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    Predefinito Rif: Conservare il Centro

    Quando, un tempo, si era conservatori

    ...quella destra dignitosa e senza sbragamenti, svanita a partire dagli anni ‘70



    30 settembre 2009


    Navigando online mi sono recentemente imbattuto nella riflessione di un blogger di sinistra, Willyco, che ha manifestato rispetto e persino nostalgia per il conservatorismo europeo del dopoguerra. Mi ha colpito molto questo periodo:

    “... formatori di coscienze nazionali, capaci di sollevare speranze. Uomini soli, a volte innovatori rigorosi spinti dalla necessità. Parchi esponenti di quella destra dignitosa e senza sbragamenti, svanita a partire dagli anni ‘70. Di questi uomini, troppo spesso senza eredi, di questa destra avversaria, ho nostalgia intellettuale e politica.”

    E' incredibile come a volte sia oggi la sinistra a manifestare apprezzamento e rimpianto per la destra di ieri. Sono riflessioni che, da conservatore, faccio mie. Come non rimpiangere questi padri della nostra Europa - Adenauer, De Gasperi, De Gaulle - che formarono le coscienze nazionali e sollevarono speranze. Esponenti di una destra "dignitosa e senza sbragamenti", lontana dal volgare edonismo dei decenni successivi. C'è da interrogarsi il perchè questa tradizione si sia così bruscamente interrotta e in Italia gli ultimi discendenti di essa, da Montanelli a Travaglio, siano stati scalzati dai Feltri e dai Fede.

    Montanelli considerò Berlusconi una rovina per l'Italia e disse che ce ne saremmo accorti quando avrebbe avuto modo di governare. Montanelli era un conservatore e un libero giornalista a cui Berlusconi chiese espressamente di schierare il Giornale, di cui era proprietario, a fianco del suo nuovo partito. Montanelli non accettò e fu costretto a dimettersi dal quotidiano che aveva creato. Anni dopo la stessa cosa si è ripetuta con Mentana, un progressista, sbattuto fuori senza complimenti da quel TG5 che aveva personalmente ideato e portato a livelli di eccellenza.

    Dispiace parlare di queste cose, ovvero lavare pubblicamente i panni sporchi della propria famiglia. Ma dispiace ancor di più notare che quasi nessuno oggi, nel centrodestra, si prenda l'ingrato compito esprimendo questo genere di malumori. C'è il timore di uscire fuori dal coro, di tradire un capo, un amico, un ideale. E si finisce quindi con l'accettare pedissequamente ogni cosa, rispondendo come robots alle sollecitazioni che vengono dall'alto.

    Quei grandi uomini che consentirono alle nazioni europee di risorgere dopo i tremendi giorni della guerra sono addirittura dimenticati. Non fungono più da esempio, il loro rigore e la dirittura morale sarebbero inconcepibili oggi, in questi tempi libertini dove le regole servono soltanto per essere trasgredite. Fa piacere, comunque, notare come questa nostalgia verso i padri del conservatorismo coinvolga settori della sinistra, spaesati anch'essi dalla decadenza della loro classe politica. E' una piccola base da cui varrebbe davvero la pena ripartire se si vuole davvero costruire un futuro per l'Italia.


    Florian
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  2. #22
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    Predefinito Rif: Conservare il Centro

    Progressisti in economia?

    Il turbocapitalismo disconosce la dignità dell’uomo



    1 ottobre 2009


    Una delle riforme che più hanno caratterizzato l’esperienza tedesca della Grosse Koalition, giunta ora al termine, ha riguardato la riforma pensionistica che in Germania ha alzato il limite di età da 65 a 67 anni. L’adeguamento era considerato dagli economisti inevitabile, in relazione al progressivo innalzamento dell’età media della vita di un individuo, ma il fatto che fosse probabilmente necessaria per rimpinguare le casse vuote dello Stato non giustifica l’atteggiamento di chi esalta la riforma in questione come un importante passo verso la modernizzazione della nostra società. In quanto, che d’ora in poi quei lavoratori che avranno la sfortuna di morire all’età dei loro padri si troveranno di fatto ad aver lavorato tutta la loro vita senza potersi nemmeno gustare un solo giorno di libertà. C’è da rallegrarsene, forse?

