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    Predefinito Rif: Conservare il Centro

    Riflessioni sul PDL

    Il partito – Il leader e la classe dirigente – Il re legittimo e il tiranno


    11 giugno 2009



    1. IL PARTITO


    Se c'è una parola dalla quale intendo iniziare per queste riflessioni sul PDL e che in sè mi sembra racchiudere già il corretto atteggiamento da seguire, questa è "partito".

    Io sono un liberale e un democratico. In una democrazia il confronto avviene tra fazioni che si affrontano liberamente e nel rispetto le une delle altre. I partiti sono i soggetti politici in cui queste fazioni hanno modo di essere rappresentate.

    Un popolo, viceversa, esclude di per sè l'esistenza di fazioni. Al contrario, traccia un discrimine verso l'alto, ovvero nei confronti delle èlites. Il popolo non ama la democrazia rappresentativa preferendole la democrazia diretta, ovvero un sistema politico che esalti il rapporto diretto tra un vertice (il capo carismatico) e la base (il popolo), azzerando ogni altro tipo di mediazione (partiti, istituzioni).

    Il populismo, anche quando si dice "democratico", si considera un corpo estraneo in quella che considera una "partitocrazia". E' una forza demagogica che rifiuta una sana dialettica tra destra e sinistra, ponendosi al di là di suddette divisioni, considerandosi piuttosto come l'unico, autentico, legittimo detentore della sovranità popolare.

    Io non sono populista, ma conservatore. Ovvero, accetto il confronto liberaldemocratico presidiando l'ala destra dello schieramento parlamentare. Per questo motivo so di far parte di una fazione (i conservatori) e di aver bisogno di un partito e di politici qualificati - non di un capo! - che rappresentino le mie istanze.

    Per questo motivo ritengo che il centrodestra italiano sia nato nella maniera peggiore, preferendo alla più corretta definizione di "Partito delle Libertà" la demagogica e alquanto pericolosa forma di "Popolo della Libertà".

    Il primo errore è stato quello di non riconoscersi partito, ma popolo.

    Il secondo, quello di ricevere questa investitura dai propri elettori attraverso un sondaggio, il massimo del qualunquismo populista.

    Il terzo errore, non meno grave e anche questo indicativo dell'indirizzo preso, è stato quello di anteporre "la Libertà" al singolare al più liberale plurale de "le Libertà". Si è così paradossalmente avallata, per una forza politica di centrodestra, l'idea di una Libertà deificata, illuminista, madre di diritti, invece che una Libertà plurale non assoluta, ma soggetta a Dio, e quindi mezzo per la realizzazione e la responsabilità dell'individuo.

    Ad una scelta liberale si è preferito l'approccio repubblicano. A Locke, Rousseau. Paradossale per una forza di destra, se non fosse che il PDL non ha mai inteso qualificarsi come tale. Intendendo rappresentare invece che una "parte" un "popolo", proprio come piaceva al filosofo ginevrino.


    2. IL LEADER E LA CLASSE DIRIGENTE


    Come si è detto, una delle differenze più evidenti fra un partito liberale ed un partito populista è che il primo si riconosce in una classe dirigente, di cui il leader è un "primus inter pares", mentre il secondo non ha classe dirigente demandando ogni cosa ad un "capo carismatico".

    Forza Italia e Alleanza Nazionale, ovvero le forze che hanno in massima parte dato vita al PDL, intendevano essere entrambe liberaldemocratiche, ma erano dalla loro nascita soggette ad un vulnus liberale, ovvero erano entrambe caratterizzate da una leadership assoluta, cosa che mancava nel terzo soggetto, l'UDC, che non a caso prenderà una strada autonoma.

    Sia Berlusconi che Fini hanno sempre svolto il ruolo di "capi carismatici". Berlusconi è il padre-padrone di Forza Italia, partito che ha una notevole classe dirigente, la quale però è impedita dallo svolgere la sua funzione in quanto soggetta al predominio assoluto e totalizzante della leadership populista.
    Fini, dopo il breve interregno di Rauti nel MSI, ha sempre goduto del massimo controllo della destra, e se non è mai stato "padrone" di Alleanza Nazionale è sempre stato "intoccabile" in un partito e in una comunità che si è sempre identificata nei suoi capi, rivestendoli di un'aura addirittura mitica.

    Il centro-destra italiano è stato sin dall'inizio caratterizzato dunque dalla diarchia Berlusconi-Fini, sulla quale (e non su altro) è stato costituito il PDL.

    Non sappiamo se vi sia stato un preciso accordo di successione tra i due leaders, fatto sta che gran parte della polemica interna al partito si riconduce ad una malcelata accettazione di Fini del ruolo subordinato che gli è stato imposto. Berlusconi, abituato ad avere accanto semplici yesmen, è destinato a confliggere con Fini, ogni qual volta costui fa sentire chiaramente la propria voce discorde per rimarcare la propria autorità.

    In questa controversia la classe dirigente del PDL si ritrova messa tra parentesi, costretta a seguire pedissequamente i voleri delluno o dell'altro capo, perdendo la propria autorevolezza e persino, in taluni casi, la propria dignità.


    * * *

    Forse per salvaguardare i suoi interessi e rafforzare l'attuale posizione minoritaria, fatto sta che Gianfranco Fini, da quando è solo un "membro fondatore" del PDL sta dando voce a quanti rifiutano l'idea populista del capo carismatico attualmente simboleggiata da Silvio Berlusconi.

    In questo caso, a mio avviso, un conservatore non può che plaudire al tentativo finiano di "declassare" Berlusconi a "primus inter pares", pur riconoscendone il legittimo ruolo di leader. Purtroppo, però, Silvio, fattosi incoronare dal suo popolo "Re", è lungi dall'acconsentire a questo ridimensionamento "democratico" e le tenta tutte per impedire alla "sua" classe dirigente di avere la forza e l'autorevolezza necessaria per guidare autonomamente un partito che possa considerarsi tale.

    Ecco, dunque, l'atteggiamento tirannico di chi si considera non fungibile, deus ex machina delle fortune del proprio partito, salvo riversare poi, nei momenti peggiori, il fardello della scconfitta sui "colonnelli" che "non lo seguono".

    In questo modo Berlusconi rinsalda continuamente il suo rapporto d'amore con l'elettorato, favorendo però implicitamente la deresponsabilizzazione della sua classe dirigente (abituata ormai a riporre ogni speranza in Silvio), nonchè impedendo ogni concreta dialettica democratica in un partito che ancora non sa se il suo primo congresso non sarà magari anche l'ultimo.


    3. IL RE LEGITTIMO E IL TIRANNO


    Il problema della destra italiana è che, innamorata dell'ordine e non dimentica della natura giacobina della sinistra, non è abituata a distinguere il Re legittimo dal tiranno. Il primo è soggetto alla legge laddove il secondo è d'uso strapazzarla per i suoi personali scopi.

    Mussolini, ad esempio, gode ancora di una diffusa benevolenza popolare, essendo ricordato, a destra ma non solo, come colui che risanò strade e porti, favorì l'interesse nazionale, si accordò con la Chiesa, osteggiò il comunismo. Generalmente a destra si ha oggi maggior pudore di qualche anno fa nello sbandierare l'ostilità del Duce alle "plutocrazie occidentali", così come si condannano come "tragici errori" le leggi razziali e l'alleanza "infausta" con la Germania Hitleriana. Tuttavia la questione dirimente, ovvero che il fascismo, per favorire i propri scopi, anche legittimi, abbia illegittimamente negato le più basilari libertà al popolo italiano... beh, questo passa ancor oggi in second'ordine.

    Questo perchè, tuttora, a destra, si è soliti guardare ai fini piuttosto che ai mezzi coi quali essi vengono perseguiti. Ragion per cui, se si difende la cattolicità o si combatte il comunismo ogni mezzo è lecito - atteggiamento questo speculare di quanti a sinistra userebbero se potessero le stesse armi per combattere la "reazione".
    L'indifferenza alla legge è la ragione principale per cui il popolo italiano è stato sempre ostile al liberalismo anche quando paradossalmente si è considerato tale. Abbiamo così conosciuto un liberalismo nazionale e un liberalismo socialista, ma al tempo stesso ci siamo sempre negati la possibilità di un liberalismo classico che è stata la fortuna delle maggiori potenze occidentali.

    Ancor oggi Silvio Berlusconi viene portato in palmo di mano dai suoi affezionati elettori in quanto "uomo buono", persona "vicina al popolo", come colui che grazie alle sue imprese "dà da mangiare a milioni di italiani", come il Presidente di una squadra di calcio - il Milan - che ha vinto più trofei in assoluto. Berlusconi gode del fascino del vincente e il suo viscerale contatto con le "gente" lo mette al riparo da ogni possibile e legittima critica.

