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    La Vengeance
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    Predefinito Galilei e l'infallibilità della Chiesa

    Ho sbagliato ad inserire il 3d che è involontariamente ed inspiegabilmente finito in una sezione diversa.
    Chiedo cortesemente ai moderatori di cancellare questa discussione sul Cristiani e Cattolici ringraziandoli sin d'ora per quanto faranno.
    La mia volontà era quella di inserire la discusisone in questa sezione. Quella dei Cattolici Romani.
    L'uomo è fallace.




    Lettera del Cardinale Roberto Bellarmino al Molto Reverendo Priore Paolo Antonio Foscarini, Provinciale de' Carmelitani della Provincia di Calabria [in Roma].

    "Molto Reverendo Padre mio,
    ho letto volentieri l'epistola italiana e la scrittura latina che la P.V. m'ha mandato: la ringratio dell'una e dell'altra, e confesso che sono tutte piene d'ingegno e di dottrina. Ma perché lei dimanda il mio parere, lo farò con molta brevità, perché lei hora ha poco tempo di leggere et io ho poco tempo di scrivere.

    1°. Dico che mi pare che P.V. et il signor Galileo facciano prudentemente a contentarsi di parlare ex suppositione e non assolutamente, come io ho sempre creduto che abbia parlato il Copernico. Perché il dire, che supposto che la Terra si muova e il Sole stia fermo si salvano tutte l'apparenze meglio che con porre gli eccentrici et epicicli è benissimo detto, e non ha pericolo nessuno; e questo basta al mathematico: ma volere affermare che realmente il Sole sia nel centro del mondo, e solo si rivolti in se stesso senza correre dall'oriente all'occidente, e che la Terra stia nel terzo cielo e giri con somma velocità intorno al Sole, è cosa molto pericolosa non solo d'irritare tutti i filosofi e theologi scholastici, ma anco di nuocere alla Santa Fede con rendere false le Scritture Sante; perché la P.V. ha bene dimostrato molti modi di esporre le Sante Scritture, ma non li ha applicati in particolare, che senza dubbio havria trovate grandissime difficultà se havesse voluto esporre tutti quei luoghi che lei stessa ha citati.

    2°. Dico che, come lei sa, il Concilio prohibisce esporre le scritture contra il commune consenso de' Santi Padri; e se la P.V. vorrà leggere non dico solo li Santi Padri, ma li commentarii moderni sopra il Genesi, sopra li Salmi, sopra l'Ecclesiaste, sopra Giosuè trovarà che tutti convengono in esporre ad litteram ch'il Sole è nel cielo e gira intorno alla Terra con somma velocità e che la Terra è lontanissima dal cielo e sta nel centro del mondo, immobile. Consideri hora lei, con la sua prudenza, se la Chiesa possa sopportare che si dia alle Scritture un senso contrario alli Santi padri et a tutti li espositori greci e latini. Né si può rispondere che questa non sia materia di fede, perché se non è materia di fede ex parte obiecti, è materia di fede ex parte dicentis: e così sarebbe heretico chi dicesse che Abramo non abbia avuti due figliuoli et Iacob dodici, come chi dicesse che Christo non è nato di vergine, perché l'uno e l'altro lo dice lo Spirito Santo per bocca de' Profeti et Apostoli.

    3°. Dico che quando ci fusse vera dimostrazione che il Sole stia nel centro del mondo e la Terra nel terzo cielo, e che il Sole non circonda la Terra, ma la Terra circonda il Sole allhora bisogneria andar con molta considerazione in esplicare le scritture che paiono contrarie, e piuttosto dire che non l'intendiamo che dire che sia falso quello che si dimostra. Ma io non crederò che ci sia tal dimostrazione, fin che non mi sia mostrata: né è l'istesso dimostrare che supposto che il Sole stia nel centro e la Terra nel cielo, si salvino le apparenze, e dimostrare che in verità il Sole stia nel centro e la Terra nel cielo; perché la prima dimostrazione credo che ci possa essere, ma della seconda ho grandissimo dubbio, et in caso di dubbio non si dee lasciare la Scrittura Santa esposta da' Santi Padri. Aggiungo che quello che scrisse: Oritur sol et occidit, et ad locum suum revertitur etc., fu Salomone il quale non solo parlò inspirato da Dio, ma fu huomo sopra tutti gli altri sapientissimo e dottissimo nelle scienze humane e nella cognitione delle cose create, e tutta questa sapienza l'hebbe da Dio; onde non è verisimile che affermasse una cosa che fusse contraria alla verità dimostrata o che si potesse dimostrare. E se mi dirà che Salomone parla secondo l'apparenza, parendo a noi ch'il Sole giri, mentre la Terra gira,e a chi si parte dal litto pare che il litto si parta dalla nave, risponderò che chi si parte dal litto, sebbene si pare che il litto si parte da lui, nondimeno conosce che questo è errore e lo corregge, vedendo chiaramente che la nave si muove e non il litto; ma quanto al Sole e la Terra, nessuno savio è che abbia bisogno di correggere l'errore, perché chiaramente esperimenta che la Terra sta ferma e che l'occhio non s'inganna quando giudica che il Sole si muove, come anco non s'inganna quando giudica che la Luna e le stelle si muovano. E questo basti per hora.
    Conche saluto chiaramente P.V. e gli prego da Dio ogni contento."

    (Roberto BELLARMINO , in GALILEI , Opere , vol XII - anche in LA RUSSA , cit , pp. 152/155)
    http://www.matefilia.it/arturnet/num...bellarmino.htm




    Abiura di Galileo.


    « Io Galileo, figlio di Vincenzo Galileo di Fiorenza, dell'età mia d'anni 70, constituto personalmente in giudizio, e inginocchiato avanti di voi Eminentissimi e Reverendissimi Cardinali, in tutta la Republica Cristiana contro l'eretica pravità generali Inquisitori; avendo davanti gl'occhi miei li sacrosanti Vangeli, quali tocco con le proprie mani, giuro che sempre ho creduto, credo adesso, e con l'aiuto di Dio crederò per l'avvenire, tutto quello che tiene, predica e insegna la Santa Cattolica e Apostolica Chiesa.

    Ma perché da questo Santo Officio, per aver io, dopo d'essermi stato con precetto dall'istesso giuridicamente intimato che omninamente dovessi lasciar la falsa opinione che il Sole sia centro del mondo e che non si muova, e che la Terra non sia centro del mondo e che si muova, e che non potessi tenere, difendere né insegnare in qualsivoglia modo, né in voce né in scritto, la detta falsa dottrina, e dopo d'essermi notificato che detta dottrina è contraria alla Sacra Scrittura, scritto e dato alle stampe un libro nel quale tratto l'istessa dottrina già dannata e apporto ragioni con molta efficacia a favor di essa, senza apportar alcuna soluzione, sono stato giudicato veementemente sospetto d'eresia, cioè d'aver tenuto e creduto che il Sole sia centro del mondo e imobile e che la Terra non sia centro e che si muova; pertanto, volendo io levar dalla mente delle Eminenze Vostre e d'ogni fedel Cristiano questa veemente sospizione, giustamente di me conceputa, con cuor sincero e fede non finta abiuro, maledico e detesto li sudetti errori e eresie, e generalmente ogni e qualunque altro errore, eresia e setta contraria alla S.ta Chiesa; e giuro che per l'avvenire non dirò mai più né asserirò, in voce o in scritto, cose tali per le quali si possa aver di me simil sospizione; ma se conoscerò alcun eretico o che sia sospetto d'eresia lo denonziarò a questo S. Offizio, o vero all'Inquisitore o Ordinario del luogo, dove mi trovarò.

    Giuro anco e prometto d'adempire e osservare intieramente tutte le penitenze che mi sono state o mi saranno da questo Santo Officio imposte; e contravenendo ad alcuna delle mie dette promesse e giuramenti, il che Dio non voglia, mi sottometto a tutte le pene e castighi che sono da' sacri canoni e altre costituzioni generali e particolari contro simili delinquenti imposte e promulgate. Così Dio m'aiuti e questi suoi santi Vangeli, che tocco con le proprie mani.

    Io Galileo Galilei sodetto ho abiurato, giurato, promesso e mi sono obligato come sopra; e in fede del vero, di mia propria mano ho sottoscritta la presente cedola di mia abiurazione e recitatala di parola in parola, in Roma, nel Convento della Minerva, questo dì 22 giugno 1633.Io Galileo Galilei ho abiurato come di sopra, mano propria »
    Galileo Galilei, Testo dell’abiura davanti ai card. del Sant’Uffizio, Roma, 1633

    http://www.acairoli.it/studenti/filosofia/galileo.pdf

    In sintesi, l’accusa di eresia contestata dal Cardinale Roberto Bellarmino ebbe la meglio sulla scienza professata da Galileo Galilei il quale abiurò pur di sottrarsi alla violenza praticata contro gli eretici dall’Inquisizione Romana.

    Galilei fu egualmente condannato al carcere a vita commutato in quelli che oggi chiameremmo “arresti domiciliari” per avere enunciato la verità copernicana (teoria eliocentrica) dimostrata a mezzo del sistema matematico.

    La Chiesa, dopo oltre quattrocento anni, riabilitò Galilei implicitamente riconoscendo che questi, sostenendo pubblicamente Copernico aveva ragione e che la condanna inflittagli era ingiusta.

    I dogmi della Chiesa dei Padri dunque sono infallibili?
    Io penso che la storia del povero Galileo Galilei dimostri tutta la fallacità degli uomini di Chiesa che tenacemente, anche davanti a verità matematicamente accertate, poiché al tempo di Bellarmino e Galilei la tecnologia di cui l’uomo dispose successivamente non esisteva ancora, perseguitavano i cultori della verità naturale usando forme di torture che mal si addicono ai propugnatori della Fede e della Pace tra gli uomini.

    Una certa resistenza è percepibile anche oggi tra costoro. Specie laddove essi sostengono l’infallibilità dei dogmi apostolici riconducibili però al solo vecchio testamento.

    Le dinamiche dei processi per eresia celebrati dalla Inquisizione costituiscono un tetro retaggio del passato in cui la Chiesa, anche usando la violenza, era desiderosa di salvaguardare alcune tra le verità che il mondo di oggi, grazie a Dio, ha superato.
    Ma a prezzo di quanto dolore e di quante iniquità!
    Ultima modifica di Edmond Dantés; 08-03-12 alle 16:51
    "Due cose hanno soddisfatto la mia mente con nuova e crescente ammirazione e soggezione e hanno occupato persistentemente il mio pensiero: il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me" (Immanuel Kant)

  2. #2
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    Predefinito Re: Galilei e l'infallibilità della Chiesa

    In maniera pre-eliminare, posto alcuni articoli che valutano la faccenda sotto un aspetto diverso da quello della vulgata storica "classica", in genere di matrice illuminista e anti-cattolica.

    La verità su Galileo

    di Rino Cammilleri

    [Da «Fogli», n. 90, Anno XI, settembre 1984]

    I secoli futuri, se ci saranno, definiranno questo nostro tempo come "l’eta’ della retorica". o "del falso storico", se preferite. Prendiamo ad esempio Galileo: il solo nome evoca nella mente dei più l’ "oscurantismo" della Chiesa e dei "lumi" della Scienza. Ce l’hanno inculcato fin dai banchi dell’asilo il "martirio" di Galileo a opera della "sanguinaria" Inquisizione, l’ "eppur si muove" finale, la terra che gira attorno al sole e via blaterando. Hanno voglia gli storici veri (non i commediografi comunisti come Bertolt Brecht o i cinematografari come Liliana Cavani) e i filosofi del calibro di un Popper di dirci che Galileo aveva torto, e che la ragione stava tutta dalla parte di Bellarmino. Macche’. Si continua con la retorica. Il famigerato processo? Dopo vent’anni di insistenze e certificati medici da parte dell’inquisito, fu celebrato con mille scuse per il grande Galileo, che intanto stava alloggiato in una villa sul Pincio con servitori, leccato e lisciato dal Papa e dai Cardinali. L’ "eppur si muove!"? Mai detto. La condanna? Dire una volta alla settimana i sette salmi penitenziali per tre anni (subito commutata). A Galileo la trappola gliel’avevano "montata" i suoi colleghi, stufi della sua arroganza (Galileo li insultava apertamente tutte le volte che poteva) e gelosi delle sue entrature vaticane (furono gli astronomi gesuiti a difenderlo quando annuncio’ le sue scoperte). L’intolleranza ecclesiastica nella Controriforma? Ma Galileo convive more uxorio con una sguattera che non volle sposare mai (se ne vergognava) e che gli diede quattro figli, tra cui due suore, tutti registrati come N.N.. E nessun ecclesiastico glielo rimproverò mai. Le scoperte di Galileo? Nel campo della fisica, non certo in quello dell’astronomia. Che la terra girasse attorno al sole l’aveva già detto Copernico. Il cannocchiale l’aveva scoperta un ottico olandese (e c’è chi sostiene che l’invenzione fosse addirittura di un domenicano pisano medievale). Allora, cos’era tutta questa storia attorno a Galileo? Il fatto era che lui il cannocchiale l’aveva puntato verso e il cielo e aveva scoperto i satelliti di Giove: giravano attorno a un’altra cosa, quindi non tutto girava attorno alla terra. Bene, questo al tempo lo sapevano tutti: era un’ipotesi matematica che si studiava tranquillamente nelle università. Solo che Galileo pretendeva che la Chiesa mutasse le Scritture, specialmente nel passo in cui si dice che Giosuè fermò il sole. I colleghi fecero girare certe sue lettere in cui si sfidava la Chiesa a pronunciarsi e la cosa finì in tribunale. Tutto qui. La Chiesa si preoccupò subito delle implicazioni etiche della cosa. E aveva ragione, perché oggi conosciamo i guasti che può causare la Scienza quando sfugge di mano. Cambiava qualcosa nella nostra vita se era il sole a girare attorno alla terra? No. Ma sarebbe cambiato sì, ed è cambiato (tutto), da quando la Scienza ha preso il posto della Religione, cosa che a Galileo importava più della teoria copernicana. Ma la retorica si è impadronita dell’evento (ricomposto subito, peraltro, dai protagonisti, che non diedero alla cosa tutta l’importanza che oggi le si dà), facendo di Galileo il campione della Ragione. Ma il "razionalismo" stava invece tutto dalla parte della Chiesa, visto che Galileo e l’intera sua Accademia dei Lincei avevano più a cuore la magia, l’alchimia, l’ermetismo, l’esoterismo (una mostra parigina tutti questi panni sporchi li ha messi in piazza dal 12 dicembre all’8 gennaio), e i fantomatici Rosacroce. Cosi’ come tutto il gotha della cosiddetta Scienza dell’epoca: Bacone, Newton, Cartesio, Copernico, Boyle, Grozio, Keplero. E poi Campanello e Giordano Bruno, che per vivere, faceva anche la spia. Si è scoperto recentemente: grazie a lui Elisabetta "la grande" mandò a morte migliaia di cattolici inglesi. Ma credete che tutto ciò finirà nei libri di scuola? Scordatevelo.