    Il lavoro è considerato da sempre il mezzo che nobilita l’uomo, ciò che lo eleva dal rango di animale. Eppure nella società occidentale contemporanea si è andati molto oltre dal difendere l’operare a vantaggio di sé e della propria comunità, e purtroppo ha preso piede l’idea che il denaro a disposizione non è mai abbastanza e che bisogna darsi da fare per guadagnarne sempre di più per vivere meglio. Cosicché per migliorare il proprio status sociale nella società odierna si è pronti a fare di tutto, anche il sottomettersi ad un servaggio vero e proprio è diventata un’esperienza da affrontare con animo stoico e gioioso.

    La realtà è che al mondo d’oggi il nostro stile di vita è talmente pretenzioso che ci rende schiavi del bisogno di denaro in misura assai più consistente di quanto non avvenisse in un passato nemmeno troppo lontano. Questo continuo bisogno di cartamoneta è diventato ossessivo perché non si lega più alla semplice sopravvivenza e nemmeno ad un confortevole livello di vita, ma spesso è volto ad un volgare consumismo, oppure all’accumulo puro e semplice. Ovviamente non tutti hanno questa ossessione del denaro, non tutti si identificano meramente come “produttori” o “consumatori” (le due facce della stessa medaglia), e sono queste persone, che un tempo erano additate a risparmiatori e in quanto tali considerate la parte sana della società, che purtroppo per loro devono sopportare oggi il peso dell’altrui voracità.

    Fino a quando, negli anni ottanta del secolo scorso, non si affermò negli USA quell’aggressiva economia di mercato che Emil Luttwak definì molto appropriatamente “turbocapitalismo”, per differenziarlo così dal capitalismo vecchio stile, il risparmiare vivendo sobriamente era considerato dai più un comportamento virtuoso. A quel tempo gli italiani erano un popolo di risparmiatori, per i quali depositare in banca il proprio denaro significava farlo fruttare e non ancora fartelo fregare. Poi, improvvisamente, con gli anni novanta, al seguito della globalizzazione, si è affermata l’idea che il nuovo capitalismo democratico consentiva a chiunque di diventare nel suo piccolo un investitore. Il cittadino è stato invogliato altresì a spendere per alimentare l’economia dell’offerta e così da popolo di risparmiatori siamo diventati anche noi, sull’esempio degli americani, un popolo di consumatori. Poi sono arrivate le speculazioni, i crack, e per ultima la crisi. Per affrontare la quale è stato detto che bisognava fare sacrifici per salvare il neocapitalismo. In pochi si sono preoccupati dei consumatori che da questo sono stati spesso e volentieri fregati. Ma se ci pensiamo bene è normale che accadano queste cose, in quanto il consumatore è spogliato delle sue caratteristiche di persona, diventando solo una componente essenziale di questo perverso ingranaggio economico che promuove l’idea balzana di una capacità autorigenerantesi della moneta.