    I continui tentativi di impeachement giudiziario da parte della sinistra hanno compiuto il miracolo di farlo passare per "vittima innocente" presso una consistente fetta di italiani. Oggi come oggi giudicare Berlusconi sfuggendo ad ogni partigianeria è impresa ardua. Tuttavia cercherò, nel mio piccolo, di avanzare delle critiche "da destra" senza per questo sentirmi complice di qualsiasi "complotto" della sinistra.

    A mio avviso Berlusconi è stato ed è un grande imprenditore dotato di eccezionali capacità immaginative e organizzative. Detto questo mi guardo bene di ritenere che sia una figura immacolata, come pretenderebbero piuttosto ipocritamente i suoi detrattori moralisti.
    Nonostante ciò, Berlusconi ha preteso di governare l'Italia facendo passare come una questione risibile e di "secondo piano" il suo conflitto d'interesse. Questione che in nessun altro Paese occidentale gli avrebbe permesso di andare al potere.
    I berluscones diranno che non esiste alcun conflitto d'interessi in quanto Silvio avrebbe demandato a parenti e amici le aziende di sua proprietà, ma ciò che è stato forse risolto formalmente non lo è stato però sostanzialmente. Cosicchè Berlusconi controlla tuttora i suoi numerosi mezzi di comunicazione, cosa inaccettabile, se non fosse che anche la sinistra ha un bel controllare, ragion per cui ci ritroviamo in un Paese in cui le leggi e le libertà sono fatte appositamente per non essere rispettate. E nessuno si scandalizza più di tanto di ciò perchè siamo tutti figli di Machiavelli.

    Berlusconi ovviamente non è un ingenuo. E dunque lascia in avanscoperta l'indifendibile Fede nel ruolo di cheerleader, lasciando trasparire che le altre sue reti gli sarebbero addirittura ostili. Vabbè.
    La realtà è un'altra. E cioè che l'impero berlusconiano non è in alcun modo sensibile alle istanze conservatrici e/o di destra, ma si guarda bene - ovviamente - di colpire, sia pure minimamente, il proprio padrone.
    Questa è la ragione per cui il TG5 o il Giornale possono avere servizi tranquillamente filoprogressisti sul piano genericamente culturale o riguardo la politica internazionale e al tempo stesso sposare il più rigido berlusconismo sul fronte interno.

    Non solo. Quando Silvio è in pericolo i suoi media lo soccorrono amorevolmente piegandosi in taluni casi anche a fare il lavoretto sporco. Ad esempio, se i finiani gli pestano i piedi non si mettono in campo le più acute firme liberali e moderate, ma si ricorre a fascisti vecchi e/o immaginari per stroncare con articoli al vetriolo le pretese autonomie dei ribelli. Mi ricordo ancora bene di quando venne riesumato nientemeno che Caradonna per gettare fango sul proposito (velleitario) dell'elefantino, ovvero l'asse Fini-Segni. Oppure, per guardare solo a ieri, le fucilate ad alzozero di Stenio Solinas nei confronti dell'irriconoscente Fini e di quei "fascisti da ricacciare nelle fogne" perchè avevano osato opporsi alla scelta del Predellino. O ancora, il rancoroso pamphlet del fogliante Giuli edito dalla berlusconiana Einaudi, che ridicolizza l'intera classe dirigente postfascista nel preciso momento in cui questa punta orgogliosamente i piedi contro le imposizioni del "lider maximo".
    Al confronto le bordate odierne di FareFuturo hanno consistenza non maggiore delle palline di gomma.


    * * *

    Adesso, Silvio Berlusconi che tanto ha dato e tanto ha tolto alla politica italiana, come dobbiamo considerarlo, come un Re legittimo oppure come un tiranno? La risposta che mi sento di dare è che Berlusconi si trova ad essere un tiranno in una società che impedisce anche al più puro e disinteressato degli uomini di sottrarsi al potere arbitrario. Dunque, se da un lato lo colpevolizzo, dall'altro gli concedo delle attenuanti, perchè se lui controlla i media gli altri hanno dalla loro parte la magistratura...

    Dio ci salvi dai moralisti, come ha detto bene Giuliano Ferrara, ma la moralità - almeno quella - vorremmo se possibile conservarla.


    Florian
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    Predefinito Rif: Conservare il Centro

    Se Emilio Fede è tra noi

    23 giugno 2009


    Nel PDL vige ormai la linea leninista. Il partito ha sempre ragione e Berlusconi, come Stalin, è il Padre della Patria. Si difendono perciò gli "amici" e si attaccano a spada tratta gli "avversari". Si è prudenti nelle affermazioni. Non ci si azzarda in ipotesi futuristiche. Ci si attiene pragmaticamente allo status quo che si vorrebbe eterno, scolpito nella pietra, con Berlusconi unico leader possibile ed immaginabile per la destra italiana. Si rimastica quanto dicono altre, più note e prezzolate figure, con il semplice scopo di favorire la squadra di cui si fa parte.

    Per fare un parallelo calcistico, non potendo agire da rifinitori, si accetta di buon grado il ruolo di portatori d'acqua. Tanta acqua da portare al mulino berlusconiano, che più si allontana paradossalmente dal conservatorismo e più viene investito di salvifiche qualità. Berlusconi è diventato figura imprenscindibile non solo per il PDL ma anche e forse più per un mondo di "destri" reali e immaginari che senza di lui sembra ormai incapace di darsi uno scopo e una linea politica. Ci si limita a negare. Negare sempre, anche l'evidenza.

    Siamo tutti soggetti al Grande Incantatore.

    Ad adulare, tempo fa, era solo Fede. Oggi all'Emilio nazionale si è aggiunta la triade Feltri-Belpietro-Giordano, pronti all'unisono a cantare "Meno male che Silvio c'è", senza nemmeno sentirsi più ridicoli per quello che fanno. Al contrario, chi si sottrae a questo volgare e assurdo "culto della personalità" viene guardato con sospetto e al limite persino estromesso dalla cerchia di fedelissimi.

    Cosicchè a destra, sono sempre i migliori a venire defenestrati o a dover ripiegare nello scomodo e angusto angolo riservato alle "coscienze critiche". E' il caso di Antonio Martino, di Marcello Pera, di Pisanu, di Adornato, di Magdi Allam. Ma è anche il caso di Paolo Guzzanti prima usato come arma contundente contro i comunisti e poi gettato come uno straccio vecchio quando le sue veementi posizioni antiputiniane erano divenute troppo scomode.

    Ecco dunque che il PDL si identifica sempre più nei Bondi, nei Cicchitto e nei Gasparri, ovvero i berluscones fedelissimi, il cui unico ruolo è quello di spegnere gli incendi e cauterizzare le ferite. E a furia di vederli in tv e di leggerli sui giornali si acquista, magari persino inconsapevolmente, la stessa fisionomia, ci si assoggetta al servile ruolo di miliziani dell'Imperatore.

    Cosicchè anche un luogo di per sè libero, quale un forum, soggiace a forme di condizionamento eterodirette, in cui a dominare è la logica della paura. Paura di ragionare con la propria testa, di lanciarsi verso i territori inesplorati del "dopo", immagine ormai foriera solo di cattivi presagi, paura di rompere questo "giocattolo" che dura da quindici anni e che è l'unico che ci è stato finora concesso di usare.

    Per ritrovare noi stessi abbiamo bisogno di spezzare la magia nera di questo incantesimo. Questo significherà probabilmente rassegnarsi a perdere le future elezioni e anche quel "popolo" di corifei che, venuto meno l'attuale Capo se ne sceglierà un altro magari di segno opposto. Avremo dinanzi a noi un deserto da attraversare, ma questo ci servirà per riconquistare tutto ciò che abbiamo perso. Un partito vero, una classe politica ed intellettuale seria ed onesta, e, quel che è più importante, anche la nostra anima.


    Florian
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  3. #13
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    Predefinito Rif: Conservare il Centro

    Perchè la destra va al mare e la sinistra no?

    24 giugno 2009


    A proposito della recente tornata elettorale, leggo questa mattina sul sito del Riformista:

    "L'affluenza è l'altro dato di cui non si può non tener conto. Alle cifre basse registrate in buona parte del paese, il centrosinistra ha storicamente da guadagnare. Non è un caso che la maggioranza sia tornata a parlare di abolizione del secondo turno. Avere elettori più fedeli e ligi al dovere non è un demerito e fa parte del gioco democratico."

    Già, averceli anche a destra questi elettori fedeli, che di sabato o di domenica, col bello e col cattivo tempo, si recano alle urne per fare il loro dovere di bravi cittadini. Cittadini democratici.

