua vita, il rapporto non facile con il fratello Giuseppe; mentre l’altra sorella Gioseffa Margarita, anima sensibile come la sua, si farà suora nelle Figlie della Carità, Istituto fondato da santa Maddalena di Canossa († 1835).
    Antonio Rosmini, spirito straordinariamente ricco di doti, di tendenze universali, d’ingegno vigorosissimo, impostò la sua vita e il suo agire su un principio ascetico: da parte sua vorrà soltanto attendere alla purificazione dell’anima dal male e all’acquisto dell’amore o carità di Dio e del prossimo, in cui consiste la perfezione.
    Quanto al resto - studio, attività, lavoro, condizione di vita - non sceglierà da sé, questa o quella attività, fosse pure un’opera di carità, ma lascerà a Dio di indicagliela attraverso le circostanze esteriori “esaminate al lume della ragione e della fede”.
    È il principio cosiddetto di “passività” o di “indifferenza” che comporta una costante disposizione interiore a volere unicamente e totalmente ciò che vuole Dio. La “passività” che Rosmini s’impone è rigida disciplina, consacrazione totale, immolazione al bene nel modo che Dio avrebbe voluto per lui, senza condizioni né riserve. Nel 1821 giovane sacerdote gli viene da s. Maddalena di Canossa, l’invito a dar vita ad un Istituto religioso, ma egli non si sente pronto e solo nel 1827 a Milano, capirà che è giunto il momento.
    Il 18 febbraio 1828 egli è solo sul Monte Calvario di Domodossola a preparare le Costituzioni del nascente Istituto e attende che Dio gli mandi compagni, che arriveranno man mano nel tempo; l’Opera si chiamerà “Istituto della Carità” che avrà come base il professare la carità ‘universale’, ossia la carità spirituale, intellettuale e corporale, per il bene del prossimo ed ai religiosi si chiede di essere disposti a qualunque opera venga loro affidata.
    Nel 1828 papa Pio VIII approva l’Istituzione, incoraggiandolo a dare precedenza allo scrivere, in quel tempo di gran bisogno di scrittori, per influire utilmente sulle coscienze scosse dalle teorie scaturite dalla Rivoluzione Francese, dall’ordine imposto da Napoleone Bonaparte, dalla Restaurazione, dal clima anticlericale imperante.
    Già dal 1823 egli però era nel mirino dell’Austria che lo tenne sotto censura e sospetto, che lo accompagneranno per tutta la vita, perché a Rovereto pronunciando un discorso per il defunto papa Pio VII (1800-1823), dichiarò il suo Amore per l’Italia; per gli austriaci non era altro che un infido ‘carbonaro’.
    Nel 1830 pubblicò la sua prima grande opera filosofica “Nuovo saggio sull’origine delle idee”; mentre i confratelli crescono di numero guidati personalmente da Antonio Rosmini, egli nel 1832 dà inizio alla Congregazione delle ‘Suore della Provvidenza’ con le stesse basi ascetiche dell’Istituto della Carità; essi vengono richiesti ormai da molte scuole, iniziando così l’opera dei “maestri” e “maestre” rosminiane.
    Viene nominato anche parroco a Rovereto, aprendo una Casa anche a Trento, ma per l’aperta ostilità del governo austriaco verso di lui, si dovranno interrompere nel 1835, rendendo necessario lo spostarsi a Milano di Rosmini per allentare la tensione.
    In compenso i suoi religiosi partono per le missioni in Inghilterra, cooperando alla restaurazione della gerarchia cattolica, da lì passano in Irlanda; lo spirito dell’Istituto di sua natura “universale”, fa sì che i religiosi si adattano sapientemente, da lì partiranno poi per gli Stati Uniti e Nuova Zelanda; oggi sono presenti compreso le suore rosminiane in Venezuela, Tanzania ed India.
    Le migliaia di lettere scritte da Rosmini con i tanti volumi delle sue opere filosofiche e teologiche, costituiscono una bibliografia davvero sterminata. Nel 1838 papa Gregorio XVI approva le Congregazioni nominando Antonio Rosmini come Superiore Generale, mentre continuava la sua opera di scrittore fecondo, con un fascino del pensatore, che tendeva a conciliare il pensiero tradizionale con le conquiste del pensiero moderno.
    Nel 1839 pubblica “Nuovo saggio” e il “Trattato della coscienza morale”, fondamenti del suo pensiero filosofico e cioè l’affermazione che l’intelligenza è illuminata dalla luce dell’essere - o essere ideale - che è la luce della verità, per cui vi è nell’uomo qualcosa di “divino”. Cominciarono per lui le prime contestazioni degli avversari al suo pensiero, che accusavano le sue dottrine come contrarie alla fede e alla morale.