    In tempi non lontani alla base del capitalismo c’era l’idea di mettere da parte una lira per i tempi grami, e conservatore era l’uomo prudente, attento ai bilanci dello Stato. Diversamente, il turbocapitalismo americano considera il risparmio improduttivo e impone la figura del consumatore, mentre il neoconservatore è una sorta di mago della finanza che guarda alla crescita dell’economia senza più curarsi del debito pubblico. Come diceva Reagan, “il debito americano è ormai abbastanza grande da poter badare a se stesso”.
    Oggi chi critica il turbocapitalismo viene ritenuto di sovente un nemico del mercato, ma i difensori del pareggio di bilancio non sono socialisti bensì fautori di un’economia virtuosa, soggetta a valori che ne conferiscano legittimità. Al tempo del comunismo era facile esaltare i vantaggi del capitalismo, dato che dall’altra parte della barricata l’uguaglianza imposta come regola produceva soltanto miseria. Ma quel vecchio capitalismo era cosa assai diversa dall’attuale. Un paio di scarpe si facevano risuolare e non c’erano ancora gli “Standpoint” della Nike ad attirare come mosche sul miele stormi di ragazzini. Gli studenti portavano i libri chiusi da una cinghia oppure in un’orribile borsa di tipo militare che cederà il posto alla moda degli zaini firmati dalla Invicta. Non c’era ancora l’ossessione del logo, quell’odioso status symbol da esibire sempre e comunque pena il confinamento nell’anonimato. Si era assai meno edonisti e consumisti. Accanto a chi sfoggiava Lacoste, Levi’s e Adidas c’era tantissima gente che vestiva non firmato senza per questo sentirsi minimamente in difficoltà. Chi ascoltava musica si comprava l’LP (al singolare) dal suo negoziante di fiducia e non acquistava quintalate di CD tramite Internet. Si leggevano i fumetti e si scambiavano tra amici senza trattarli ancora come pezzi pregiati di una collezione tanto ampia quanto dispendiosa. Si aveva cioè il senso della misura. Il denaro aveva per tutti un valore e uno scopo, non si buttava facilmente via. Al contrario, oggi a furia di pubblicità invitanti e offerte di tutti i tipi ti accorgi di spendere un capitale. Lo fanno tutti e quindi te ne fai una ragione, ma c’è sempre qualcuno che ha di più e di meglio e reggere il passo è difficile. Non solo si finisce con l’indebitarsi, ma non si è mai contenti di quel che si ha. Un artista americano quest’anno ha messo in vendita i rifiuti di New York, segno che forse questo capitalismo spendaccione con cui facciamo i conti tutti i giorni non è la soluzione, ma la malattia.

    Il problema del tenore di vita moderno si salda inevitabilmente con quello del lavoro. Si lavora troppo o per nulla, con effetti in entrambi i casi per nulla soddisfacenti per l’individuo. Ci hanno indottrinato che la modernizzazione doveva avvenire sotto il segno della flessibilità. Chi accetta di essere flessibile verso il mondo del lavoro si rende partecipe involontario di una forma legalizzata di sfruttamento che vede il datore di lavoro assolutamente padrone della tua necessità, utilizzandoti come meglio ritiene opportuno: a termine, senza contributi, a nero… E la persona perbene accetta qualsiasi lavoretto pur di non rimanere a piedi, perché sa che questa è la realtà che gli è data da vivere. E questa situazione coinvolge non soltanto gente priva di titoli di studio, ma anche laureati, ragazzi che hanno vinto concorsi che non gli sono stati riconosciuti, gente iscritta in una graduatoria e che si è abituata all’idea che non verrà chiamata mai. A queste persone, che hanno passato anni della loro vita attivarsi per guadagnarsi un determinato sbocco occupazionale, viene imposto dal mercato di prestarsi a tipi di impiego frustranti e poco remunerative.

    Complice la cattiva immagine che la pubblica amministrazione si è guadagnata negli anni passati, la casta degli economisti, di destra come di sinistra, si scaglia con inusitata durezza verso la richiesta di un impiego statale, il cosiddetto “posto fisso”, quasi che fosse un desiderio da parassiti, di “fannulloni” che danneggiano chi fa impresa, chi rischia di suo, chi in definitiva produce ricchezza. Eccoci ancora a dover rendere conto al denaro, come se l’unico fine della vita umana dovesse essere per forza quello di produrre e commerciare quattrini. Che un individuo desideri volgere la propria attenzione verso ciò che secondo i canoni attuali risulta improduttivo non è considerato degno. Così come è diventata intollerabile l’idea che il lavoro venga considerato un mezzo e non il fine della propria esistenza, una parentesi necessaria per potersi godere qualche ora con la propria famiglia o con gli amici concedendosi qualche svago. Niente da fare, bisogna lavorare sempre, senza sosta, ventiquattrore su ventiquattro, fino in punto di morte, altrimenti per il mercato sei considerato un anello debole. Cosicché ti viene chiesta la mobilità, la propensione a stabilirti altrove, l’imperativo di aggiornare continuamente il tuo “know how” (uno di quegli odiosi inglesismi senza i quali al giorno d’oggi non si può più vivere). Il risultato finale è una vita passata sotto stress e senza progetti a lunga scadenza.