    Quando io vado a votare, e lo faccio sempre, mi guardo solitamente in giro e nell'osservare gli altri votanti mi metto a fantasticare sulle loro scelte. Poichè mi reco alle urne di prima mattina, o comunque alle prime ore da quando scatta il via, trovo spesso persone anziane abituate da anni a questo rito che in Italia si osserva puntualmente quasi ogni anno.

    Chissà perchè, quando guardo questa gente che, nonostante l'età, gli acciacchi e tutto quanto, si reca compitamente alle urne, mi viene da pensare che essa voti in maggioranza per la sinistra o per l'UDC. Forse perchè a destra tutto sa di nuovo e di precario: Berlusconi, il PDL...

    L'elettore di destra è uno che evidentemente tiene sempre "che fare". Non solo durante i giorni feriali, ma persino in quelli festivi. E' uno che ama svegliarsi tardi e se c'è bel tempo (cosa che nel meridione accade spesso) andare al mare, cosicchè per votare c'è sempre tempo e se non c'è... pazienza, sarà per l'altra volta!

    Tanto Berlusconi vince lo stesso, il referendum (e cche è???) non se lo fila nessuno, e poi chissenefrega della politica tanto-rubano-tutti!

    Chissà quanti elettori "non di sinistra" la pensano così e si recano a votare in massa solo alle politiche, quando Berlusconi chiama a raccolta il suo popolo a mettere una crocetta sopra il suo nome. Nelle altre occasioni, per europee e amministrative l'elettore di destra è distratto, annoiato, e se può va al mare.

    Mi ricordo, in occasione di una tremenda mazzata elettorale della coalizione berlusconiana, che il perfido Altan su Repubblica ironizzò sulla cronica insofferenza dell'uomo di destra per le elezioni.

    C'è di più e di peggio. L'uomo di destra non solo vota con fastidio, ma anche legge con fastidio. Compra pochissimi quotidiani, Panorama se c'è un dvd (e poi lo butta via), libri manco a parlarne. Sembra proprio che destra e politica non vadano d'accordo.
    Perchè le librerie tradizionali sono praticamente spoglie di libri "di destra"? Perchè l'elettore berlusconiano bene che vada si compra Vespa a Natale. Oppure aspetta l'annuale promozione Mondadori per raccattare qualche Oscar!

    Qualcuno dirà che esagero e che nutro del livore verso la mia parte politica. Ma è che sotto alcuni aspetti invidio i militanti della sinistra. Che, al di là dei suoi errori, ha impartito ad una parte non piccola di italiani una buona educazione civica. Ovviamente non parlo degli anarchici da centro sociale, ma del corpaccione proveniente dal PCI.

    Questo popolo di impiegati statali, di professori universitari, di pensionati è stato abituato a partecipare attivamente alla vita della collettività. E' un popolo "repubblicano", che ha fiducia nelle Istituzioni, ama la democrazia e rispetta la Costituzione. Compra il quotidiano, guarda una tv non becera, si interessa di cultura, è iscritto a circoli, partecipa a incontri e manifestazioni. E ovviamente va a votare.

    E' un corpo "solido" (oddio, non pensate male!), nel senso che ha una sua fisicità, una forza e una costanza dovuta non ad un lavaggio del cervello leninista, quanto piuttosto da un marcato senso del dovere. Questo aspetto che dovrebbe caratterizzare in un certo senso la destra, in Italia alberga invece a sinistra.

    A destra, terreno sabbioso e sempre instabile, vige da sempre la libertà di farsi i cazzi propri, proprio come diceva un divertente sketch di Guzzanti. Essere liberali a destra è un modo un pò comodo per scaricarsi di dosso ogni responsabilità, ogni dovere comunitario. Tra pubblico e privato a vincere è sempre il secondo.

    Tanto Berlusconi ce la fa lo stesso, andiamo al mare, per le elezioni c'è tempo...


    Florian
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    La giovane Germania multietnica sul tetto d'Europa

    30 giugno 2009


    Erano 13 anni che nel calcio le rappresentative tedesche, a livello di nazionali, non vincevano qualcosa di importante. Nella serata di ieri, con un fantastico 4-0 rifilato alla più blasonata e favorita Inghilterra i teutonici hanno conquistato il loro primo alloro "Under 21", che insieme ai titoli conseguiti nell'ultimo anno dalla U17 e dalla U19 consegna alle cronache una straordinaria tripletta.

    Giovani tedeschi ueber alles? Sembra proprio di sì. Ma c'è qualcosa che balza immediatamente all'occhio e che favorisce le ironie di qualche bislacco commentatore: di typisch deutsch, ovvero di panzer purosangue, in questa rappresentativa ce ne sono pochi, mentre abbondano i figli di immigrati. Turchi, polacchi, russi, tunisini, nigeriani, ghanesi, spagnoli, iraniani, bosniaci... questa non può essere la Germania, sorridono a metà tra l'invidioso e lo scandalizzato gli amanti del pallone. E invece, ci informa Bizzotto, telecronista RAI e gran conoscitore di calcio tedesco, i Khedira e gli Oezil, nonostante quel nome esotico che li accompagna, sono tedeschi come gli altri e te ne accorgi quando li senti parlare negli spogliatoi nel dialetto del posto.

    Allora ti rendi conto che ciò che fa veramente una nazione, ciò che vincola un popolo, è innanzitutto la lingua. E difatti la Germania, questa Germania multietnica che la Signora Merkel ha riportato alla guida dell'Europa, nello stempo tempo in cui apre le frontiere e accoglie le genti di tutto il mondo, difende al tempo stesso con grande tenacia la propria lingua nazionale, quell'idioma così ostico a chi è straniero (chiedere ai nostri Giovanni Trapattoni e Luca Toni), ma che i tedeschi, anche i più "progressisti", non si sognerebbero mai di barattare con l'inglese.

    Ecco dunque quello che può apparire come un paradosso: la globalizzazione ha avuto buon gioco nell'imporre agli Stati il crogiuolo delle razze, ma ha incontrato sulla propria strada il baluardo dell'idioma nazionale. In Italia troviamo ancora strano che un Balotelli, perchè nero di pelle, giochi con la maglia azzurra. Al tempo stesso, però, sorvoliamo sul fatto che la nostra lingua abbondi ormai di orridi inglesismi. I tedeschi, invece, il cui tradizionalismo non è certo inferiore al nostro, hanno compreso bene che è più importante conservare Goethe che i capelli biondi e gli occhi azzurri. E per questo motivo sono attentissimi a non imbastardire il proprio linguaggio. Ciò dà speranza a quanti si vedevano rassegnati ad un futuro immancabilmente piatto e standardizzato. Infatti, a differenza degli USA - che saranno costretti prima o poi a cedere al bilinguismo -, l'Europa può contare su culture forti che rappresentano inevitabilmente un ostacolo alla globalizzazione totale.

    La Germania, così avanzata in questo processo di integrazione di popoli, è al tempo stesso la nazione più attenta alla salvaguardia della propria cultura. E' un interessante compromesso che merita di essere studiato e seguito. D'ora in poi, invece di giudicare dal semplice aspetto esteriore dovremo metterci a parlare. Allora e solo allora si capirà chi è tedesco e chi italiano.

    Intanto, nella serata di ieri, mentre gioiva per una vittoria che mancava all'appello dai tempi di Bierhoff, la Germania non faceva distinzioni di sorta. Avevano vinto tutti insieme e alla maniera loro. Da tedeschi.


    Florian
    Ultima modifica di Florian; 05-10-09 alle 15:40
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    I Valori e la Libertà

    Un viaggio nell'Italia che si divide ma non cambia



    6 agosto 2009


    Un domani chi si troverà a rileggere questi ultimi 15 anni di storia italiana si troverà dinanzi due partiti che tanto nel nome quanto nelle intenzioni si sono identificati con due capisaldi del pensiero politico: i Valori e la Libertà. E sottolineerà come in questo periodo, in Italia, i Valori abbiano trovato casa a sinistra - nell' Italia dei Valori di Tonino Di Pietro - e la Libertà a destra - nel Popolo della Libertà, di Silvio Berlusconi.

    Che la Libertà trovi posto a destra, in un epoca ancora segnata da una forza di sinistra illiberale come il comunismo non stupisce poi molto. Incuriosisce e confonde addirittura però che la sinistra postcomunista abbia invece finito con l'identificarsi con due termini - l'Italia e i Valori - che non sono mai stati nel proprio dna politico e che piuttosto appartenevano di diritto al centro moderato e alla destra neofascista. Tutto però ha una spiegazione e questa spiegazione nella fattispecie si chiama Mani Pulite.

