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    Predefinito Ispirazione ed inerranza biblica

    Dalla Bibbia del Ricciotti editore Salani

    I libri che formano la Bibbia non sono semplici libri umani, bensì divini, perchè hanno Dio per autore principale; infatti gli autori umani, a cui detti libri sono attribuiti, li scrissero sotto quella particolare assistenza divina che è chiamata «ispirazione». Questa dottrina è accennata, più o meno esplicitamente, in vari passi della Bibbia stessa (specialmente in 2ª Timoteo, 3, 16, e in 2ª Pietro, 1, 20-21); è stata poi insegnata con chiarezza sempre maggiore dai Padri e Dottori della Chiesa, e preposta come dogma di fede della Chiesa stessa.

    Secondo questa dottrina l' «ispirazione» consiste in una particolare assistenza esercitata sugli autori umani dei libri biblici, per cui lo Spirito Santo «mediante una forza soprannaturale li eccitò e mosse a scrivere, e li assistette mentre scrivevano in tal maniera, che essi tutte e sole quelle cose che Egli comandasse, rettamente concepissero nella mente, fedelmente volessero scrivere, ed acconciamente esprimessero con infallibile verità » (enciclica Providentissimus, del 1893). Da ciò risulta che l'«ispirazione» importa, da parte di Dio, sia un'illustrazione delle facoltà intellettuali dell'autore umano, sia un influsso sulla volontà di lui, sia un'assistenza speciale durante l'intera esecuzione dell'opera ai fini dell'opera stessa.

    Sarebbe, quindi, falso supporre che, per influsso dell' «ispirazione», l'autore umano divenisse un semplice amanuense che scrivesse conforme alla dettatura di Dio, ovvero che agisse inconsciamente e quasi in condizione estatica; al contrario, l'autore umano, conservando la sua piena libertà e personalità, con la sua indole naturale e il suo corredo culturale, fu elevato per intervento divino ad un ordine soprannaturale, sì da divenire strumento, umano e libero, della potenza divina per la concezione e scrittura di determinati libri.

    Giustamente, perciò, si potrà e si dovrà attribuire ciascun libro della Bibbia e ciascuna sua parte sia a Dio, come ad autore principale, sia al suo scrittore umano, come ad autore strumentale; e di quest'ultimo autore si potranno legittimamente indagare l'indole, la cultura, lo stile letterario e simili cose, perchè la sua personalità umana è rimasta interamente anche sotto l'influsso dell' «ispirazione» e si è esplicata nella sua pienezza, salvo la possibilità di errare.

    Quest'ultimo punto, infatti, è una conseguenza diretta e immediata della dottrina dell' «ispirazione». E in realtà, se Dio è l'autore principale degli scritti biblici, tutte e singole le affermazioni contenute in questi scritti sono affermazioni di Dio stesso: esse saranno perciò assolutamente immuni da errore, perchè Dio, ch'è verità per se stesso, non può nè ingannarsi nè ingannare. Ciò, tuttavia, non toglie che l'autore umano, servendosi del comune linguaggio umano pur sotto l'influsso dell' «ispirazione», ricorra o a metafore, o ad espressioni usuali per descrivere fenomeni della natura, e simili; le quali saranno da interpretarsi o come linguaggio figurato, o come descrizioni delle apparenze fenomeniche e non della realtà scientifica, e analogamente in simili casi. Sarà perciò una metafora quando ad es. la Bibbia attribuisce l' «ira» e il «pentimento» a Dio; sarà un'espressione usuale, quando afferma che il sole «sorge» o «cala»; e così di seguito.

    Si abbia anche presente che non pochi errori reali possono ritrovarsi nelle odierne copie della Bibbia, introdottivi però dalla negligenza dei copisti, che lungo i secoli trascrissero male il testo primitivo o quello delle versioni.
    Di questa dottrina dell' «ispirazione» è maestra e garante solo la Chiesa cattolica, la quale del resto nel proporla perpetuò l'insegnamento dell'antica sinagoga giudaica. I protestanti, che rigettarono l'autorità della Chiesa, cercarono in varie maniere lungo i secoli di sostituire tale autorità docente con altri criteri per dimostrare e riconoscere l' «ispirazione» della Bibbia; ma nessuna di queste sostituzioni riuscì ad essere ammessa largamente tra loro e a mantenersi a lungo, e oggi sono in pratica tutte abbandonate.

    CIAO

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    Predefinito san Pio X: "Praestantia Scripturae Sacrae" e "Lamentabili"

    Praestantia Scripturae Sacrae

    Encomiata l'eccellenza delle Sacre Scritture e raccomandatone lo studio, il Nostro Predecessore Leone XIII, di immortale memoria, nell'Enciclica "Providentissimus Deus", pubblicata il 18 Novembre 1893, dettò leggi per il retto ordinamento degli Studi Biblici; e dopo di aver rivendicati i Libri Sacri dagli errori e dalle calunnie dei Razionalisti, li difese altresi dai placiti di una falsa scienza, che si decanta come critica sublimiore: i quali placiti, evidentemente, altro non sono, secondo le sapienti parole del Pontefice, che "commenta Rationalismi e philologia et finitimis disciplinis detorta". Per ovviare poi al crescente pericolo della diffusione di idee inconsiderate ed erronee, lo stesso Nostro Predecessore colle Lettere Apostoliche "Vigilantiae studiique memores", del 30 Ottobre 1902, istituiva la Pontificia Commissione Biblica, composta di alcuni Cardinali cospicui per dottrina e per senno; alla quale Commissione venivano aggiunti come Consultori vari Ecclesiastici, scelti fra i dotti in materia teologica e biblica, e diversi per nazionalità, nonché per preferenze di metodi e di pareri nel campo degli studi esegetici.

    Nel far ciò, il Pontefice mirava ad un vantaggio, altamente utile agli studi e particolarmente consentaneo all'indole dei tempi, vale a dire a far sì che in seno alla Commissione fossero presentate, ponderate e discusse sentenze di ogni sorta; e che, prima di addivenire ad una ferma decisione, i Cardinali, secondo le norme prescritte nelle citate Lettere Apostoliche, dovessero prendere in accurato esame gli argomenti favorevoli e contrari alle varie questioni, e niente omettessero di quanto potesse giovare alla perfetta conoscenza del vero stato dei problemi biblici portati in di scussione. Soltanto dopo siffatto procedimento, dovessero le prese decisioni sottoporsi al Sommo Pontefice per la relativa approvazione, ed essere poi pubblicate. Premessi lunghi esami e deliberazioni profondamente mature, la Pontificia Commissione Biblica ha felicemente emanate alcune decisioni oltremodo utili per il vero incremento e per sicura regola degli studi biblici.

    Pur tuttavia Noi vediamo che alcuni, troppo proclivi ad opinioni e metodi infetti di malsane novità, e troppo teneri per una malintesa libertà, che è vera ed intemperante licenza, pericolosissima in materia dottrinale e feconda di mali assai gravi contro la purezza della fede, non hanno fatto, né fanno alle menzionate decisioni, malgrado l'approvazione ad esse data dal Pontefice, quella ossequiente accoglienza che si dovrebbe.

    Per la qual cosa troviamo necessario di dichiarare e di decretare, come con questo Nostro atto dichiariamo ed espressamente decretiamo, che tutti sono tenuti in coscienza a sottomettersi alle decisioni passate e future della Pontificia Commissione Biblica, non altrimenti che ai Decreti dottrinali delle Sacre Congregazioni approvati dal Pontefice; e che coloro, i quali verbalmente od in iscritto contraddicono a tali decisioni, non vanno esenti dalla nota di disobbedienza e di temerità, né, per conseguenza, sono immuni da colpa grave: ciò indipendentemente dallo scandalo che arrecano, e dalle responsabilità che possano incorrere a Dio per altre temerità ed errori che sogliono accompagnare simili opposizioni.

    Inoltre, nell'intento di reprimere la crescente audacia di non pochi modernisti, i quali con ogni sorta di sofismi e di male arti si studiano di togliere forza ed effcacia non solo al decreto "Lamentabili sane exitu", emanato per Nostro ordine dalla S. Congregazione del Sant'Uffizio il 3 Luglio 1907, ma anche alla Nostra Enciclica "Pascendi Dominici gregis" del dì 8 settembre di questo stesso anno, Noi rinnoviamo e confermiamo, in virtù della Nostra Apostolica autorità, tanto quel Decreto della Sacra Suprema Congregazione, quanto l'anzidetta Enciclica, aggiungendo la pena della scomunica a danno di coloro che contraddicano a questi documenti, e decretoriamente dichiarando che chiunque ardirà sostenere, il che Dio non permetta, alcuna delle proposizioni, opinioni e dottrine riprovate nell'uno o nell'altro dei documenti suddetti, sarà soggetto ipso facto alla censura del Capo Docentes della Costituzione "Apostolicae Sedis", che è la prima delle scomuniche latae sententiae riservate simpliciter al Romano Pontefice.

    Questa scomunica poi è indipendente dalle pene, nelle quali quanti mancheranno in ordine ai surriferiti documenti possono incorrere come propagatori e difensori di eresie, allorquando le proposizioni, opinioni o dottrine da essi propugnate siano eretiche; il che agli avversari dei due citati documenti accade in non pochi casi, e principalmente allorché difendono gli errori del Modernismo, sintesi di tutte le eresie.

    Presi questi provvedimenti, Noi torniamo a raccomandare caldamente agli Ordinari diocesani ed ai Superiori degli Istituti Religiosi di vegliare con ogni diligenza sugli insegnanti, specialmente dei Seminari; e quando li vedano infetti di errori modernisti e di malsane novità, ovvero meno sottomessi alle prescrizioni della Santa Sede, in qualsiasi modo pubblicate, li allontanino affatto dall'insegnamento. Per egual modo, escludano dalle sacre Ordinazioni quei giovani, i quali lascino il più piccolo dubbio di correr dietro a dottrine condannate o a dannose novità. Nell'istesso tempo li esortiamo ad invigilare sempre e con ogni premura i libri e le altre pubblicazioni, già troppo numerose, che presentino idee e tendenze simili a quelle condannate nell'Enciclica e nel Decreto; libri e pubblicazioni di tal fatta eliminino dalle librerie cattoliche e molto più dalle mani della gioventù studiosa e del Clero.

