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    Predefinito Re: Rif: Il Verbo di Dio si è fatto carne

    SEGRETI VATICANI. IL GIORNALE DEI VESCOVI “AVVENIRE” RIVELA CHE E’ STATA UNA CONGIURA A SPINGERE RATZINGER ALLE DIMISSIONI. ORA CHIARISCANO (ANCHE PERCHE’, SE E’ COSI’ SONO INVALIDE)
    Antonio Socci
    Ieri abbiamo appreso – nientemeno dalle pagine di “Avvenire”, il quotidiano della Conferenza episcopale italiana – una cosa che nemmeno io ero arrivato a scrivere, nel mio libro “Non è Francesco”, sulla (tuttora) misteriosa “rinuncia” di Benedetto XVI.
    Infatti alla pagina 2 del giornale dei vescovi si poteva leggere, testualmente, che ci sono stati “ambienti che, per i soliti motivi di potere e sopraffazione, hanno tradito e congiurato per eliminare papa Ratzinger, pur riconosciuto ‘fine teologo’, e l’hanno spinto alla rinuncia”.
    Avete letto bene. E’ una notizia dirompente. Si afferma – senza nemmeno il condizionale – che ci sono “ambienti” che “hanno tradito e congiurato per eliminare papa Ratzinger” e addirittura che “l’hanno spinto alla rinuncia”.
    E’ assolutamente doveroso a questo punto fare i nomi e dire apertamente chi sono. Perché non si tratta di cosa di poco conto. Faccio presente che se è andata così, di fatto quella “rinuncia” è invalida perché – per essere valida, a norma del diritto canonico – essa deve essere totalmente libera da condizionamenti e costrizioni di sorta (ed è invalido il Conclave successivo).
    L’aspetto stupefacente della vicenda è che queste righe sono contenute in una lettera che, insieme ad un’altra, viene esplicitamente accreditata dal direttore di “Avvenire”, Marco Tarquinio, il quale, sotto le due missive, scrive che esse “offrono pensieri e pongono interrogativi seri”.
    Nelle parole di Tarquinio non c’è la minima presa di distanza dalla notizia – data come cosa certa – della “congiura” che ha determinato la “rinuncia” di Ratzinger.
    Evidentemente Tarquinio era troppo preso dalla smania di attaccare Vittorio Messori – contro cui si scagliano le due lettere – e così a pagina 2 ha pubblicato questa “bomba” la quale vorrebbe far credere – con grande sprezzo del ridicolo – che i “nemici” di Francesco siano gli stessi “nemici” di Benedetto. Questo infatti è il titolo che “Avvenire” ha dato alla lettera: “Messori: ‘Nemici’ di Francesco e di Benedetto”.
    CASO MESSORI
    Ora, l’eccesso di zelo fa brutti scherzi. Anche i bambini infatti sanno che coloro che avversarono duramente papa Ratzinger oggi sono tutti accesi sostenitori di Bergoglio. Perfino le cronache di questi giorni lo dimostrano, è di un’evidenza solare non solo nel mondo cattolico, ma pure in quello laico, dove, fra i sostenitori di papa Bergoglio, sono in prima fila Eugenio Scalfari e Marco Pannella.
    Inoltre, se è ridicolo affermare che i “nemici” di Ratzinger sono gli stessi che avversano Bergoglio, del tutto inaccettabile è insinuare che Vittorio Messori possa essere annoverato fra i “nemici” di Benedetto XVI. Questa è veramente una barzelletta. Il sodalizio intellettuale che lo lega a Ratzinger, com’è noto, è di antichissima data e comincia con l’epocale volume “Rapporto sulla fede”, un libro intervista con l’allora cardinale bavarese che segnò una svolta nella Chiesa del post-concilio, perché mise fine all’ “autodemolizione” progressista e modernista degli anni Settanta e espose le basi della ricostruzione dell’epoca Wojtyla, cioè del ritrovamento della fede di sempre.
