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    Banda Müntzer-Epifanio
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    Predefinito Cina-Usa, toni da guerra fredda

    Cina-Usa, toni da guerra fredda

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    La decisione di Obama di vendere armi Taiwan fa infuriare Pechino, che minaccia ripercussioni sulla cooperazione militare e sanzioni alle aziende belliche Usa. La reazione del Partito comunista cinese sulle colonne del suo organo ufficiale
    Continua a montare la tensione tra Washington e Pechino. Pochi giorni dopo l'aspro scontro diplomatico seguito agli attacchi informatici subiti da Google in Cina (episodio che, come abbiamo scritto, si inserisce nella montante cyber-guerra fredda tra le due superpotenze), i due competitor globali sono nuovamente ai ferri corti a causa della decisione di Obama di vendere a Taiwan armi per sei miliardi e mezzo di dollari.
    La reazione di Pechino all'annuncio del contratto e' stata durissima. Il governo cinese ha annunciato l'interruzione dei contatti militari con gli Usa, la cancellazione di previsti incontri bilaterali sul controllo degli armamenti e soprattutto sanzioni contro le aziende statunitensi (Boeing, Lockheed-Martin, Raytheon e United Technologies) che hanno firmato la commessa per il governo di Taipei, consistente in 114 missili Patriot, 12 missili Harpoon, 60 elicotteri Black Hawk, due navi cacciamine e sistemi informatizzati di difesa di ultima generazione.

    "L'arroganza dello Zio Sam". Il Partito comunista cinese, per mezzo di un editoriale del suo quotidiano China Daily, spiega con toni insolitamente duri 'la furia di Pechino' per la decisione di Washington.
    "Nonostante le ripetute proteste e avvertimenti di Pechino sulle serie conseguenze per le relazioni Usa-Cina, Washington, come sempre, ha tirato dritto per la sua strada. Questo e' il modo in cui gli Stati Uniti trattano il loro 'azionista', il loro 'partner costruttivo'. Il pacchetto di armamenti che lo Zio Sam ha venduto a Taiwan ci ricorda la riluttanza con cui Washington guarda all'ascesa della Cina e alla pacificazione tra i compatrioti a cavallo dello Stretto di Taiwan. L'arroganza di Washington riflette anche la grama realta' di come gli interessi di una nazione possano esser schiacciati da quelli di un'altra. La questione taiwanese e' strettamente connessa alla sovranita' e all'integrita' territoriale della Cina, ai suoi interessi nazionali primari e al sentimento nazionale di 1,3 miliardi di cittadini cinesi".

    "Le false promesse di Obama". "Oltre vent'anni dopo al fine della Guerra Fredda - prosegue l'editoriale - gli Usa sono ancora decisi a integrare Taiwan nella loro strategia di difesa asiatica e sognano ancora di usare l'isola come 'inaffondabile portaerei' per contenere la crescita cinese. Dobbiamo dimenticarci le dichiarazioni fatte da Obama quando fu calorosamente accolto a Pechino solo due mesi fa, quando disse che 'gli Stati Uniti non cercano di contenere la Cina'. La sincerita' e' soggetta alla prova dei fatti, non mere parole. In passato gli Usa hanno promesso di non perseguire una politica di armamento a lungo termine nei confronti di Taiwan e di voler ridurre gradualmente le sue vendite di armi verso di essa. Ma quante volte Washington ha tradito le sue parole? Per la superpotenza mondiale, sembra che le promesse non siano tali".

    "La Cina ha il diritto di reagire". "Questa vendita di armamenti e' una grave interferenza negli affari interni cinesi, mina seriamente la nostra sicurezza nazionale e quindi getta inevitabilmente una lunga ombra sulle relazioni Cina-Usa. La risposta cinese, non importa quanto veemente, e' giustificata. Nessun paese degno di rispetto puo' stare con le mani in mano mentre la sua sicurezza nazionale viene messa in pericolo e i suoi interessi prioritari sono minacciati. (...) Le contromisure adottate, che vanno dallo stop degli scambi di informazioni militari alle sanzioni contro le aziende Usa coinvolte nella vendita di armi, possono non bastare. Il messaggio deve arrivare forte e chiaro: se Washington non rispetta gli interessi cinesi, non puo' aspettarsi la nostra cooperazione su un ampio spettro di questioni regionali e internazionali. La Cina deve far capire che alle parole seguiranno i fatti".

    Una nuova corsa agli armamenti. Un altro articolo del quotidiano governativo cinese spiega come la recente mossa degli Stati Uniti "costringe la Cina ad aumentare il suo budget per la difesa". "La decisione statunitense, sostiene Luo Yuan, dell'Accademica cinese di scienza militare, fornisce alla Cina una giustificazione per accrescere la sua spesa militare, per investire nello sviluppo e nell'acquisto di armi e per accelerare la modernizzazione della difesa nazionale. (...) Secondo Jin Canrong, esperto di affari internazionali della Renmin University of China, l'esercito cinese deve testare nuove armi ad alta tecnologia per accelerare la modernizzazione militare, e le spese militari quest'anno dovrebbero essere aumentate del 10 per cento".