    La polemica dopo un suo personale intervento, proseguì con la difesa da parte dei suoi amici e discepoli; dovette intervenire il papa stesso imponendo il silenzio a Rosmini ed al Superiore dei Gesuiti, suo contraddittore. Il Manzoni che da laico lo difendeva disse di lui: “una delle cinque o sei più grandi intelligenze, che l’umanità aveva prodotto a distanza di secoli”.
    Il governo piemontese di Carlo Alberto, in un momento difficile della prima guerra d’indipendenza, decise di inviare come plenipotenziario a Roma dal papa, proprio il Rosmini di cui era noto il prestigio. Il papa Pio IX, nell’agosto 1848, l’accolse con affetto e stima, annunciandogli la porpora cardinalizia per il dicembre successivo, ma a novembre scoppia la rivoluzione e Pio IX è costretto a fuggire a Gaeta, chiedendo a Rosmini di seguirlo.
    Con l’ostilità sempre presente dell’Austria, però si crea un clima sfavorevole per lui, tanto più che poco prima era stato pubblicato il suo libro “Delle cinque piaghe della santa Chiesa”, grande esposizione in veste e pensiero sacerdotale e frutto di un ardente amore per la Chiesa, sui pericoli che minacciavano l’unità e la libertà della Chiesa e con coraggio denuncia queste ‘piaghe’ e ne indica i rimedi; ma il libro allora venne letto con ben altra visuale.
    Il governo borbonico di Napoli, non lo vuole sulle sue terre, le udienze al papa gli vengono ostacolate, il papa stesso preoccupato per le ombre che si addensano sulle sue dottrine, nel 1849 lo esorta per iscritto a “riflettere, modificare, correggere o ritrattare le opere stampate”.
    Ad ogni modo nonostante la sua disponibilità a ‘correggere’, due suoi libri vennero messi all’Indice nel giugno 1849 con suo grande dolore. In quell’oscuro periodo, al seguito del papa a Napoli, scrisse l’ “Introduzione del Vangelo secondo Giovanni commentata”, pagine di alta teologia spirituale e di indubbia testimonianza di intima esperienza mistica.
    In quella situazione di dubbio dottrinario e con due libri condannati, non poteva stare più vicino al papa, che lo lasciò libero di rientrare a Stresa nel 1849, per raggiungere i suoi confratelli, Rosmini ubbidì, sempre più convinto che era tutta opera della Provvidenza. Nel suo ritiro di Stresa, continuò a guidare le due Congregazioni e scrivendo la sua opera più alta la “Teosofia”, ma i suoi avversari ripresero ad attaccarlo, finendo per provocare da parte di Pio IX un esame approfondito di tutte le opere di Rosmini; l’esame durò quattro anni con l’angoscia dello scrittore non per sé, ma per il danno che venivano a subire le due Congregazioni, con il loro fondatore sotto un processo di cui parlava il mondo.
    L’esame svoltosi presso la Congregazione dell’Indice finì nel 1854, alla seduta finale partecipò lo stesso papa, che dopo la sentenza definitiva di assoluzione, esclamò: “Sia lodato Iddio, che manda di quando in quando di questi uomini per il bene della Chiesa”.
    Ma ormai il grande filosofo e fondatore è ormai prossimo alla fine della sua vita di profeta disarmato e ubbidiente; la malattia al fegato che l’aveva accompagnato per tutta la vita, si acutizzò procurandogli mesi di malattia che consumeranno il suo fisico tra dolori senza sosta e con l’elevarsi dello spirito che si affina nella sofferenza.
    Al suo capezzale si alternano, amici, ammiratori, discepoli, persone che vogliono esternargli l’affetto, la stima, la gratitudine, chiedendo da lui ancora una benedizione, una buona parola; lo stesso Alessandro Manzoni, benché ammalato, corre dall’amico piangendo, incredulo che possa spegnersi sulla terra una intelligenza come quella di Rosmini.
    Morì il 1° luglio 1855, a 58 anni, le sue spoglie mortali riposano in una cripta della chiesa del Ss. Crocifisso annessa al noviziato dell’Istituto di Stresa (oggi in provincia di Verbania). Ma il suo pensiero scritto non ebbe ancora pace; nel 1888 vengono esaminate le ultime due opere, non ancora esistenti nella precedente inchiesta e vengono condannate dal Sant’Uffizio, con 40 proposizioni dei suoi scritti precedenti, perché non sembravano consoni alla verità cattolica.
    È trascorso più di un secolo da allora e gli ampi e numerosi studi sulla dottrina rosminiana, hanno dimostrato la loro armonia con la verità cattolica; quello che un secolo fa poteva non essere chiaro, alla luce dell’apertura verificatasi con il Concilio Vaticano II, di cui Rosmini fu un anticipatore lungimirante in alcune sue intuizioni, sulle divisioni all’interno della Chiesa riguardanti la vita quotidiana dei fedeli e dei loro pastori; con le ricerche e gli approfondimenti, è stato ampiamente chiarito.
    Papa Benedetto XVI lo ha dichiarato "venerabile" il 26 giugno 2006.