    E' noto che nei primi anni novanta crolla in Italia il pentapartito, i cui massimi esponenti sono tutti indagati per corruzione e costretti ad abbandonare la scena politica. Comunisti e fascisti si salvano dalla grande ondata moralizzatrice che si leva in tutta Italia venendo accolta favorevolmente da un’ampia fascia di elettori indipendenti o comunque non ideologicamente schierati. E' un momento in cui gli italiani sembrano in buona parte felicitarsi nel vedere affondare quel blocco di potere che ha governato il Paese per 50 anni e che loro stessi, per abitudine, conformismo e magari interesse avevano contribuito a tenere a galla per tanto tempo. Adesso, in uno dei tanti trasformismi dell'italiano medio, si plaude all'affondo del Titanic e il popolo delle casalinghe (lo stesso che diverrà lo zoccolo duro del futuro elettorato berlusconiano) applaude tutti i giorni l’anchorman Gianfranco Funari che dalla tv incita il magistrato Tonino di Pietro ad "andare avanti" nella sua opera di gambizzazione dei politici corrotti, in primo luogo del socialista Bettino Craxi.

    Gianfranco Funari non è di sinistra, è un guascone populista che dichiara il suo debito con Indro Montanelli, il giornalista più famoso della destra moderata. Il caso vuole che la sua seguitissima trasmissione vada in onda su Italia 1, canale del gruppo Fininvest, il cui proprietario è Silvio Berlusconi, un imprenditore i cui legami con la famiglia Craxi sono ben noti. Tuttavia Berlusconi in un primo momento non è investito dalle polemiche politiche che si susseguono e nessuno dei suoi abituali telespettatori ipotizza una sua eventuale "discesa in campo". E’ un momento, quello, in cui in Italia nessuno più riconosce di essere stato socialista o democristiano: c’è una sentita volontà popolare di rinnovare classe e sistema politico, una volontà trasversale che passa da sinistra a destra incrociando la Lega Nord e altri partiti minori che nel frattempo spuntano fuori come funghi.

    Ad un certo punto, mentre il livello della tensione è fortissimo, ecco che arriva il momento della fatidica scelta politica di Silvio Berlusconi. Questi, dopo aver tentato senza successo di spingere moderati come Segni o Martinazzoli alla guida di una nuova coalizione di centro, mobilita i media in suo possesso a difesa di quell’Italia “moderata” che era stata ingiustamente affossata e che non voleva morire comunista. E per non escludere nulla dal nascente “rassemblement” anticomunista con un grandissimo “colpo di teatro” sdogana nell’imbarazzo generale l’impresentabile Gianfranco Fini leader del vecchio MSI.

    Questa mossa da consumato giocatore di poker è quella che di fatto scombussola la situazione politica italiana facendola deviare dal suo corso naturale. Infatti, mentre fino ad allora la destra era stata, non meno della sinistra, a favore di Mani Pulite, adesso per opportunismo si trova nella condizione di non poter rifiutare la mano tesa del Cavaliere e senza chiedersi se questa porgesse o meno una mela avvelenata, decide di saltare il fosso e di porsi senza imbarazzo a fianco dei moderati “corrotti”. In quel momento Berlusconi diventa l’oggetto speciale di nuove inchieste giudiziare per via dei suoi rapporti con Craxi in uno scontro che lo vede contrapposto a Di Pietro, un magistrato di simpatie paradossalmente democristiane ma che nel momento in cui scenderà in politica anche lui si troverà ad occupare forse persino contro la propria volontà la casella di sinistra.

    A questo punto la storia politica italiana si svolgerà lungo un corso bipolare che sarà identificato in maniera assai diversa a seconda che lo si guardi da destra o da sinistra. I Berlusconiani rilanciano con foga un anticomunismo all’americana e fuori tempo massimo, che mai si era visto quando il PCI e Craxi erano ancora in vita e che paradossalmente spunta fuori proprio quando la sinistra, caduto il Muro, tenta di darsi un tono riformista. Berlusconi, socialista, si contorna di un pugno di intellettuali provenienti dall’indipendentismo di sinistra, più qualche liberale, qualche radicale, alla guida dei resti di quello che era stato il pentapartito, con l’aggiunta del MSI e della Lega. E’ un’armata brancaleone che si raccoglie sotto il vessillo della Libertà. Una libertà che per altri, però, sottintende la “libertà di rubare”.
    L’altro fronte, non meno composito e raccogliticcio, vede paradossalmente insieme comunisti non del tutto pentiti, l’editore antiberlusconiano De Benedetti, e vari moralizzatori che tra il loro passato sul fronte moderato e di destra e la coerenza intellettuale scelgono quest’ultima: vedi Scalfaro, Montanelli, Travaglio. Questa coalizione che al pari dell’altra accomuna trasversalmente sinistra, centro e destra, troverà il suo simbolo nel culto dei Valori, irrinunciabili per un’Italia che voglia dirsi onesta e pulita al pari delle altre nazioni europee.

    Ecco perchè nell’Italia della cosiddetta Seconda Repubblica una bandiera fino ad allora particolarmente amata dalla sinistra – la Libertà – diviene appannaggio della destra, e un’altra bandiera che si è sventolata a lungo a destra – i Valori – viene ad essere paradossalmente impugnata dalla sinistra. Sempre che identificare berlusconiani e antiberlusconiani con vecchi arnesi ideologici abbia un senso reale.
    Ad ogni modo, per la destra il confronto politico italiano si gioca ora tra liberalismo e illiberalismo; per la sinistra invece la differenza passa tra i profittatori e gli onesti. Per chi scrive, la tragedia è che hanno ragione e torto entrambi. Come non bastasse gli interessi politici finiranno presto col mettere in secondo piano fino ad annullarle le presunte velleità ideali. E’ ancora una volta un’Italia che si scompone e si ricompone senza risolvere le proprie contraddizioni politiche e anzi aggiungendone di nuove.

    Chi scrive nel 1993 guardava con simpatia a quella rivoluzione politica che attraverso Mani Pulite si apprestava a cambiare del tutto la geografia partitica italiana. Appena un anno dopo ero però già arruolato nel fronte berlusconiano – quota AN – perchè anticomunista convinto. Ma ricordo ancora nel ’95 l’imbarazzo provato dinanzi ad un Liguori e ad uno Sgarbi che, preso il posto del buon Funari nelle tv Fininvest, si affannavano a difendere i plurinquisiti, facendosi paladini di un garantismo che mai è stato parte del mio dna politico. Ricordo lo sconcerto provato dinanzi alla tristemente famosa legge “salvaladri” firmata dall’allora Ministro Biondi (legale, tra l’altro, anche dell’orrenda setta di Scientology).
    Purtroppo non avrei mai potuto militare nel campo opposto: comunisti a parte, ho sempre ritenuto ipocrita e strumentale la loro difesa di valori che mai hanno fatto parte della loro storia politica e che sono serviti soltanto - è l’opinione che mi sono fatto, giusta o sbagliata che sia - a dare una veste presentabile e accattivante ad un partito finanziato per anni da un agente nemico, quale quello russo. Mai avrei potuto mescolarmi a una fetta d’Italia che si è sempre situata dalla parte sbagliata riguardo e le battaglie sociali e le scelte internazionali.
    Fedele ai Valori più che alla Libertà, ho combattuto per quest’ultima contro i primi mosso da un sentimento di lealtà politica, pur senza crederci. Sono stato un elettore fedele e allo stesso tempo critico, continuamente in bilico tra ciò che ritenevo giusto e ciò che mi sembrava opportuno. Tanti altri, dalla parte opposta hanno fatto come me. Guelfi e ghibellini di un Paese che ogni tanto decide di cambiare d’aspetto per rimanere in fondo sempre uguale a se stesso.


    Florian
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  6. #16
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    Fini è criticabile, ma Berlusconi (lui sì) è “ridicolo”

    11 settembre 2009


    Qualsiasi cosa si pensi di Fini nessuno potrà mai negare che sia oratore con i fiocchi, probabilmente il migliore sulla scena politica italiana. Forse non sarà un grande stratega, io personalmente da sempre avanzo dubbi in proposito, ma in quanto a tattica rimane il numero uno. Fini eccelle nella politica di piccolo cabotaggio, come dice bene le cose ovvie lui non le dice nessuno. In ogni altro partito avrebbe vita difficile e il fiato sul collo di una nutrita concorrenza, ma nel PDL sul piano teorico può permettersi di spadroneggiare perchè lì il partito non esiste e Berlusconi, poveri noi, è politicamente uno zero.

    Ieri Fini ha parlato al seminario di Gubbio e ancora una volta ha fatto una gran figura. Non che ci volesse molto, visto che ha detto giusto quelle cose che nessuno potrebbe mai rinfacciargli tanto sono palesi, a sinistra come a destra.

