martedì 3 novembre 2009

HONDURAS: CHI HA VINTO, CHI HA PERSO E CHI GUFA
















Mi rifiuto di accettare l’idea che l’umanità sia così legata alla notte senza stelle del razzismo e della guerra da non permettere che la luminosa alba della pace e della fratellanza non possano mai diventare realtà.
(Danielle Wolfe)
O Signore! Sono, costoro, gente che non crede. Allontanati dunque da loro dicendo “Pace”. Presto sapranno.
(Salmi, 43, 88-89)
La tirannia di un principe in un’oligarchia non è tanto pericoloso al benessere pubblico quanto l’apatia del cittadino in una democrazia.
(Montesquieu. 1748)

Mi corre l’uzzolo di tornare sulla questione “Honduras chi ha vinto, chi ha perso”, per rispondere ad alcuni miei interlocutori e, in particolare, a chi mi è saltato addosso con la grinta di un grillo parlante caricato a mortaretti, rappresentandomi come un patetico illuso che, abbacinato dalle masse e dalla loro lotta, per lui un po’ meschinella per la verità, cieco come una talpa sbatte il grugno contro il “trionfo totale dei golpisti e degli Usa” senza rendersene conto (vedi commenti al post “Honduras, vittoria tattica…”). Da quel mio post sulla “vittoria tattica” del movimento popolare riunitosi nelle sue molteplici articolazioni in un “Frente de Resistencia contra el golpe de Estado”, e dalle reazioni che tale post ha suscitato, sono successe altre cose in Honduras. Collaboratori del lumpendiktator Roberto Micheletti hanno dichiarato che il ritorno di Mel Zelaya al suo posto di presidente della repubblica, concordato con l’emissario della neocon Hillary Clinton, Thomas Shannon, in cambio di un “governo di riconciliazione nazionale”, ma sottoposto all’approvazione del Congresso - golpista quanto Micheletti, le Dieci Famiglie e i militari - sentito il golpista Tribunale Supremo di Giustizia, era da escludersi. Motivo? Il Congresso non è in seduta, e non lo sarà fino a dopo le elezioni del 29 novembre, visto che i deputati sono in giro, impegnati nella campagna elettorale. In questo momento, dunque, siamo di nuovo allo stallo. Vediamo cosa dirà Shannon che, per conto di Clinton e Obama, doveva ripittare con vernice democratica la sfigurata faccia della, a loro pur cara, camarilla fascista del colpo di Stato.. Vediamo cosa dirà e farà la gente.

L’operazione cosmetica impostata dagli Usa minaccia di andare a puttane per via di un’intransigenza di golpisti burini che non origina solo dalla loro voracità di potere. E’ il prodotto del timore che uno Zelaya, sì svuotato della sua carica eversiva dagli accordi a perdere di S. José e del Hotel Clarion, ma anche rimpannucciato dal consenso di massa (l’80% degli honduregni lo vuole in carica), possa interferire in quelle elezioni che, sottoposte dal Tribunale Supremo al controllo dei militari, nientemeno, si vogliono ad ogni costo e con ogni broglio restauratrici della normalità oligarchica e coloniale. Con Zelaya, pure a capo di un mostriciattolo chiamato “governo di riconciliazione nazionale”, in cui si intreccerebbero oscenamente vittime e carnefici, ma sostenuto, o meglio sospinto, da una mobilitazione di massa che ha tutta l’aria di saper e voler insistere, come durante questi quattro mesi di insurrezione senza precedenti nella regione, il giochino alla Karzai potrebbe non avere un percorso tanto liscio. Alla faccia di chi si ostina a non far pesare sul piatto una popolazione che in misura maggioritaria si è trasformata in militante, in avanguardia, restando in piedi e continuando a marciare a dispetto di morti, feriti, scomparsi (si dice un centinaio), sequestrati, torturati, verso l’irrinunciabile obiettivo di un’assemblea nazionale costituente che rovesci il paese come un calzino; di chi interpreta addirittura come conferma del successo dei golpisti e dei loro mandanti il fatto che Israele si sia congratulato con l’esito delle trattative. Come se dai nazisionisti, sodali di ogni grumo di fascismo reperibile in America Latina e ovunque, ci sarebbe stato da aspettarsi il riconoscimento che il popolo, che gli esperti israeliani hanno insegnato a assassinare, avesse contribuito a far tornare al suo posto un presidente. Un presidente, tra l’altro, detronizzato anche nell’interesse geopolitico di Israele. Un presidente, oltrettutto, che, a gola spiegata, aveva denunciato il contributo dei tagliagole israeliani al golpe e alla successiva repressione.

Nel mio articolo sulla “vittoria tattica” del popolo honduregno avevo anche indicato i punti deboli dell’accordo imposto all’oligarchia golpista da un’amministrazione Usa che voleva far apparire cambi perché niente cambiasse. Già, il famoso gattopardismo. Che non sempre funziona. Riconciliazione nazionale per recuperare all’impunità e al loro ruolo proconsoli coloniali che avevano trucidato, represso, violato tutti i diritti costituzionali, ripresentato al mondo l’inaccettabile faccia dei Pinochet e dei Videla. Elezioni, con i soliti osservatori internazionali, magari della fidata OSCE, collaudati in tutte le democratizzazioni ordite dall’Impero, dal Kosovo alla Georgia, dall’Afghanistan al Messico, che togliessero alla “comunità internazionale” lo sgradito onere di deplorare e, dio non voglia, sanzionare i cari avversari honduregni del nuovo Saddam, Hugo Chavez. Infatti, quello che è sorto e si è rafforzato nelle coscienze delle masse escluse del miserabile e vampirizzato Honduras, è proprio dello stesso spessore e della stessa levatura etico-politica-ideologica, della stessa epistemologia del reale, dei popoli che hanno rivoluzionato tanta altra parte dell’America Latina. Quei popoli per i quali, a suo tempo, non avrebbero dato un soldo gli irriducibili monoculari di quel gufaggio che finisce inesorabilmente col farsi collateralista.