    Quel libro, fra l’altro, costò ad entrambi, il cardinale e il giornalista, attacchi furibondi dei soliti ambienti progressisti. Ecco come lo ha ricordato Messori in un suo articolo: “Rapporto sulla fede uscì nel 1985. Mancavano soltanto quattro anni al crollo del Muro eppure nella Chiesa vasti settori erano ancora nella fase dell’innamoramento di un comunismo che avevano scoperto con passione pari al ritardo. Tutto, in quel libro, provocò l’indignazione di chi si diceva ‘progressista’ (e stava invece per finire fuori della storia), tutto ma innanzi ad ogni altra la definizione che Ratzinger vi dava del marxismo: ‘Non speranza, ma vergogna del nostro tempo’ ”.
    Il sodalizio intellettuale fra Ratzinger e Messori è anche sincera stima reciproca e, col tempo, credo sia diventato profonda amicizia. Se c’è un intellettuale che potremmo indicare come simbolo della stagione ratzingeriana (ovvero della rinascita e della ricostruzione nell’ortodossia) è proprio Messori. Dunque il fatto che oggi, sul giornale della Cei, si bersagli Messori (per l’ennesima volta), oltretutto via lettera (come tirare il sasso e nascondere la mano), con un titolo siffatto, “Messori: ‘Nemici’ di Francesco e di Benedetto”, fa letteralmente indignare.
    Nei decenni scorsi i papi (da Paolo VI a Giovanni Paolo II a Benedetto XVI) sono stati “bombardati”, senza che nessuno avesse da ridire. Oggi invece siamo arrivati a un punto di così plumbea intolleranza che un grande intellettuale cattolico come Messori viene messo al rogo, da una nuova Inquisizione ideologica, solo per aver espresso le sue pacate e rispettose “perplessità” ?
    ALTRE RIVELAZIONI
    Oltretutto quella lettera – accreditata dal direttore di “Avvenire” – prima delle righe esplosive sulla “congiura”, dice un’altra cosa che sorprende leggere sul giornale della Cei: “una persona semplice come me ha la netta sensazione che ci sia uno scontro di potere nella Chiesa e attorno a essa e che l’attacco al Papa sia capeggiato da frequentatori dei ‘salotti buoni’ (…). Io temo che si tratti degli stessi ambienti che, per i soliti motivi di potere e sopraffazione, hanno tradito e congiurato per eliminare papa Ratzinger (…) e l’hanno spinto alla rinuncia”.
    A questo punto è il caso di esigere da Tarquinio, che ha pubblicato e avallato questa lettera, che ci spieghi finalmente la “congiura” di cui è stato vittima papa Benedetto, che illustri l’attuale “scontro di potere nella Chiesa” e che infine sveli chiaramente chi sono questi “salotti buoni” e i loro “frequentatori”. Quest’ultimo riferimento infatti, oltreché vago è assurdo. Perché i “salotti buoni” dei poteri mondani – come mostrano ogni giorno i loro quotidiani – sono tutti sfegatati fans di papa Bergoglio. Probabilmente l’eccesso di zelo di Tarquinio, nel voler mostrare a qualche potente salotto curiale la sua avversità a Messori, lo ha fatto scivolare su una buccia di banana.
    Il diavolo, si sa, fa le pentole, ma non i coperchi. E ora ci troviamo con un giornale della Cei che afferma a chiare lettere che Benedetto XVI si è dimesso a seguito di un “tradimento” e di una “congiura” e che oggi nella Chiesa è in atto uno “scontro di potere”. Provi Tarquinio a metterci un coperchio. Magari può farlo rilasciando un’altra intervista, come quella dei giorni scorsi, a “Radio radicale” dove ha intessuto un cordiale e promettente dialogo con i radicali (auguri!) ed è tornato a difendere Pannella e a ripetere le sue ingiuste e inconsistenti critiche allo stesso Messori.