    Dal canto loro, gli economisti moderni sono convinti che i giovani che sono in giro essendo stati cresciuti nella “flanella” non si adattano più, non sanno sacrificarsi, lottare, etc. etc. E su tali basi teoriche giustificano per le imprese la necessità di manodopera extracomunitaria che si presta a quei lavori manovali che gli italiani ormai si rifiutano di fare. E’ indubbio che le cose stiano in questi termini, ma come si è arrivati a ciò? Gli economisti tacciono sul fatto che è stato il turbocapitalismo, lasciato libero da vincoli etici, ha promosso attraverso il martellamento pubblicitario su stampa e tv determinati modelli a danno di altri, che allo sguardo comune hanno assunto un’immagine disprezzabile e persino umiliante.
    Negli anni cinquanta e sessanta il figlio di un operaio era costretto a fare l’operaio e il figlio di un borghese si laureava e diventava professore. Il sistema di allora era sicuramente meno democratico di quello attuale e probabilmente anche ingiusto, nonostante ciò ognuno era orgoglioso della propria classe sociale e del proprio stile di vita. Questa consuetudine è venuta meno quando, grazie al mercato, le vecchie divisioni sociali sono state abbattute a vantaggio di un ampio ceto medio al quale sono stati promessi indistintamente tutte le possibilità che un tempo contrassegnavano la sola borghesia. Questa è la ragione per cui negli anni ottanta nella nostra società sono spariti i manovali e le classi universitarie si sono riempite di iscritti fino a straripare. Naturalmente il turbocapitalismo non fu in grado di esaudire le promesse che aveva elargito democraticamente, ma la giustificazione in questo caso fu che il successo e la ricchezza erano disponibile per “chiunque” ma non per “tutti”, sottile distinzione lessicale che si guadagna facilmente il plauso degli individualisti liberali venendo meno, allo stesso tempo, a ciò che più sta a cuore allo spirito democratico: ovvero l’uguaglianza di condizioni. Questa è la ragione per cui le ricette del neocapitalismo basato sui consumi hanno preso piede presso quei popoli fortemente individualisti quali l’americano e l’anglosassone, mentre abbiano tuttora difficoltà a penetrare in Germania, la cui tradizione comunitaria e solidarista impone ancora all’attenzione la vecchia economia sociale di mercato.
    In un sistema economico bloccato da monopoli quale quello italiano, le aperture al mercato dovute ai governi di centrosinistra si sono rivelate nient’altro che l’ennesimo regalo a chi era nelle migliori condizioni per avvantaggiarsene a scapito di tutti gli altri. Nonostante ciò, l’alone progressista che circonfonde il neocapitalismo è tale che ogni critica rivoltagli è di fatto occultata. La socialdemocrazia ne è stata difatti conquistata, per cui è rimasto solo il mondo cattolico a chiedere incessantemente un maggior rispetto per la dignità di un uomo decaduto al rango di “consumatore”. Purtroppo, però, l’illusione liberale di poter trovare da sé la propria felicità spinge perversamente le masse ad accettare come inevitabile l’imposizione di questo status quo. Cosicché si è finiti ormai per considerare cinicamente la vita come il gioco del lotto: tutti possono farcela, basta solo avere tanta, ma tanta… fortuna!