    Innanzitutto ha criticato lo “stillicidio” delle accuse rivoltegli negli ultimi mesi, “non degno di un partito”, e ha ribadito di non essere un progressista e di non candidarsi alla successione di Napolitano (piuttosto di Ban Ki Moon ha detto scherzando). Entrambe le cose sono infatti improponibili o difficilmente realizzabili, e sono state montate ad arte dai soliti scribacchini berlusconiani per metterlo in cattiva luce davanti ai suoi stessi elettori. Tuttavia dire che Fini sia pronto per il PD significherebbe voler dire che Angela Merkel è una socialdemocratica mascherata e Cameron un laburista in incognito. La verità è che i conservatori e i moderati europei, piaccia o non piaccia (e a me non piace tanto), hanno un profilo assai simile a quello che Fini sta cucendo per sè e per il PDL. Berlusconi, invece, con questo mondo non ha nulla a che fare, ma il suo populismo, del tutto anomalo in ambito PPE, rimanda ad esempi peggiori, direi latinoamericani.

    Poi Fini si è messo a parlare degli immigrati: "Quando vengono respinti dei clandestini si fa bene, ma se su un barcone c'è un bambino o una donna incinta che sta per partorire e magari viene rimandata in un paese dove c'è un dittatore che la manda a morte, la sussistenza del diritto d'asilo la pretendo da un paese civile". Come al solito Fini sceglie una piccola contraddizione a suo favore per sollevare la questione che più gli sta a cuore. Ovvero, che per l’immigrazione non basta ragionare in termini di “sicurezza”, come fa la Lega, ma bisogna affrontare la questione da un punto di vista strategico. Al riguardo la strategia di Fini non è chiarissima e forse nemmeno condivisibile per un elettorato di destra. Tuttavia parlarne, discuterne dentro al partito, dai vertici alla base, può solo fare del bene al partito, oggi assente su questa come su ogni altra questione e tirato in causa solo quando si tratta di difendere a spada tratta Berlusconi dalle accuse che gli vengono mosse.

    Fini ha affrontato anche la questione del localismo ribadendo che il Pdl è un partito nazionale, per cui “non può avere la testa al Nord o al Sud”. Dando così una stoccata alla Lega e insieme agli autonomisti meridionali. Ma il piatto forte è stato, a mio avviso, quando ha parlato, senza peli sulla lingua, del PDL.

    “Dal 27 marzo non si è deciso nulla”, ha sottolineato con forza Fini. “Non è possibile che non si sia deciso nulla, il partito non è un organigramma. Serve un cambio di marcia, un dibattito interno”. E come dargli torto? Forse che qualcuno di noi ha saputo niente del conclamato partito “unico” dopo la sua inaugurazione? Silenzio assoluto, come già del resto accadeva in Forza Italia. E’, questa, purtroppo, la maledizione di essere governati da un Capo che decide tutto lui in piena autonomia e zittisce tutti coloro che gli si pongono di mezzo. Berlusconi ha avuto finora gioco facile con Bondi e Cicchitto, ma con Fini è più dura. Vivaddio.
    "Chiedere democrazia interna - ha detto Fini - non rappresenta un reato di lesa maestà". A questo siamo arrivati: a dover applaudire Fini perchè grazie a lui e solo a lui questo PDL ha ancora una remota speranza di diventare un partito “democratico” anzichè rimanere il feudo di proprietà di Silvio Berlusconi. Il quale, dopo aver sguinzagliato il “cagnaccio” Feltri per mordere alle caviglie, adesso si fa “piccino piccino” dinanzi a Fini, pronto ad esaudire ogni suo volere, sottolineando in primis come nel PDL riguardo alle questioni etiche vi sia libertà di coscienza. Bello sforzo! Che gli frega infatti a Berlusconi di questa “roba cattolica”? A lui interessa soltanto rimanere in sella e in quest’ottica i suoi nemici non sono i “laicisti”, ma solo coloro che intendono disarcionarlo, in primis la magistratura e la stampa avversaria. Ogni discorso politico, in questo quadro di potere, resta un optional.

    Sul piano politico Fini, com’è giusto che sia, resta criticabile, ma non è mai “ridicolo” come ha avuto l’avventatezza di scrivere Vittorio Feltri. Il quale, a proposito di ridicolaggini, farebbe bene ad ascoltare ciò che spesso dice il suo datore di lavoro. Anche ieri, infatti, mentre Fini incassava gli elogi di Poettering e il commento imbarazzato di Cicchitto (“Nel PDL non mi sento in caserma”), Berlusconi ne sparava un’altra delle sue: “Sono il miglior premier degli ultimi 150 anni!” Una frase infelice, assurda sul piano storico oltre che stupidamente autocelebrativa; un’altra gaffe che non aiuterà anzi si ripercuoterà contro il governo che presiede e quanti, nonostante le fanfaronate e le cadute d’immagine di Silvio, si sforzano riuscendovi di realizzare qualcosa di positivo. Perchè obiettivamente il rischio che corre questo governo è alla fine di essere identificato col suo premier e il buon lavoro di Tremonti, Brunetta, Gelmini & Co. affossato dalla disgraziata immagine che si è dato. Quella di un premier “ridicolo”, che i reporters di tutto il mondo dipingono oggi assatanato dal sesso e con pericolose manie dittatoriali.

    Per cui, alla fine, se Fini riuscirà a salvare il PDL dal naufragio a cui Berlusconi sembra averlo destinato allora avrà diritto agli applausi anche da chi politicamente a destra non la pensa in toto come lui. Me compreso.


    Florian
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  7. #17
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    Cos’è un partito politico?

    L’indifferenza alla storia e agli ideali al tempo di Videocracy


    14 settembre 2009


    Cos’è un partito politico? Questa domanda mi sono posto oggi, dopo aver letto alcune dichiarazioni del ministro Brunetta, riprese da Alessandro Campi, che dicevano pressappoco così: io sono berlusconiano, perché a me del dopo Berlusconi non me ne importa nulla. Dopo Silvio, dunque, venga pure il diluvio, tanto noi non ci saremo più e comunque a quel punto, quando la festa sarà finita, faremo altre cose. Nel frattempo, però, quanto ci siamo divertiti!
    Per Brunetta evidentemente il Popolo della Libertà è solo un mezzo per conseguire quelle riforme a suo parere necessarie. Non la pensava diversamente Paolo Del Debbio che all’epoca delle polemiche tra Forza Italia e UDC sul “partito unico” sottolineava questo punto: si fa un gran parlare di “partito” quando la cosa veramente importante è che esprimi una politica “unica”, ovvero quella rappresentata da Silvio Berlusconi. Del resto, che il centrodestra italiano si riconosca da sempre come una “lista Berlusconi” lo testimonia la grafica del simbolo elettorale, in cui tradizionalmente a dominare è il nome del leader con il tricolore e il termine “libertà” a fare da contorno.

    C’è poi un’altra idea di partito, opposta alla prima, che richiama all’appartenenza. L’UDC, ad esempio, continua a sentirsi depositaria della tradizione di Sturzo e De Gasperi e sa di rappresentare una fetta non indifferente di elettori italiani, i cattolici democratici. Lo stesso succede anche in Germania, dove la CDU rimane ancor oggi il partito di Adenauer e la SPD quello di Brandt. In Inghilterra i conservatori vengono chiamati ancora tories, a dimostrazione di come le loro origini siano radicate nel passato. Negli Stati Uniti il Partito Repubblicano ha una sua identità riconducibile ai Presidenti Lincoln e Reagan, mentre quello Democratico a Roosevelt e Kennedy. In Francia Sarkozy si richiama esplicitamente a De Gaulle e nessuno si sognerebbe mai di contestarglielo. Contrariamente a questi paesi, in Italia, invece, il tentativo di collocare il berlusconismo nella scia dei partiti democratici della Prima Repubblica è franato perché c’erano sulla piazza altre formazioni politiche che avevano migliori credenziali per reclamare quelle specifiche identità.

    Riguardo al centrodestra italiano ciò che ne mette più a rischio la sorte futura non è la scarsità di mezzi o la mancanza di leaders in grado di succedere al Cavaliere, ma la difficoltà congenita divenuta col tempo indifferenza ad incarnare in proposta politica una storia nazionale. Alcuni anni fa ci provò, con lodevole sforzo, Ferdinando Adornato che cercò in alcune figure del liberalismo, del cattolicesimo, del socialismo e del conservatorismo una scia politica nella quale potesse collocarsi il berlusconismo, ma le sollecitazioni non furono raccolte dalla leadership, che alla tradizioni preferì il Predellino. Cosicché oggi il centrodestra italiano non può propriamente dirsi né Cavouriano, né Crispino, né Giolittiano e né Degasperiano, nè Einaudiano e tantomeno Almirantiano. Resta semplicemente berlusconiano, il che alimenta in molti il timore che finito questo ciclo non se ne aprirà un altro, perché mancano le basi storiche, ideologiche e al contempo mitiche che impediscono a qualunque partito vero di sfaldarsi dall’oggi al domani. Dopo l’uscita dell’UDC dalla Casa delle Libertà, a farsi carico di queste preoccupazioni, nel centrodestra attuale, è Alessandro Campi, della fondazione FareFuturo, da molti osservatori considerata la fronda interna.