    Adempiendo con zelo questo ufficio, essi promoveranno altresì la vera e solida cultura intellettuale, che deve essere precipuo oggetto della Pastorale sollecitudine.

    In forza dell'autorità Nostra, Noi vogliamo e comandiamo che tutte queste disposizioni restino fisse ed abbiano efficacia, non ostante qualunque cosa in contrario.

    Dato a Roma, presso San Pietro, il 18 Novembre 1907, anno V del Nostro Pontificato.

    ----------------------

    Lamentabili sane exitu

    SUPREMA SACRA INQUISIZIONE ROMANA ED UNIVERSALE

    Con deplorevoli frutti, l'età nostra, impaziente di freno nell'indagare le somme ragioni delle cose, non di rado segue talmente le novità, che, lasciata da parte, per così dire, l'eredità del genere umano, cade in errori gravissimi. Questi errori sono di gran lunga più pericolosi qualora si tratti della disciplina sacra, dell'interpretazione della Sacra Scrittura, dei principali misteri della Fede.

    È da dolersi poi grandemente che, anche fra i cattolici, si trovino non pochi scrittori i quali, trasgredendo i limiti stabiliti dai Padri e dalla Santa Chiesa stessa, sotto le apparenze di più alta intelligenza e col nome di considerazione storica, cercano un progresso dei dogmi che, in realtà, è la corruzione dei medesimi.

    Affinché dunque simili errori, che ogni giorno si spargono tra i fedeli, non mettano radici nelle loro anime e corrompano la sincerità della Fede, piacque al Santissimo Signore Nostro Pio per divina Provvidenza Papa X, che per questo officio della Sacra Romana ed Universale Inquisizione si notassero e si riprovassero quelli fra di essi che sono i precipui.

    Perciò, dopo istituito diligentissimo esame e avuto il voto dei Reverendi Signori Consultori, gli Eminentissimi e Reverendissimi Signori Cardinali Inquisitori generali nelle cose di fede e di costumi, giudicarono che le seguenti proposizioni sono da riprovarsi e da condannarsi, come si riprovano e si condannano con questo generale Decreto:

    1. La legge ecclesiastica che prescrive di sottoporre a previa censura i libri concernenti la Sacra Scrittura non si estende ai cultori della critica o dell'esegesi scientifica dei Libri dell'Antico e del Nuovo Testamento.

    2. L'interpretazione che la Chiesa dà dei Libri sacri non è da disprezzare, ma soggiace ad un più accurato giudizio e alla correzione degli esegeti.

    3. Dai giudizi e dalle censure ecclesiastiche, emanati contro l'esegesi libera e superiore, si può dedurre che la fede proposta dalla Chiesa contraddice la storia, e che i dogmi cattolici in realtà non si possono accordare con le vere origini della religione cristiana.

    4. Il magistero della Chiesa non può determinare il genuino senso delle sacre Scritture nemmeno con definizioni dogmatiche.

    5. Siccome nel deposito della fede non sono contenute solamente verità rivelate, in nessun modo spetta alla Chiesa giudicare sulle asserzioni delle discipline umane.

    6. Nella definizione delle verità, la Chiesa discente e la Chiesa docente collaborano in tale maniera, che alla Chiesa docente non resta altro che ratificare le comuni opinioni di quella discente.

    7. La Chiesa, quando condanna gli errori, non può esigere dai fedeli nessun assenso interno che accetti i giudizi da lei dati.

    8. Sono da ritenersi esenti da ogni colpa coloro che non tengono in alcun conto delle riprovazioni espresse dalla Sacra Congregazione dell'Indice e da altre Sacre Congregazioni Romane.

    9. Coloro che credono che Dio è l'Autore della Sacra Scrittura sono influenzati da eccessiva ingenuità o da ignoranza.

    10. L'ispirazione dei Libri dell'Antico Testamento consiste nel fatto che gli Scrittori israeliti tramandarono le dottrine religiose sotto un certo aspetto particolare in parte conosciuto e in parte sconosciuto ai gentili.

    11. L'ispirazione divina non si estende a tutta la Sacra Scrittura al punto che tutte e singole le sue parti siano immuni da ogni errore.

    12. L'esegeta, qualora voglia affrontare con utilità gli studi biblici, deve, anzitutto, lasciar cadere quel certo qual preconcetto inerente l'origine sovrannaturale della Sacra Scrittura.

    13. Gli stessi Evangelisti e i Cristiani della seconda e terza generazione composero le parabole evangeliche in modo artificioso così da spiegare gli esigui frutti della predicazione di Cristo presso i giudei.

    14. Gli Evangelisti riferirono in molte narrazioni non tanto ciò che effettivamente accadde, quanto ciò che essi ritennero maggiormente utile ai lettori, ancorché falso.

    15. Gli Evangeli furono soggetti a continue aggiunte e correzioni, fino alla definizione e alla costituzione del canone; in essi, pertanto, della dottrina di Cristo, non rimase che un tenue e incerto vestigio.

    16. I racconti d Giovanni non sono propriamente storia, ma mistica contemplazione del Vangelo; i discorsi contenuti nel suo Vangelo sono meditazioni teologiche sul Mistero della Salvezza, destituite di verità storica.

    17. Il quarto Evangelo esagerò i miracoli, non solo perché apparissero maggiormente straordinari, ma anche affinché fossero più adatti a significare l'opera e la gloria del Verbo Incarnato.

    18. Giovanni rivendica a sé il ruolo di testimone di Cristo; in verità egli non è che un eccellente testimone di vita cristiana, ovvero della vita di Cristo alla fine del primo secolo.

    19. Gli esegeti eterodossi espresso più fedelmente il vero senso della Scrittura di quanto non abbiano fatto gli esegeti cattolici.

    20. La Rivelazione non poté essere altro che la coscienza acquisita dall'uomo circa la sua relazione con Dio.

    21. La Rivelazione, che costituisce l'oggetto della Fede cattolica, non si è conclusa con gli Apostoli.

    22. I dogmi, che la Chiesa presenta come rivelati, non sono verità cadute dal cielo, ma l'interpretazione di fatti religiosi, che la mente umana si è data con travaglio.

    23. Può esistere, ed esiste in realtà, un'opposizione tra i fatti raccontati dalla Sacra Scrittura ed i dogmi della Chiesa fondati sopra di essi; sicché il critico può rigettare come falsi i fatti che la Chiesa crede certissimi.

    24. Non dev'essere condannato l'esegeta che pone le premesse, cui segue che i dogmi sono falsi o dubbi, purché non neghi direttamente i dogmi stessi.

    25. L'assenso della Fede si appoggia da ultimo su una congerie di probabilità.

    26. I dogmi della Fede debbono essere accettati soltanto secondo il loro senso pratico, cioè come norma precettiva riguardante il comportamento, ma non come norma di Fede.

    27. La Sacra Scrittura non prova la Divinità di Gesù Cristo; ma è un dogma che la coscienza cristiana deduce dal concetto di Messia.

    28. Gesù, durante il suo Ministero, non parlava per insegnare di essere il Messia, né i suoi miracoli miravano a dimostrarlo.

    29. Si può ammettere che il Cristo storico sia molto inferiore al Cristo della Fede.

    30. In tutti i testi evangelici, il nome "Figlio di Dio" equivale soltanto a nome "Messia" e non significa assolutamente che Cristo è vero e naturale Figlio di Dio.

    31. La dottrina su Cristo, tramandata da Paolo, Giovanni e dai Concili Niceno, Efesino e Calcedonense, non è quella insegnato da Gesù, ma che su Gesù concepì la coscienza cristiana.

    32. Non è possibile conciliare il senso naturale dei testi evangelici con quello che i nostri teologi insegnano circa la coscienza e la scienza infallibile di Gesù Cristo.

    33. È evidente a chiunque non sia influenzato da opinioni preconcette che Gesù ha professato un errore circa il prossimo avvento messianico, o che la maggior parte della sua dottrina, contenuta negli Evangeli sinottici, è priva di autenticità.

    34. Il critico non può affermare che la scienza di Cristo non sia circoscritta da alcun limite, se non ponendo ipotesi - non concepibile storicamente e che ripugna al senso morale - secondo la quale Cristo abbia avuto la conoscenza di Dio in quanto uomo e non abbia voluto in alcun modo darne notizia ai discepoli e alla posterità.

    35. Cristo non ebbe sempre la coscienza della sua dignità messianica.

    36. La Risurrezione del Salvatore non è propriamente un fatto di ordine storico, ma un fatto di ordine meramente sovrannaturale, non dimostrato né dimostrabile, che la coscienza cristiana lentamente trasse dagli altri.

    37. La Fede nella Risurrezione di Cristo inizialmente non fu tanto nel fatto stesso della Risurrezione, quanto nella vita immortale di Cristo presso Dio.

    38. La dottrina concernente la Morte espiatrice di Cristo non è evangelica, ma solo paolina.

    39. Le opinioni sull'origine dei Sacramenti, di cui erano imbevuti i Padri tridentini, e che senza dubbio ebbero un influsso nei loro Canoni dogmatici, sono molto distanti da quelle cui ora gli storici del Cristianesimo dànno credito.

    40. I Sacramenti ebbero origine perché gli Apostoli e i loro successori interpretarono una certa idea e intenzione di Cristo, sotto la persuasione e la spinta di circostanze ed eventi.

    41. I Sacramenti hanno come unico fine di ricordare alla mente dell'uomo la presenza sempre benefica del Creatore.

    42. La comunità cristiana inventò la necessità del Battesimo, adottandolo come rito necessario e annettendo ad esso gli obblighi della professione cristiana.

    43. L'uso di conferire il Battesimo ai bambini fu un'evoluzione disciplinare, ragion per cui il Sacramento è diventato due, cioè il Battesimo e la Penitenza.

    44. Nulla prova che il rito del Sacramento della Confermazione sia stato istituito dagli Apostoli; la formale distinzione di due Sacramenti, cioè del Battesimo e della Confermazione, non risale alla storia del cristianesimo primitivo.

    45. Non tutto ciò che narra Paolo a proposito dell'istituzione dell'Eucaristia [I Cor., 11, 23-25] è da considerarsi fatto storico.