    Anche i vertici della Cei dovranno occuparsene e dare spiegazioni sulla “congiura” contro Benedetto che lo ha “spinto alla rinuncia”, secondo quanto si è letto su “Avvenire”.
    E in Vaticano padre Federico Lombardi, direttore della Sala stampa, cos’ha da dire in merito alle esplosive notizie di “Avvenire” circa la “congiura” che ha portato alla “rinuncia” di papa Benedetto?
    SEGRETI VATICANI. IL GIORNALE DEI VESCOVI ?AVVENIRE? RIVELA CHE E? STATA UNA CONGIURA A SPINGERE RATZINGER ALLE DIMISSIONI. ORA CHIARISCANO (ANCHE PERCHE?, SE E? COSI? SONO INVALIDE) ? lo Straniero

    TRANSAVANGUARDIA VATICANA: INDIFFERENZA PER ASIA BIBI, MA UDIENZA PER IL TRANSESSUALE CHE PROTESTA. RIMPROVERO PER LA MADRE DI OTTO FIGLI, MA IN QUESTO CASO INVECE “CHI SONO IO PER GIUDICARE?”… PAPA BERGOGLIO VUOL CONVERTIRE LA CHIESA ALLA “RELIGIONE” DEL POLITICALLY CORRECT? NON E’ MONDANITA’ SPIRITUALE ?
    Antonio Socci
    Questi erano i titoli dei giornali di oggi:
    Corriere della sera: “Un trans con la fidanzata in udienza dal papa”.
    Avvenire: “Transessuale spagnolo in udienza dal Papa”.
    La Repubblica: “Un transessuale in Vaticano, l’ultimo strappo di Francesco”.
    La Stampa: “Francesco abbatte un altro tabù. Incontro con un trans”.
    Libero: “L’ennesima svolta di Bergoglio. Un trans ricevuto in Vaticano”.
    Diego, 48 anni, transessuale spagnolo, aveva scritto a Bergoglio che si sentiva emarginato dalla Chiesa locale. Il Papa allora non è intervenuto sul clero di quel paese, ma ha telefonato di persona due volte a Diego e infine lo ha addirittura ricevuto in udienza a Santa Marta. E lo ha fatto sapere. Quindi i giornali e i commentatori hanno colto il significato dell’evento che, a questo punto, non è più privato, ma è generale, simbolico e ideologico. Segno di una “nuova era”. Di questa dunque parliamo.
    Sottolineo alcune cose:
    1) Il gesto di Bergoglio va inquadrato in una ideologia bergogliana che è stata espressa venerdì da questa sua frase: “La famiglia non è un terreno sul quale combattere battaglie ideologiche”.
    Così ha squalificato e rinnegato tutto il magistero di Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI sulla “emergenza antropologica”. La Chiesa da anni denuncia l’aggressione ideologica e politica (di stati, governi, media, organizzazioni internazionali) alla famiglia, alla vita, alla legge naturale e quindi alle fondamenta dell’umano. Invece Bergoglio ora intende chiaramente dare un segnale ideologico al mondo che la “sua” Chiesa è diversa dalla Chiesa di sempre. E vuole andare a braccetto col mondo.
    2) Ha ricevuto questa persona non da sola, ma con la fidanzata che, nel protocollo vaticano, significa un’approvazione di fatto. Mi sembra una novità enorme.
    3) Bergoglio si è rifiutato e si rifiuta di ricevere vescovi (anche vescovi che ha destituito), quindi fare queste udienze è una precisa scelta che lancia un preciso messaggio di rottura con la Chiesa.
    4) Per Asia Bibi neanche una telefonata né alcuna udienza ai suoi. Come del resto Bergoglio tratta con fastidio gli altri cristiani perseguitati (vedi la porpora negata al loro vescovo). Qui dunque c’è una precisa scelta: tu sì e tu no.
    5) Alla madre cattolica con otto figli Bergoglio ha riservato un severo rimprovero. Al trans spagnolo con la fidanzata avrà detto… “chi sono io per giudicare?”.