    Bisogna dunque separare il concetto di partito, che ha una precisa identità radicata nella storia, da quello di un semplice cartello elettorale in cui a dominare è la leadership. Quando questa decade il cartello si scioglie perché non ha alcun motivo di sussistere venuto meno il suo unico collante.
    Se Berlusconi fosse stato un vero leader di partito invece che un businessman prestatosi alla politica principalmente per difendere i suoi interessi commerciali, si sarebbe preoccupato di ascoltare quanto per anni gli hanno raccomandato di fare intellettuali liberali e conservatori come Galli della Loggia, Angelo Panebianco e Sergio Romano. Avrebbe potuto scegliere di darsi un tono prettamente liberale, linea Cavour-Einaudi, oppure intercettare l’area moderata, raccogliendo il miglior lascito della DC. Ancora, congiungendosi agli ex missini, avrebbe potuto dar vita ad una sintesi liberalnazionale o persino socialnazionale, ma non ha mai avuto interesse a scegliere una tradizione e una linea politica, in parte perché indifferente alla storia delle idee e in parte per il concreto timore di perdere voti. Per cui, ha preferito non scegliere alcunché e incarnare a seconda delle contingenze tutti i modelli politici possibili e immaginabili come maschere da indossare e poi disfarsi a proprio piacimento. Dietro il “partito liberale di massa”, primo ed unico marchio di fabbrica del centrodestra italiano, non c’è nulla che non sia racchiuso nella storia privata dell’imprenditore Silvio Berlusconi. Il quale, agli italiani delusi dal Palazzo e per questo volti antipolitica, ha offerto unicamente l’immagine vincente di se stesso e la sua proverbiale capacità di “fare”. La transizione continua.


    Florian
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  8. #18
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    Voglia di normalità. Voglia di Germania

    15 settembre 2009


    Intervistato dal Corriere, il ministro Tremonti è si espresso in termini chiari riguardo alla fisionomia del PDL: «La macchina politica è un po’ come un computer. È fatta da hardware e da software. È fatta dagli apparati, che vanno dalla base verso i vertici— dagli amministratori locali agli organi di presidenza — e da idee e principi, simboli e messaggi. (...) Ci sono nella politica contemporanea due forme di hardware, e corrispondono all’alternativa non casuale tra 'Partito della libertà' e 'Popolo della libertà'. La scelta, nell’alternativa tra partito e popolo, è stata nel senso del popolo. Partito è una struttura novecentesca; popolo è una forma diversa di fare politica. Ma è politica, appunto, e non dogmatica o scolastica. Il fatto che sia popolo e non partito non esclude dunque in radice forme comunque utili e necessarie di organizzazione. E queste possono e devono essere attivate in forma sempre più intensa e organica, per scadenze, temi, decisioni; su questo credo che nessuno, neanche il presidente Berlusconi, sia contrario. Si può assumere anzi che questa formula non riduca ma rafforzi la sua leadership».

    Questa dichiarazione è importante perchè sancisce ancora una volta la natura di "non partito" del PDL. Tremonti cerca di far conciliare il leaderismo populistico con l’organizzazione, ma la sua critica al partito "novecentesco" non è adeguatamente motivata e, a mio avviso, molto poco condivisibile. I grandi stati europei sono tutti governati da partiti, che sono grandi partiti, con una storia e una cultura alle spalle. Quella del "popolo" è una forma nuova del fare politica, ma nel tentativo di favorire la democrazia, ne solletica allo stesso tempo gli istinti peggiori, in primis quella tendenza alla "dittatura della maggioranza" che era stata individuata in primis da Tocqueville.

    Il voler provare, da parte di Berlusconi, la validità delle sue politiche sulla base dell’alto tasso di popolarità riscosso, risponde alla stessa logica con cui Mediaset, sulla base dei dati Auditel, costruisce i suoi palinsesti. Ovvero, che il popolo ha sempre ragione e che bisogna assecondarne gli umori. Ma Berlusconi dovrebbe sapere che il popolo ha accettato di buon cuore anche il fascismo e il comunismo, il che dovrebbe dirla lunga sulla sua lungimiranza. In realtà la democrazia continua ad essere un bene da preservare fin quando rimane una democrazia rappresentativa. Fin quando cioè i meccanismi istituzionali non vengono mai azzerati dal rapporto diretto tra leader e popolo che costituisce il fondamento di ogni populismo.

    L'idea che bisogna dare al popolo ciò che esso chiede ha in sè qualcosa di socialmente ingiusto oltre che politicamente di illiberale. Nell’Occidente liberaldemocratico sono state finora le èlites a guidare le masse, in ragione della loro competenza ed autorevolezza, ragion per cui il processo democratico è sempre stato guidato e limitato dal liberalismo e, spesso, anche da una concreta dose di conservatorismo. I governi occidentali agiscono per conto dei loro popoli, i quali, a loro volta, rispettano le istituzioni che li rappresentano. Quando ciò accade, una nazione ha governi stabili e una certa pace sociale.

    A tal proposito c'è da notare come l'ultimo "faccia a faccia" politico in Germania, tra la Merkel e il suo sfidante socialdemocratico, sia stato definito dalla nostra stampa come un "duetto" più che un "duello". E questo perchè siamo ormai così abituati alla politica spettacolo, in cui le parti in causa si affrontano dando il peggio di se stesse, che una politica "normale" ci delude in primo luogo perchè ci annoia. Sarebbe invece positivo se anche l'Italia chiudesse definitivamente i conti con i suoi duelli da avanspettacolo per tornare a quel serrato confronto civile, rispettoso delle parti, che aveva contrassegnato le pagine migliori della cosiddetta Prima Repubblica. A quella normalità politica un po' noiosa ma indispensabile affinchè la democrazia non degeneri in uno stato di guerra civile permanente.

    Questo proposito dovrebbe essere fatto proprio innanzitutto dal centrodestra. Per attuare la conservazione, infatti, c'è bisogno di pace e non di guerra, di stabilità e non di incertezza. Ciò accade in varie parti del mondo, dove ormai persino la socialdemocrazia svolge talvolta un importante ruolo conservatore. E’ il caso della Germania, che dal dopoguerra ad oggi è sempre riuscita a impedire che gli scandali e le spinte estremistiche riuscissero a minare le sue Istituzioni, a far venir meno il patriottismo e il senso civico di un popolo oggi pacificato con se stesso e con i suoi vicini. Una Germania il cui modello è poco appariscente, ma assai concreto. Che non a caso la rende ancor oggi, la "locomotiva d'Europa".


    Florian
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  9. #19
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    Keine Experimente

    Le elezioni tedesche e la “sgermanizzazione” della Germania



    28 settembre 2009


    Ora che Angela Merkel è stata confermata cancelliera e può governare finalmente con l’alleato preferito, ovvero i liberali, la Germania può rimettere in moto quel programma di riforme che era stata impedita finora dalla presenza dei socialdemocratici nella Grossa Coalizione.

    In Germania il conservatorismo ha assunto nel dopoguerra un carattere moderato, accorto e pragmatico, simboleggiato da un vecchio slogan di Adenauer: keine experimente, nessun esperimento. Su queste basi, durante la guerra fredda la CDU si è adoperata fruttuosamente nel modernizzare la Germania nel rispetto della sua storia e della sua tradizione. Oggi però la Germania corre un rischio, quello di non essere più “tedesca”. Ancora all’epoca di Kaiser Franz e dell’Ispettore Derrick si poteva affermare consapevolmente che i deutschen (dell’ovest) rimanevano tali senza per questo essere più considerati nazisti o antioccidentali. Ma il pericolo di una Germania “tedesca” si ripropose in tutta Europa al momento dell’unificazione, dopo che i fratelli dell’est si erano sottratti al soffocante regime comunista. Per tale ragione fu chiesto alla Germania, già a suo tempo de-nazificata, di “sgermanizzarsi” e considerarsi in primo luogo il motore dell’integrazione europea. A questo proposito contribuirono in larga misura socialisti e verdi che, tornati al governo nel 1998 con Schroeder, sulla scia di un moderno riformismo, hanno incarnato la Germania nell’epoca della globalizzazione: liberale, tollerante, multiculturale. Non più Monaco, ma Berlino.