    46. Il concetto della riconciliazione del cristiano peccatore, per autorità della Chiesa, non fu presente nella comunità primitiva: fu la Chiesa ad abituarsi lentamente a questo concetto. Per di più, dopo che la Penitenza fu riconosciuta quale istituzione della Chiesa, non veniva chiamata col nome di Sacramento, poiché era considerata come Sacramento vergognoso.

    47. Le parole del Signore "Ricevete lo Spirito Santo; a coloro ai quali rimetterete i peccati saranno rimessi e a coloro ai quali non li rimetterete non saranno rimessi" [Joh., 20, 22-23] non si riferiscono al Sacramento della Penitenza, anche se i Padri tridentini vollero affermarlo.

    48. Giacomo, nella sua epistola [Jac., 5, 14 sqq.], non volle promulgare un Sacramento di Cristo, ma raccomandare una pia pratica e se in ciò riconobbe un certo qual mezzo di Grazia, non lo intese con quel rigore con cui lo intesero i teologi che stabilirono la nozione e il numero dei Sacramenti.

    49. Coloro che erano soliti presiedere alla cena cristiana acquisirono il carattere sacerdotale per il fatto che essa progressivamente andava assumendo l'indole di un'azione liturgica.

    50. Gli anziani che, nelle adunanze dei Cristiani, esercitavano l'ufficio di vigilanza, furono dagli Apostoli creati preti o vescovi per provvedere all'ordinamento necessario delle crescenti comunità, e non propriamente per perpetuare la missione e la potestà Apostolica.

    51. Il Matrimonio fu riconosciuto dalla Chiesa come Sacramento della nuova Legge solo molto tardi; infatti, perché il Matrimonio fosse considerato Sacramento, era necessario che lo precedesse la piena dottrina della Grazia e la spiegazione teologica del Sacramento.

    52. Cristo non volle costituire la Chiesa come società duratura sulla terra, per lunga successione di secoli; anzi, nella mente di Cristo, il regno del Cielo, unitamente alla fine del mondo, doveva essere prossimo.

    53. La costituzione organica della Chiesa non è immutabile; ma la società cristiana, non meno della società umana, va soggetta a continua evoluzione.

    54. I dogmi, i sacramenti, la gerarchia, sia nel loro concetto come nella loro realtà, non sono che interpretazioni ed evoluzioni dell'intelligenza cristiana, le quali svilupparono e perfezionarono il piccolo germe latente nel Vangelo con esterne aggiunte.

    55. Simon Pietro non ha mai sospettato di aver ricevuto da Cristo il primato nella Chiesa.

    56. La Chiesa Romana diventò capo di tutte le Chiese non per disposizione della Divina Provvidenza, ma per circostanze puramente politiche.

    57. La Chiesa si mostra ostile ai progressi delle scienze naturali e teologiche.

    58. La verità non è immutabile più di quanto non lo sia l'uomo stesso, poiché si evolve con lui, in lui e per mezzo di lui.

    59. Cristo non insegnò un determinato insieme di dottrine applicabile a tutti i tempi e a tutti gli uomini, ma piuttosto iniziò un certo qual moto religioso adattato e da adattare a diversi tempi e circostanze.

    60. La dottrina cristiana fu, nel suo esordio, giudaica; poi divenne, per successive evoluzioni, prima paolina, poi giovannea, infine ellenica e universale.

    61. Si può dire senza paradosso che nessun passo della Scrittura, dal primo capitolo della Genesi fino all'ultimo dell'Apocalisse, contiene una dottrina perfettamente identica a quella che la Chiesa insegna sullo stesso argomento, e perciò nessun capitolo della Scrittura ha lo stesso senso per il critico e per il teologo.

    62. Gli articoli principali del Simbolo apostolico non avevano per i cristiani dei primi tempi lo stesso significato che hanno per i cristiani del nostro tempo.

    63. La Chiesa si dimostra incapace a tutelare efficacemente l'etica evangelica, perché ostinatamente si attacca a dottrine immutabili, inconciliabili con i progressi odierni.

    64. Il progresso delle scienze richiede una riforma del concetto che la dottrina cristiana ha di Dio, della Creazione, della Rivelazione, della Persona del Verbo Incarnato e della Redenzione.

    65. Il Cattolicesimo odierno non può essere conciliato con la vera scienza, a meno che non si trasformi in un cristianesimo non dogmatico, cioè in protestantesimo lato e liberale.

    Nella seguente Feria V, il giorno 4 dello stesso mese ed anno, fatta di tutte queste cose accurata relazione al Santissimo Signor Nostro Pio Papa X, Sua Santità approvò e confermò il Decreto degli Eminentissimi Padri e diede ordine che tutte e singole le sopra enumerate proposizioni siano considerate da tutti come riprovate e condannate.

    Pietro Palombelli,
    Notaro della Sacra Inquisizione Romana ed Universale

    Dato a Roma, presso il Palazzo del Sant'Uffizio, il giorno 3 del mese di Luglio dell'Anno 1907.

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    RESPONSA ET DECLARATIONES PONTIFICIAE COMMISSIONIS DE RE BIBLICA
    ClRCA CITATIONES IMPLICITAS IN SACRA SCRIPTURA CONTENTAS (Acta Sanctae Sedis 37 [1904-1905] p. 666 ). (13 februarii 1905)

    Cum ad normam directivam habendam pro studiosis Sacrae Scripturae proposita fuerit Commissioni Pontificiae de Re Biblica sequens quaestio, videlicet :

    Utrum ad enodandas difficultates quae occurrunt in nonnullis S. Scripturae textibus, qui facta historica referre videntur, liceat Exegetae catholico asserere agi in his de citatione tacita vel implicita documenti ab auctore non inspirato conscripti, cuius adserta omnia auctor inspiratus minime adprobare aut sua facere intendit, quaeque ideo ab errore immunia haberi non possunt?

    Praedicta Commissio respondendum censuit:

    Negative, excepto casu in quo, salvis sensu ac iudicio Ecclesiae, solidis argumentis probetur: 1.° Hagiographum alterius dicta vel documenta revera citare; et 2.° eadem nec probare, nec sua facere, ita ut iure censeatur non proprio nomine loqui.

    DE NARRATIONIBUS SPECIETENUS TANTUM HISTORICIS IN S. SCRIPTURAE LIBRIS, QUI PRO HISTORICIS HABENTUR (Acta Sanctae Sedis 38 [1905-1906] p. 124 s.).
    (23 iunii 1905.)

    Proposito sequenti dubio Consilium Pontificium pro studiis de Re Biblica provehendis respondendum censuit prout sequitur:

    Dubium: Utrum admitti possit tamquam principium rectae exegeseos sententia quae tenet S. Scripturae libros qui pro historicis habentur, sive totaliter sive ex parte, non historiam proprie dictam et obiective veram quandoque narrare, sed speciem tantum historiae prae se ferre ad aliquid significandum a proprie litterali seu historica verborum significatione alienum?

    Resp. Negative. excepto tamen casu, non facile nec temere admittendo, in quo, Ecclesiae sensu non refragante ciusque salvo iudicio, solidis argumentis probetur Hagiographum voluisse non veram et proprie dictam historiam tradere, sed sub specie et forma historiae parabolam, allegoriam, vel sensum aliquem a proprie litterali seu historica verborum significatione remotum proponere.

    DE MOSAICA AUTHENTIA PENTATEUCHl (Acta Sanctae Sedis 39 [1906] p. 377 s.).
    (27 iunii 1906. )

    Propositis sequentibus dubiis Consilium Pontificium pro studiis de Re Biblica provehendis respondendum censuit prout sequitur :

    I. Utrum argumenta a criticis congesta ad impugnandam authentiam mosaicam sacrorum librorum, qui Pcntateuchi nomine designantur, tanti sint ponderis, ut posthabitis quampluribus testimoniis utriusque Testamenti collective sumptis, perpetua consensione populi iudaici, Ecclcsiae quoque constanti traditione necnon indiciis internis quae ex ipso textu eruuntur, ius tribuant afiirmandi hos libros non Moysen habere auctorem, sed ex fontibus maxima ex parte aetate mosaica posterioribus fuisse confectos?

    Resp. Negative.

    II. Utrum mosaica authentia Pentateuchi talem necessario postulet redactionem totius operis, ut prorsus tenendum sit Moysen omnia et singula manu sua scripsisse vel ammanuensibus dictasse; an etiam eorum hypothesis permitti possit qui existimant eum opus ipsum a se sub divinae inspirationis afflatu conceptum alteri vel pluribus scribendum commisisse, ita taraen ut sensa sua fideliter redderent, nihil contra suam voluntatem scriberent, nihil omitterent; ac tandem opus hac ratione confectum, ab eodem Moyse principe inspiratoque auctore probat cum ipsiusmet nomine vulgaretur?

    Resp. Negative ad primam partem, affirmative ad secundam.

    III. Utrum absque praeiudicio mosaicae authentiae Pentateuchi concedi possit Moysen ad suum conficiendum opus fontes adhibuisse, scripta videlicet documenta vel orales traditiones, ex quibus, secundum peculiarem scopum sibi propositum et sub divinae inspirationis afflatu, nonnulla hauserit eaque ad verbum vel quoad sententiam, contracta vel amplificata ipsi operi in-seruerit?

    Resp. Affirmative.

    IV. Utrum, salva substantialiter mosaica authentia et integritate Pentateuchi, admitti possit tam longo saeculorum decursu nonnullas ei modificationes obvenisse, uti: additamenta post Moysi mortem vel ab auctore inspirato apposita, vel glossas et explicationes textui interiectas; vocabula quaedam et formas e sermone antiquato in sermonem recentiorem translatas; mendosas demum lectiones vitio ammanuensium adscribendas, de quibus fas sit ad normas artis criticae disquirere et iudicare?

    Resp. Affirmative, salvo Ecclesiae iudicio.

    DE AUCTORE ET VERITATE HISTORICA
    QUARTI EVANGELII (ACTA SANCTAE SEDIS 40 [1907] P. 383 S.). (29 maii 1907.)