    Autore:
    Antonio Borrelli

    http://www.santiebeati.it/dettaglio/91566


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    Predefinito

    Clemente Rebora (Milano, 6 gennaio 1885 - Stresa, 1 novembre 1957), è stato un poeta e sacerdote italiano.
    Indice

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    [modifica] Biografia


    [modifica] Gli studi

    Quinto dei sette figli di Enrico Rebora e Teresa Rinaldi, iniziò nel 1903 gli studi di medicina a Pavia, interrompendoli però poco dopo per seguire i corsi universitari di lettere presso l'Accademia Scientifico-letteraria di Milano; nel frattempo iniziò anche ad avvicinarsi alla musica.
    Nel 1907 Rebora presta il servizio militare a Milano e nel 1910 si laurea in lettere con una tesi sul pensiero di Gian Domenico Romagnosi ("Gian Domenico Romagnosi nel pensiero del Risorgimento") e ha come relatore il professore Gioacchino Volpe.

    [modifica] L'insegnamento e la collaborazione alle riviste

    Insegna in diversi Istituti tecnici e alle scuole serali (prima a Milano poi a Treviglio, a Novara e a Como) e collabora alla "Voce", alla "Rivista d'Italia" e a "Diana".

    [modifica] La prima raccolta poetica

    Nel 1913 vengono pubblicati i Frammenti lirici presso le edizioni della "Voce" con la dedica "ai primi dieci anni del secolo ventesimo" e collabora alla "Rivista ligure".

    [modifica] La guerra

    Nel 1914 conosce Lidia Natus, pianista russa, e vive con lei a Milano (in via Tadino, 3) fino a quando la loro relazione si interromperà nel 1919. L'anno successivo, allo scoppio della prima guerra mondiale, viene richiamato alle armi con il titolo di sottotenente di fanteria e il 17 giugno dello stesso anno combatte sul Podgore. Subisce un forte trauma cranico a causa di un'esplosione dovuta ad un colpo da 305 e rimane in stato di shock. Viene ricoverato e tra il 1916 e il 1919 passa da un ospedale militare all'altro finché, nel 1919, viene riformato con la diagnosi di infermità mentale.

    [modifica] La seconda raccolta poetica

    Questo non gli impedisce di continuare il suo lavoro d'insegnante e di portare avanti varie attività. Tra il 1919 e il 1928 insegna in vari istituti privati, dirige la collezione "Maestri di Vita" per l'editore Pavia e tiene numerose conferenze. Nel 1922 pubblica i Canti anonimi raccolti da C. Rebora nelle edizioni Il Convegno di Milano.

    [modifica] La crisi religiosa

    Nel 1928, durante una conferenza al Lyceum milanese sulle discipline religiose, mentre legge gli Acta martyrium, ha una crisi religiosa che lo condurrà alla fede cattolica.
    Nel 1929 prende i sacramenti e nel 1930, dopo aver distrutto tutti i libri e le carte, entra come novizio nel Collegio Rosmini. Rimane come novizio per tre anni all'Istituto della Carità al Monte Calvario di Domodossola e per due anni è aiuto infermiere.


    [modifica] Il sacerdozio

    Pronuncia i voti perpetui nel 1936 e viene ordinato sacerdote a Stresa dove dice la sua prima Santa Messa. Negli anni successivi esercita varie funzioni negli istituti rosminiani di Domodossola, Torino, Rovereto e Stresa. Continua a scrivere poesie a carattere religioso che vennero pubblicate in gran parte postume.
    A Stresa, a causa di una forte e dolorosa infermità, è costretto a rimanere immobile a letto e il 1 novembre del 1957 lo coglie la morte.