    Florian
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    Predefinito Rif: Conservare il Centro

    Il paradosso di un partito radicale e conservatore

    4 ottobre 2009


    Da quando Berlusconi ha fatto il suo ingresso nella scena politica nazionale, il centrodestra, formula inedita per l’Italia, si è caratterizzato per il suo aspetto bifronte, radicale e conservatore al tempo stesso. Sin da principio Forza Italia, nell’aspetto conferitogli dal suo fondatore e leader, si proponeva quale partito “liberale di massa”, denominazione paradossale se mettiamo a confronto la valenza ideale e simbolica dei due termini usati. Il liberalismo, in Italia, da Cavour a Giolitti a Croce, ha una storia fondamentalmente elitaria, per nulla incline a rappresentare le masse, le quali, di contro, hanno sempre trovato rappresentazione a sinistra, tra i discendenti del movimento operaio. La masse sono fondamentalmente laiche e sovente anticlericali, laddove il cattolicesimo politico ha sempre avuto come referente la persona, nella sua specifica e irriducibile individualità. Non a caso il mondo cattolico democratico si è sempre trovato più a suo agio con la nozione di “popolo” – il popolo cattolico, il popolo dei fedeli – anziché con quella, più anonima ed egualitaria, di “massa”. Ciò mostra come Forza Italia nascesse prevalentemente dall’incontro di due tradizioni laiche, quali la liberale e la socialista. Berlusconi stesso, negli anni che precedettero la fine della Prima Repubblica, aveva avuto come referente politico Craxi e non Andreotti.

    L’ircocervo berlusconiano si fondava dunque sull’eresia liberalsocialista, con in più una spruzzata di effervescenza radicale. Lo spirito che muoveva agli esordi Forza Italia non era troppo dissimile, infatti, da quello che animava da sempre il ristretto e anche quello verticistico circolo pannelliano. Prima ancora dei berlusconiani e più coerentemente di essi, i radicali italiani proponevano una “rivoluzione” politica e sociale incardinata nel trinomio liberale, liberista e libertario. Pannella, come Berlusconi, si dichiarava estraneo al “regime partitocratrico” e guardava agli Stati Uniti d’America quale stella polare, mentre le maggiori culture politiche italiane erano sempre state più propense a darsi un profilo continentale. Berlusconi, sulla scia di Pannella, rompeva invece con questa tradizione e si dichiarava “reaganiano”, volto a strappare i lacciuoli atavici dello statalismo, del collettivismo, e anche, per quanto si sia sempre guardato dal gridarlo apertamente, dal bacchettonismo clericale. Questa vicinanza tra il berlusconismo e il pannellismo è ancor oggi rappresentata dall’intellettuale più vicino al Cavaliere, Giuliano Ferrara, che malgrado la svolta “clericale” ancor oggi definisce il suo Foglio quotidiano “radicale e conservatore”.

    Nel 1994 anche i principali alleati di Forza Italia, ovvero l’Alleanza Nazionale di Gianfranco Fini e la Lega Nord di Umberto Bossi vedevano convivere al loro interno pulsioni e idealità contraddittorie. La Lega era un partito estremista per via del suo professato indipendentismo secessionista, per l’esasperato populismo, per l’estrazione di sinistra della maggioranza dei suoi leaders, non solo antifascisti dichiarati, ma anche ostili alle èlites economiche e alle istituzioni internazionali. Alleanza Nazionale era nata, invece, dalle ceneri di un partito neofascista, risorgimentale e ghibellino, per nulla propenso al clericalismo e a rappresentare socialmente la borghesia moderata. Questa è la ragione per cui nella prima coalizione berlusconiana, ovvero il Polo delle Libertà, ebbero poco risalto le componenti cattoliche, pure presenti, discendenti di quella Democrazia Cristiana che aveva guidato ininterrottamente l’Italia per cinquant’anni.
    Inizialmente solo la componente più conservatrice e leale alla classe dirigente democristiana messa fuori gioco da Tangentopoli si raggruppò sotto l’ombrello berlusconiano. Un ombrello che, accanto alle tendenze radicali di innovazione del sistema politico italiano, andò presto caratterizzandosi anche come agente di conservazione di quel pentapartito che la magistratura “di sinistra”, con un “golpe giudiziario”, aveva messo definitivamente fuori gioco. Radicalismo e conservatorismo diventano dunque l’alfa e l’omega della politica berlusconiana. Col tempo, per esigenze di governabilità, l’aspetto conservatore prevarrà su quello radicale senza però mai esautorarlo del tutto.
    Il radicalismo degli esordi prevarrà nella concezione populista del partito, orfano di una vera e propria classe dirigente e volto ad un rapporto verticale tra il leader e le masse; nell’atteggiamento antipartitocratico e velatamente anticostituzionale; nell’insofferenza alle regole e all’etichetta; nel malcelato disprezzo verso il mondo della cultura. Allo stesso tempo, però, l’agenda politica del Cavaliere era orientata verso politiche di sano pragmatismo, con un occhio di riguardo per quei valori cattolici messi a repentaglio dall’affermazione di nuovi diritti individuali manifestati dalla controparte di sinistra. Tuttava, fino a quando il centrosinistra italiano è stato guidato con mano abile e ferma da un vecchio uomo della DC quale Romano Prodi, Berlusconi, oltre ad essere sconfitto per due volte alle elezioni, non è mai riuscito ad intercettare il voto della maggioranza dei cattolici italiani, i quali, per istinto e sensibilità politica, gli hanno sempre preferito la compagine ulivista.