    Propositis sequentibus dubiis Commissio Pontificia de Re Biblica sequenti modo respondit:

    Dubium I: Utrum ex constanti, universali ac sollemni Ecclesiae traditione iam a saeculo II decurrente, prout maxime eruitur: a) ex SS. Patrum, scriptorum ecclesiasticorum, immo etiam haereticorum, testimoniis et allusionibus, quae, cum ab Apostolorum discipulis vel primis successoribus derivasse oportuerit, necessario nexu cum ipsa libri origine cohaerent; b) ex recepto semper et ubique nomine auctoris quarti Evangelii in canone et catalogis sacrorum librorum; c) ex eorumdem librorum vetustissimis manuscriptis codicibus et in varia idiomata versionibus; d) ex publico usu liturgico inde ab Ecclesiae primordiis toto orbe obtinente; praescin-dendo ab argumcnto theologico, tam solido argumento historico demonstretur Iohannem Apostolum et non alium quarti Evangelii auctorem esse agnoscendum, ut rationes a criticis in oppositum adductae hanc traditionem nullatenus infirment?

    Resp. Affirmative.

    Dubium II. Utrum etiam rationes internae quae eruuntur ex textu quarti Evangelii seiunctim considerato, ex scribentis testimonio et Evangelii ipsius cum prima epistula lohannis Apostoli manifesta cognatione censendae sint confirmare traditionem quae eidem Apostolo quartum Evangelium indubitanter attribuit?— Et utrum difficultates quae ex "collatione ipsius Evangelii cum aliis tribus desumuntur, habita prae oculis diversitate temporis, scopi et auditorum pro quibus vel contra quos auctor scripsit, solvi rationabiliter possint, prout SS. Patres et exegetae catholici passim praestiterunt?

    Resp. Affirmative ad utramque partem.

    Dubium III. Utrum, non obstante praxi quae a primis temporibus in universa Ecclesia constantissime viguit, arguendi ex quarto Evangetio tanquam ex documento proprie historico, considerata nihilominus indole peculiari eiusclem Evangelii et intentione auctoris manifesta illustrandi et vindicandi Christi divinitatem ex ipsis factis et sermonibus Domini, dici possit facta narrata in quarto Evangelio esse totaliter vel ex parte conficta ad hoc ut sint allegoriae vel symbola doctrinalia, sermones vero Domini non proprie et vere esse ipsius Domini sermones, sed compositiones theologicas scriptoris, licet in ore Do-mini positas?

    Resp. Negative.

    DE LIBRI ISAIAE INDOLE ET AUCTORE (Acta Sanctae Sedis 41 [1908] p. 613 s.).
    (28 iunii 1908.)

    Propositis sequentibus dubiis Commissio Pontificia de Re Biblica sequenti modo respondit:

    Dubium I. Utrum doceri possit, vaticinia quae leguntur in libro Isaiae—et passim in Scripturis—, non esse veri nominis vaticinia, sed vel narrationes post eventum confictas, vel, si ante eventum praenuntiatum quidpiam agnosci opus sit, id prophetam non ex supernaturali Dei futurorum praescii revelatione, sed ex his quae iam contigerunt, felici quadam sagacitate et naturali ingenii acumine, coniiciendo praenuntiasse?

    Resp. Negative.

    Dubium II. Utrum sententia quae tenet, Isaiam ceterosque prophetas vaticinia non edidisse nisi de his quae in continenti vel post non grande temporis spatium eventura erant, conciliari possit cum vaticiniis, imprimis messia-nicis et eschatologicis, ab eisdem prophetis de longinquo certo editis, necnon cum communi SS. Patrum sententia concorditer adserentium, prophetas ea quoque praedixisse, quae post multa saecula essent implenda?

    Resp. Negative.

    Dubium III. Utrum admitti possit, prophetas non modo tanquam correctores pravitatis humanae divinique verbi in profectum audientium praecones, verum etiam tamquam praenuntios eventuum futurorum, constanter alloqui debuisse auditores non quidem futuros, sed praesentes et sibi aequales, ita ut ab ipsis plane intellegi potuerint; proindeque secundam partem libri Isaiae (cap. 40-66), in qua vates non Iudaeos Isaiae aequales, at Iudaeos in exsilio babylonico lugentes veluti inter ipsos vivens alloquitur et solatur, non posse ipsum Isaiam iamdiu emortuum auctorem babere, sed oportere eam ignoto cuidam vati inter exsules viventi assignare?

    Resp. Negative.

    Dubium IV. Utrum, ad impugnandam identitatem auctoris libri Isaiae, argumenttun philologicum, ex lingua stiloque desumptum, tale sit censcndum, ut virum gravem, criticae artis et hebraicae linguae peritum, cogat in eodem libro pluralitatem auctorum agnoscere?

    Resp. Negative.

    Dubium V. Utrum solida prostent argumenta, etiam cumulative sumpta, ad evincendum Isaiae librum non ipsi soli Isaiae, sed duobus, immo pluribus auctoribus esse tribuendum?

    Resp. Negative.

    DE CHARACTERE HISTORICO TRIUM PRIORUM CAPITUM GENESEOS (Acta Apostolicae Sedis 1 [1909] p. 567-569). (30 iunii 1909.)

    I. Utrum varia systemata exegetica, quae ad excludendum sensum litteralem historicum trium priorum capitum libri Geneseos excogitata et scientiae fuco propugnata sunt, solido fundamento fulciantur?

    Resp. Negative.

    II. Utrum non obstantibus indole et forma historica libri Geneseos, peculiari trium priorum capitum inter se et cum sequentibus capittibus nexu, multiplici testimonio Scripturarum tum Veteris tum Novi Testamenti, unanimi fere sanctorum Patrum sententia ac traditionali sensu, quem, ab israelitico etiam populo transmissum, semper tenuit Ecclesia, doceri possit, praedicta tria capita Geneseos continere non rerum vere gestarum narrationes, quae scilicet obiectivae realitati et historicae veritati respondeant; sed vel fabulosa ex veterum populorum mythologiis et cosmogoniis deprompta et ab auctore sacro, expurgato quovis polytheismi errore, doctrinae monotheisticae accommodata; vel allegorias et symbola, fundamento obiectivae realitatis destituta, sub historiae specie ad religiosas et philosophicas veritates inculcandas proposita; vel tandem legendas ex parte historicas et ex parte ficticias ad animorum instructionem et aedificationem libere compositas?

    Resp. Negative ad utramque partem.

    III. Utrum speciatim sensus litteralis historicus vocari in dubium possit, ubi agitur de factis in eisdem capitibus enarratis, quae christianae religionis fundamenta attingunt: uti sunt, inter cetera, rerum universarum creatio a Deo facta in initio temporis; pcculiaris creatio hominis; formatio primae mulieris ex primo homine; generis humani unitas; originalis protoparentum felicitas in statu iustitiae, integritatis et immortalitatis; praeceptum a Deo homini datum ad eius oboedientiam probandam: divini praecepti, diabolo sub serpentis specie suasore, transgressio; protoparentum deiectio ab illo primaevo innocentiae statu; nec non Reparatoris futuri promissio?

    Resp. Ncgative.

    IV. Utrum in interpretandis illis horum capitum locis, quos Patres et Doctores diverso modo intellexerunt. quin certi quidpiam definitique tradiderint, liceat, salvo Ecclesiae iudicio servataque fidei analogia, eam quam quisque prudenter probaverit, sequi tuerique sententiam?

    Resp. Affirmative.

    V. Utrum omnia et singula, verba videlicet et phrases, quae in praedictis capitibus occurrunt, semper et necessario accipienda sint sensu proprio, ita ut ab eo discedere nunquam liceat, etiam cum locutiones ipsae manifeste appareant improprie seu metaphorice vel anthropomorphice usurpatae, et sensum proprium vel ratio tenere prohibeat vel necessitas cogat dimittere?

    Resp. Negative.

    VI. Utrum. praesupposito litterali et historico sensu, nonnullorum locorum eorumdem capitum interpretatio allegorica et prophettca, praefulgente sanctorum Patrum et Ecclesiae ipsius exemplo, adhiberi sapienter et utiliter possit?

    Resp. Affirmative.

    VII. Utrum, cum in conscribendo primo Geneseos capite non fuerit sacri auctoris mens intimam adspectabilium rerum constitutionem ordinemque creationis completum scientifico more docere, sed potius suae genti tradere notitiam popularem, prout communis sermo ferebat per ea tempora, sensibus et captui hominum accom-modatam, sit in horum interpretatione adamussim semperque investiganda scientifici sermonis proprietas?

    Resp. Negative.

    VIII. Utrum in illa sex dierum denominatione atque distinctione, de quibus in Geneseos capite primo, sumi possit vox yom (dies) sive sensu proprio pro die naturali, siye sensu improprio pro quodam temporis spatio, deque huiusmodi quaestione libere inter exegetas disceptare liceat?

    Resp. Affirmative.

    DE AUCTORIBUS ET DE TEMPORE COMPOSITIONIS PSALMORUM (Acta Apostolicae Sedis 2 [1910] p. 354). (1 maii 1910.)

    I. Utrum appellationes Psalmi David, Hymni David, Liber Psalmorum David, Psalterium Davidicum, in antiquis collectionibus et in Conciliis ipsis usurpatae ad dcsignandum Veteris Testamenti librum 150 Psalmorum, sicut etiam plurium Patrum et Doctorum sententia, qui te-nuerunt omnes prorsus Psalterii psalmos uni David esse adscribendos, tantam vim habeant, ut Psalterii totius unicus auctor David haberi debeat?
    Resp. Negative.

    II. Utrum ex concordantia textus hebraici cum graeco textu alexandrino aliisque vetustis versionibus argui iure possit, titulos psalmorum hebraico textui praefixos antiquiores esse versione sic dicta LXX virorum; ac proinde si non directe ab auctoribus ipsis psalmorum, a vetusta saltem iudaica traditione derivasse?

    Resp. Affirmative.

    III. Utrum praedicti psalmorum tituli, iudaicae traditionis testes, quando nulla ratio gravis est contra eorum genuinitatem, prudenter possint in dubium revocari?

    Resp. Negative.

    IV. Utrum, si considerentur Sacrae Scripturas haud infrequentia testimonia circa naturalem Davidis peritiam, Spiritus Sancti charismate illustratam in componendis carminibus religiosis, institutiones ab ipso conditae de cantu psalmorum liturgico attributiones psalmorum ipsi factae tum in Veteri Testamento, tum in Novo, tum in ipsis inscriptionibus, quae psalmis ab antiquo praefixae sunt; insuper cpnsensus ludaeorum, Patrum et Doctorum Ecclesiae, prudenter denegari possit, praecipuum Psalterii carminum Davidem esse auctorem, vel contra af-firmari pauca dumtaxat eidem regio psalti carmina esse tribuenda?