    Contro la leggenda nera - La verit su Galileo
    Credere - Pregare - Obbedire - Vincere

    "Maledetto l'uomo che confida nell'uomo" (Ger 17, 5).

  3. #3
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    Predefinito Re: Galilei e l'infallibilità della Chiesa

    Citazione Originariamente Scritto da Giò91 Visualizza Messaggio
    In maniera pre-eliminare, posto alcuni articoli che valutano la faccenda sotto un aspetto diverso da quello della vulgata storica "classica", in genere di matrice illuminista e anti-cattolica.

    La verità su Galileo

    di Rino Cammilleri

    [Da «Fogli», n. 90, Anno XI, settembre 1984]

    I secoli futuri, se ci saranno, definiranno questo nostro tempo come "l’eta’ della retorica". o "del falso storico", se preferite. Prendiamo ad esempio Galileo: il solo nome evoca nella mente dei più l’ "oscurantismo" della Chiesa e dei "lumi" della Scienza. Ce l’hanno inculcato fin dai banchi dell’asilo il "martirio" di Galileo a opera della "sanguinaria" Inquisizione, l’ "eppur si muove" finale, la terra che gira attorno al sole e via blaterando. Hanno voglia gli storici veri (non i commediografi comunisti come Bertolt Brecht o i cinematografari come Liliana Cavani) e i filosofi del calibro di un Popper di dirci che Galileo aveva torto, e che la ragione stava tutta dalla parte di Bellarmino. Macche’. Si continua con la retorica. Il famigerato processo? Dopo vent’anni di insistenze e certificati medici da parte dell’inquisito, fu celebrato con mille scuse per il grande Galileo, che intanto stava alloggiato in una villa sul Pincio con servitori, leccato e lisciato dal Papa e dai Cardinali. L’ "eppur si muove!"? Mai detto. La condanna? Dire una volta alla settimana i sette salmi penitenziali per tre anni (subito commutata). A Galileo la trappola gliel’avevano "montata" i suoi colleghi, stufi della sua arroganza (Galileo li insultava apertamente tutte le volte che poteva) e gelosi delle sue entrature vaticane (furono gli astronomi gesuiti a difenderlo quando annuncio’ le sue scoperte). L’intolleranza ecclesiastica nella Controriforma? Ma Galileo convive more uxorio con una sguattera che non volle sposare mai (se ne vergognava) e che gli diede quattro figli, tra cui due suore, tutti registrati come N.N.. E nessun ecclesiastico glielo rimproverò mai. Le scoperte di Galileo? Nel campo della fisica, non certo in quello dell’astronomia. Che la terra girasse attorno al sole l’aveva già detto Copernico. Il cannocchiale l’aveva scoperta un ottico olandese (e c’è chi sostiene che l’invenzione fosse addirittura di un domenicano pisano medievale). Allora, cos’era tutta questa storia attorno a Galileo? Il fatto era che lui il cannocchiale l’aveva puntato verso e il cielo e aveva scoperto i satelliti di Giove: giravano attorno a un’altra cosa, quindi non tutto girava attorno alla terra. Bene, questo al tempo lo sapevano tutti: era un’ipotesi matematica che si studiava tranquillamente nelle università. Solo che Galileo pretendeva che la Chiesa mutasse le Scritture, specialmente nel passo in cui si dice che Giosuè fermò il sole. I colleghi fecero girare certe sue lettere in cui si sfidava la Chiesa a pronunciarsi e la cosa finì in tribunale. Tutto qui. La Chiesa si preoccupò subito delle implicazioni etiche della cosa. E aveva ragione, perché oggi conosciamo i guasti che può causare la Scienza quando sfugge di mano. Cambiava qualcosa nella nostra vita se era il sole a girare attorno alla terra? No. Ma sarebbe cambiato sì, ed è cambiato (tutto), da quando la Scienza ha preso il posto della Religione, cosa che a Galileo importava più della teoria copernicana. Ma la retorica si è impadronita dell’evento (ricomposto subito, peraltro, dai protagonisti, che non diedero alla cosa tutta l’importanza che oggi le si dà), facendo di Galileo il campione della Ragione. Ma il "razionalismo" stava invece tutto dalla parte della Chiesa, visto che Galileo e l’intera sua Accademia dei Lincei avevano più a cuore la magia, l’alchimia, l’ermetismo, l’esoterismo (una mostra parigina tutti questi panni sporchi li ha messi in piazza dal 12 dicembre all’8 gennaio), e i fantomatici Rosacroce. Cosi’ come tutto il gotha della cosiddetta Scienza dell’epoca: Bacone, Newton, Cartesio, Copernico, Boyle, Grozio, Keplero. E poi Campanello e Giordano Bruno, che per vivere, faceva anche la spia. Si è scoperto recentemente: grazie a lui Elisabetta "la grande" mandò a morte migliaia di cattolici inglesi. Ma credete che tutto ciò finirà nei libri di scuola? Scordatevelo.

    Contro la leggenda nera - La verit su Galileo
    Beh, che adesso si contamini il nome di Galilei usando vicende della vita privata, a me sembra un pò sopra le righe.

    Comunque sul Pincio c'è stato circa un mesetto, poi è stato trasferito in una villa accanto al monastero in cui vivevano le due figlie.
    Risponderò più tardi nel merito.
    "Due cose hanno soddisfatto la mia mente con nuova e crescente ammirazione e soggezione e hanno occupato persistentemente il mio pensiero: il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me" (Immanuel Kant)

  4. #4
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    Predefinito Re: Galilei e l'infallibilità della Chiesa

    Citazione Originariamente Scritto da Edmond Dantés Visualizza Messaggio
    Beh, che adesso si contamini il nome di Galilei usando vicende della vita privata, a me sembra un pò sopra le righe.

    Comunque sul Pincio c'è stato circa un mesetto, poi è stato trasferito in una villa accanto al monastero in cui vivevano le due figlie.
    Risponderò più tardi nel merito.
    Fai con calma, come già detto per ora mi limiterò a postare alcuni articoli. Dopo di che entrerò anch'io nel merito, dicendo la mia.

    Chi ha condannato Galileo?

    di Federico Di Trocchio

    [Da F. Di Trocchio, Scienza e senso comune, in Il genio incompreso, cap. V, Mondadori, 1997].

    La padronanza dei principi della dinamica dava insomma a Galilei una netta superiorità sugli scienziati suoi contemporanei che tentavano di sostenere le ragioni del sistema tolemaico contro il copernicanesimo avanzante. Lo scontro, inevitabile, era destinato a risolversi necessariamente, almeno sul piano scientifico, a suo favore, anche se Galilei non era in grado di fornire una prova definitiva della validità del sistema copernicano, non sapeva ancora spiegare quale fosse la forza che muoveva la Terra e, oltretutto, rimaneva fedele all’antiquato pregiudizio secondo il quale la Terra e gli altri pianeti si muovono attorno al Sole in orbite rigorosamente circolari. Dopo l’insuccesso di Aristarco e la disattenzionè riservata a Copernico, Galileo poteva insomma finalmente imporre l’eliocentrismo. Ma nonostante tutto non vi riuscì. La responsabilità di questo insuccesso viene in genere attribuita alla Chiesa che, pur non avendo competenza in materia, con una decisione non solo scientificamente scorretta, ma anche azzardata e compromettente sul piano teologico, condannò l’eliocentrismo come una teoria eretica. Dopo l’umiliazione di un’abiura pubblica Galilei venne posto agli arresti domiciliari "come veementemente sospetto di eresia", una formula di compromesso che consentì di evitare il rogo al "colpevole".

    Le indagini storiche hanno però accertato che fu un gruppo di scienziati pisani e fiorentini a suscitare il fatale scontro tra Galileo e la Chiesa, mossa che costituiva l’ultima possibilità di arrestare il copernicanesimo, vista l’impossibilità di contrastarlo sul piano scientifico. L’ostilità della comunità scientifica nei confronti dì Galilei fu infatti, almeno all’inizio, generale. L’amico Paolo Gualdo gli scriveva da Padova nel 1612: "Che la Terra giri, sinhora, non ho trovato né filosofo né astrologo che si voglia sottoscrivere all’opinione di Vostra Signoria, pensi adunque bene prima che asseverantemente pubblichi questa sua opinione per vera". I più accaniti oppositori furono però un gruppo di studiosi di Pisa e di Frenze: Giorgio Coresio, professore di greco all’università di Pisa, Vincenzo di Grazia, che insegnava invece filosofia, nonché Arturo Pannocchieschi, rettore della stessa università. Altro importante membro del gruppo era Cosimo Boscaglia, professore a Pisa prima di logica e poi di filosofia, che fu molto apprezzato da Ferdinando I e Cosimo II de’ Medici. Il più agitato del gruppo era però un filosofo dilettante di Firenze, Lodovico delle Colombe, che viene descritto da un contemporaneo come un individuo "lungo, magro, nerastro e di fisionomia sgradevole". Galilei lo chiamava Pippione, che in toscano vuol dire sia "piccione" che "coglione" nel duplice senso, sia letterale sia metaforico. Tutto il gruppo veniva perciò indicato neile sue lettere come "la lega del Pippione". Il luogo dì ritrovo di questi "malotichi et invidiosi", come li chiamava Lodovico Cigoli, amico di Galilei, era la casa fiorentina dell’arcivescovo Marsimedici, dove si incontravano talora con due frati domenicani: Nicolò Lorini e Tommaso Caccini.

    I motivi di risentimento dei membri di questa "lega" nei confronti di Galilei erano molteplici. Essi erano innanzitutto umiliati per la propria manifesta incapacità di controbattere le sue argomentazioni contro il sistema tolemaico e la filosofia aristotelica, della cui attendibilità scientifica si sentivano garanti e custodi. Galilei, oltretutto, aveva un modo di argomentare molto più logico, razionale e lucido del loro, e in più era arguto e sottile, sicché si divertiva a imbarazzarli con i paradossi impliciti nelle loro stesse asserzioni, il che finiva per renderli ridicoli. Accanto a questi motivi di carattere scientifico e psicologico esistevano però anche delle ragioni personali di invidia. I risultati clamorosi ottenuti con le osservazioni rese possibili dal cannocchiale e la pubblicazione del Sidereus Nuncius avevano reso Galileo rapidamente famoso, sicché per tornare dall’università di Padova a Pisa aveva preteso delle condizioni di privilegio. Per essere libero di fare ricerca, non aveva infatti alcun obbligo di insegnamento: il suo stipendio veniva però pagato con i fondi dell’università e si trattava, oltretutto, di uno stipendio superiore a quello degli altri professori, i quali erano tenuti, oltre che a insegnare, anche ad abitare a Pisa, obbligo dal quale Galilei era invece esentato. Questi e altri privilegi, accordati a chi si contrapponeva così direttamente all’ortodossia scientifica del tempo, apparivano ampiamente ingiustificati al mondo accademico pisano.

    Una tale situazione di notevole animosità nei suoi confronti costituì un motivo determinante nell’evoluzione e nell’origine del dramma personale di Galilei. Fu infatti in seguito alla verificata impossibilità di arrestarlo con argomentazioni di carattere scientifico che i suoi oppositori si decisero a usare argomentazioni di carattere teologico, che consistevano essenzialmente nel mettere in evidenza la natura eretica di ogni teoria che affcrmasse l’immobilità del Siole e la mobilità della Terra, perché contraria a ciò che sostiene la Bibbia. Questo tipo di argomentazione compare per la prima volta, tra la fine del 1640 e l’inizio del 1614, in una dissertazione dal titolo Contro il moto della Terra che fu fatta circolare manoscritta da Lodovico delle Colombe. L’attacco preludeva alle denunce verbali e scritte di Lorini e di Caccini, coordinate in una sorta di piano di congiura, denunciato già dallo stesso Galilei e ricostruito, in un libro famoso, da Giorgio de Santillana. Secondo questo piano, Galileo doveva essere provocato sul problema del rapporto tra teoria copernicana e testo biblico in modo da attirare l’attenzione dei teologi sulla necessità, da parte dei copernicani, di interpretare in senso non letterale i vari passi nei quali la Bibbia, accogliendo il senso comune, affermava chiaramente che è il Sole a muoversi e che la Terra sta ferma. L’inizio dell’Ecclesiaste dice ad esempio: "Una generazione va e l’altra viene; ma la Terra rimane sempre. lì Sole sorge e tramonta e torna al suo luogo; da qui, rinascendo, gira a mezzogiorno e poi piega a settentrione". C’era poi il famoso passo del Libro di Giosuè che narrava il miracolo dell’arrestarsi del Sole, prodotto da Dio dopo la pressante richiesta di Giosuè: "O Sole, fermati a Gabaon, e tu, o Luna, alla valle di Aialon. E il Sole si fermò, e la Luna ristette finché la nazione ebbe vendetta dei suoi nemici".