    Un altra bella prova del Nobel per la pace. Si potrebe obiettare che il riarmo di Taiwan deciso da Obama non sia la causa bensi' una contromisura adottata in risposta al riarmo della Cina, che negli ultimi anni sta progressivamente aumentando la propria spesa militare (comunque ancora molto inferiore a quella degli Stati Uniti, che spendono in armi il 4 per cento del loro Pil, contro l'1,4 della Cina). Peccato che il presidente cinese Hu Jintao, a differenza del suo omologo statunitense, non sia un premio Nobel per la pace e che quindi nessuno si aspetti da lui un particolare impegno sul fronte del disarmo globale.

    Enrico Piovesana

    PeaceReporter - Cina-Usa, toni da guerra fredda

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  2. #2
    Baron Samedi
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    Predefinito Rif: Cina-Usa, toni da guerra fredda

    L'analisi fatta da Zucconi sembra la più realistica:

    ......La Cina, con la sua prodigiosa ricchezza finanziaria creata accumulando tonnellate di cambiali americane e europee per sostenere le proprie esportazioni, comincia a sospettare - a giudicare dalle risposte sempre più minacciose dei suoi alti funzionari, ma non ancora dei massimi governanti - che Washington voglia esibire nei suoi confronti quella determinazione, quel polso che Obama non saputo mostrare in politica interna e nella estenuante battaglia quasi persa per la riforma sanitaria. Ricevere il Dalai Lama, che da tempo è una sorta di pungolo che i governi occidentali usano per irritare, o per schivare, la collera dei cinesi e per agitare la loro lunga coda di paglia nei confronti del Tibet, non avrebbe provocato questo nuovo scossone nel cosiddetto "G2", il condominio mondiale sino-americano, se non fosse venuto dopo la difesa di Google e la decisione di vendere armi difensive a Taiwan.


    Giocare la "carta cinese" per distogliere l'attenzione interna dalla crisi dei democratici, per ricompattare un partito sull'orlo del collasso nervoso dopo la perdita di elezioni locali e parlamentari e per dare alla propria base elettorale di "colletti blu" senza lavoro l'impressione che finalmente la Casa Bianca si muova, è un bluff nel quale gli Stati Uniti rischiano molto, ma che potrebbe, come tutti i bluff, anche rendere molto. Irritare la Cina, e pungerla dove i suoi nervi sono più scoperti, può essere il classico caso del debitore che fa la voce grossa perché ha troppi debiti e sa che, se non dovesse pagare, sarebbe la banca, e non lui, a essere nei guai e rischiare il crack.

    I colossi del G2 sono meno forti e invulnerabili di quanto la ritrovata verve di Obama e le bordate dei cinesi potrebbero far pensare. Nessuno dei due ha davvero interesse a scuotere quelle "fondamenta", come le ha chiamate ieri Pechino, sulle quali si basa il boom cinese la speranza di ripresa americana, segnalata dall'aumento sensazionale del 5,7 per cento del Pil nel'ultimo trimestre e dalla previsione di una ottima crescita del 2,7 nel 2010. La chiusura del rubinetto del credito agli americani avrebbe un effetto devastante sulle esportazioni verso gli Stati Uniti, che sono indispensabili a una Cina che ha, nella relativa modestia del proprio mercato interno rispetto all'immensa capacità industriale, il proprio tallone d'Achille. Il mercato interno della Repubblica popolare non può sostituirsi, per ora, ai consumatori americani. Viceversa il Tesoro americano e la Fed sanno bene che nessun'altra nazione, neppure l'India, può digerire la quantità di "american paper", di cambiali che oggi la Banca centrale cinese divora. Mentre sullo sfondo, Washington fa capire che potrebbe ricorrere a una stretta protezionistica, se lo scandalo della valuta cinese manovrata al ribasso non dovesse mitigarsi.

    Il G2, il tango fra Cina e Usa, non è una danza d'amore, è un ballo d'interessi nei quali entrambi giocano a staccarsi e a riavvicinarsi, a volte soltanto per prendere fiato. La Cina deve protestare in maniera veemente, per il nazional-comunismo che anima i suoi dirigenti e dà a loro, nell'epoca del post-comunismo globale, l'unica vera legittimazione politica popolare. L'America di Obama deve usare la "carta cinese" per dimostrare che il Presidente non ha perduto quello slancio ideologico e quella promessa di cambiare tono internazionale che fecero tanta parte del suo appeal.

    Google, Taiwan, il protezionismo, lo yuan e Sua Santità senza cannoni, il quattordicesimo Dalai Lama in esilio, sono le mosse che i due giocatori compiono, consapevoli che nessuno dei due può davvero staccarsi dall'altro senza cadere.

    Nel duello di parola tra i Grandi l'America gioca la carta tibetana - Repubblica.it

 

 

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