    Resp. Negative ad utramque partem.

    V. Utrum in specie denegari possit davidica origo eorum psalmorum qui in Veteri vel Novo Testamento diserte sub Davidis nomine citantur, inter quos prae ceteris recensendi veniunt Ps 2 Quare fremuerunt gentes : Ps 15 Conserva me, Domine; Ps 17 Diligam te, Domine, fortitudo mea; Ps 31 Beati quorum remissae sunt iniquitates; Ps 68 Salvum me fac, Deus; Ps 109 Dixit Dominus Domino meo?

    Resp. Negative.

    VI. Utrum sententia eorum admitti possit qui tenent inter Psalterii psalmos nonnullos esse sive Davidis sive aliorum auctorum, qui propter rationes liturgicas et musicales, oscitantiam ammanuensium aliasve incompertas causas in plures fuerint divisi vel in unum coniuncti; itemque alios esse psalmos, uti Miserere mei, Deus, qui ut melius aptarentur circumstantiis historicis vel sollemnitatibus populi iudaici, leviter fuerint retractati vel modificati, subtractione aut additione unius alteriusve versiculi, salva tamen totius textus sacri inspiratione?

    Resp. Affirmative ad utramque partem.

    VII. Utrum sententia eorum inter recentiores scriptorum, qui indiciis dumtaxat internis innixi vel minus recta sacri textus interpretatione demonstrari conati sunt non paucos esse psalmos post tempora Esdrae et Nehemiae, quin-immo aevo Machabaeorum, compositos, probabiliter sustineri possit?

    Resp. Negative.

    VIII. Utrum ex multiplici sacrorum librorum Novi Tcstamenti testimonio et unanimi Patrum consensu, fatentibus etiam iudaicae gentis scriptoribus, plures agnoscendi sint psalmi prophetici et messianici, qui futuri Liberatoris adventum, regnum, sacerdotium, passionem, mortem et resurrectionem vaticinati sunt; ac proinde reiicienda prorsus eorum sententia sit, qui indolem psalmorum propheticam ac messianicam pervertentes, eadem de Christo oracula ad futuram tantum sortem populi electi praenuntiandara coarctant?

    Resp. Affirmative ad utramque partem.

    DE AUCTORE, DE TEMPORE COMPOSITIONIS ET DE HISTORICA VERITATE EVANGELII SECUNDUM MATTHAEUM (Acta Apostolicae Sedis 3 [1911] p. 294-296). (19 iunii 1911.)

    Propositis sequentibus dubiis Pontificia Commissio de Re Biblica ita respondendum decrevit:

    I. Utrum, attento universali a primis saeculis constanti Ecclesiae consensu, quem luculenter ostendunt diserta Patrum testimonia, codicum Evangeliorum inscriptiones, sacrorum librorum versiones vel antiquissimae et catalogi a Sanctis Patribus, ab ecclesiasticis scriptoribus, a Summis Pontificibus et Conciliis traditi, ac tandem usus liturgicus Ecclesiae orientalis et occidentalis, affirmari certo possit et debeat Matthaeum, Christi Apostolum, revera Evangelii sub eius nomine vulgati esse auctorem?

    Resp. Affirmative.

    II. Utrum traditionis suffragio satis fulciri censenda sit sententia quae tenet Matthaeum et ceteros Evangelistas in scribendo praecessisse, et primum Evangelium patrio sermone a Iudaeis palaestinensibus tunc usitato, quibus opus illud erat directum, conscripsisse ?

    Resp. Affirmative ad utramque partem.

    III. Utrum redactio huius originalis textus differri possit ultra tempus eversionis lerusalem, ita ut vaticinia quae de eadem eversione ibi leguntur, scripta fuerint post eventum; aut, quod allegari solet Irenaei testimonium (Adv. haer., 1.3 c.3 n.2), incertae et controversae interpretationis, tanti ponderis sit existimandum, ut cogat reiicere eorum sententiam qui congruentius traditioni censent eamdem redactionem etiam ante Pauli in Urbem adventum fuisse confectam?

    Resp. Negative ad utramque partem.

    IV. Utrum sustinert vel probabiliter possit illa modernorum quorumdam opinio, iuxta quam Matthaeus non proprie et stricte Evangelium composuisset, quale nobis est traditum, sed tantummodo collectionem aliquam dictorum seu sermonum Christi, quibus tamquam fontibus usus esset alius auctor anonymus, quem Evan-gelii ipsius redactorem faciunt?

    Resp. Negative.

    V. Utrum ex eo quod Patres et ecclesiastici scriptores omnes, immo Ecclesia ipsa iam a suis incunabulis unice usi sunt, tamquam canonico, graeco textu Evangelii sub Matthaei nomine cogniti, ne iis quidem exceptis, qui Matthaeum Apostolum patrio scripsisse sermone expresse tradiderunt, certo probari possit ipsum Evange-lium graecum identicum esse quoad substantiam cum Evangelio illo, patrio sermone ab eodem Apostolo exarato?

    Resp. Affirmative.

    VI. Utrum ex eo quod auctor primi Evangelii scopum prosequitur praecipue dogmaticum et apologeticum, demonstrandi nempe Iudaeis Iesum esse Messiam a prophetis praenuntiatum et a Davidica stirpe progenitum, et quod insuper in disponendis factis et dictis quae enarrat et refert, non semper ordinem chronologicum te-net, deduci inde liceat ea non esse ut vera recipienda; aut etiam affirmari possit narrationes gestorum et sermonum Christi, quae in ipso Evangelio leguntur, alterationem quamdam et adaptationem sub influxu prophetiarum Veteris Testamenti et adultioris Ecclesiae status subiisse, ac proinde historicae veritati haud esse conformes?

    Resp. Negative ad utramque partem.

    VII. Utrum speciatim solido fundamcnto destitutae censeri iure debeant opiniones eorum, qui in dubium evocant authenticitatem historicam duorum priorum capitum, in quibus genealogia et infantia Christi narrantur, sicut et quarumdam in re dogmatica magni momenti sententiarum, uti sunt illae quae respiciunt primatum Petri (Mt 16,17-19), formam baptizandi cum universali missione praedicandi Apostolis traditam (Mt 28,19-20), professionem fidei Apostolorum in divinitatem Christi (Mt 14,33), et alia huiusmodi, quae apud Matthaeum peculiari modo enuntiata occurrunt?

    Resp. Affirmative.

    DE AUCTORE, DE TEMPORE COMPOSITIONIS ET DE HISTORICA VERITATE EVANGELIORUM SECUNDUM MARCUM ET SECUNDUM LUCAM (ACTA APOSTOLICAE SEDIS 4 [1912] P. 463-465). (26 iunii 1912.)

    Propositis sequentibus dubiis Pontificia Commissio de Re Biblica ita respondendum decrevit:

    I. Utrum luculentum traditionis suffragium inde ab Ecciesiae primordiis mire consentiens ac multiplici argumento firmatum, nimirum disertis Sanctorum Patrum et scriptorum ecclesiasticorum testimoniis, citationibus et allusionibus in eorumdem scriptis occurrentibus, veterum haereticorum usu, versionibus librorum Novi Testamenti, codicibus manuscriptis anti-quissimis et pene universis, atque etiam internis rationibus ex ipso sacrorum librorum textu desumptis, certo affirmare cogat Marcum, Petri discipulum et interpretem, Lucam vero medicum, Pauli adiutorem et comitem, revera Evangeliorum quae ipsis respective attribuuntur, esse auctores ?

    Resp. Affirmative.

    II. Utrum rationes, quibus nonnulli critici demonstrare nituntur postremos duodecim versus Evangelii Marci (Mc 16,9-20) non esse ab ipso Marco conscriptos, sed ab aliena manu appositos, tales sint, quae ius tribuant affirmandi eos non esse ut inspiratos et canonicos reci-piendos; vel saltem demonstrent versuum eorumdem Marcum non esse auctorem?

    Resp. Negative ad utramque partem.

    III. Utrum pariter dubitare liceat de inspiratione et canonicitate narrationum Lucae de infantia Christi (Lc 1-2) aut de apparitione angeli Iesum confortantis et de sudore sanguineo (Lc 22,43 s.); vel solidis saltem rationibus ostendi possit — quod placuit antiquis haereticis et quibusdam etiam recentioribus criticis ar-ridet — easdem narrationes ad genuinum Lucae Evangelium non pertinere?

    Resp. Negative ad utramque partem.

    IV. Utrum rarissima illa et prorsus singularia documenta, in quibus Canticum Magnificat non Beatae Virgini Mariae, sed Elisabeth tribuitur, ullo modo praevalere possint ac debeant contra testimonium concors omnium fere codicum tum graeci textus originalis tum versionum, necnon contra interpretationem quam plane exigunt non minus contextus quam ipsius Virginis animus et constans Ecclesiae traditio?

    Resp. Negative.

    V. Utrum, quoad ordinem chronologicum Evangeliorum, ab ea sententia recedere fas sit, quae, antiquissimo aeque ac constanti traditionis testimonio roborata, post Matthaeum, qui omnium primus Evangelium suum patrio sermone conscripsit, Marcum ordine secundum et Lucam tertium scripsisse testatur; aut huic sententiae adversari vicissim censenda sit eorum opinio, quae asserit Evangelium secundum et tertium ante graecam primi Evangelii versionem esse compositum?

    Resp. Negative ad utramque partem.

    VI. Utrum tempus compositionis Evangeliorum Marci et Lucae usque ad urbem Ierusalem eversam differre liceat; vel, eo quod apud Lucam prophetia Domini circa huius urbis eversionem magis determinata videatur, ipsius saltem Evangelium obsidione iam inchoata fuisse conscriptum, sustineri possit?

    Resp. Negative ad utramque partem.

    VII. Utrum affirmari debeat Evangelium Lucae praecessisse librum Actuum Apostolorum (Act 1,1 s.); et cum hic liber, eodem Luca auctore, ad finem captivttatis romanae Apostoli fuerit absolutus (Act 28, 30 s.), eiusdem Evangelium non post hoc tempus fuisse compositum ?

    Resp. Affirmative.