    Se i copernicanì avevano ragione, i casi erano due: o si ammetteva che la Bibbia aveva accettato una teoria sbagliata sulla costituzione dell’universo, oppure quei passi andavano reinterpretati. Si doveva supporre cioè che, affidandosi al senso comune e non essendo un astronomo, Giosuè avesse chiesto a Dici di fermare il Sole, e che questi avesse arrestato o rallentato il moto di rotazione della Terra per produrre il miracolo richiesto. La situazione era effettivamente molto imbarazzante per la Chiesa, che però avrebbe volentieri evitato il problema se non fosse stata costretta a prendere posizione dal clamore suscitato dagli attacchi della "lega".

    Galilei capì che se voleva far trionfare il copernicanesimo doveva affrontare questione e, con l’aiuto di due preti suoi allievi, Benedetto Castelli (che fu anche un ottimo matematico) e un frate barnabita, si improvvisò teologo. In due lettere comunemente note come Lettere copernicane trovò una via d’uscita che poteva servire, non solo in quel caso specifico ma anche in futuro, a evitare contrasti e contrapposizioni tra verità di fede e verità scientifica. Si trattava semplicemente di ammettere che, in molti caso, e in particolare in rapporto a questioni scientifiche, la Bibbia non poteva essere presa alla lettera. Il suo ragionamento era semplice e facilmunte condivisibile: la verità non può essere che una ma è scritta in due libri diversi, la Bibbia e la Natura, che usano linguaggi altrettanto diversi. La Bibbia è scritta in funzione dell’uomo e mira essenzialmente a fornire all’uomo quelle indicazioni morali che gli possono consentire di vivere, con piena consapevolezza e con tranquilla berenita, la propria vicenda esistenziale. Il libro della Natura, invece, non contiene verità di carattere morale, ma solo descrizioni fedeli dei fenomeni naturali esposte in un linguaggio tecnico: quello matematico. La comprensione delle leggi di natura richiede dunque una competenza diversa da quella del teologo: bisogna essere buoni matematici ma anche buoni sperimentatori, in altri termini bisogna essere scienziati. La conclusione era che, secondo Galilei, nei casi in cui la scienza scopriva leggi o fenomeni che le Scritture presentavano in modo diverso, i teologi non dovevano, non essendo competenti, contestare le conclusioni degli scienziati, ma piuttosto prenderne atto e affrettirsi a cambiare l’interpretazione dei testi sacri.

    Il ragionamento era plausibile e facilmente condivisibile. Del resto il principio dell’interpretazione non letterale era stato già utilizzato da vari Padri della Chiesa, tra i quali sant’Agostino, e venne poi definitivamente sancito, nel 1893, con un’apposita enciclica emanata da papa Leone XIII. Ma le cose non erano così semplici come poteva apparire a prima vista. Esisteva un problema che rendeva (e rende ancor oggi) inevitabile il contrasto tra scienziati è teologi: prima di modificare l’interpretazione di un passo delle Scritture o, più in generale, di abbandonare un principio morale in conseguenza di un progresso scientifico o tecnico, è saggio e prudente accertarsi in modo definitivo dÙl’attendibilìtà della nuova visione scientifica. Ora, la conoscenza scientifica è fallibile, non offre verità definitive, anzi si distingue dalla magia, come dalla religione, proprio per la capacità di modificare continuamente i propri principi e di progredire in virtù della revisione critica dì vecchie idee. Giustamente il teologo non vuole essere ridotto a passacarte dello scienziato e correre il rischio di avallare precipitosamente teorie che la stessa comunità scientifica potrebbe domani scartare come errate, o comunque modificare. Se deve cambiare idea deve avere buoni motivi, e vuole essere lui a valutarlo.

    Nel caso di Galilei, ad esempio, anche gli scienziati hanno sempre ammesso che egli non era stato in grado di fornire una prova definitiva della validità del sistema copernicano, poiché quella che egli riteneva certa (la sua spiegazione del fenomeno delle maree) non era affatto corretta, e appariva errata anche ai contemporanei. L’atteggiamento dei teologi, da questo punto di vista, fu più cauto di quello di Galilei: prima le prove, dicevano in sostanza, poi la revisione teologica.

    Questo in effetti poteva portare a un accordo. E fu infatti su questa base che il problema venne provvisoriamente risolto nel 1615, all’epoca del cosiddetto primo processo a Galilei, che fu in realtà un’indagine segreta, una sorta di perizia teologica, nata da una denuncia di Tommaso Caccini, nel corso della quale Galilei non venne neppure disturbato per essere interrogato. La commissione del Sant’Uffizio, a conclusione dei suoi lavori, decretò a quell’epoca che la teoria eliocentrica era scientificamente errata ed eretica dal punto di vista teologico. Ma a proposito della posizione personale di Galilei, che pure sosteneva ormai pubblicamente quella teoria, non si pronunciò. Lo scienziato contro il quale era diretta la denuncia non venne insomma né assolto né condannato. Venne invece convocato, il 26 febbraio 1615, a casa del cardinai Bellarmino, che non faceva parte della commissione ma era il vero ispiratore della linea adottata dalla Chiesa. Nel corso di quel colloquio, che nell’intenzione di Bellarmino doveva essere amichevole e fu invece un po’ teso a causa della presenza e dell’intransigenza del commissario generale del Sant’Uffizio, Michelangelo Segizzi, Galileo venne informato che la Chiesa riteneva eretica la teoria eliocentrica e venne invitato a considerarla da allora in poi solo come ipotesi.

    Questo, almeno provvisoriamente, metteva le cose a posto. Se l’eliocentrismo era solo un’ipotesi, non c’era motivo di affrettarsi a cambiare l’interpretazione della Scrittura. Più o meno esplicitamente si ammetteva inoltre che la soluzione proposta da Galilei per i casi di accertato contrasto era valida. Per il momento la questione si poteva considerare chiusa: i teologi avevano indubbiamente commesso un errore dando una valutazione di merito scientifico sull’eliocentrismo ma, nonostante ciò, si rifiutavano di fare il gioco dei nemici di Galileo, al quale intendevano accordare ogni libertà di indagine sull’argomento e anche la possibilità dì discuterne sul piano strettamente tecnico con i propri colleghi.

    Sotto l’apparente disponibilità si celava però una posizione ben più intransigente. Bellarmino, che non era certamente un genio scientifico (e che forse non meritava di essere fatto santo perché aveva sulla coscienza varie condanne a morte per eresia, non ultima quella di Giordano Bruno), aveva tuttavia una mente molto più sottile e e una cultura più raffinata di quella di Galilei. Fu un teologo forse troppo rigido, ma la sua lucidità può suscitare ancora oggi invidia in molti dottori della Chiesa. Egli riteneva che, se non si voleva aprire una grave falla nelle basi teologiche della religione, si doveva tenere fermo che anche nelle questioni scientifiche l’ultima parola dovesse spettare al teologo, per un principio molto semplice: nel bene e nel male la Scrittura è opera dello Spirito Santo e dunque la distinzione tra questioni di fede e questioni scientifiche non regge. Tutto è questione di fede. Con una formula latina un po’ scolastica Bellarmino diceva che una cosa scritta nella Bibbia "se non è materia di fede ex parte objecti [cioè considerando l’oggetto o l’argomento] è materia di fede ex parte dicentis [cioè considerando colui che parla, vale a dire lo Spirito Santo]".

    Tutti i commentatori, sia laici sia cattolici, sono oggi concordi nel ritenere questa posizione eccessivamente intransigente, il che ha portato a considerare, almeno sul piano teorico, Bellarmino come il principale responsabile della sfortunata condanna di Galilei all’epoca del secondo processo, quando il teologo era già morto. La Chiesa però non ha mai ufficialmente avallato queste critiche anzi, persino negli atti nei quali normalmente si presume che abbia fatto ammenda e riabilitato Galilei, in realta ha sempre ribadito la posizione di Bellarmino. Prendiamo ad esempio l’enciclica Providentissimus Deus di Leone XIII. Essa dice: "Nessuna vera contraddizione potrà interporsi tra il teologo e lo studioso delle scienze naturali, finché l’uno e l’altro si manterranno nei propri confini, guardandosi bene, secondo il monito di sant’Agostino, «di non asserire temerariamente alcunché né di presentare una cosa certa come incerta»". I casi di possibili contrasti possono essere regolati, secondo l’enciclica, proprio come suggeriva Galilei: "Se poi vi fosse qualche dissenso, lo stesso santo dà sommariamente le regole di come debba diportarsi in tali casi il teologo: «Tutto ciò che i fisici, riguardo la natura delle cose, potranno dimostrare con documenti certi, è nostro compito provare non essere nemmeno contrario alle nostre lettere»". Il teologo insomma deve essere pronto a reinterpretare il testo della Scrittura per seguire l’evoluzione delle conoscenze scientifiche. Esattamente come sosteneva Galilei. Ma, come c’era da attendersi, c’è un ultimo codicillo che ribalta completamente la situazione. Continuando la citazione di sant’Agostino l’enciclica prosegue: "Ciò che poi presentassero nei loro scritti di contrario alla fede cattolica, o dimostriamo con qualche argomento essere falso ciò che aaseriscono o crediamolo falso senza alcuna esitazione". Nel caso in cui il teologo si trovasse insomma di fronte ad affermazioni scientifiche che ritiene senz’altro contrarie alla fede e alla morale, non solo è autorizzato ma addirittura è sollecitato a condannarle come false, indipendentemente dalla loro validità scientifica.

    Espressa in questo modo, la posizione ufficiale della Chiesa potrebbe sembrare non solo eccessivamente intransigente ma anche acritica e ottusa. Se si considera però il modo in cui, più di recente, essa è stata espressa da papa Wojtyla nei due discorsi fatti in apertura (10 novembre 1979) e in chiusura (31 ottobre 1992) del processo di riabilitazione di Galilei, appare sotto tutt’altra luce e, se non condivisibile, almeno giustificata dal punto di vista morale. Partendo dalla considerazione, incontestabile, che "l’uomo d’oggi sembra essere sempre minacciato da ciò che produce" e auspicando, come tutti, che "l’uomo deve uscire vittorioso da questo dramma, che minaccia di degenerare in tragedia, e deve ritrovare la sua autentica regalità sul mondo e il pieno dominio sulle cose che produce", Giovanni Paolo II ritiene che l’unico modo per riuscirvi è quello di riaffermare "la priorità dell’etica sulla tecnica, il primato della persona sulle cose, la superiorità dello spirito sulla materia". In buona sostanza il papa afferma, e non ci si poteva aspettare diversamente, che ciò che può garantire la salvezza esistenziale dell’umanità è la religione, assunta come criterio di valutazione degli interventi tecnici resi possibili dalla scienza.

    Questo modo di presentare la questione appare meno intransigente e meno offensivo di quello impiegato da Bellarmino o da Leone XIII. Innanzitutto esso sposta il discorso dalla scienza all’applicazione tecnica delle scoperte scientifiche, il che rende possibile, ad esempio, condannare l’uso delle armi nucleari senza scomunicare Fermi, Oppenheimer e compagni. In secondo luogo fa appello a un diffuso sospetto nei confronti del reale significato del progresso tecnico e scientifico, che costituisce anche il minimo comun denominatore dell’ideologia dei movimenti ambientalisti, pacifisti, antivivisezionisti e di tutti i fenomeni di recupero dei valori mistico-religiosi, come reazione e fuga dalla civiltà tecnologica. Si tratta, più che di un insieme coerente di idee, di un atteggiamento culturale genericamente definibile come progressista e originatosi nel Sessantotto, che percorre trasversalmente anche tutti i fenomeni di presa di coscienza e di rivendicazione sociale da parte di gruppi emarginati, dal femminismo ai movimenti omosessuali e ai comitati per la difesa dei diritti del malato. [...] Oggi ìnsornma le argomentazioni dì Bellarmino potrebbero apparire addirittura più ragionevoli e condivisibili di quanto non fossero nel 1615.

    La sostanza del discorso però non è cambiata. La Chiesa ritiene di avere il dovere di tutelare il valore e l’integrità dell’esistenza umana, e per farlo pretende il controllo finale su tutte le decisioni che possono influenzare il destino di individui e società. L’unico sostanziale cambiamento verificatosi dai tempi di Gailei a oggi è che la Chiesa ha perso il potere temporale e non può più quindi usare la forza per esercitare realmente questo controllo, ed emarginare o eliminare come eretici coloro che, non avendo interesse a essere salvati, si oppongono a questa volontà di controllo. Sfortunatamente, nel Seicento il potere temporale della Chiesa era ancora molto forte e il papa dell’epoca, Urbano VIII, non seppe resistere alla tentazione di farne uso. I motivi contingenti che coinvolsero Galilei nel secondo, definitivo, processo ci appaiono, da questo punto dì vista, fin troppo prosaici e personali. Lo scienziato, nel comporre il Dialogo sopra i due massimi sistemi, aveva offeso, non si sa se per caso o per inavvertita arroganza, papa Urbano VIII, che gli aveva sempre mostrato grande benevolenza. Lo scienziato aveva messo le opinioni del papa in bocca a Simplicio, il personaggio che nel Dialogo fa la figura, se non dello sciocco, almeno dell’ignorante; nel frontespizio del libro figuravano poi tre delfini, che sembravano alludere al nepotismo un po’ eccessivo del papa. È probabile, anche se non del tutto provato, che due gesuiti, padre Grassi e padre Scheiner, che avevano motivi di cisentimento nei confronti di Galileo, abbiano sfruttato questi elementi per provocare il processo.

    I lavori furono lunghi e segnati da alterne vìcende ed è anche possibile che gli accusatori abbiano fatto ricorso a un documento falsificato (o comunque non valido legalmente). Nonostante tutto, a un certo punto si tentò di nuovo una soluzione compromissoria; purtroppo in questa fase Galilei commise degli errori che irritarono l’ala intransigente del tribunale che il 22 giugno 1633, su pressione del papa, emise la sentenza dì condanna. Tre dei giudici, in evidente segno di disapprovazione, non furono presenti alla lettura della sentenza.