    6) Il tutto è stato reso noto in concomitanza con la prolusione del card. Bagnasco che ha riservato nette critiche all’ideologia gender.
    COME SI SENTIRANNO QUEI GIOVANI CORAGGIOSI CHE FANNO LE “SENTINELLE IN PIEDI” E CHE VANNO NELLE PIAZZE A PRENDERSI SPESSO GLI INSULTI PER DIFENDERE LA LIBERTA’ DI PAROLA DI TUTTI?
    OVVIAMENTE OGNI ESSERE UMANO DEVE SENTIRSI RISPETTATO, AMATO E ACCOLTO NELLA CHIESA. MA QUA NON E’ IN DISCUSSIONE L’ACCOGLIENZA VERSO LE PERSONE (CHE DEVE SEMPRE ESSERCI): IL PROBLEMA E’ LA SENSAZIONE CHE PAPA BERGOGLIO ABBIA CERCATO IL MESSAGGIO IDEOLOGICO DI ROTTURA RISPETTO AL MAGISTERO DI SEMPRE, CHE PERALTRO I GIORNALI HANNO BEN INTERPRETATO.
    Cos’altro serve ai cattolici coi paraocchi per rendersi conto dell’autodemolizione in corso? E i pastori della Chiesa che hanno le mani dei capelli (sempre più numerosi) perché non trovano il coraggio e la dignità di alzare una voce e dire: Basta ?
    E POSSIAMO CHIEDERE A PAPA BERGOGLIO DI ESSERCI PADRE E DI CUSTODIRE L’INSEGNAMENTO DELLA CHIESA DI SEMPRE SENZA DISORIENTARE NOI PECORELLE DEL GREGGE DEL SIGNORE COME STA FACENDO DA MESI SU TUTTO?
    PS Al mondo ci sono migliaia di parrocchie cattoliche e capita normalmente che ci sia qualcuno che ha problemi con il parroco o che qualche parroco sbotti con una parola di troppo. Perché papa Bergoglio, fra i tanti, sceglie proprio questo caso? In un’epoca di sanguinosa persecuzione dei cristiani in mezzo mondo non sarebbe più urgente e giusto accendere i riflettori dei media sui cristiani massacrati?
    TRANSAVANGUARDIA VATICANA: INDIFFERENZA PER ASIA BIBI, MA UDIENZA PER IL TRANSESSUALE CHE PROTESTA. RIMPROVERO PER LA MADRE DI OTTO FIGLI, MA IN QUESTO CASO INVECE ?CHI SONO IO PER GIUDICARE??? PAPA BERGOGLIO VUOL CONVERTIRE LA CHIESA ALLA ?RELIGIONE

    La fine dell'apologetica? E in S.Paolo fuori le mura il papa perde il piviale...
    Come ogni anno, il 25 gennaio, si è svolta la celebrazione dei Secondi Vespri nella Basilica di San Paolo fuori le Mura, guidata dal Papa, per celebrare la fine della Settimana di Preghiera per l'Unità dei Cristiani (18-25 gennaio).
    Non possiamo non soffermarci su alcuni brani dell'omelia che trascrivo di seguito limitandomi a due chiose essenziali, dopo la curiosa nota di cronaca, che inserisco qui.
    Dal breve filmato, che mostra come il piviale cade dalle spalle del papa, noto un atteggiamento e un incedere più che sciatto, deconcentrato, sbrigativo, lontano da ogni solennità per non parlare di sacralità... Solo una mia impressione soggettiva?