    VIII. Utrum, prae oculis habitis tum traditionis testimoniis, tum argumentis internis, quoad fontes quibus uterque Evangelista in conscribendo Evangclio usus est, in dubium vocari prudenter queat sententia quae tenet Marcum iuxta praedicationem Petri, Lucam autem iuxta praedicationem Pauli scripsisse; simulque asserit iisdem Evangelistis praesto fuisse alios quoque fontes fide dignos sive orales sive etiam iam scriptis consignatos?

    Resp. Negative.

    IX. Utrum dicta et gesta, quae a Marco iuxta Petri praedicationem accurate et quasi graphice enarrantur; et a Luca, assecuto omnia a principio diligenter per testes fide plane dignos, quippe qui ab initio ipsi viderunt et ministri fuerunt sermonis (Lc 1,2 s.), sincerissime exponun-tur, plenam sibi eam fidem historicam iure vindicent, quam eisdem semper praestitit Ecclesia; an e contrario eadem facta et gesta censenda sint historica veritate, saltem ex parte, destituta, sive quod scriptores non fuerint testes oculares, sive quod apud utrumque Evangelistam defectus ordinis ac discrepantia in successione factorum haud raro deprehendantur, sive quod, cum tardius venerint et scripserint, necessario conceptiones menti Christi et Apostolorum extraneas aut facta plus minusve iam imaginatione populi inquinata referre debuerint, sive demum quod dogmaticis ideis praeconceptis, quisque pro suo scopo, indulserint?

    Resp. Affirmative ad primam partem, negative ad alteram.

    DE QUAESTIONE SYNOPTICA SIVE DE MUTUIS RELATIONIBUS INTER TRIA PRIORA EVANGELIA (Acta Apostolicae Sedis 4 [1913] p. 465). (26 iunii I912.)

    Propositis pariter sequentibus dubiis Pontificia Commissio de Re Biblica ita respondendum decrevit:
    I. Utrum, servatis quae iuxta praecedenter statuta omnino servanda sunt, praesertim de authenticitate et integritate trium Evangeliorum Matthaei, Marci et Lucae, de identitate substantiali Eyangelii graeci Matthaei cum eius originali primitivo, necnon de ordine temporum quo eadem scripta fuerunt, ad explicandum eorum ad invicem similitudines aut dissimilitudines, inter tot varias oppositasque auctorum sententias, liceat exegetis libere disputare et ad hypotheses traditionis sive scriptae sive oralis vel etiam dependentiae unius a praecedenti seu a praecedentibus appellare?

    Resp. Affirmative.

    II. Utrum ea quae superius statuta sunt, ii servare censeri debeant, qui, nullo fulti traditionis testimonio nec historico argumento, facile amplectuntur hypothesim vulgo duorum fontium nuncupatam, quae cotrapsitionem Evanglii graeci Matthaei et Evangelii Lucae ex eorum potisstmum dependentia ab Evangelio Marci et a collectione sic dicta sermonum Domini contendit explicare; ac proinde eam libere propugnare valeant?

    Resp. Negative ad utramque partem.

    DE AUCTORE, DE TEMPORE COMPOSITIONIS ET DE HISTORICA VERITATE LIBRI ACTUUM APOSTOLORUM (ACTA APOSTOLICAE SEDIS 5 [1913] P. 291-292). (12 iunii 1913.)

    Propositis sequentibus dubiis Pontificia Commissio de Re Biblica ita respondendum decrevit:

    I. Utrum perspecta potissimum Ecclesiae universae traditione usque ad primaevos ecclesiasticos scriptores assurgente, attentisque internis rationibus libri Actuum sive in se sive in sua ad tertium Evangelium relatione considerati et praesertim mutua utriusque prologi affini-
    tate et connexione (Lc 1,1-4; Act 1,1 s.), uti certum tenendum sit volumen, quod titulo Actus Apostolorum praenotatur, Lucam Evangelistam habere auctorem?

    Resp. Affirmative.

    II. Utrum criticis rationibus desumptis tum ex lingua et stilo, tum ex enarrandi modo, tum ex unitate scopi et doctrinae, demonstrari possit librum Actuum Apostolorum uni dumtaxat auctori tribui debere; ac proinde eam recentiorum scriptorum sententiam, quae tenet Lucam non esse libri auctorem unicum, sed diversos esse agnoscendos eiusdem libri auctores quovis fundamento esse destitutam?

    Resp. Affirmative ad utramque partem.

    III. Utrum, m specie, pericopae in Actis conspicuae, in quibus, abrupto usu tertiae personae, inducitur prima pluralis (Wirstücke), unitatem compositionis et authenticitatem infirment; vel potius historice et philologice consideratae eam confirmare dicendae sint?

    Resp. Negative ad primam partem, affirmative ad secundam.

    IV. Utrum ex eo quod liber ipse, vix mentione facta biennii primae romanae Pauli captivitatis, abrupte clauditur, inferri liceat auctorem volumen alterum deperditum conscripsisse, aut conscribere intendisse, ac proinde tempus compositionis libri Actuum longe possit post eamdem captivitatem differri; vel potius iure et me-rito retinendum sit Lucam sub finem primae captivitatis romanae Apostoli Pauli librum absolvisse?

    Resp. Negative ad primam partem, affirmative ad secundam.

    V. Utrum, si simul considerentur tum frequens ac facile commercium quod procul dubio habult Lucas cum primis et praccipuis ecclesiae palaestinensis fundatoribus nec non cum Paulo gentium Apostolo, cuius et in evangelica praedicatione adiutor et in itineribus comes fuit, tum solita eius industria et diligentia in exquirendis testibus rebusquc suis oculis observandis; tum denique plerumque evidens et mirabilis consensus libri Actuum cum ipsis Pauli epistulis et cum sincerioribus historiae monumentis; certo teneri debeat Lucam fontes omni fide dignos prae manibus habuisse eosque accurate, probe et fideliter adhibuisse, adeo ut plenam auctoritatem historicam sibi iure vindicet?

    Resp. Affirmative.
    VI. Utrum difficultates, quae passim obiici solent tum ex factis supernaturalibus a Luca narratis; tum ex relatione quorumdam sermonum, qui, cum sint compendiose traditi, censentur conficti et circumstantiis adaptati; tum ex non-nullis locis ab historia sive profana sive biblica apparenter saltem dissentientibus; tum demum ex narrationibus quibusdam quae sive cum ipso Actuum auctore sive cum aliis auctoribus sacris pugnare videntur; tales sint, ut auctoritatem Actuum historicam in dubium revocare vel saltem aliquo modo minuere possint?

    Resp. Negative.

    DE AUCTORE, DE INTEGRITATE ET DE COMPOSITIONIS TEMPORE EPISTULARUM PASTORALIUM PAULI APOSTOLI (Acta Apostolicae Sedis 5 [1913] p. 292-293). (l2 iunii 1913).

    Propositis pariter sequentibus dubiis Pontificia Commissio de Re Biblica ita respondendum decrevit:
    I. Utrum prae oculis habita Ecclesiae traditione inde a primordiis universaliter firmiterque perseverante, prout multimodis ecclesiastica monumenta vetusta testantur, teneri certo debeat epistulas quae pastorales dicuntur, nempe ad Timotheum utramque et aliam ad Titum, non obstante quorumdam haereticorum ausu, qui eas, utpote suo dogmati contrarias, de numero paulinarum, nulla reddita causa, eraserunt, ab ipso Apostolo Paulo fuisse conscriptas et inter genuinas et canonicas perpetuo recensitas?

    Resp. Affirmative.

    II. Utrum hypothesis sic dicta fragmentaria a quibusdam recentioribus criticis invecta et varie proposita, qui nulla ceteroquin probabili ratione, immo inter se pugnantes, contendunt epistulas pastorales posteriori tempore ex fragmentis epistularum sive ex epistulis paulinis deperditis ab ignotis auctoribus fuisse contextas et notabiliter auctas, perspicuo et firmissimo traditionis testimonio aliquod vel leve praeiudicium inferre possit?

    Resp. Negative.

    III. Utrum difficultates quae multifariam obiici solent sive ex stilo et lingua auctoris, sive ex erroribus praesertim gnosticorum, qui uti iam tunc serpentes describuntur, sive ex statu ecclesiasticae hierarchiae, quae iam evoluta supponitur, aliaeque huiuscemodi in contrarium rationes, sententiam, quae genuinitatem epistularum pastoralium ratam certamque habet, quo-modolibet infirment?

    Resp. Negative.

    IV. Utrum, cum non minus ex historicis rationibus quam ex ecclesiastica traditione, SS. Patrum orientalium et occidentalium testimoniis consona, necnon ex indiciis ipsis, quae tum ex abrupta conclusione libri Actuum tum ex paulinis epistulis Romae conscriptis et praesertim ex secunda ad Timotheum facile eruuntur, uti certa haberi debeat sententia de duplici romana captivitate Apostoli Pauli; tuto affirmari possit epistulas pastorales conscriptas esse in illo temporis spatio quod intercedit inter liberationem a prima captivitate et mortem Apostoli?

    Resp. Affirmative.

    DE AUCTORE ET DE MODO COMPOSITIONIS EPISTULAE AD HEBRAEOS (Acta Apostolicae Sedis 6 [1914] p. 417 s.). (24 iunii 1914.)

    Propositis sequentibus dubiis Pontificia Commissio de Re Biblica ita respondendum decrevit:
    I. Utrum dubiis, quae primis saeculis, ob haereticorum imprimis abusum, aliquorum in Occidente animos tenuere circa divinam inspirationem ac paulinam originem epistulae ad Hebraeos, tanta via tribuenda sit, ut, attenta perpetua, unanimi ac constanti orientalium Patrum affirmatione, cui post saeculum IV totius occidentalis Ecclesiae plenus accessit consensus; perpensis quoque Summorum Pontificum sacrorumque Conciliorum, tridentini praesertim, actis, necnon perpetuo Ecclesiae universalis usu, haesitare liceat, eam non solum inter canonicas—quod de fide definitum est—verum etiam inter genuinas Apostoli Pauli epistulas certo recensere?

    Resp. Negative.