    Si trattò di una condanna manifestamente ingiusta e di un grave errore, come ha voluto definitivamente chiarire Giovanni Paolo II. Quel che ancora oggi non è chiaro è quale sia il senso di questa intricata e sfortunata vicenda e che insegnamento se ne possa trarre. È evidente innanzitutto che Galilei fu condannato prima dalla scienza e poi dalla Chiesa. Si trattò insomma di una duplice condanna i cui motivi, pur essendo diversi, erano collegati dal desiderio di tutelare il più possibile il senso comune. Gli scienziati non volevano allontanarsi dalle opinioni di senso comune, perché erano state incorporate da Aristotele e Tolomeo in una teoria che tutti ritenevano assolutarnonte certa e inattaccabile. I teologi, per parte loro, difendevano il senso comune perché la Bibbia, se presa alla lettera, sembrava avallarlo. Va sottolineato tuttavia che i secondi erano più concilianti e, in fondo, più che a difendere il senso comune, erano interessati a rinsaldare l’autonomia e la supremazia del giudizio etico-religioso anche nelle questioni scientifiche. I teologi insomma avevano già capito, o intuivano, che la scienza poteva costituire un rischio per l’uomo e, per scongiurare il pericolo, volevano soprattutto riaffermare (difendendo il primato della teologia) il diritto prioritario di valutare sul piano morale i progressi che la scienza prometteva sul piano della conoscenza e della tecnica. A sbagliare, dunque, non furono soltanto i teologi ma anche gli scienziati, E sia gli uni che gli altri potevano imparare qualcosa dall’errore commesso. Purtroppo, mentre la Chiesa, seppure con grande ritardo, ha riconosciuto le proprie responsabilita’ e corretto, per quanto possibile, il proprio atteggiamento, la scienza, almeno finora, non è stata in grado di fare altrettanto

    Tolleranza religiosa e intolleranza scientifica

    Dalla vicenda di Galilei la Chiesa ha tratto un grande insegnamento: che non è né giusto né saggio tentare di chiudere la bocca agli scienziati quando dicono cose contrarie alle convinzioni religiose. Si rischia di negare l’evidenza e di compromettere la credibilità degli stessi fondamenti della religione. Meglio tollerare e lasciare alla scienza e agli scienziati la libertà più completa, e anche la responsabilità delle loro affermazioni. Quando giungono a conclusioni incompatibili con la fede o con la morale è inutile contestare la validità scientifica di quello che fanno e dire, come si azzardarono a fare i giudici di Galileo, che l’eliocentrismo è eretico sia scientificamente che logicamente. Se una teoria è scientificamente giusta o sbagliata può dirlo solo la scienza, la quale pure, nel farlo, trova talora notevole difficoltà e impiega molto tempo. Ma, come sosteneva sant’Agostino, i teologi hanno in definitiva tutto il diritto di rifiutare, per ragioni teologiche e morali, anche una teoria che la scienza ritiene ufficialmente vera.

    Perciò, di fronte a un problema spinoso la strategia migliore per ogni movimento confessionale è quella di prendere tempo e pronunciarsi ufficialmente solo quando le cose sono abbastanza chiare. A questo punto si integra, per quanto possibile (e soprattutto se è possibile), la nuova teoria con il corpo delle convinzioni religiose altrimenti si ammette molto francarnante che la cosa, per quanto plausibile e accertata possa essere sul piano scientifico, urta contro principi e valori fondamentali, e dunque deve essere rifiutata per ragioni morali. Il problema del contrasto tra religione e scienza non viene risolto perché, come tutti i grandi problemi, non ammette soluzione, ma almeno viene evitato il conflitto frontale. Il vantaggio maggiore di questo cauto atteggiamento è, paradossalmeiìte, proprio quello di non risolvere ma anzi di riproporre continuamente il problema, tenendo però aperto il dialogo e il confronto dialettico. Pur non potendo più aspirare a ricostituire l’antica identità la scienza e la religione hanno bisogno l’una dell’altra. Il loro continuo confronto è infatti uno dei meccanismi fondamentali di crescita della cultura umana. Dal caso Galilei la Chiesa ha insomma imparato a rispettare i diritti della scienza e a controntarsi con essa francamente, da pari a pari, senza più ricorrere alla violenza, di qualsiasi tipo essa sia.

    Anche la scienza avrebbe dovuto, dallo stesso caso, imparare qualcosa di analogo. Non tanto a rispettare la religione, che ha abbastanza forza per far valere i propri diritti, quanto a rispettare le opinioni scientifiche minoritarie o emergenti e rivoluzionarie come era quella di Galilei agli inizi del Seicento. Per essere più chiari la comunità scientifica doveva capire a) che arroccarsi a difesa del senso comune era stata un’iniziativa del tutto inopportuna e controproducente; b) che ogni teoria scientifica corre il rischio di trasformarsi (anzi quasi sicuramente si trasformerà) in una forma evoluta di senso comune o di opinione pregiudiziale; c) che, come ha fatto la Chiesa, bisognava mettere a punto una strategia che evitasse il ripetersi in futuro dello stesso incidente. E proprio per non aver capito questo che la scienza si ritrova oggi a dover affrontare e risolvere, al suo interno, il problema dell’eresia, che per lungo tempo ha considerato come un problema esterno che la vedeva sempre come vittima e mai come diretta responsabile di un’ingiustificabile emarginazione. L’ortodossia scientifica è chiamata oggi a dimostrare quella stessa apertura al dialogo che ha consentito alla Chiesa di evitare un secondo clamoroso incidente nel caso dì Darwin.

    © Arnoldo Mondadori Editore S.p.A

    Contro la leggenda nera - Chi ha condannato Galileo?
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  5. #5
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    Predefinito Re: Galilei e l'infallibilità della Chiesa

    Citazione Originariamente Scritto da Giò91 Visualizza Messaggio
    Fai con calma, come già detto per ora mi limiterò a postare alcuni articoli. Dopo di che entrerò anch'io nel merito, dicendo la mia.

    Chi ha condannato Galileo?

    di Federico Di Trocchio

    [Da F. Di Trocchio, Scienza e senso comune, in Il genio incompreso, cap. V, Mondadori, 1997].

    La padronanza dei principi della dinamica dava insomma a Galilei una netta superiorità sugli scienziati suoi contemporanei che tentavano di sostenere le ragioni del sistema tolemaico contro il copernicanesimo avanzante. Lo scontro, inevitabile, era destinato a risolversi necessariamente, almeno sul piano scientifico, a suo favore, anche se Galilei non era in grado di fornire una prova definitiva della validità del sistema copernicano, non sapeva ancora spiegare quale fosse la forza che muoveva la Terra e, oltretutto, rimaneva fedele all’antiquato pregiudizio secondo il quale la Terra e gli altri pianeti si muovono attorno al Sole in orbite rigorosamente circolari. Dopo l’insuccesso di Aristarco e la disattenzionè riservata a Copernico, Galileo poteva insomma finalmente imporre l’eliocentrismo. Ma nonostante tutto non vi riuscì. La responsabilità di questo insuccesso viene in genere attribuita alla Chiesa che, pur non avendo competenza in materia, con una decisione non solo scientificamente scorretta, ma anche azzardata e compromettente sul piano teologico, condannò l’eliocentrismo come una teoria eretica. Dopo l’umiliazione di un’abiura pubblica Galilei venne posto agli arresti domiciliari "come veementemente sospetto di eresia", una formula di compromesso che consentì di evitare il rogo al "colpevole".

    Le indagini storiche hanno però accertato che fu un gruppo di scienziati pisani e fiorentini a suscitare il fatale scontro tra Galileo e la Chiesa, mossa che costituiva l’ultima possibilità di arrestare il copernicanesimo, vista l’impossibilità di contrastarlo sul piano scientifico. L’ostilità della comunità scientifica nei confronti dì Galilei fu infatti, almeno all’inizio, generale. L’amico Paolo Gualdo gli scriveva da Padova nel 1612: "Che la Terra giri, sinhora, non ho trovato né filosofo né astrologo che si voglia sottoscrivere all’opinione di Vostra Signoria, pensi adunque bene prima che asseverantemente pubblichi questa sua opinione per vera". I più accaniti oppositori furono però un gruppo di studiosi di Pisa e di Frenze: Giorgio Coresio, professore di greco all’università di Pisa, Vincenzo di Grazia, che insegnava invece filosofia, nonché Arturo Pannocchieschi, rettore della stessa università. Altro importante membro del gruppo era Cosimo Boscaglia, professore a Pisa prima di logica e poi di filosofia, che fu molto apprezzato da Ferdinando I e Cosimo II de’ Medici. Il più agitato del gruppo era però un filosofo dilettante di Firenze, Lodovico delle Colombe, che viene descritto da un contemporaneo come un individuo "lungo, magro, nerastro e di fisionomia sgradevole". Galilei lo chiamava Pippione, che in toscano vuol dire sia "piccione" che "coglione" nel duplice senso, sia letterale sia metaforico. Tutto il gruppo veniva perciò indicato neile sue lettere come "la lega del Pippione". Il luogo dì ritrovo di questi "malotichi et invidiosi", come li chiamava Lodovico Cigoli, amico di Galilei, era la casa fiorentina dell’arcivescovo Marsimedici, dove si incontravano talora con due frati domenicani: Nicolò Lorini e Tommaso Caccini.

    I motivi di risentimento dei membri di questa "lega" nei confronti di Galilei erano molteplici. Essi erano innanzitutto umiliati per la propria manifesta incapacità di controbattere le sue argomentazioni contro il sistema tolemaico e la filosofia aristotelica, della cui attendibilità scientifica si sentivano garanti e custodi. Galilei, oltretutto, aveva un modo di argomentare molto più logico, razionale e lucido del loro, e in più era arguto e sottile, sicché si divertiva a imbarazzarli con i paradossi impliciti nelle loro stesse asserzioni, il che finiva per renderli ridicoli. Accanto a questi motivi di carattere scientifico e psicologico esistevano però anche delle ragioni personali di invidia. I risultati clamorosi ottenuti con le osservazioni rese possibili dal cannocchiale e la pubblicazione del Sidereus Nuncius avevano reso Galileo rapidamente famoso, sicché per tornare dall’università di Padova a Pisa aveva preteso delle condizioni di privilegio. Per essere libero di fare ricerca, non aveva infatti alcun obbligo di insegnamento: il suo stipendio veniva però pagato con i fondi dell’università e si trattava, oltretutto, di uno stipendio superiore a quello degli altri professori, i quali erano tenuti, oltre che a insegnare, anche ad abitare a Pisa, obbligo dal quale Galilei era invece esentato. Questi e altri privilegi, accordati a chi si contrapponeva così direttamente all’ortodossia scientifica del tempo, apparivano ampiamente ingiustificati al mondo accademico pisano.

    Una tale situazione di notevole animosità nei suoi confronti costituì un motivo determinante nell’evoluzione e nell’origine del dramma personale di Galilei. Fu infatti in seguito alla verificata impossibilità di arrestarlo con argomentazioni di carattere scientifico che i suoi oppositori si decisero a usare argomentazioni di carattere teologico, che consistevano essenzialmente nel mettere in evidenza la natura eretica di ogni teoria che affcrmasse l’immobilità del Siole e la mobilità della Terra, perché contraria a ciò che sostiene la Bibbia. Questo tipo di argomentazione compare per la prima volta, tra la fine del 1640 e l’inizio del 1614, in una dissertazione dal titolo Contro il moto della Terra che fu fatta circolare manoscritta da Lodovico delle Colombe. L’attacco preludeva alle denunce verbali e scritte di Lorini e di Caccini, coordinate in una sorta di piano di congiura, denunciato già dallo stesso Galilei e ricostruito, in un libro famoso, da Giorgio de Santillana. Secondo questo piano, Galileo doveva essere provocato sul problema del rapporto tra teoria copernicana e testo biblico in modo da attirare l’attenzione dei teologi sulla necessità, da parte dei copernicani, di interpretare in senso non letterale i vari passi nei quali la Bibbia, accogliendo il senso comune, affermava chiaramente che è il Sole a muoversi e che la Terra sta ferma. L’inizio dell’Ecclesiaste dice ad esempio: "Una generazione va e l’altra viene; ma la Terra rimane sempre. lì Sole sorge e tramonta e torna al suo luogo; da qui, rinascendo, gira a mezzogiorno e poi piega a settentrione". C’era poi il famoso passo del Libro di Giosuè che narrava il miracolo dell’arrestarsi del Sole, prodotto da Dio dopo la pressante richiesta di Giosuè: "O Sole, fermati a Gabaon, e tu, o Luna, alla valle di Aialon. E il Sole si fermò, e la Luna ristette finché la nazione ebbe vendetta dei suoi nemici".

    Se i copernicanì avevano ragione, i casi erano due: o si ammetteva che la Bibbia aveva accettato una teoria sbagliata sulla costituzione dell’universo, oppure quei passi andavano reinterpretati. Si doveva supporre cioè che, affidandosi al senso comune e non essendo un astronomo, Giosuè avesse chiesto a Dici di fermare il Sole, e che questi avesse arrestato o rallentato il moto di rotazione della Terra per produrre il miracolo richiesto. La situazione era effettivamente molto imbarazzante per la Chiesa, che però avrebbe volentieri evitato il problema se non fosse stata costretta a prendere posizione dal clamore suscitato dagli attacchi della "lega".

    Galilei capì che se voleva far trionfare il copernicanesimo doveva affrontare questione e, con l’aiuto di due preti suoi allievi, Benedetto Castelli (che fu anche un ottimo matematico) e un frate barnabita, si improvvisò teologo. In due lettere comunemente note come Lettere copernicane trovò una via d’uscita che poteva servire, non solo in quel caso specifico ma anche in futuro, a evitare contrasti e contrapposizioni tra verità di fede e verità scientifica. Si trattava semplicemente di ammettere che, in molti caso, e in particolare in rapporto a questioni scientifiche, la Bibbia non poteva essere presa alla lettera. Il suo ragionamento era semplice e facilmunte condivisibile: la verità non può essere che una ma è scritta in due libri diversi, la Bibbia e la Natura, che usano linguaggi altrettanto diversi. La Bibbia è scritta in funzione dell’uomo e mira essenzialmente a fornire all’uomo quelle indicazioni morali che gli possono consentire di vivere, con piena consapevolezza e con tranquilla berenita, la propria vicenda esistenziale. Il libro della Natura, invece, non contiene verità di carattere morale, ma solo descrizioni fedeli dei fenomeni naturali esposte in un linguaggio tecnico: quello matematico. La comprensione delle leggi di natura richiede dunque una competenza diversa da quella del teologo: bisogna essere buoni matematici ma anche buoni sperimentatori, in altri termini bisogna essere scienziati. La conclusione era che, secondo Galilei, nei casi in cui la scienza scopriva leggi o fenomeni che le Scritture presentavano in modo diverso, i teologi non dovevano, non essendo competenti, contestare le conclusioni degli scienziati, ma piuttosto prenderne atto e affrettirsi a cambiare l’interpretazione dei testi sacri.