    [modifica] Formazione e Pensiero

    La formazione familiare di Rebora avvenne nei valori della tradizione laica del Risorgimento e legata allo spirito dell'umanesimo mazziniano come voleva il padre, garibaldino a Mentana nel 1867.
    Il padre era un ardente ammiratore di Carlo Cattaneo e dello storico Edgar Quinet, di cui tradusse l'Esprit nouveau, e fu amico del repubblicanoArcangelo Ghisleri. La madre, di Codogno, pur dovendo allevare ben sette figli, fu geniale scrittrice di versi che rivelano una felice e spontanea vena poetica.
    Oltre all'educazione lombarda a fondo moralistico progressista, lo spirito gagliardo della fede garibaldina e mazziniana diede senza dubbio a Rebora una buona base di partenza ma, quello stesso spirito eccessivamente liberale e razionalista unito all'assenza di una formazione religiosa confessionale, contribuirono ad aggravare lo stato di disagio del suo animo, sempre alla ricerca di una disciplina spirituale più idealistica.
    Tutta l'opera di Rebora sarà segnata da un tesissimo sforzo per liberarsi dalla problematica dell'eredità spirituale lasciata dal padre che condizionò la sua vita e la sua poesia.
    Per rimanere ancora in tema di influsso familiare, il fratello Piero parla di due sentimenti profondi che gli derivarono dalla educazione familiare: l'attaccamento alla patria italiana e l'amore per gli umili, sentimenti che si ritroveranno in tutte le sue opere.
    Si possono distinguere, per quanto riguarda la sua formazione, tre fasi della sua vita che poi corrispondono alla variazione della sua opera poetica. Una prima fase esistenzialistica-letteraria, una seconda fase che si può definire umanitario-sincretistica dal carattere filosofico-religioso, una terza fase decisamente cattolica.
    Dall'epistolario e dalla testimonianza degli amici si delinea la figura di un giovane dai saldi principi morali, fortemente impegnato sul piano intellettuale che credeva nell'amicizia e nella solidarietà del gruppo, schivo ai successi professionali e mondani.
    La sua prima crisi, che lo portò sul limite del tentato suicidio e gli fece comprendere di dover rompere con il sistema di pensiero e di valori ereditati dal padre, avvenne mentre stava redigendo la propria tesi di laurea.
    Non ebbe grandi contatti con l'ambiente fiorentino della rivista "La Voce", a parte il rapporto personale con Prezzolini, costante invece fu l'amicizia con Giovanni Boine dal 1909 alla morte dello scrittore ligure.

    [modifica] Opere e poetica

    Prima della pubblicazione dei Frammenti lirici, di Rebora comparve solamente una parte della sua tesi sul Romagnosi sulla "Rivista d'Italia" e uno studio molto acuto sui rapporti di Giacomo Leopardi con la musica e, su "La Voce", altri due scritti.

    [modifica] I frammenti lirici

    Sono i Frammenti lirici, pubblicati nel 1913 a Firenze, la più vasta delle sue raccolte in versi. L'opera, composta da 72 frammenti, è numerata con i numeri romani e ricevette dei titoli in una edizione del 1947 curata, ancora vivente l'autore, dal fratello Piero. L'ordine dei frammenti denota un'intenzione mirata per la creazione di una architettura interna della raccolta. La maggior parte dei testi ha la forma di canzoni polimetre dove dominano l'endecasillabo e il settenario con mutamenti ritmici di dodici, dieci, otto sillabe, alle quali si aggiungono delle brevi composizioni con carattere di madrigale e di sonetto.
    Il conflitto tra volontà buona e quindi positiva e accidia depressiva con connotati negativi è il tema che domina la raccolta.
    La maggior parte dei Frammenti mette in evidenza la condizione psicologica del conflitto che agitava l'Italia di quei tempi in veloce espansione industriale, con la drammatica immagine di una "città in ascesa" (titolo questo di un quadro di Umberto Boccioni, pittore che si era formato nello stesso clima culturale milanese) che rappresenta l'Italia al momento della sua prima trasformazione moderna. Rebora trovò, nel conflitto in corso tra il vecchio e il nuovo, tra la città e la campagna, una profonda positività e vide in esso un moto progressivo del reale.
    Queste liriche si basano su una opposizione interna che ne crea la struttura e il "ma" avversativo, così spesso usato, segna il passaggio da una negatività a una positività e viceversa.
    Accanto a questi temi c'è il tema elegiaco della famiglia e dell'amore e la comparsa di dissocianti tensioni nelle quali si intravedono quegli atteggiamenti che saranno decisivi per le poesie del successivo decennio.
    Vi è nei versi di Rebora il prevalere della sfera verbale su quella nominale che si evidenzia nell'uso e nell'abuso dell'infinito al posto del sostantivo, nel ricco gioco di allusioni e criptocitazioni, da quelle di Dante delle Rime e del Paradiso alle cadenze del Parini), nei recuperi leopardiani e nell'anticipo di tutti quegli accorgimenti che saranno poi dell'Ungaretti degli anni trenta e quaranta.