    La sgermanizzazione della Germania ha portato sensibili cambiamenti in politica come in società. La politica, tradizionalmente legata allo schema bipartitico CDU-CSU/SPD, ha segnalato la forte ascesa di nuovi soggetti politici d’intento modernizzatore e d’impronta fortemente occidentale (liberali, verdi), e il ritorno dei veterocomunisti (Linke), che hanno trovato nelle regioni dell’est un consistente bacino elettorale. Per quanto riguarda la società, invece, la sgermanizzazione ha significato il progressivo abbandono del modello tradizionalista e la modernizzazione dei costumi e degli stili di vita, in un passaggio dalla campagna alla città e dalla città al cosiddetto villaggio globale. I nuovi tedeschi sono cittadini sempre più sprovincializzati e cosmopoliti, sensibili ai diritti dell’individuo e delle minoranze, ovvero politicamente corretti. Non c’è da stupirsi se siano andati in brodo di giuggiole quando Barack Obama è andato a salutarli nella sua tournèe europea preelettorale.

    Ieri la Merkel ha vinto, ma a guardare bene i risultati elettorali si può notare come le forze più propriamente conservatrici - CDU e CSU in testa – non solo non si siano rafforzate, ma abbiano continuato a perdere consenso. Al contrario delle forze che più si identificavano con la modernizzazione (i liberali e i verdi), o con la protesta (Linke). Il trend della CDU-CSU è invece negativo, segno di una costante disaffezione dell’elettorato, fattosi tra l’altro sempre più anziano. Mentre la conservatrice CSU crolla in Baviera, perdendo per la prima volta la maggioranza assoluta dei consensi, la scena politica è occupata dal liberale Westerwelle, difensore dei diritti civili e gay confesso. Se si identifica il moderno conservatorismo con il perseguimento di politiche liberiste allora si può azzardare che la Germania abbia davvero fatto qualche passettino verso destra, ma se rapportiamo il conservatorismo al tradizionalismo allora i conti è difficile che tornino.

    Nonostante sia la Merkel che lo stesso Westerwelle siano lontani dal libertarismo che ha caratterizzato il partito Tory al tempo della Signora Thatcher, il rischio che le riforme economiche finiscono col provocare effetti imprevisti e magari non auspicati anche in ambito sociale, come è già avvenuto in Inghilterra, riguarda anche la Germania. Per quanto Margaret Thatcher fosse provvista di una sana formazione vittoriana, contrariamente alle sue intenzioni, le riforme liberiste da lei promosse nel modernizzare l’Inghilterra esaltarono le pulsioni individualiste ed edoniste del suo stesso elettorato cosicché i suoi discepoli, come Michael Portillo, univano già il liberalismo economico al liberalismo sociale, facendo assomigliare tristemente i nuovi tories ai vecchi liberali di Manchester.

    Il conservatore tradizionale non è affatto ostile al mercato e non è nemmeno un immobilista sul piano sociale, ovvero non chiede la cristallizzazione della tradizione, che proprio in quanto tale si alimenta del cambiamento. Riguardo quest’ultimo, però, il conservatore si augura che avvenga lentamente, per gradi, e che non crei scompensi e rotture nel corpo sociale. Keine experimente, come diceva saggiamente Adenauer. Il che non significava star fermi, e difatti la sua Germania ferma non lo fu mai, ma camminare adagio con prudenza e rispetto per i valori ereditati. Valori che in quanto vecchi non è detto che per questo non siano validi, piuttosto il contrario. I nuovi conservatori, però, a volte si dimenticano di essere conservatori e, invece di seguire il prudente modello antico, volgono alla conquista di nuovi diritti individuali con un impeto e una fiducia nel futuro non minori di quelli tipici dei loro avversari di sinistra. Per cui essi capita sovente che essi vincono conquistando l’elettorato dell’avversario, incuranti del fatto che il loro bacino tradizionale si assottigli sempre più. Questo è purtroppo accaduto nella Francia di Sarkozy e sta per accadere nell’Inghilterra di Cameron, nell’Italia di Fini ed è possibile che accada anche nella futura Germania del duo Merkel-Westerwelle. Per quanto, a differenza di francesi, inglesi e italiani, il carattere del popolo tedesco sia molto più tradizionalista.

    Negli anni novanta del secolo scorso l’orologio del mondo è schizzato avanti ad una velocità impressionante, in quanto il lascito, non voluto, del conservatorismo libertario degli anni ottanta, è stato il presuntuoso e folle liberalismo socialdemocratico del decennio successivo. La globalizzazione ha significato il progressivo indebolimento delle specificità e delle sovranità nazionali, speculazioni finanziarie con l’indebolimento del potere d’acquisto, famiglie allargate, libertinismo sessuale, omosessualità galoppante, neofemminismo di riporto, multiculturalismo al seguito di impressionanti flussi migratori, declino inesorabile delle religioni tradizionali a vantaggio di spiritualità individualistiche e sincretiche. Tutto ciò ha rappresentato il trionfo del liberalismo tout court, la cui “sinistra” ha potuto incidere sul piano sociale una volta che la “destra” aveva opportunamente arato la strada sul fronte dell’economia. E poiché non vi sono stati sensibili ripensamenti sulla direzione di marcia, il rischio è che ieri, in Germania, se la destra ha vinto, il conservatorismo – quello autentico – possa aver avuto l’ennesima battuta d’arresto.

    Per queste ragioni auspichiamo che la Signora Merkel, caratterizzatasi già per lo stile rigoroso e impeccabile, e per il suo intelligente pragmatismo, continui nella politica dei piccoli passi che ha contraddistinto felicemente la passata legislatura. Che il suo occhio accorto e vigile impedisca l’accelerarsi di quei processi disgregativi che da alcuni anni stanno affliggendo la Germania, la scristianizzazione, la frantumazione dei vincoli comunitari, la perdita di coscienza nazionale, la cosiddetta Ostalgie, che spinge molti tedeschi dell’est a rimpiangere il vetusto regime comunista, lo svilupparsi di mode abiette sponsorizzate dal modernismo cosmopolitista. La Signora Merkel dovrebbe adoperarsi per riportare i tedeschi nella loro Germania, obiettivo molto più importante, oggi, per un conservatore, che favorire ulteriormente lo sviluppo economico. Se questo dovesse essere perseguito a danno della tradizione, non vorremmo rimpiangere allora l’arretratezza. Keine experimente, appunto.


    Florian
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    Il valore supremo dell’esempio

    29 settembre 2009


    Per molti aspetti Angela Merkel, riconfermata cancelliera di Germania, potrebbe dirsi l’anti-Obama. Mentre quest’ultimo scalda i cuori delle folle internazionali come una rockstar in virtù della sua immagine giovanile e la grande capacità comunicativa, il premier tedesco fai addirittura fatica a ricordarlo tanto lo stile e l’aspetto sono convenzionali e per nulla appariscenti. La Merkel è una donna, ma non una donna-copertina. Non è trendy come Michelle. Prima che diventasse cancelliera il suo look era anzi decisamente sciatto e su Internet circolano ancora sue foto orribili – senza un filo di trucco e con i capelli pettinati con un curioso taglio alla paggetto -, che comunque non le hanno impedito di arrivare ad essere nel 2008, secondo la rivista Forbes, la “donna più potente del mondo”. Mentre Obama si è affermato anche grazie all’esteriorità accattivante e a quell’”abbronzatura” che in America acquista un peso specifico per la rimozione di un passato storico che continua a bruciare, la Merkel vi è riuscita a dispetto di tutto ciò. Chi l’ha votata si è semplicemente fidato della sua competenza e della sua abilità politica. Onore al popolo tedesco, che ha dimostrato ancora una volta di non essere superficiale e di valutare le donne al di là del loro aspetto fisico. Da noi, che abbiamo mandato in Parlamento Cicciolina, purtroppo si sprecano volgarità su Rosy Bindi. Oltre che idioti, pure cafoni.
    Ad ogni modo, una volta diventata cancelliera, Angela Merkel ha rivisto adeguatamente il proprio aspetto, risultando più gradevole e istituzionale. Segno che all’esteriorità c’è sempre rimedio, alla qualità della persona purtroppo no.

    Angela Merkel possiede tutte le qualità che si chiedono generalmente ad un politico: serietà, onestà, competenza, misura, affabilità. Ciò le è valsa la stima anche dell’avversario socialdemocratico, le cui critiche hanno sempre avuto un fondamento politico e mai hanno intaccato la persona. Questo perché la credibilità e l’esempio sono fondamentali in politica e si rivelano addirittura essenziali se ci si rivolge in primo luogo ad un elettorato tradizionalista e conservatore quale è quello della CDU ed in generale quello tedesco. Nonostante ciò, le politiche della Signora Merkel sono completamente prive di coloriture autoritarie o illiberali. Questo perché, in un’epoca in cui i valori della libertà e della democrazia sono irrinunciabili, le scelte, anche quelle etiche, devono affermarsi non per imposizione ma grazie alla libera scelta del cittadino. Un politico conservatore ha il diritto di adoperarsi affinché i valori si impongano sui disvalori, che la vita abbia la meglio sulla morte e la virtù sul vizio, ma non può più farlo dando per scontata la propria scala di valori. Non solo perchè ciò in un sistema liberale ciò non sarebbe permesso, ma anche perché i risultati sarebbero controproducenti alle intenzioni, in quanto alimenterebbero ancor di più il piacere libertario della trasgressione. Di contro, i conservatori sanno che l’atteggiamento più giusto e proficuo per far valere le proprie istanze è quello di fornire in prima persona il buon esempio, dando testimonianza, innanzitutto con il proprio comportamento, del valore delle proprie parole. Come ogni venditore deve risultare credibile agli occhi del proprio acquirente, così in politica chi viene colto in contraddizione tra ciò che è in pubblico e ciò che è in privato concede il destro all’avversario per colpirlo riguardo ciò che è prima ancora che per ciò che dice.