    Il ragionamento era plausibile e facilmente condivisibile. Del resto il principio dell’interpretazione non letterale era stato già utilizzato da vari Padri della Chiesa, tra i quali sant’Agostino, e venne poi definitivamente sancito, nel 1893, con un’apposita enciclica emanata da papa Leone XIII. Ma le cose non erano così semplici come poteva apparire a prima vista. Esisteva un problema che rendeva (e rende ancor oggi) inevitabile il contrasto tra scienziati è teologi: prima di modificare l’interpretazione di un passo delle Scritture o, più in generale, di abbandonare un principio morale in conseguenza di un progresso scientifico o tecnico, è saggio e prudente accertarsi in modo definitivo dÙl’attendibilìtà della nuova visione scientifica. Ora, la conoscenza scientifica è fallibile, non offre verità definitive, anzi si distingue dalla magia, come dalla religione, proprio per la capacità di modificare continuamente i propri principi e di progredire in virtù della revisione critica dì vecchie idee. Giustamente il teologo non vuole essere ridotto a passacarte dello scienziato e correre il rischio di avallare precipitosamente teorie che la stessa comunità scientifica potrebbe domani scartare come errate, o comunque modificare. Se deve cambiare idea deve avere buoni motivi, e vuole essere lui a valutarlo.

    Nel caso di Galilei, ad esempio, anche gli scienziati hanno sempre ammesso che egli non era stato in grado di fornire una prova definitiva della validità del sistema copernicano, poiché quella che egli riteneva certa (la sua spiegazione del fenomeno delle maree) non era affatto corretta, e appariva errata anche ai contemporanei. L’atteggiamento dei teologi, da questo punto di vista, fu più cauto di quello di Galilei: prima le prove, dicevano in sostanza, poi la revisione teologica.

    Questo in effetti poteva portare a un accordo. E fu infatti su questa base che il problema venne provvisoriamente risolto nel 1615, all’epoca del cosiddetto primo processo a Galilei, che fu in realtà un’indagine segreta, una sorta di perizia teologica, nata da una denuncia di Tommaso Caccini, nel corso della quale Galilei non venne neppure disturbato per essere interrogato. La commissione del Sant’Uffizio, a conclusione dei suoi lavori, decretò a quell’epoca che la teoria eliocentrica era scientificamente errata ed eretica dal punto di vista teologico. Ma a proposito della posizione personale di Galilei, che pure sosteneva ormai pubblicamente quella teoria, non si pronunciò. Lo scienziato contro il quale era diretta la denuncia non venne insomma né assolto né condannato. Venne invece convocato, il 26 febbraio 1615, a casa del cardinai Bellarmino, che non faceva parte della commissione ma era il vero ispiratore della linea adottata dalla Chiesa. Nel corso di quel colloquio, che nell’intenzione di Bellarmino doveva essere amichevole e fu invece un po’ teso a causa della presenza e dell’intransigenza del commissario generale del Sant’Uffizio, Michelangelo Segizzi, Galileo venne informato che la Chiesa riteneva eretica la teoria eliocentrica e venne invitato a considerarla da allora in poi solo come ipotesi.

    Questo, almeno provvisoriamente, metteva le cose a posto. Se l’eliocentrismo era solo un’ipotesi, non c’era motivo di affrettarsi a cambiare l’interpretazione della Scrittura. Più o meno esplicitamente si ammetteva inoltre che la soluzione proposta da Galilei per i casi di accertato contrasto era valida. Per il momento la questione si poteva considerare chiusa: i teologi avevano indubbiamente commesso un errore dando una valutazione di merito scientifico sull’eliocentrismo ma, nonostante ciò, si rifiutavano di fare il gioco dei nemici di Galileo, al quale intendevano accordare ogni libertà di indagine sull’argomento e anche la possibilità dì discuterne sul piano strettamente tecnico con i propri colleghi.

    Sotto l’apparente disponibilità si celava però una posizione ben più intransigente. Bellarmino, che non era certamente un genio scientifico (e che forse non meritava di essere fatto santo perché aveva sulla coscienza varie condanne a morte per eresia, non ultima quella di Giordano Bruno), aveva tuttavia una mente molto più sottile e e una cultura più raffinata di quella di Galilei. Fu un teologo forse troppo rigido, ma la sua lucidità può suscitare ancora oggi invidia in molti dottori della Chiesa. Egli riteneva che, se non si voleva aprire una grave falla nelle basi teologiche della religione, si doveva tenere fermo che anche nelle questioni scientifiche l’ultima parola dovesse spettare al teologo, per un principio molto semplice: nel bene e nel male la Scrittura è opera dello Spirito Santo e dunque la distinzione tra questioni di fede e questioni scientifiche non regge. Tutto è questione di fede. Con una formula latina un po’ scolastica Bellarmino diceva che una cosa scritta nella Bibbia "se non è materia di fede ex parte objecti [cioè considerando l’oggetto o l’argomento] è materia di fede ex parte dicentis [cioè considerando colui che parla, vale a dire lo Spirito Santo]".

    Tutti i commentatori, sia laici sia cattolici, sono oggi concordi nel ritenere questa posizione eccessivamente intransigente, il che ha portato a considerare, almeno sul piano teorico, Bellarmino come il principale responsabile della sfortunata condanna di Galilei all’epoca del secondo processo, quando il teologo era già morto. La Chiesa però non ha mai ufficialmente avallato queste critiche anzi, persino negli atti nei quali normalmente si presume che abbia fatto ammenda e riabilitato Galilei, in realta ha sempre ribadito la posizione di Bellarmino. Prendiamo ad esempio l’enciclica Providentissimus Deus di Leone XIII. Essa dice: "Nessuna vera contraddizione potrà interporsi tra il teologo e lo studioso delle scienze naturali, finché l’uno e l’altro si manterranno nei propri confini, guardandosi bene, secondo il monito di sant’Agostino, «di non asserire temerariamente alcunché né di presentare una cosa certa come incerta»". I casi di possibili contrasti possono essere regolati, secondo l’enciclica, proprio come suggeriva Galilei: "Se poi vi fosse qualche dissenso, lo stesso santo dà sommariamente le regole di come debba diportarsi in tali casi il teologo: «Tutto ciò che i fisici, riguardo la natura delle cose, potranno dimostrare con documenti certi, è nostro compito provare non essere nemmeno contrario alle nostre lettere»". Il teologo insomma deve essere pronto a reinterpretare il testo della Scrittura per seguire l’evoluzione delle conoscenze scientifiche. Esattamente come sosteneva Galilei. Ma, come c’era da attendersi, c’è un ultimo codicillo che ribalta completamente la situazione. Continuando la citazione di sant’Agostino l’enciclica prosegue: "Ciò che poi presentassero nei loro scritti di contrario alla fede cattolica, o dimostriamo con qualche argomento essere falso ciò che aaseriscono o crediamolo falso senza alcuna esitazione". Nel caso in cui il teologo si trovasse insomma di fronte ad affermazioni scientifiche che ritiene senz’altro contrarie alla fede e alla morale, non solo è autorizzato ma addirittura è sollecitato a condannarle come false, indipendentemente dalla loro validità scientifica.

    Espressa in questo modo, la posizione ufficiale della Chiesa potrebbe sembrare non solo eccessivamente intransigente ma anche acritica e ottusa. Se si considera però il modo in cui, più di recente, essa è stata espressa da papa Wojtyla nei due discorsi fatti in apertura (10 novembre 1979) e in chiusura (31 ottobre 1992) del processo di riabilitazione di Galilei, appare sotto tutt’altra luce e, se non condivisibile, almeno giustificata dal punto di vista morale. Partendo dalla considerazione, incontestabile, che "l’uomo d’oggi sembra essere sempre minacciato da ciò che produce" e auspicando, come tutti, che "l’uomo deve uscire vittorioso da questo dramma, che minaccia di degenerare in tragedia, e deve ritrovare la sua autentica regalità sul mondo e il pieno dominio sulle cose che produce", Giovanni Paolo II ritiene che l’unico modo per riuscirvi è quello di riaffermare "la priorità dell’etica sulla tecnica, il primato della persona sulle cose, la superiorità dello spirito sulla materia". In buona sostanza il papa afferma, e non ci si poteva aspettare diversamente, che ciò che può garantire la salvezza esistenziale dell’umanità è la religione, assunta come criterio di valutazione degli interventi tecnici resi possibili dalla scienza.

    Questo modo di presentare la questione appare meno intransigente e meno offensivo di quello impiegato da Bellarmino o da Leone XIII. Innanzitutto esso sposta il discorso dalla scienza all’applicazione tecnica delle scoperte scientifiche, il che rende possibile, ad esempio, condannare l’uso delle armi nucleari senza scomunicare Fermi, Oppenheimer e compagni. In secondo luogo fa appello a un diffuso sospetto nei confronti del reale significato del progresso tecnico e scientifico, che costituisce anche il minimo comun denominatore dell’ideologia dei movimenti ambientalisti, pacifisti, antivivisezionisti e di tutti i fenomeni di recupero dei valori mistico-religiosi, come reazione e fuga dalla civiltà tecnologica. Si tratta, più che di un insieme coerente di idee, di un atteggiamento culturale genericamente definibile come progressista e originatosi nel Sessantotto, che percorre trasversalmente anche tutti i fenomeni di presa di coscienza e di rivendicazione sociale da parte di gruppi emarginati, dal femminismo ai movimenti omosessuali e ai comitati per la difesa dei diritti del malato. [...] Oggi ìnsornma le argomentazioni dì Bellarmino potrebbero apparire addirittura più ragionevoli e condivisibili di quanto non fossero nel 1615.

    La sostanza del discorso però non è cambiata. La Chiesa ritiene di avere il dovere di tutelare il valore e l’integrità dell’esistenza umana, e per farlo pretende il controllo finale su tutte le decisioni che possono influenzare il destino di individui e società. L’unico sostanziale cambiamento verificatosi dai tempi di Gailei a oggi è che la Chiesa ha perso il potere temporale e non può più quindi usare la forza per esercitare realmente questo controllo, ed emarginare o eliminare come eretici coloro che, non avendo interesse a essere salvati, si oppongono a questa volontà di controllo. Sfortunatamente, nel Seicento il potere temporale della Chiesa era ancora molto forte e il papa dell’epoca, Urbano VIII, non seppe resistere alla tentazione di farne uso. I motivi contingenti che coinvolsero Galilei nel secondo, definitivo, processo ci appaiono, da questo punto dì vista, fin troppo prosaici e personali. Lo scienziato, nel comporre il Dialogo sopra i due massimi sistemi, aveva offeso, non si sa se per caso o per inavvertita arroganza, papa Urbano VIII, che gli aveva sempre mostrato grande benevolenza. Lo scienziato aveva messo le opinioni del papa in bocca a Simplicio, il personaggio che nel Dialogo fa la figura, se non dello sciocco, almeno dell’ignorante; nel frontespizio del libro figuravano poi tre delfini, che sembravano alludere al nepotismo un po’ eccessivo del papa. È probabile, anche se non del tutto provato, che due gesuiti, padre Grassi e padre Scheiner, che avevano motivi di cisentimento nei confronti di Galileo, abbiano sfruttato questi elementi per provocare il processo.

    I lavori furono lunghi e segnati da alterne vìcende ed è anche possibile che gli accusatori abbiano fatto ricorso a un documento falsificato (o comunque non valido legalmente). Nonostante tutto, a un certo punto si tentò di nuovo una soluzione compromissoria; purtroppo in questa fase Galilei commise degli errori che irritarono l’ala intransigente del tribunale che il 22 giugno 1633, su pressione del papa, emise la sentenza dì condanna. Tre dei giudici, in evidente segno di disapprovazione, non furono presenti alla lettura della sentenza.

    Si trattò di una condanna manifestamente ingiusta e di un grave errore, come ha voluto definitivamente chiarire Giovanni Paolo II. Quel che ancora oggi non è chiaro è quale sia il senso di questa intricata e sfortunata vicenda e che insegnamento se ne possa trarre. È evidente innanzitutto che Galilei fu condannato prima dalla scienza e poi dalla Chiesa. Si trattò insomma di una duplice condanna i cui motivi, pur essendo diversi, erano collegati dal desiderio di tutelare il più possibile il senso comune. Gli scienziati non volevano allontanarsi dalle opinioni di senso comune, perché erano state incorporate da Aristotele e Tolomeo in una teoria che tutti ritenevano assolutarnonte certa e inattaccabile. I teologi, per parte loro, difendevano il senso comune perché la Bibbia, se presa alla lettera, sembrava avallarlo. Va sottolineato tuttavia che i secondi erano più concilianti e, in fondo, più che a difendere il senso comune, erano interessati a rinsaldare l’autonomia e la supremazia del giudizio etico-religioso anche nelle questioni scientifiche. I teologi insomma avevano già capito, o intuivano, che la scienza poteva costituire un rischio per l’uomo e, per scongiurare il pericolo, volevano soprattutto riaffermare (difendendo il primato della teologia) il diritto prioritario di valutare sul piano morale i progressi che la scienza prometteva sul piano della conoscenza e della tecnica. A sbagliare, dunque, non furono soltanto i teologi ma anche gli scienziati, E sia gli uni che gli altri potevano imparare qualcosa dall’errore commesso. Purtroppo, mentre la Chiesa, seppure con grande ritardo, ha riconosciuto le proprie responsabilita’ e corretto, per quanto possibile, il proprio atteggiamento, la scienza, almeno finora, non è stata in grado di fare altrettanto

    Tolleranza religiosa e intolleranza scientifica

    Dalla vicenda di Galilei la Chiesa ha tratto un grande insegnamento: che non è né giusto né saggio tentare di chiudere la bocca agli scienziati quando dicono cose contrarie alle convinzioni religiose. Si rischia di negare l’evidenza e di compromettere la credibilità degli stessi fondamenti della religione. Meglio tollerare e lasciare alla scienza e agli scienziati la libertà più completa, e anche la responsabilità delle loro affermazioni. Quando giungono a conclusioni incompatibili con la fede o con la morale è inutile contestare la validità scientifica di quello che fanno e dire, come si azzardarono a fare i giudici di Galileo, che l’eliocentrismo è eretico sia scientificamente che logicamente. Se una teoria è scientificamente giusta o sbagliata può dirlo solo la scienza, la quale pure, nel farlo, trova talora notevole difficoltà e impiega molto tempo. Ma, come sosteneva sant’Agostino, i teologi hanno in definitiva tutto il diritto di rifiutare, per ragioni teologiche e morali, anche una teoria che la scienza ritiene ufficialmente vera.