    Questa identificazione è parzialmente venuta meno quando a Prodi sono succeduti alla guida del centrosinistra, in fasi politiche differenti, giovani figure non direttamente riconducibili alla storia democristiana e, in definitiva, ad un’impostazione moderata, quali Rutelli o Veltroni. Tuttavia, il “neoconservatorismo” berlusconiano ha subito una pesante battuta d’arresto quando il tentativo di costruzione di un partito sul modello europeo del PPE, a cui avrebbero dovuto partecipare in primo luogo i liberali di Forza Italia, i nazionali di Alleanza Nazionale e i cattolici dell’Unione di Centro, è venuto meno per la volontà manifesta di Berlusconi di costruirsi un partito a sua immagine, che supportasse senza discussioni “inutili” la sua azione politica. Così, quando a Piazza San Babila, a Milano, Berlusconi ha battezzato il neonato Popolo della Libertà, il radicalismo all’originedi Forza Italia è tornato prepotentemente d’attualità, così come ha riconquistato spazio e vigore quell’anima socialista, sempre esaltata da Berlusconi, che è venuta ad occupare il tassello lasciato libero dai democristiani. Infatti, in questa nuova formazione politica, solo superficialmente collegata al moderatismo del PPE, ma in realtà di chiaro orientamento populista (come testimoniato d’altronde dalla scelta, non casuale, di organizzarsi in “popolo” anziché in “partito”), non ha trovato spazio l’UDC di Casini, estromesso per le litigiosità della passata legislatura.
    L’Unione di Centro, che si era formata dal recupero da parte del CCD di altre formazioni cattoliche minori, non poteva non manifestare la propria insofferenza dinanzi al berlusconismo bifronte, un animale politico dal doppio volto, radicale e conservatore al tempo stesso. Non potevano sottostare a quelle anomalie del primo Berlusconi, che successivamente sembravano poter essere ricondotte entro una normale politica democratica e che invece gli eventi tortuosi della politica italiana, caratterizzata dalla costante e ossessiva campagna denigratoria del quotidiano la Repubblica e dal leader dell’IdV, Antonio Di Pietro, hanno portato ad ingigantirsi e allo stesso tempo a stabilizzarsi.