    Ogni paese ha avuto i suoi scandali e ogni politico, anche il più serio e onesto, può incorrere in errore. In Germania è accaduto che Helmut Kohl, il fautore della Germania unita, dopo sedici anni di governo, mentre era ancora l’incontrastato leader dei cristiano-democratici, è incappato in una spiacevole storia di fondi illeciti. La cosa, in una società ligia alle regole quale quella tedesca, costringe anche un mito nazionale a dover pagare per i propri errori. Ed è stata proprio Angela Merkel, ad assumersi lo spiacevole, ma doveroso compito, di accompagnare gentilmente Kohl fuori dalla scena politica. Nell’occasione si è dovuta privilegiare la verità alla lealtà e con ciò si sono salvaguardati l’integrità morale e il futuro politico della CDU.

    Questo discorso ci porta inevitabilmente e dolorosamente a fare un raffronto con quanto accade costantemente in casa nostra. All’epoca di Mani Pulite, quando i nostri partiti di governo furono colpiti dagli scandali finanziari, il nostro sistema, invece di darsi una doverosa e salutare ripulita, si è diviso tra garantisti pelosi e ipocriti moralizzatori. Il machiavellismo nazionale ha permesso che entrambe le parti in causa avessero in eguale misura ragioni e torti, per cui la nostra situazione politica invece di superare l’empasse di è ulteriormente avvitata in se stessa, dando luogo ad una delegittimazione reciproca delle parti politiche. In questo clima, purtroppo, si è cercato di far assolvere dinanzi all’opinione pubblica anche i politici colpevoli di reato in virtù delle loro qualità politiche e dell’idea perniciosa che un crimine quando viene commesso da tutti o quasi non si rivela più tale. Rubavano… ma rubavano tutti! In pochi, sinceramente, hanno ammesso le proprie colpe, che sono state invece riversate all’avversario. Il risultato è stato che la perdita di credibilità della Prima Repubblica ha permesso così all’antipolitica di prenderne il posto. Quando Berlusconi fece la sua famosa “discesa in campo” aveva dietro di sé i fedelissimi di Publitalia e i residui delle classi dirigenti scampate alle inchieste giudiziarie. Pur combattendo strenuamente le sinistre, Berlusconi non intendeva porsi a rappresentante del ceto liberalconservatore e cattolico, tendendo al contrario verso un liberalismo d’impronta radicale, laico e interclassista. Era, piuttosto, il suo, un populismo inedito per la scena politica italiana, che poteva contare su agitatori aggressivi e “smoderati”, quali erano in tv gli Sgarbi e i Liguori. Fin qui l’azione di Berlusconi non peccava certo di coerenza. Disarcionato dai poteri forti con l’aiuto dei sindacati, il “Cavaliere”, da uomo intelligente e accorto qual è, ha compreso che se voleva sperare di vincere il composito blocco ulivista doveva assumere un’immagine più rassicurante che gli permettesse di avere dalla propria parte quell’elettorato cattolico che in larga misura si era schierato con l’avversario Romano Prodi. Da questa analisi fatta a tavolino nasce il tentativo del gruppo berlusconiano di far breccia nell’elettorato moderato, specie tra i cattolici più confessionali. Un’inversione a “U” quella del Cavaliere, che in pochi anni cambiò radicalmente immagine e politiche, fino a farsi portavoce di quelle tematiche etiche tanto a cuore presso le gerarchie vaticane.

    Per un po’ di tempo l’immagine del Berlusconi cattolico e moralizzatore ha retto bene dinanzi all’opinione pubblica, nonostante la sua attività imprenditoriale andasse in ben altra direzione, come i palinsesti di Mediaset potevano facilmente dimostrare. Negli ultimi tempi, invece, una catena di avvenimenti spiacevoli che hanno colpito privatamente il Cav. hanno portato a galla le contraddizioni riguardanti il Berlusconi pubblico e quello privato. La richiesta di divorzio della moglie Veronica, le voci sempre più insistenti di rapporti con prostitute di lusso, la vicenda delle candidate “veline” e in ultimo la triste vicenda dei rapporti, non si sa di quale natura, con una minorenne che lo chiama affettuosamente “papi” hanno pesantemente intaccato l’immagine pubblica del nostro premier, che è diventato vulnerabile politicamente e sul ruolo di rappresentante del ceto cattolico-conservatore. Della situazione hanno approfittato i suoi nemici storici, dal gruppo Repubblica-L’Espresso a Santoro, la cui martellante e incisiva “battaglia di verità” ha mostrato agli occhi di tutto il mondo un Berlusconi invischiato in storie fin qui non criminose ma comunque oltremodo discutibili tanto sul piano morale, quanto per il ruolo istituzionale esercitato e ancora per la fisionomia politica “moderata” che il Cav. si era artatamente costruito.
    In questa polemica i berlusconiani per difendere il loro leader dalle accuse rivoltegli si sono affannati nello sbandierare il famoso slogan radical-libertario “vicious are not crimes” (i vizi non sono crimini), dimenticando così che un politico abile ma vizioso è comunque mal tollerato da un elettorato conservatore. Non a caso i cattolici italiani sono rimasti disorientati da un uomo politico che privatamente si rivela l’opposto di quello che in pubblico vorrebbe rappresentare. Non si tratta qui di debolezze passeggere, ma di uno stile di vita “sregolato” di cui il premier non intende affatto scusarsi e su cui ha preso persino l’abitudine di ironizzare in pubblico. Atteggiamenti oggettivamente volgari che sono stati adeguatamente censurati dalla stampa estera di qualunque colore politico. Soltanto perché è circondato da un consistente seguito di elettori fidelizzati e perché ha dinanzi a sé un’opposizione urlata e incapace di darsi una credibile linea politica, il Cavaliere è riuscito finora a non farsi sommergere dall’ondata di fango che lo ha investito in questi mesi. Tuttavia la sua immagine è rimasta intaccata per sempre e i suoi errori verranno probabilmente pagati dai suoi eredi politici, se ci saranno mai.

    Inutile dire che in altri paesi europei, vedi la Germania, dinanzi a questi scandali i politici, i partiti e le Istituzioni si sarebbero comportati diversamente. Purtroppo nel nostro Paese la lealtà ha sempre avuto la meglio sulla verità. E’ accaduto prima con Mussolini, poi con Craxi e infine con Berlusconi. A dire il vero non con Andreotti, che, bisogna dargliene atto, ha vissuto sulla propria pelle e fino in fondo gli attacchi giudiziari rivoltigli uscendone alla fine indenne. Allo stesso modo, se nessun italiano ha mai giurato sulla santità della classe politica democristiana, bisogna ammettere che mai la DC ha giocato tanto ipocritamente la carta del cattolicesimo politico. Forse questa è la ragione per cui un certo ceto democristiano, sopravvissuto alla burrasca, è riescito a conquistarsi uno spazio politico e mira oggi ad intercettare i delusi del berlusconismo in vista di una riaggregazione dell’area moderata che un giorno o l’altro dovrà forzatamente avvenire, in quale forma ancora non si sa. Se ciò è potuto accadere è perché nei momenti di crisi se non si fa sfoggio di sincerità, umiltà e concretezza si viene inevitabilmente sommersi. Il Berlusconi politico è riuscito ad essere concreto, ma il Berlusconi uomo non è stato né sincero né umile e ha preferito saldare i suoi rapporti sulla lealtà. Invece l’Italia ha un forte deficit di verità, di politici che fondino le loro proposte di legge su un esempio credibile. Quando ciò non accade è facile che chi verrà dopo di loro non incontrerà grosse difficoltà a cambiarle con altre di segno opposto. Oltretutto, ogni reale ipotesi di costruzione ha sempre bisogno di basarsi sul consenso e a volte anche sul compromesso. Per tutto ciò, anche in Italia, avremmo avuto bisogno di una Merkel.


    Florian
    SADNESS IS REBELLION

 

 
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