    Perciò, di fronte a un problema spinoso la strategia migliore per ogni movimento confessionale è quella di prendere tempo e pronunciarsi ufficialmente solo quando le cose sono abbastanza chiare. A questo punto si integra, per quanto possibile (e soprattutto se è possibile), la nuova teoria con il corpo delle convinzioni religiose altrimenti si ammette molto francarnante che la cosa, per quanto plausibile e accertata possa essere sul piano scientifico, urta contro principi e valori fondamentali, e dunque deve essere rifiutata per ragioni morali. Il problema del contrasto tra religione e scienza non viene risolto perché, come tutti i grandi problemi, non ammette soluzione, ma almeno viene evitato il conflitto frontale. Il vantaggio maggiore di questo cauto atteggiamento è, paradossalmeiìte, proprio quello di non risolvere ma anzi di riproporre continuamente il problema, tenendo però aperto il dialogo e il confronto dialettico. Pur non potendo più aspirare a ricostituire l’antica identità la scienza e la religione hanno bisogno l’una dell’altra. Il loro continuo confronto è infatti uno dei meccanismi fondamentali di crescita della cultura umana. Dal caso Galilei la Chiesa ha insomma imparato a rispettare i diritti della scienza e a controntarsi con essa francamente, da pari a pari, senza più ricorrere alla violenza, di qualsiasi tipo essa sia.

    Anche la scienza avrebbe dovuto, dallo stesso caso, imparare qualcosa di analogo. Non tanto a rispettare la religione, che ha abbastanza forza per far valere i propri diritti, quanto a rispettare le opinioni scientifiche minoritarie o emergenti e rivoluzionarie come era quella di Galilei agli inizi del Seicento. Per essere più chiari la comunità scientifica doveva capire a) che arroccarsi a difesa del senso comune era stata un’iniziativa del tutto inopportuna e controproducente; b) che ogni teoria scientifica corre il rischio di trasformarsi (anzi quasi sicuramente si trasformerà) in una forma evoluta di senso comune o di opinione pregiudiziale; c) che, come ha fatto la Chiesa, bisognava mettere a punto una strategia che evitasse il ripetersi in futuro dello stesso incidente. E proprio per non aver capito questo che la scienza si ritrova oggi a dover affrontare e risolvere, al suo interno, il problema dell’eresia, che per lungo tempo ha considerato come un problema esterno che la vedeva sempre come vittima e mai come diretta responsabile di un’ingiustificabile emarginazione. L’ortodossia scientifica è chiamata oggi a dimostrare quella stessa apertura al dialogo che ha consentito alla Chiesa di evitare un secondo clamoroso incidente nel caso dì Darwin.

    © Arnoldo Mondadori Editore S.p.A

    Contro la leggenda nera - Chi ha condannato Galileo?
    Caspita! Devo studiare molto oggi.
    "Due cose hanno soddisfatto la mia mente con nuova e crescente ammirazione e soggezione e hanno occupato persistentemente il mio pensiero: il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me" (Immanuel Kant)

  6. #6
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    Predefinito Re: Galilei e l'infallibilità della Chiesa

    Galileo Galilei/1
    di Vittorio Messori

    [Da «Pensare la storia», San Paolo, Milano 1992]

    Stando a un’inchiesta dei Consiglio d’Europa tra gli studenti di scienze in tutti i Paesi della Comunità, quasi il 30 per cento è convinto che Galileo Galilei sia stato arso vivo dalla Chiesa sul rogo. La quasi totalità (il 97 per cento) è comunque convinta che sia stato sottoposto a tortura.
    Coloro - non molti, in verità - che sono in grado di dire qualcosa di più sullo scienziato pisano, ricordano, come frase "sicuramente storica", un suo "Eppur si muove!", fieramente lanciato in faccia, dopo la lettura della sentenza, agli inquisitori convinti di fermare il moto della Terra con gli anatemi teologici. Quegli studenti sarebbero sorpresi se qualcuno dicesse loro che siamo, qui, nella fortunata situazione di poter datare esattamente almeno quest’ultimo falso: la "frase storica" fu inventata a Londra, nel 1757, da quel brillante quanto spesso inattendibile giornalista che fu Giuseppe Baretti.

    Il 22 giugno del 1633, nel convento romano di Santa Maria sopra Minerva tenuto dai domenicani, udita la sentenza, il Galileo "vero" (non quello del mito) sembra mormorasse un ringraziamento per i dieci cardinali - tre dei quali avevano votato perché fosse prosciolto - per la mitezza della pena. Anche perché era consapevole di aver fatto di tutto per indisporre il tribunale, cercando per di più di prendere in giro quei giudici - tra i quali c’erano uomini di scienza non inferiore alla sua - assicurando che, nel libro contestatogli (e che era uscito con una approvazione ecclesiastica estorta con ambigui sotterfugi), aveva in realtà sostenuto il contrario di quanto si poteva credere. Di più: nei quattro giorni di discussione, ad appoggio della sua certezza che la Terra girasse attorno al Sole aveva portato un solo argomento. Ed era sbagliato. Sosteneva, infatti, che le maree erano dovute allo "scuotimento" delle acque provocato dal moto terrestre. Tesi risibile, alla quale i suoi giudici-colleghi ne opponevano un’altra che Galileo giudicava "da imbecilli": era, invece, quella giusta. L’alzarsi e l’abbassarsi dell’acqua dei mari, cioè, è dovuta all’attrazione della Luna. Come dicevano, appunto, quegli inquisitori insultati sprezzantemente dal Pisano.

    Altri argomenti sperimentali, verificabili, sulla centralità del Sole e sul moto terrestre, oltre a questa ragione fasulla, Galileo non seppe portare. Né c’è da stupirsi: il Sant’Uffizio non si opponeva affatto all’evidenza scientifica in nome di un oscurantismo teologico. La prima prova sperimentale, indubitabile, della rotazione della Terra è del 1748, oltre un secolo dopo. E per vederla quella rotazione, bisognerà aspettare il 1851, con quel pendolo di Foucault caro a Umberto Eco. In quel 1633 del processo a Galileo, sistema tolemaico (Sole e pianeti ruotano attorno alla Terra) e sistema copernicano difeso dal Galilei (Terra e pianeti ruotano attorno al Sole) non erano che due ipotesi quasi in parità, su cui scommettere senza prove decisive. E molti religiosi cattolici stessi stavano pacificamente per il "novatore" Copernico, condannato invece da Lutero.

    Del resto, Galileo non solo sbagliava tirando in campo le maree, ma già era incorso in un altro grave infortunio scientifico quando, nel 1618, erano apparse in cielo delle comete. Per certi apriorismi legati appunto alla sua "scommessa" copernicana, si era ostinato a dire che si trattava solo di illusioni ottiche e aveva duramente attaccato gli astronomi gesuiti della Specola romana che invece - e giustamente - sostenevano che quelle comete erano oggetti celesti reali. Si sarebbe visto poi che sbagliava ancora, sostenendo il moto della Terra e la fissità assoluta del Sole, mentre in realtà anche questo è in movimento e ruota attorno al centro della Galassia.

    Niente frasi "titaniche" (il troppo celebre "Eppur si muove!") comunque, se non nelle menzogne degli illuministi e poi dei marxisti - vedasi Bertolt Brecht - che crearono a tavolino un "caso" che faceva (e fa ancora) molto comodo per una propaganda volta a dimostrare l’incompatibilità tra scienza e fede.

    Torture? carceri dell’Inquisizione? addirittura rogo? Anche qui, gli studenti europei del sondaggio avrebbero qualche sorpresa. Galileo non fece un solo giorno di carcere, né fu sottoposto ad alcuna violenza fisica. Anzi, convocato a Roma per il processo, si sistemò (a spese e cura della Santa Sede), in un alloggio di cinque stanze con vista sui giardini vaticani e cameriere personale. Dopo la sentenza, fu alloggiato nella splendida villa dei Medici al Pincio. Da lì, il "condannato" si trasferì come ospite nel palazzo dell’arcivescovo di Siena, uno dei tanti ecclesiastici insigni che gli volevano bene, che lo avevano aiutato e incoraggiato e ai quali aveva dedicato le sue opere. Infine, si sistemò nella sua confortevole villa di Arcetri, dal nome significativo "Il gioiello".

    Non perdette né la stima né l’amicizia di vescovi e scienziati, spesso religiosi. Non gli era mai stato impedito di continuare il suo lavoro e ne approfittò difatti, continuando gli studi e pubblicando un libro - Discorsi e dimostrazioni sopra due nuove scienze - che è il suo capolavoro scientifico. Né gli era stato vietato di ricevere visite, così che i migliori colleghi d’Europa passarono a discutere con lui. Presto gli era stato tolto anche il divieto di muoversi come voleva dalla sua villa. Gli rimase un solo obbligo: quello di recitare una volta la settimana i sette salmi penitenziali. Questa "pena", in realtà, era anch’essa scaduta dopo tre anni, ma fu continuata liberamente da un credente come lui, da un uomo che per gran parte della sua vita era stato il beniamino dei Papi stessi; e che, ben lungi dall’ergersi come difensore della ragione contro l’oscurantismo clericale, come vuole la leggenda posteriore, poté scrivere con verità alla fine della vita: "In tutte le opere mie, non sarà chi trovar possa pur minima ombra di cosa che declini dalla pietà e dalla riverenza di Santa Chiesa".

    Morì a 78 anni, nel suo letto, munito dell’indulgenza plenaria e della benedizione del papa. Era l’8 gennaio 1642, nove anni dopo la "condanna" e dopo 78 di vita. Una delle due figlie suore raccolse la sua ultima parola. Fu: "Gesù!".

    I suoi guai, del resto, più che da parte "clericale" gli erano sempre venuti dai "laici": dai suoi colleghi universitari, cioè, che per invidia o per conservatorismo, brandendo Aristotele più che la Bibbia, fecero di tutto per toglierlo di mezzo e ridurlo al silenzio. La difesa gli venne dalla Chiesa, l’offesa dall’Università.

    In occasione della recente visita del papa a Pisa, un illustre scienziato, su un cosiddetto "grande" quotidiano, ha deplorato che Giovanni Paolo II "non abbia fatto ulteriore, doverosa ammenda dell’inumano trattamento usato dalla Chiesa contro Galileo". Se, per gli studenti del sondaggio da cui siamo partiti, si deve parlare di ignoranza, per studiosi di questa levatura il sospetto è la malafede. Quella stessa malafede, del resto, che continua dai tempi di Voltaire e che tanti complessi di colpa ha creato in cattolici disinformati. Eppure, non solo le cose non andarono per niente come vuole la secolare propaganda; ma proprio oggi ci sono nuovi motivi per riflettere sulle non ignobili ragioni della Chiesa. Il "caso" è troppo importante, per non parlarne ancora.

    © Editoriale San Paolo

    Contro la leggenda nera - Galileo Galilei/1
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    "Maledetto l'uomo che confida nell'uomo" (Ger 17, 5).

  7. #7
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    Predefinito Re: Galilei e l'infallibilità della Chiesa

    Galileo Galilei/2
    di Vittorio Messori

    [Da «Pensare la storia», San Paolo, Milano 1992]

    Il Galilei - alla pari, del resto, di un altro cattolico fervente come Cristoforo Colombo - convisse apertamente more uxorio con una donna che non volle sposare, ma dalla quale ebbe un figlio maschio e due femmine.
    Lasciata Padova per ritornare in Toscana, dove gli era stata promessa maggior possibilità di far carriera, abbandonò in modo spiccio (da qualcuno, anzi, sospettato di brutalità) la fedele compagna, la veneziana Marina Gamba, togliendole anche tutti i figli. "Provvisoriamente, mise le figliuole in casa del cognato, ma doveva pensare a una oro sistemazione definitiva: cosa non facile perché, data la nascita illegittima, non era probabile un futuro matrimonio. Galileo pensò allora di monacarle. Senonché le leggi ecclesiastiche non permettevano che fanciulle così giovani facessero i voti, e allora Galileo si raccomandò ad alti prelati per poterle fare entrare egualmente in convento: così, nel 1613, le due fanciulle - una di 13 e l’altra di 12 anni - entravano nel monastero di San Matteo d’Arcetri e dopo poco vestirono l’abito. Virginia, che prese il nome di suor Maria Celeste, riuscì a portare cristianamente la sua croce, visse con profonda pietà e in attiva carità verso le sue consorelle. Livia, divenuta suor Arcangela, soccombette invece al peso della violenza subita e visse nevrastenica e malaticcia" (Sofia Vanni Rovighi). Sul piano personale, dunque, sarebbe stato vulnerabile. "Sarebbe", diciamo, perché, grazie a Dio, quella Chiesa che pure lo convocò davanti al Sant’Uffizio, quella Chiesa accusata di un moralismo spietato, si guardò bene dal cadere nella facile meschineria di mescolare il piano privato, le scelte personali del grande scienziato, con il piano delle sue idee, le sole che fossero in discussione. "Nessun ecclesiastico gli rinfaccerà mai la sua situazione familiare. Ben diversa sarebbe stata la sua sorte nella Ginevra di Calvino, dove i "concubini" come lui venivano decapitati" (Rino Canimilleri).