    [modifica] Le raccolte poetiche del secondo decennio

    Le poesie dei Canti anonimi (1920-1922), le Poesie sparse pubblicate nel 1947 e le Prose liriche (1915-1917), così come i versi di appendice dell'editore Scheiwiller (fra i quali le Nove poesie per una lucciola e, fra le rifiutate le parti III e IV della composizione Movimenti di poesia del 1914) pur essendo, almeno in parte, uno sviluppo dei Frammenti, risentono di una vera e propria ansia di frattura dovuta probabilmente al rapporto, sul piano biografico, con la relazione che Rebora ebbe in quel periodo con Lidia Natus e soprattutto all'esperienza della guerra e della trincea.
    Rebora sembra, in queste opere, risentire della lezione del cubismo e della pittura del suo tempo, da quella mistica e divisionale di Giovanni Segantini, fino alle composizioni dei cubisti e dei futuristi.
    Nelle nuove composizioni di Rebora si avverte il clima della imminente conversione della quale l'autore stesso ne fa testimonianza nella premessa quando parla di una "certezza di bontà operosa" che "va liberandosi".
    I testi di Rebora possono considerarsi unici nell'Italia di quei tempi come poesia che non si limita a declamare contro la strage ma, nelle sue convulse fratture di ritmo e di lessico, ripropone formalmente i conflitti armati in atto.
    Nelle due maggiori poesie ispirate alla sua esperienza di guerra (Viatico e Voce di vedetta morta) vi è una similitudine significativa della vita umana trascinata via dalla gora e il tutto è espresso in una cantilena dolorosa con un ritmo fondato sull'altalenarsi di sillabe accentate e di sillabe atone all'inizio dei versi.

    [modifica] Poesie successive alla conversione

    Valutare la poesia reboriana successiva alla conversione non è facile. Essa si pone con consapevolezza come compagna della liturgia.
    Nelle Poesie religiose (1936-1947) e nei Canti dell'infermità (1947-1956) ricompare di tanto in tanto la violenza che aveva animato i Frammenti e i Canti anonimi.
    Nell'estate del 1955, già colpito dal male, Rebora compone un Curriculum vitae, significativa e sommaria autobiografia, nella quale compaiono ancora dei lampeggiamenti come nel passo in cui narra la distruzione dei libri e dei manoscritti.
    Il cosiddetto "dissidio" di Rebora non può essere ridotto ad una situazione psicologia particolare e nemmeno ai termini di una improvvisa vocazione religiosa, ma sia l'una sia l'altra si manifestano come la trasposizione verbale di un dissidio all'interno della società, dissidio avvertito ed espresso verbalmente, quasi solamente da Pirandello e Svevo.
    Se Rebora era incapace di piena consapevolezza sta a significare che la cultura dei suoi tempi e quella a lui più vicino non era capace di spiegare i termini storici di tale dissidio ed è solamente l'energia morale che conduce Rebora al "punto senza ritorno, oltre il quale non resta che l'impegno della sovversione politica o quello religioso".
    Le parole che si leggono in un passo di "Arche di Noè" sul sangue (una delle sue prose di guerra) sono così chiare da non lasciare dubbi:
    "Va bene. Va bene anche che a chi piange e muore faccia da correttivo chi ride e vive; e l'arte (non so che sia) balla per conto suo, senza guardare da che parte venga la musica. Per il "mondo intellettuale" poi, la guerra è ormai un affare liquidato, salvo le pendenze morali ed estetiche; la sua capacità emotiva è esaurita, o attende semmai qualcosa di più nuovo e più forte".