    II. Utrum argumenta, quae desumi solent sive ex insolita nominis Pauli absentia et consueti exordii salutationisque omissione in epistula ad Hebraeos, sive ex eiusdem linguae graecae puritate, dictionis ac stili elegantia et perfectione, sive ex modo quo in ea Vetus Testamentum allegatur et ex eo arguitur, sive ex dif-ferentiis quibusdam, quae inter huius ceterarumque Pauli epistularum doctrinam existere praetenduntur, aliquomodo eiusdem paulinam originem infirmare valeant; an potius perfecta doctrinae ac sententiarum consensio, admonitionum et exhortationum similitudo, necnon locutionum ac ipsorum verborum concordia a nonnullis quoque acatholicis celebrata, quae inter eam et reliqua Apostoli gentium scripta observantur, eamdem paulinam originem commonstrent atque confirment?

    Resp. Negative ad primam partem, affirmative ad alteram.

    III. Utrum Paulus Apostolus ita huius epistulae auctor censendus sit, ut necessario afirrmari debeat, ipsum eam totam non solum Spiritu Sancto inspirante concepisse et expressisse, verum etiam ea forma donasse qua prostat?

    Resp. Negative, salvo ulteriori Ecclesiae iudicio.

    DE PAROUSIA SEU DE SECUNDO ADVENTU D. N. IESU CHRISTI IN EPISTOLIS S. PAULI APOSTOLI (ACTA APOSTOLICAE SEDIS 7 [1915] P. 357 S.) (18 iunii 1915.)

    Propositis sequentibus dubiis Pontificia Commissio de Re Biblica ita respondendum decrevit:

    I. Utrum ad solvendas difficultates quae in epistolis sancti Pauli aliorumque Apostolorum occurrunt, ubi de parousia ut aiunt, seu de secundo adventu D. N. lesu Christi, sermo est, exegetae catholico permissum sit adserere, Apostolos, licet sub inspiratione Spiritus Sancti nul-lum doceant errorern, proprips nihilominus hu-manos sensus exprimere, quibus error vel deceptio subesse possit?
    Resp. Negative.

    II. Utrum, prae oculis habitis genuina muneris apostolici notione et indubia sancti Pauli fidelitate erga doctrinam Magistri, dogmate item catholico de inspiratione et inerrantia Sacrarum Scripturarum, quo omne id, quod hagiographus asserit. enuntiat, insinuat, retineri debet assertum enuntiatum, insinuatum a Spiritu Sancto, perpensis quoque textibus epistolarum Apostoli, in se consideratis, modo loquendi ipsius Domini apprime consonis, affirmare pporteat, Apostolum Paulum in scriptis suis nihil omnino dixisse, quod non perfecte concordet cum illa temporis parousiae ignorantia, quam ipse Christus hominum esse proclamavit?

    Resp. Affirmative.

    II. Utrum, attenta locution graeca «emeis oi zontes oi perileipomenoi», perpensa quoque expositione Patrum, imprimis sancti loannis Chrysostomi, tum in patrio idiomate, tum in epistolis paulinis versatissimi, liceat tamquam longius petitam et solido fundamento destitutam reiicere interpretationem in scholis catholicis traditionalem (ab ipsis quoque novatoribus saeculi XVI retentam), quae verba sancti Pauli in I Thess., IV, 15-17, explicat quin ullo modo involvat affirmationem parousiae tam proximae ut Apostolus seipsum suosque lectores adnumeret fidelibus illis, qui superstites futuri sunt obviam Christo?

    Resp. Negative.

    DECLARATIO DE ADDITIONE VARIARUM LECTIONUM IN EDITIONIBUS VERSIONIS VULGATAE N. ET V. T. (Acta Apostolicae Sedis 14 [1922] p. 27). (17 novembris 1921.)

    In Praefatione ad lectorem editionis Clementinae versionis Vulgatae Sacrarum Scripturarum legitur: «Porro in hac editione nihil non canonicum..., nullae ad marginem concordantiae (quae post hac inibi apponi non prohibentur), nullae notae, nullae variae lectiones, nullae denique praefationes... Sed sicut Apostolica Sedes industriam eorum non damnat, qui concordias locorum, varias lectiones, praefationes S. Hieronymi et alia id genus in aliis editionibus inseruerunt; ita quoque non prohibet, quin alio genere characteris, in hac ipsa Vaticana editione eiusmodi adiumenta pro studiosorum commoditate atque utilitate in posterum adiiciantur; ita tamen, ut lectiones variae ad marginem ipsius textus minime adnotentur.»

    Cum autem sint, qui putent ultimis hisce verbis prohiberi additionem variarum lcctionum non solum in margine laterali, verum etiam in inferiore seu ad calcem textus, quaesitum est a Pontificia Commissione Biblica: utrum liceat in editionibus versionis Vulgatae tam Novi quam Veteris Testamenti lectiones varias aliave huiusmodi studiosorum adiumenta ad calcem textus adiicere?

    Re examinata, Ppntificia Commissio Biblica respondit: Affirmative.

    DE FALSA DUORUM TEXTUUM INTERPRETATIONE (Acta Apostolicae Sedis 25 [1933] p. 344). (l iulii 1933.)

    Propositis sequentibus dubiis Pontifida Commissio de Re Biblica ita respondendum decrevit:

    l. Utrum viro catholico fas sit, maxime data interpretatione authentica Principum Apostolorum (Act., II 24-33; XIII, 35-37), verba Psalmi XV, 10-11: Non derelinques anlmam meam in inferno, nec dabis sanctum tuum videre corruptionem. Notos mihi fecisti vias vitae, sic interpretari quasi auctor sacer non sit locutus de resurrectione Domini Nostri lesu Christi?

    Resp. Negative.

    II. Utrum asserere liceat verba lesu Christi quae leguntur apud. S. Matthaeum, XVI, 26: Qitid prodest homini, si mundum universum lucretur, animae vero suae detrimentum patiatur? Aut quam dabit homo commutationem pro anima sua?, et pariter ea quae habentur apud S. Lucam, IX, 25: Quid enim proficit homo si lucretur universum mundum, se autem ipsum perdat et detrimentum sui faciat? sensu litterali non respicere aeternam salutem animae, sed solam vitam temporalem hominis, non obstantibus ipsorum verborum tenore eorumque contextu, nec non unanimi interpretatione catholica?
    Resp. Negative

    CIAO

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    Predefinito

    « Pontificia Commissione Biblica (P.C.B.) (1)

    “Sul carattere storico dei tre primi capitoli della Genesi”

    30 giugno 1909 (sotto papa S. Pio X)

    III. Domanda. Si può in particolare, mettere in dubbio il senso storico letterale in quei capitoli in cui si tratta di fatti che toccano i fondamenti della religione cristiana: tali sono, tra gli altri, la creazione di tutte le cose operata da Dio all’inizio del tempo; la particolare creazione dell’uomo; la formazione della prima donna dal primo uomo; l’unità del genere umano; la felicità originale dei progenitori nello stato di giustizia, integrità e immortalità; l’ordine dato da Dio all’uomo per mettere alla prova la sua obbedienza; la trasgressione dell’ordine divino per istigazione del Diavolo sotto apparenza di un serpente; la perdita dei progenitori di quel primitivo stato di innocenza; e la promessa di un Redentore futuro? Risposta: NO. »

    CIAO

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    Predefinito Dalla "Humani Generis" di Papa Pio XII

    Però quando si tratta dell'altra ipotesi, cioè del poligenismo, allora i figli della Chiesa non godono affatto della medesima libertà. I fedeli non possono abbracciare quell'opinione i cui assertori insegnano che dopo Adamo sono esistiti qui sulla terra veri uomini che non hanno avuto origine, per generazione naturale, dal medesimo come da progenitore di tutti gli uomini, oppure che Adamo rappresenta l'insieme di molti progenitori; non appare in nessun modo come queste affermazioni si possano accordare con quanto le fonti della Rivelazione e gli atti del Magistero della Chiesa ci insegnano circa il peccato originale, che proviene da un peccato veramente commesso da Adamo individualmente e personalmente, e che, trasmesso a tutti per generazione, è inerente in ciascun uomo come suo proprio (cfr. Rom. V, 12-19; Conc. Trident., sess. V, can. 1-4).

    Inoltre da:

    http://www.vatican.va/holy_father/pa...ginale_it.html

    È evidente, perciò, che vi sembreranno inconciliabili con la genuina dottrina cattolica le spiegazioni che del peccato originale danno alcuni autori moderni, i quali, partendo dal presupposto, che non è stato dimostrato, del poligenismo, negano, più o meno chiaramente, che il peccato, donde è derivata tanta colluvie di mali nell’umanità, sia stato anzitutto la disobbedienza di Adamo «primo uomo», figura di quello futuro (Conc. Vat. II, Const. Gaudium e spes, n. 22; cfr. anche n. 13) commessa all’inizio della storia. Per conseguenza, tali spiegazioni neppur s’accordano con l’insegnamento della Sacra Scrittura, della Sacra Tradizione e del Magistero della Chiesa, secondo il quale il peccato del primo uomo è trasmesso a tutti i suoi discendenti non per via d’imitazione ma di propagazione, «inest unicuique proprium», ed è «mors animae», cioè privazione e non semplice carenza di santità e di giustizia anche nei bambini appena nati (cfr. Conc. Trid., sess. V, can. 2-3).CIAO

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    Predefinito http://www.unavox.it/rip6.htm

    6.2.3 Passi difficili della Bibbia
    Nelle Sacre Scritture Dio ha avuto per scopo la nostra salvezza spirituale, e infatti il significato religioso del testo è sempre chiaro, sia pur attraverso la mediazione della Chiesa, custode e interprete del Deposito della Fede.
    Quanto a ciò che non ha attinenza con la salvezza eterna, esso non contiene errori, (come abbiamo visto nel paragrafo precedente sulla ispirazione delle Sacre Scritture), tuttavia esso può apparirci meno chiaro per due motivi. Il primo motivo è che Dio non ha avuta intenzione di fare della Bibbia anche un testo di scienze naturali, non essendo queste conoscenze necessarie alla salvezza dell'anima. Il secondo motivo è che quanto crediamo di comprendere sui fenomeni naturali leggendo le Sacre Scritture a volte è diverso da quanto crediamo di comprendere, sugli stessi fenomeni, attraverso l'indagine scientifica. In nessun caso, però, le difficoltà di comprensione del significato fisico sono tali da impedire o modificare la comprensione del significato religioso. Già nel paragrafo sulla ispirazione divina abbiamo visto come Sant'Agostino abbia indicata la strada da seguire in questi casi, tuttavia, siccome la ragione non ama le contraddizioni, e affinché il contrasto fra le interpretazioni non generi dubbi sulla verità delle Scritture, e al fine di poter rispondere alle obiezioni che si fanno sulla nostra Fede, approfondiremo un poco l'argomento, in particolare per quanto riguarda i fenomeni naturali e il libro della Genesi.