    Ciò è stato possibile anche per due ulteriori fattori concomitanti. Da un lato, Berlusconi si è assicurato il sostegno della Lega Nord, la cui fedeltà coalizionale è stata pagata a peso d’oro attraverso continue concessioni di tipo economico, istituzionale e simbolico-territoriale. Forte dell’affermazione dei propri candidati sotto le insegne del PDL nelle più importanti regioni del nord, il partito di Bossi può oggi trattare con Berlusconi su posizioni non subordinate, sapendo bene che oggi nessuna forza politica in Italia è in grado di prescindere dal peso delle regioni settentrionali. Dall’altro lato, col suo populismo demagogico, Berlusconi ha avuto buon gioco a fare breccia in quell’elettorato di destra, che dopo la scomparsa di Almirante si è trovato più volte spiazzato dalle svolte liberaldemocratiche di Gianfranco Fini.
    Sull’onda di un rinnovato craxismo, negli ultimi tempi Berlusconi ha fondato la sua azione politica sul proprio carisma di leader, alimentando persino un inedito e stravagante culto della personalità del tutto estraneo ai canoni della politica occidentale. In conseguenza di ciò, le basi teoriche che avevano decretato la nascita di un’unica formazione politica di centrodestra sono venute progressivamente meno ed oggi solo la corrente figiana cerca disperatamente di mantenere nel PDL un minimo di democrazia interna e di collegialità, elaborando oltretutto una strategia politica che tenga conto dei recenti sviluppi del conservatorismo continentale. Queste posizioni di buon senso sono però soggette a dura critica dall’anima più militante del berlusconismo, ovvero quei socialisti libertari che ormai, per loro stessa ammissione, non vedono più nulla oltre Berlusconi, per cui ciò che si verificherà “dopo” l’attuale premier è cosa che in definitiva non li interessa perché non parteciperanno alla successiva fase politica che si aprirà. Questa corrente esalta al parossismo il carattere “rivoluzionario” dell’attuale governo Berlusconi, insistendo nella necessità di combattere le èlites “di sinistra”, i sindacati “conservatori”, i “fannulloni” parastatali, il “culturame improduttivo”, ed in genere chiunque si metta di traverso all’operato del premier, sia egli di sinistra o di destra, laico o cattolico, non importa.

    Mentre, dunque, Berlusconi porge le proprie congratulazioni di rito ai leaders moderati europei risultati vincenti contro i loro avversari socialdemocratici, nella sostanza la differenza che separa oggi il PDL dagli altri partiti del PPE è visibile a chiunque. In Europa il moderatismo ha assunto tratti più conservatori da quando i partiti democristiani hanno accentuato il carattere liberale delle loro politiche economiche e diminuito l’impronta confessionale che li caratterizzava. In tutto questo sono rimaste forze che nei loro rispettivi paesi simboleggiano la difesa dell’ordine costituito e la fedeltà alle istituzioni dominanti. Nessun leader moderato penserebbe mai di criticare l’operato del Presidente della Repubblica, di mettere in discussione l’unità nazionale, di contrapporsi ai media avversari, di rimanere in carica nonostante scandali e processi che riguardano la propria persona, di essere vittima di un conflitto d’interessi. Questo, purtroppo, nel centrodestra italiano è accaduto e continua ad accadere.
    Oltretutto i partiti moderati e conservatori europei rappresentano dei gruppi politici stabili, con un’adeguata ideologia alle spalle, e la loro forza e legittimazione non è in alcun caso messa a rischio dal leader che temporaneamente li rappresenta. In Italia, invece, il PDL è un partito che anche quando è al governo, come oggi accade, si comporta bizzarramente come una polemica forza d’opposizione. In cita alla rivolta contro il canone, promette manifestazioni di piazza… manifestando così la sua difficoltà a rappresentare il centro vitale della società italiana e occupandosi solo di difendere il suo leader e i suoi interessi commerciali. Cosicché, soltanto quando l’era politica di Silvio Berlusconi sarà terminata scopriremo se il paradosso di un centrodestra italiano radicale e conservatore al tempo stesso sia stata un’anomalia segnata dal berlusconismo, oppure se, al contrario, è un vizio di fondo, già presente nel nazionalismo e nel mussolinismo, e dunque da considerarsi connaturato allo spirito “smoderato” e fondamentalmente anarcoide del popolo italiano.


    Florian
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    Ultima modifica di Florian; 09-10-09 alle 08:12
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