    [modifica] Opere


    [modifica] Poesia
    • Frammenti lirici, Libreria della "Voce", Firenze 1913
    • Canti anonimi raccolti da C.R., Il Convegno editoriale, Milano 1922
    • Le poesie 1913-1947, a cura di P. Rebora, Vallecchi, Firenze 1947
    • Via Crucis Scheiwiller, Milano 1955
    • Curriculum vitae, Scheiwiller, Milano 1955
    • Canti dell'infermità, Scheiwiller, Milano 1956 (ristampa brani già usciti in plaquettes o su rivista; ed. accresciuta, Scheiwiller, Milano 1957)
    • Gesù il fedele. Il Natale, Scheiwiller, Milano 1956
    • Iconografia (poesie e prose inedite) a cura di V. Scheiwiller, Scheiwiller, Milanoi 1959
    • Aspirazioni e preghiere, Scheiwiller, Milano 1963
    • Ecco del cielo più grande, Scheiwiller, Milano 1965
    • Le poesie (1913-1957), Milano 1961 (nuova ed. accresciuta, Scheiwiller, Milano 1982)
    http://it.wikipedia.org/wiki/Clemente_Rebora


  3. #3
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    Rosmini, benché fosse un sacerdote assai pio, nondimeno aveva posizioni poco conciliabili con la fede cattolica. E qui non mi riferisco alla sua filosofia del diritto ed alla sua riflessione sulla politica. Mi riferisco molto più gravemente su questioni di fede. V. QUI.

  4. #4
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    Citazione Originariamente Scritto da Augustinus Visualizza Messaggio
    Rosmini, benché fosse un sacerdote assai pio, nondimeno aveva posizioni poco conciliabili con la fede cattolica. E qui non mi riferisco alla sua filosofia del diritto ed alla sua riflessione sulla politica. Mi riferisco molto più gravemente su questioni di fede. V. QUI.
    Allora perchè il Sommo Pontefice Benedetto XVI ha dichiarato Antonio Rosmini "venerabile"?!

  5. #5
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    Citazione Originariamente Scritto da arduinus Visualizza Messaggio
    Allora perchè il Sommo Pontefice Benedetto XVI ha dichiarato Antonio Rosmini "venerabile"?!
    Venerabile non vuol dire santo. Il decreto sulla venerabilità è un mero atto amministrativo della Chiesa, soggetto per giunta alla piena fallibilità.

  6. #6
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    ROsmini è stato riabilitato dalla Chiesa, giacchè le sue posizioni dell'epoca furono mal comprese.

    Del resto Pio IX lo sostenne e proibì che si discutesse la sua presunta "eterodossia" durante tutto il proprio pontificato: le accuse infatti giunsero sotto Leone XIII.

    In particolare è da ben comprendere l'accusa contro di lui a proposito della "quinta piaga" da lui inserita nell'omonimo volume, e in cui parla delle lezioni episcopali.

  7. #7
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    i suoi avversari ripresero ad attaccarlo, finendo per provocare da parte di Pio IX un esame approfondito di tutte le opere di Rosmini; l’esame durò quattro anni con l’angoscia dello scrittore non per sé, ma per il danno che venivano a subire le due Congregazioni, con il loro fondatore sotto un processo di cui parlava il mondo.
    L’esame svoltosi presso la Congregazione dell’Indice finì nel 1854, alla seduta finale partecipò lo stesso papa, che dopo la sentenza definitiva di assoluzione, esclamò: “Sia lodato Iddio, che manda di quando in quando di questi uomini per il bene della Chiesa”.
    È trascorso più di un secolo da allora e gli ampi e numerosi studi sulla dottrina rosminiana, hanno dimostrato la loro armonia con la verità cattolica; quello che un secolo fa poteva non essere chiaro, alla luce dell’apertura verificatasi con il Concilio Vaticano II, di cui Rosmini fu un anticipatore lungimirante in alcune sue intuizioni, sulle divisioni all’interno della Chiesa riguardanti la vita quotidiana dei fedeli e dei loro pastori; con le ricerche e gli approfondimenti, è stato ampiamente chiarito.
    poi sono io che leggo male.

    accusa => esame approfondito = > assoluzione PIENA.

    adesso non basta nemmeno questo????

  8. #8
    Becero Reazionario
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    Citazione Originariamente Scritto da bottero Visualizza Messaggio
    poi sono io che leggo male.

    accusa => esame approfondito = > assoluzione PIENA.

    adesso non basta nemmeno questo????
    il problema è che non si può servire a due padroni contemporaneamente (senza contraddirsi). Lo scrivo perchè è un grosso problema anche mio.

 

 

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