    E’ un’osservazione che apre uno spiraglio su una situazione poco conosciuta. Ha scritto Georges Bené, uno dei maggiori conoscitori di questa vicenda: "Da due secoli, Galileo e il suo caso interessano, più che come fine, come mezzo polemico contro la Chiesa cattolica e contro il suo "oscurantismo" che avrebbe bloccato la ricerca scientifica". Lo stesso Joseph Lortz, cattolico rigoroso e certo ancora lontano da quello spirito di autoflagellazione di tanta attuale storiografia clericale, autore di uno dei più diffusi manuali di storia della Chiesa, cita, condividendola, l’affermazione di un altro studioso, il Dessauer: "Il nuovo mondo sorge essenzialmente al di fuori della Chiesa cattolica perché questa, con Galileo, ha cacciato gli scienziati".

    Questo non risponde affatto alla verità. Il temporaneo divieto (che giunge peraltro, lo vedremo meglio, dopo una lunga simpatia) di insegnare pubblicamente la teoria eliocentrica copernicana, è un fatto del tutto isolato: né prima né dopo la Chiesa scenderà mai (ripetiamo: mai) in campo per intralciare in qualche modo la ricerca scientifica, portata avanti tra l’altro quasi sempre da membri di ordini religiosi. Lo stesso Galileo è convocato solo per non avere rispettato i patti: l’approvazione ecclesiastica per il libro "incriminato", i Dialoghi sopra i massimi sistemi, gli era stata concessa purché trasformasse in ipotesi (come del resto esigevano le stesse ancora incerte conoscenze scientifiche del tempo) la teoria copernicana che egli invece dava ormai come sicura. Il che non era ancora. Promise di adeguarsi: non solo non lo fece, dando alle stampe il manoscritto così com’era, ma addirittura mise in bocca allo sciocco dei Dialoghi, dal nome esemplare di Simplicio, i consigli di moderazione datigli dal papa che pur gli era amico e lo ammirava.

    Galileo, quando è convocato per scolparsi, si sta occupando di molti altri progetti di ricerca, non solo di quello sul movimento della Terra o del Sole. Era giunto quasi ai settant’anni avendo avuto onori e aiuti da parte di tutti gli ambienti religiosi, a parte un platonico ammonimento del 1616, ma non diretto a lui personalmente; subito dopo la condanna potrà riprendere in pieno le ricerche, attorniato da giovani discepoli che formeranno una scuola. E potrà condensare il meglio della sua vita di studio negli anni che gli restano, in quei Discorsi sopra due nuove scienze che è il vertice del suo pensiero scientifico.

    Del resto, proprio nell’astronomia e proprio a partire da quegli anni la Specola Vaticana - ancor oggi in attività, fondata e sempre diretta da gesuiti - consolida la sua fama di istituto scientifico tra i più prestigiosi e rigorosi nel mondo. Tanto che, quando gli italiani giungono a Roma, nel 1870, si affrettano a fare un’eccezione al loro programma di cacciare i religiosi, quelli della Compagnia di Gesù innanzitutto.

    Il governo dell’Italia anticlericale e massonica fa votare così dal Parlamento una legge speciale per mantenere come direttore a vita dell’Osservatorio già papale il padre Angelo Secchi, uno dei maggiori studiosi del secolo, tra i fondatori dell’astrofisica, uomo la cui fama è talmente universale che petizioni giungono da tutto il mondo civile per ammonire i responsabili della "nuova Italia" che non intralcino un lavoro giudicato prezioso per tutti.

    Se la scienza sembra emigrare, a partire dal Seicento, prima nel Nord Europa e poi oltre Atlantico - fuori, cioè, dall’orbita di regioni cattoliche - le cause sono legate al diverso corso assunto dalla scienza stessa. Innanzitutto, i nuovi, costosi strumenti (dei quali proprio Galileo è tra i pionieri) esigono fondi e laboratori che solo i Paesi economicamente sulla cresta dell’onda possono permettersi, non certo l’Italia occupata dagli stranieri o la Spagna in declino, rovinata dal suo stesso trionfo.

    La scienza moderna, poi, a differenza di quella antica, si lega direttamente alla tecnologia, cioè alla sua utilizzazione diretta e concreta. Gli antichi coltivavano gli studi scientifici per se stessi, per gusto della conoscenza gratuita, pura. I greci, ad esempio, conoscevano le possibilità del vapore di trasformarsi in energia ma, se non adattarono a macchina da lavoro quella conoscenza, è perché non avrebbero considerato degno di un uomo libero, di un "filosofo" come era anche lo scienziato, darsi a simili attività "utilitarie". (Un atteggiamento che contrassegna del resto tutte le società tradizionali: i cinesi, che da tempi antichissimi fabbricavano la polvere nera, non la trasformarono mai in polvere da sparo per cannoni e fucili, come fecero poi gli europei del Rinascimento, ma l’impiegarono solo per fini estetici, per fare festa con i fuochi artificiali. E gli antichi egizi riservavano le loro straordinarie tecniche edilizie solo a templi e tombe, non per edifici "profani").

    E’ chiaro che, da quando la scienza si mette al servizio della tecnologia, essa può svilupparsi soprattutto tra popoli, come quelli nordici, che conoscono una primissima rivoluzione industriale; che hanno - come gli olandesi o gli inglesi - grandi flotte da costruire e da utilizzare; che abbisognano di equipaggiamento moderno per gli eserciti, di infrastrutture territoriali, e così via. Mentre, cioè, prima, la scienza era legata solo all’intelligenza, alla cultura, alla filosofia, all’arte stessa, a partire dall’epoca moderna è legata al commercio, all’industria, alla guerra. Al denaro, insomma.

    Che questa - e non la pretesa "persecuzione cattolica" di cui, l’abbiamo visto, parlano anche storici cattolici - sia la causa della relativa inferiorità scientifica dei popoli restati legati a Roma, lo dimostra anche l’intolleranza protestante di cui quasi mai si parla e che è invece massiccia e precoce. Copernico, da cui tutto inizia (e nel cui nome Galileo sarebbe stato "perseguitato") è un cattolicissimo polacco. Anzi, è addirittura un canonico che installa il suo rudimentale osservatorio su un torrione della cattedrale di Frauenburg. L’opera fondamentale che pubblica nel 1543 - La rotazione dei corpi celesti - è dedicata al papa Paolo III, anch’egli, tra l’altro, appassionato astronomo. L’imprimatur è concesso da un cardinale proveniente da quei domenicani nel cui monastero romano Galileo ascolterà la condanna.

    Il libro del canonico polacco ha però una singolarità: la prefazione è di un protestante che prende le distanze da Copernico, precisando che si tratta solo di ipotesi, preoccupato com’è di possibili conseguenze per la Scrittura. Il primo allarme non è dunque di parte cattolica: anzi, sino al dramma finale di Galileo, si succedono ben undici papi che non solo non disapprovano la teoria "eliocentrica" copernicana, ma spesso l’incoraggiano. Lo scienziato pisano stesso è trionfalmente accolto a Roma e fatto membro dell’Accademia pontificia anche dopo le sue prime opere favorevoli al sistema eliocentrico.

    Ecco, invece, la reazione testuale di Lutero alle prime notizie sulle tesi di Copernico: "La gente presta orecchio a un astrologo improvvisato che cerca in tutti i modi di dimostrare che è la Terra a girare e non il Cielo. Chi vuol far sfoggio di intelligenza deve inventare qualcosa e spacciarlo come giusto. Questo Copernico, nella sua follia, vuol buttare all’aria tutti i princìpi dell’astronomia". E Melantone, il maggior collaboratore teologico di fra Martino, uomo in genere piuttosto equilibrato, qui si mostra inflessibile: "Simili fantasie da noi non saranno tollerate".

    Non si trattava di minacce a vuoto: il protestante Keplero, fautore del sistema copernicano, per sfuggire ai suoi correligionari che lo giudicano blasfemo perché parteggia per una teoria creduta contraria alla Bibbia, deve scappare dalla Germania e rifugiarsi a Praga, dopo essere stato espulso dal collegio teologico di Tubinga. Ed è significativo quanto ignorato (come, del resto, sono ignorate troppe cose in questa vicenda) che giunga al "copernicano" e riformato Keplero un invito per insegnare proprio nei territori pontifici, nella prestigiosissima università di Bologna.

    Sempre Lutero ripeté più volte: "Si porrebbe fuori del cristianesimo chi affermasse che la Terra ha più di seimila anni". Questo "letteralismo", questo "fondamentalismo" che tratta la Bibbia come una sorta di Corano (non soggetta, dunque a interpretazione) contrassegna tutta la storia del protestantesimo ed è del resto ancora in pieno vigore, difeso com’è dall’ala in grande espansione - negli Usa e altrove - di Chiese e nuove religioni che si rifanno alla Riforma.

    A proposito di università (e di "oscurantismo"): ci sarà pure una ragione se, all’inizio del Seicento, proprio quando Galileo è sulla quarantina, nel pieno del vigore della ricerca, di università - questa tipica creazione del Medio Evo cattolico - ce ne sono 108 in Europa, alcune altre nelle Americhe spagnole e portoghesi e nessuna nei territori non cristiani. E ci sarà pure una ragione se le opere matematiche e geometriche degli antichi (prima fra tutte quelle di Euclide) che costituirono la base fondamentale per lo sviluppo della scienza moderna, giunsero a noi soltanto perché ricopiate dai monaci benedettini e, appena inventata la tipografia, stampate sempre a cura di religiosi. Qualcuno ha addirittura rilevato che, proprio in quell’inizio del Seicento, è un Grande Inquisitore di Spagna che fonda a Salamanca la facoltà di scienze naturali dove si insegna con favore la teoria copernicana...

    Storia complessa, come si vede. Ben più complessa di come abitualmente ce la raccontino. Bisognerà parlarne ancora.

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    Contro la leggenda nera - Galileo Galilei/2
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    Predefinito Re: Galilei e l'infallibilità della Chiesa

    Galileo Galilei/3
    di Vittorio Messori

    [Da «Pensare la storia», San Paolo, Milano 1992]

    Qualcuno ha fatto notare un paradosso: è infatti più volte successo che la Chiesa sia stata giudicata attardata, non al passo con i tempi. Ma il prosieguo della storia ha finito col dimostrare che, se sembrava anacronistica, è perché aveva avuto ragione troppo presto.
    É successo, ad esempio, con la diffidenza per il mito entusiastico della "modernità", e del conseguente "progresso", per tutto il XIX secolo e per buona parte del XX. Adesso, uno storico come Émile Poulat può dire: "Pio IX e gli altri papi "reazionari" erano in ritardo sul loro tempo ma sono divenuti dei profeti per il nostro. Avevano forse torto per il loro oggi e il loro domani: ma avevano visto giusto per il loro dopodomani, che è poi questo nostro tempo postmoderno che scopre l’altro volto, quello oscuro, della modernità e del progresso".

    É successo, per fare un altro esempio, con Pio XI e Pio XII, le cui condanne del comunismo ateo erano sino a ieri sprezzate come "conservatrici", "superate", mentre ora quelle cose le dicono gli stessi comunisti pentiti (quando hanno sufficiente onestà per riconoscerlo) e rivelano che quegli "attardati" di papi avevano una vista che nessun altro ebbe così acuta. Sta succedendo, per fare un altro esempio, con Paolo VI, il cui documento che appare e apparirà sempre più profetico è anche quello che fu considerato il più "reazionario": l’Humanae Vitae.

    Oggi siamo forse in grado di scorgere che il paradosso si è verificato anche per quel "caso Galileo" che ci ha tenuti impegnati per i due frammenti precedenti.

    Certo, ci si sbagliò nel mescolare Bibbia e nascente scienza sperimentale. Ma facile è giudicare con il senno di poi: come si è visto, i protestanti furono qui assai meno lucidi; anzi, assai più intolleranti dei cattolici. E certo che in terra luterana o calvinista Galileo sarebbe finito non in villa, ospite di gerarchi ecclesiastici, ma sul patibolo.

    Dai tempi dell’antichità classica sino ad allora, in tutto l’Occidente, la filosofia comprendeva tutto lo scibile umano, scienze naturali comprese: oggi ci è agevole distinguere, ma a quei tempi non era affatto così; la distinzione cominciava a farsi strada tra lacerazioni ed errori.

    D’altro canto, Galileo suscitava qualche sospetto perché aveva già mostrato di sbagliare (sulle comete, ad esempio) e proprio su quel suo prediletto piano sperimentale; non aveva prove a favore di Copernico, la sola che portava era del tutto erronea. Un santo e un dotto della levatura di Roberto Bellarmino si diceva pronto - e con lui un’altra figura di altissima statura come il cardinale Baronio - a dare alla Scrittura (la cui lettera sembrava più in sintonia col tradizionale sistema tolemaico) un senso metaforico, almeno nelle espressioni che apparivano messe in crisi dalle nuove ipotesi astronomiche; ma soltanto se i copernicani fossero stati in grado di dare prove scientifiche irrefutabili. E quelle prove non vennero se non un secolo dopo.

    Uno studioso come Georges Bené pensa addirittura che il ritiro deciso dal Sant’Uffizio del libro di Galileo fosse non solo legittimo ma doveroso, e proprio sul piano scientifico: "Un po’ come il rifiuto di un articolo inesatto e senza prove da parte della direzione di una moderna rivista scientifica". D’altro canto, lo stesso Galileo mostrò come, malgrado alcuni giusti princìpi da lui intuiti, il rapporto scienza-fede non fosse chiaro neppure per lui. Non era sua, ma del cardinal Baronio (e questo riconferma l’apertura degli ambienti ecclesiastici) la formula celebre: "L’intento dello Spirito Santo, nell’ispirare la Bibbia, era insegnarci come si va al Cielo, non come va il cielo".