    6.2.3.1 Problemi di didattica dei fenomeni naturali
    Le obiezioni al racconto della Creazione contenuto nella Genesi che i dotti di millecinquecento anni fa facevano a S. Agostino non sarebbero, nella maggior parte, considerate valide dagli scienziati di oggi. È verosimile che la maggior parte delle obiezioni degli scienziati di oggi non saranno considerate valide dagli scienziati che verranno fra millecinquecento anni, (si pensi ad esempio a quale opinione abbiamo oggi della scienza medica anche solo di duecento anni fa, scienza che ignorava i microbi). Cosí, se S. Agostino avesse voluto confutare in campo scientifico i dotti del suo tempo in materia cosmologica, egli avrebbe dovuto quanto meno cominciare non spiegando la Bibbia, ma spiegando la scienza, ad esempio la relatività di Einstein, per fermarci al 1915.
    D'altra parte, se uno scienziato di oggi dovesse spiegare la relatività generale, non dico ai dotti di millecinquecento anni fa, (per non parlare degli uomini del tempo in cui fu scritta la Genesi), ma alle persone colte ma non specialiste sue contemporanee, non potrebbe fare altro che usare solo concetti e immagini familiari all'uomo comune, cercando di salvare la sostanza, a scapito della esattezza nei particolari, tuttavia né i colleghi di questo scienziato penserebbero che è un pasticcione ignorante, né gli uditori non specialisti penserebbero che loro eventuali difficoltà e obiezioni indicassero errori dello scienziato, e non piuttosto una loro limitata comprensione, e semplificazioni necessarie per venire incontro alla loro ignoranza : penserebbero anzi e comunque di avere imparato qualcosa in piú.
    Ancora: nemmeno la scienza di oggi può spiegare fatti che sperimentiamo ogni giorno, indispensabili alla comprensione dell'universo, come ad esempio la forza di gravità. Come potrebbero spiegarceli gli scienziati del futuro, (o Dio stesso), servendosi solo di quello che sappiamo ora?
    Cosí, a chi scrive, che è ingegnere, sembra certo che anche il semplice racconto della Genesi, per esempio, conserva anche per gli scienziati di oggi una parte di verità che non siamo in grado di comprendere, e che, magari, contrasta con i risultati dei nostri studi umani, ma non per questo è meno vera. Prendendo letteralmente le semplificazioni scelte per gli uomini di tutti i tempi dalla didattica del Divino Creatore saremo, paradossalmente, piú vicini alla comprensione del tutto di quanto riusciamo a scoprire in qualche parte con le limitate e fallibili forze umane.


    6.2.3.2 La Bibbia e la descrizione dei fenomeni naturali
    Il Papa LEONE XIII , nella enciclica Providentissimus, (1893), dedicata allo studio delle Sacre Scritture, dice:
    «…essi, [gli autori sacri], descrivevano e trattavano le cose, [della natura], occasionalmente, o in stile figurato, o secondo la maniera di parlare corrente ai loro tempi, quella che ancora oggi, a proposito di molte cose, è usata nella vita di ogni giorno anche dalle persone piú dotte. Come per il linguaggio popolare vengono espresse primamente e propriamente quelle cose che cadono sotto i sensi, cosí, non diversamente, lo scrittore sacro, (come dice anche il Dottore Angelico), si è riferito alle apparenze sensibili, o, per meglio dire, a quelle cose che Dio stesso, parlando agli uomini, ha espresso secondo l'uso umano in maniera proporzionata alla loro forza intellettiva…» (Denzinger-Schönmetzer 3288).

    Georges Salet, in un articolo che riporteremo in parte nei prossimi paragrafi, cosí spiega :

    «…Dio ha scritta la Bibbia in modo tale che il suo senso letterale possa essere compreso nel medesimo modo in ogni epoca, qualunque siano le ipotesi scientifiche considerate come certe nelle varie epoche.
    Quando leggo in un almanacco che, in un certo giorno, in un certo luogo, il sole sorgerà a una certa ora, io capisco che, quel giorno, io vedrò il sole sorgere all'ora indicata, (se il cielo non sarà nuvoloso),…
    In altri termini: quando parla di fenomeni naturali, la Bibbia ci dice quello che avremmo potuto constatare con i nostri sensi, in particolare con la vista e l'udito.
    Per esempio, la Bibbia racconta che, nel corso di una battaglia: «… [Giosuè disse] "O sole, fermati su Gabaon, e tu, luna, sulla valle di Aialon!". Il sole si fermò e la luna restò immobile finché il popolo non si fu vendicato dei suoi nemici. Non sta scritto forse nel libro del Giusto? Il sole restò immobile in mezzo al cielo e non si affrettò al tramonto quasi un giorno intero…» (Giosuè, X, 12,13) .
    Ciò non significa niente altro che quello che avremmo visto noi stessi se fossimo stati là: il sole interruppe il suo corso apparente sulla volta celeste: è un fenomeno oggettivo, indipendente da qualsiasi teoria astronomica o meccanica.…
    Di conseguenza, salvo in caso di impossibilità manifesta, si deve intendere il racconto biblico, [in particolare quello della Creazione], …come quello che avremmo visto dalla Terra, (a partire da quel momento in cui ha cominciato ad esistere), se noi fossimo stati là…» (9)
    Quanto a quello che ci mostrano i sensi occorre tenere presente che essi non ci ingannano, ma che le sensazioni vanno interpretate alla luce dell'esperienza aiutata dalla ragione. Con questa avvertenza possiamo parlare, ad esempio, della "volta celeste", del "firmamento", anche se si tratta di una illusione ottica e non di un oggetto materiale.
    Notiamo ancora di sfuggita che anche la Bibbia usa espressioni figurate e significati traslati. In particolare la parola "giorno" può essere intesa in senso "dilatato", come quando diciamo "al giorno d'oggi le cose sono diverse", o quando intendiamo un periodo di tempo indefinito ma composto da piú giorni, come fece Nostro Signore nel Vangelo di S. Luca, in cui "giorno" sta piuttosto per "anno":
    «…ecco io scaccio i demoni e guarisco gli ammalati oggi e domani, e al terzo giorno avrò finito. Ma oggi, domani e doman l'altro bisogna che io cammini…» (Luca, XIII, 31-35).

    CIAO

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    Predefinito Dalla Somma Teologica del Casali

    L’inerranza

    LA SACRA SCRITTURA NON CONTIENE ERRORI. Essendo libro di Dio, la Sacra Scrittura non può contenere assolutamente nessun errore. Con parola tecnica questo fatto si chiama inerranza (cioè: non erra).
    Questa inerranza, quantunque non definita solennemente dalla Chiesa, è un dogma di fede, perché insegnata dall’ordinario ed universale magistero della Chiesa.
    Dice Leone XIII (Enc. Providentissimus): «E’ tanto falso che alcun errore possa esservi sotto la Divina Ispirazione, che non solo essa per sé stessa esclude ogni errore, ma l’esclude e lo respinge tanto assolutamente, quanto assolutamente Dio, Somma Verità, non può essere autore di alcun errore».
    Questa inerranza compete ai testi originali. Le trascrizioni e versioni possono avere errori accidentali, come risulta dalle varianti di alcuni versetti. Per questo la Chiesa incoraggia gli studiosi alla ricerca per determinare sempre più esattamente ogni parola dei testi originali (Cfr. Enc. Divino Afflante Spiritu di Pio XII, 30 settembre 1943).
    Abbiamo già detto che nel testo della «Volgata» approvato ufficialmente dalla Chiesa, non vi è nessun errore sostanziale.
    Bisogna pure tener presente che inerranza non significa che la Sacra Scrittura porti ogni parola in senso letterario o proprio, o che sia un trattato scientifico. Perciò è necessario distinguere i diversi generi letterari: se è una narrazione storica o poetica o una parabola. La storia narra con esattezza gli avvenimenti: la parabola invece è una similitudine da cui si ricava un insegnamento morale. Così le cose scientifiche vi vengono narrate secondo le usanze e il modo comune di parlare del tempo. Ad esempio quando Giosuè ferma il sole, lo scrittore sacro parla nel modo con cui intendono in quel tempo, e non vuole fare un trattato di astronomia. Del resto anche oggi nel parlare comune si dice che il sole si leva e tramonta, mentre sappiamo che è la terra che gira. La Divina Rivelazione ha come scopo la salvezza eterna e non quella di determinare le leggi naturali.

    L’INTERPRETAZIONE DELLA SCRITTURA è affidata alla Chiesa, cui sola spetta giudicare del vero senso. A lei Gesù l’ha affidata, perché è una parte del deposito della Divina Rivelazione.
    L’interpretazione privata, come pretendono i Protestanti, porta a dare significati diversi. La verità è una sola: Dio non può aver detto che una cosa è e al tempo tesso che non è. Per conoscere con esattezza quello che Dio ha detto e in quale senso, è necessaria l’autorità infallibile della Chiesa.

    Concludo citando la "Dei Verbum":

    L'ufficio poi d'interpretare autenticamente la parola di Dio, scritta o trasmessa, è affidato al solo magistero vivo della Chiesa, la cui autorità è esercitata nel nome di Gesù Cristo. Il quale magistero però non è superiore alla parola di Dio ma la serve, insegnando soltanto ciò che è stato trasmesso, in quanto, per divino mandato e con l'assistenza dello Spirito Santo, piamente ascolta, santamente custodisce e fedelmente espone quella parola, e da questo unico deposito della fede attinge tutto ciò che propone a credere come rivelato da Dio.

    È chiaro dunque che la sacra Tradizione, la sacra Scrittura e il magistero della Chiesa, per sapientissima disposizione di Dio, sono tra loro talmente connessi e congiunti che nessuna di queste realtà sussiste senza le altre, e tutte insieme, ciascuna a modo proprio, sotto l'azione di un solo Spirito Santo, contribuiscono efficacemente alla salvezza delle anime.
    CIAO

 

 

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