Intanto Zelaya, al quale i gufi non concedono neanche un grano di attendibilità e che noi, invece, insistiamo a considerare ancora, nel rapporto con le masse incazzate e determinate indispensabile alla sua sopravvivenza politica, umana, storica, un fattore destabilizzante per la normalizzazione, ha promesso la continuità della lotta per eliminare tutte le conseguenze del golpe. Gli sia concesso il beneficio del dubbio. Ha preteso, Zelaya, che “le elezioni del 29 si svolgano nel segno della libertà e senza un’ombra di repressione nei confronti di coloro che si oppongono al regime “. La vigilanza popolare e un presidente reinstallato, con il potere, quanto meno, di imporre correttezza e trasparenza al processo elettorale, costituiscono in ogni caso un contrappeso ai propositi manipolatori della cupola oligarchico-statunitense. Ricordiamoci quanto i gufi cancellano, che cioè è stata la resistenza senza confronti messa in campo dalla maggioranza sociale la chiave per forzare i golpisti al negoziato. Senza il movimento popolare quella conclusione, per quanto debole, soggetta a mistificazione e deformazioni, non sarebbe risultata necessaria. Il protagonismo conquistato dal popolo di quel paese è stato l’elemento centrale perché si producesse un fenomeno poco consueto nella storia dell’America Latina: un presidente defenestrato che viene rimesso al suo posto (sempre che venga rimesso. Ma in caso contrario c’è da aspettarsi qualcosa di più estremo di quanto la Resistenza abbia prodotto finora). Vediamo ora, ammettendo che Zelaya venga fatto tornare davvero al potere, se quest’uomo recupera il coraggio indubbiamente dimostrato e non si dimentica del debito morale assunto con la sua gente per la rifondazione dell’Honduras.

Sulla vittoria popolare, finchè non verrà tradita (che è solo una di due possibilità), non c’è da fare lo gnorri. Sappiamo tutti, e lo sanno loro, che si tratta di un’affermazione conseguita su una strada ancora irta di molte sofferenze, cadute, contraccolpi, nella ricerca di un paese nuovo. Emergeranno traditori, spossatezze, rinunce. Incombono coloro che, da una negatività che sembra mascherare la propria resa, la propria desolazione, traggono spunto per incenerire tutto ciò che brucia. Io l’Honduras l’ho visto bruciare e ho l’impressione che non si tratti di un incendio tanto facile da spegnere. L’ho visto anche a Cuba, in Venezuela, Bolivia, Ecuador, Nicaragua e chi più ne ricorda, più ne metta. Del resto l'invincibile tigre, magari non di carta, ma dai piedi fragili, le sta buscando un po' dappertutto: grandi le trame, scadenti i risultati.

N.B. Il lupanare bipartisan italiota ha proiettato sulla scena europea, per la carica di ministro degli esteri, cioè di esteri dettati dall’imperialismo USraeliano e dal subimperialismo europeo, il più contorto, equivoco e fallimentare tra i furbi inintelligenti dei suoi professionisti: Massimo D’Alema, il bombarolo della Jugoslavia, il padrino del narcostato Kosovo, il firmatario della Nato trasformata in mattatoio planetario, quello dei Carabinieri santi subito come Quarta Arma della Repubblica. Qualche farlocco sul “manifesto”, plaudendo, ha addirittura previsto, in caso di riuscita, un gran gaudio dei palestinesi. Quei palestinesi da D’Alema, imbeccato da fuori, sollecitati a chiudersi nei frammenti di territorio-campo di concentramento che gli assassini e i loro pali chiamano “Stato palestinese”. Questa boutade da avanspettacolo Gran Guignol, fatta per colui che, tra Jugoslavia e Kosovo, ha più vittime sulla coscienza di Olmert a Gaza, ha fatto seguito al film dell’orrore nel quale si voleva far imperversare il morto vivente Tony Blair, presidente della UE. La forza dei palestinesi e dei loro amici – che ne dici, Gufo? – ha imposto all’Onu di far dire a una sua commissione che a Gaza Israele ha commesso crimini di guerra e contro l’umanità; ha fatto avviare a molti tribunali indagini e procedimenti contro gli autori di quei crimini, che non di rado rischiano l’arresto se mettono il piede in certi paesi; ha fatto sì che nel mondo si diffondesse la parola d’ordine “boicottaggio, disinvestimento e sanzioni” contro Israele; ha disintegrato in larghi strati di ogni società l’impunità assoluta del più terrorista di tutti gli Stati mai formatisi sulla faccia della Terra. Non è poco. C’è da aspettarselo anche per l’Honduras.











Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 14.14

MONDOCANE: HONDURAS: CHI HA VINTO, CHI HA PERSO E CHI GUFA