    Ma tra le cose che abitualmente si tacciono è la sua contraddizione, l’essersi anch’egli impelagato nel "concordismo biblico": davanti al celebre versetto di Giosuè che ferma il Sole non ipotizzava per niente un linguaggio metaforico, restava anch’egli sul vecchio piano della lettura letterale, sostenendo che Copernico poteva dare a quella "fermata" una migliore spiegazione che Tolomeo. Mettendosi sullo stesso piano dei suoi giudici, Galileo conferma quanto fosse ancora incerta la distinzione tra il piano teologico e filosofico e quello della scienza sperimentale.

    Ma è forse altrove che la Chiesa apparve per secoli arretrata, perché era talmente in anticipo sui tempi che soltanto ora cominciamo a intuirlo. In effetti - al di là degli errori in cui possono essere caduti quei dieci giudici, tutti prestigiosi scienziati e teologi, nel convento domenicano di Santa Maria sopra Minerva, e forse al di là di quanto essi stessi coscientemente avvertivano - giudicando una certa baldanza (se non arroganza) di Galileo, stabilirono una volta per sempre che la scienza non era né poteva divenire una nuova religione; che non si lavorava per il bene dell’uomo e neppure per la Verità, creando nuovi dogmi basati sulla "Ragione" al posto di quelli basati sulla Rivelazione. "La condanna temporanea (donec corrigatur, fino a quando non sia corretta, diceva la formula) della dottrina eliocentrica, che dai suoi paladini era presentata come verità assoluta, salvaguardava il principio fondamentale che le teorie scientifiche esprimono verità ipotetiche,vere ex suppositione, per ipotesi e non in modo assoluto". Così uno storico d’oggi. Dopo oltre tre secoli di quella infatuazione scientifica, di quel terrorismo razionalista che ben conosciamo, c’è voluto un pensatore come Karl Popper per ricordarci che inquisitori e Galileo erano, malgrado le apparenze, sullo stesso piano. Entrambi, infatti, accettavano per fede dei presupposti fondamentali sulla cui base costruivano i loro sistemi. Gli inquisitori accettavano come autorità indiscutibili (anche sul piano delle scienze naturali) la Bibbia e la Tradizione nel loro senso più letterale. Ma anche Galileo e, dopo di lui, tutta la serie infinita degli scientisti, dei razionalisti, degli illuministi, dei positivisti - accettava in modo indiscusso, come nuova Rivelazione, l’autorità del ragionare umano e dell’esperienza dei nostri sensi.

    Ma chi ha detto (e la domanda è di un laico agnostico come Popper) - se non un’altra specie di fideismo - che ragione ed esperienza, che testa e sensi ci comunichino il "vero"? Come provare che non si tratta di illusioni, così come molti considerano illusioni le convinzioni su cui si basa la fede religiosa? Soltanto adesso, dopo tanta venerazione e soggezione, diveniamo consapevoli che anche le cosiddette "verità scientifiche" non sono affatto "verità" indiscutibili a priori, ma sempre e solo ipotesi provvisorie, anche se ben fondate (e la storia in effetti è lì a mostrare come ragione ed esperienza non abbiano preservato gli scienziati da infinite, clamorose cantonate, malgrado la conclamata "oggettività e infallibilità della Scienza").

    Questi non sono arzigogoli apologetici, sono dati ben fondati sui documenti: sino a quando Copernico e tutti i copernicani (numerosi, lo abbiamo visto, anche tra i cardinali, magari tra i papi stessi) restarono sul piano delle ipotesi, nessuno ebbe da ridire, il Sant’Uffizio si guardò bene dal bloccare una libera discussione sui dati sperimentali che via via venivano messi in campo.

    L’irrigidimento avviene soltanto quando dall’ipotesi si vuol passare al dogma, quando si sospetta che il nuovo metodo sperimentale in realtà tenda a diventare religione, quello "scientismo" in cui in effetti degenererà. "In fondo, la Chiesa non gli chiedeva altro che questo: tempo, tempo per maturare, per riflettere quando, per bocca dei suoi teologi più illuminati, come il santo cardinale Bellarmino, domandava al Galilei di difendere la dottrina copernicana ma solo come ipotesi e quando, nel 1616, metteva all’Indice il De revolutionibus di Copernico solo donec corrigatur, e cioè finché non si fosse data forma ipotetica ai passi che affermavano il moto della Terra in forma assoluta. Questo consigliava Bellarmino: raccogliete i materiali per la vostra scienza sperimentale senza preoccuparvi, voi, se e come possa organizzarsi nel corpus aristotelico. Siate scienziati, non vogliate fare i teologi!" (Agostino Gemelli).

    Galileo non fu condannato per le cose che diceva; fu condannato per come le diceva. Le diceva, cioè, con un’intolleranza fideistica, da missionario del nuovo Verbo che spesso superava quella dei suoi antagonisti, pur considerati "intolleranti" per definizione. La stima per lo scienziato e l’affetto per l’uomo non impediscono di rilevare quei due aspetti della sua personalità che il cardinale Paul Poupard ha definito come "arroganza e vanità spesso assai vive". Nel contraddittorio, il Pisano aveva di fronte a sé astronomi come quei gesuiti del Collegio Romano dai quali tanto aveva imparato, dai quali tanti onori aveva ricevuto e che la ricerca recente ha mostrato nel loro valore di grandi, moderni scienziati anch’essi "sperimentali".

    Poiché non aveva prove oggettive, è solo in base a una specie di nuovo dogmatismo, di una nuova religione della Scienza che poteva scagliare contro quei colleghi espressioni come quelle che usò nelle lettere private: chi non accettava subito e tutto il sistema copernicano era (testualmente) "un imbecille con la testa tra le nuvole", uno "appena degno di essere chiamato uomo", "una macchia sull’onore del genere umano", uno "rimasto alla fanciullaggine"; e via insultando. In fondo, la presunzione di essere infallibile sembra più dalla sua parte che da quella dell’autorità ecclesiastica.

    Non si dimentichi, poi, che, precorrendo anche in questo la tentazione tipica dell’intellettuale moderno, fu quella sua "vanità", quel gusto di popolarità che lo portò a mettere in piazza, davanti a tutti (con sprezzo, tra l’altro della fede dei semplici), dibattiti che proprio perché non chiariti dovevano ancora svolgersi, e a lungo, tra dotti. Da qui, tra l’altro, il suo rifiuto del latino: "Galileo scriveva in volgare per scavalcare volutamente i teologi e gli altri scienziati e indirizzarsi all’uomo comune. Ma portare questioni così delicate e ancora dubbie immediatamente a livello popolare era scorretto o, almeno, era una grave leggerezza" (Rino Cammilleri).

    Di recente, l’"erede" degli inquisitori, il Prefetto dell’ex Sant’Uffizio, cardinale Ratzinger, ha raccontato di una giornalista tedesca - una firma famosa di un periodico laicissimo, espressione di una cultura "progressista" - che gli chiese un colloquio proprio sul riesame del caso-Galileo. Naturalmente, il cardinale si aspettava le solite geremiadi sull’oscurantismo e dogmatismo cattolici. Invece, era il contrario: quella giornalista voleva sapere "perché la Chiesa non avesse fermato Galileo, non gli avesse impedito di continuare un lavoro che è all’origine del terrorismo degli scienziati, dell’autoritarismo dei nuovi inquisitori: i tecnologi, gli esperti...". Ratzinger aggiungeva di non essersi troppo stupito: semplicemente quella redattrice era una persona aggiornata, era passata dal culto tutto "moderno" della Scienza alla consapevolezza "postmoderna" che scienziato non può essere sinonimo di sacerdote di una nuova fede totalitaria.

    Sulla strumentalizzazione propagandistica che è stata fatta di Galileo, trasformato - da uomo con umanissimi limiti, come tutti, quale era - in un titano del libero pensiero, in un profeta senza macchia e senza paura, ha scritto cose non trascurabili la filosofa cattolica (uno dei pochi nomi femminili di questa disciplina) Sofia Vanni Rovighi. Sentiamo:

    "Non è storicamente esatto vedere in Galileo un martire della verità, che alla verità sacrifica tutto, che non si contamina con nessun altro interesse, che non adopera nessun mezzo extra-teorico per farla trionfare, e dall’altra parte uomini che per la verità non hanno alcun interesse, che mirano al potere, che adoperano solo il potere per trionfare su Galileo. In realtà ci sono invece due parti, Galileo e i suoi avversari, l’una e l’altra convinte della verità della loro opinione, l’una e l’altra in buona fede ma che adoperano l’una e l’altra anche mezzi extra-teorici per far trionfare la tesi che ritengono vera. Né bisogna dimenticare che, nel 1616, l’autorità ecclesiastica fu particolarmente benevola con Galileo e non lo nominò neppure nel decreto di condanna e nel 1633, sebbene sembrasse procedere con severità, gli concesse ogni possibile agevolazione materiale. Secondo il diritto di allora, prima, durante e, se condannato, dopo la procedura, Galileo avrebbe dovuto essere in carcerato; e invece non solo in carcere non fu neanche per un’ora, non solo non subì alcun maltrattamento, ma fu alloggiato e trattato con ogni conforto".

    Ma continua la Vanni Rovighi, quasi con particolare sensibilità femminile verso le povere figlie del grande scienziato: "Non è poi equo operare con due pesi e due misure e parlare di delitto contro lo spirito quando si allude alla condanna di Galileo, ma non battere ciglio quando si narra della monacazione forzata che egli impose alle sue due figliuole giovinette, facendo di tutto per eludere le savie leggi ecclesiastiche che tutelavano la dignità e libertà personale delle giovani avviate alla vita religiosa, col fissare un limite minimo di età per i voti. Si osserverà che quell’azione di Galileo va giudicata tenendo presente l’epoca storica, che Galileo cercò di rimediare, di farsi perdonare quella violenza, usando gran e bontà soprattutto verso Virginia, divenuta suor Maria Celeste; e noi troviamo giustissime queste considerazioni, ma domandiamo che egual metro di comprensione storica e psicologica venga usato anche quando si giudicano gli avversari di Galileo".

    Prosegue la studiosa: "Occorrerà anche tenere presente questo: quando si condanna severamente l’autorità che giudicò Galileo ci si mette da un punto di vista morale (da un punto di vista intellettuale, infatti, è pacifico che ci fu errore nei giudici; ma l’errore non è delitto e non si dimentichi mai che ciò non riguarda affatto la fede: sia il giudizio del 1616 che quello del 1633 sono decreti di una Congregazione romana approvati dal papa in forma communi e come tali non cadono sotto la categoria delle affermazioni nelle quali la Chiesa è infallibile; si tratta di decreti di uomini di Chiesa, non certo di dogmi della Chiesa). Se ci si pone, dunque, a un punto di vista morale, non bisogna confondere questo valore con il successo. Tanto vale il tormento dello spirito del grande Galileo quanto il tormento dello spirito sconvolto della povera suor Arcangela, monacata a forza dal padre a 12 anni. E se poi si osserva che - diamine! - Galileo è Galileo, mentre suor Arcangela non è che un’oscura donnetta, per concludere almeno implicitamente che tormentare l’uno è colpa ben più grave che tormentare l’altra, ci si lascia affascinare dal potere e dal successo. Ma da questo punto di vista non ha più senso parlare di spirito: né per stigmatizzare i delitti compiuti contro di esso né per esaltarne le vittorie".

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    Contro la leggenda nera - Galileo Galilei/3
    Ultima modifica di Giò; 08-03-12 alle 17:17
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    Predefinito Re: Galilei e l'infallibilità della Chiesa

    Vedo che Gio91 non perde occasione per mostrare i suoi referenti scientific e culturali.

    La prima domanda che mi viene spontaneo fargli è se ha mia letto un opera di Galileo (ed in subordine se l'ha capita)

    Per gli altri posso consigliare questa carrellata di PDF abbastanza esaustivi sulla vicenda , in cui potete anche tralasciando lec considerazione di Renzetti trovare un mole notevole di documenti originali



    http://www.fisicamente.net/FISICA/RI..._GALILEO_1.pdf


    http://www.fisicamente.net/FISICA/RI..._GALILEO_2.pdf

    http://www.fisicamente.net/FISICA/RI..._GALILEO_3.pdf

    http://www.fisicamente.net/FISICA/RI..._GALILEO_5.pdf



    e soprattutto questo in cui si citano praticamente tutti i referenti di Gio91



    http://www.fisicamente.net/FISICA/RI..._GALILEO_6.pdf

    Sempre disponibile ad entrare nel merito di tutte le questioni riguardanti Galileo

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    Predefinito Re: Galilei e l'infallibilità della Chiesa

    Citazione Originariamente Scritto da Darwin Visualizza Messaggio
    Vedo che Gio91 non perde occasione per mostrare i suoi referenti scientific e culturali.

    La prima domanda che mi viene spontaneo fargli è se ha mia letto un opera di Galileo (ed in subordine se l'ha capita)

    Per gli altri posso consigliare questa carrellata di PDF abbastanza esaustivi sulla vicenda , in cui potete anche tralasciando lec considerazione di Renzetti trovare un mole notevole di documenti originali



    http://www.fisicamente.net/FISICA/RI..._GALILEO_1.pdf


    http://www.fisicamente.net/FISICA/RI..._GALILEO_2.pdf

    http://www.fisicamente.net/FISICA/RI..._GALILEO_3.pdf

    http://www.fisicamente.net/FISICA/RI..._GALILEO_5.pdf



    e soprattutto questo in cui si citano praticamente tutti i referenti di Gio91



    http://www.fisicamente.net/FISICA/RI..._GALILEO_6.pdf

    Sempre disponibile ad entrare nel merito di tutte le questioni riguardanti Galileo
    Mi spieghi perché devi polemizzare?
    Questa voleva essere una discussione civile e tu intervieni "a gamba tesa" e con aria di sfida.
    Perdona la franchezza e la volgarità: ma che cazzo vuoi?
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