    [...] La donna di Sicar interroga Gesù sul vero luogo dell’adorazione di Dio. Gesù non si schiera a favore del monte o del tempio, ma va oltre, va all’essenziale abbattendo ogni muro di separazione. Egli rimanda alla verità dell’adorazione: «Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità» (Gv 4,24). Tante controversie tra cristiani, ereditate dal passato, si possono superare mettendo da parte ogni atteggiamento polemico o apologetico e cercando insieme di cogliere in profondità ciò che ci unisce, e cioè la chiamata a partecipare al mistero di amore del Padre rivelato a noi dal Figlio per mezzo dello Spirito Santo. L’unità dei cristiani – ne siamo convinti - non sarà il frutto di raffinate discussioni teoriche nelle quali ciascuno tenterà di convincere l’altro della fondatezza delle proprie opinioni [La Chiesa docens non mai espresso opinioni. La 'dottrina', che nasce dalla rivelazione, è forse un'opinione?]. Verrà il Figlio dell’uomo e ci troverà ancora nelle discussioni. Dobbiamo riconoscere che per giungere alla profondità del mistero di Dio abbiamo bisogno gli uni degli altri, di incontrarci e di confrontarci sotto la guida dello Spirito Santo, che armonizza le diversità e supera i conflitti, riconcilia le diversità.
    [...] Nella chiamata ad essere evangelizzatori, tutte le Chiese e Comunità ecclesiali trovano un ambito essenziale per una più stretta collaborazione. Per poter svolgere efficacemente tale compito, occorre evitare di chiudersi nei propri particolarismi ed esclusivismi, come pure di imporre uniformità secondo piani meramente umani (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 131). Il comune impegno ad annunciare il Vangelo permette di superare ogni forma di proselitismo e la tentazione di competizione. Siamo tutti al servizio dell’unico e medesimo Vangelo! [Il già pur forse riduttivo "subsistit in" de la Catholica è un particolarismo o un esclusivismo?]
    Chiesa e post concilio: La fine dell'apologetica? E in S.Paolo fuori le mura il papa perde il piviale...

    ANCHE I BERGOGLIANI SONO ORMAI SCONCERTATI DA BERGOGLIO (LA MIA RISPOSTA ALLA CANONISTA SULL’INVALIDITA’ DEL CONCLAVE 2013)
    Antonio Socci
    Ci sono due insistenti messaggi che mi arrivano da Oltretevere. Il primo è questo: “Al Conclave è successo di tutto”. Questa voce c’entra – lo vedremo dopo – col secondo messaggio che filtra: “Ormai abbiamo le mani nei capelli”. Una battuta pronunciata da chi era, all’inizio, “bergogliano” e che riguarda il recente viaggio in Asia, ma non solo.
    VIAGGIO RIVELATORE
    In questi giorni ci sono stati scivoloni papali che hanno fatto clamore e scandalo: quello sul “pugno” a chi dice una brutta parola “alla mia mamma” (incredibile commento alla strage di Parigi per le vignette).
    E quello sui cattolici che fanno figli “come conigli” (che non è solo una battuta infelice perché tutto il contesto era discutibile).
    Ha suscitato smarrimento fra i cattolici anche il rimprovero alla donna con otto figli e i parti cesarei: se avesse detto che usava la pillola o aveva divorziato, Bergoglio le avrebbe detto “chi sono io per giudicare?”.
    E ogni volta le toppe sono state peggiori del buco: il papa è arrivato a definire il Vangelo “una teoria”, che è altra cosa dalla vita umana.
    Ma è accaduto pure di peggio. Anche sul piano dottrinale. A Manila, per esempio, accantonando il discorso scritto, a un certo punto Francesco ha detto che la sofferenza innocente è “l’unica domanda che non ha risposta”. La Chiesa ha sempre insegnato che la risposta concretissima, è il Crocifisso che si carica di tutto il dolore umano e lo redime, vincendo il male e la morte, spalancando la felicità eterna agli uomini. Ma Bergoglio dice che non c’è risposta e – anzi – sembra pensare che il Verbo di Dio ne sappia meno di noi: “Solo quando Cristo è stato capace di piangere ha capito il nostro dramma” (tesi cristologica molto spericolata).
    Poche ore prima, parlando della sua visita al tempio buddista, papa Bergoglio ha fatto l’elogio della “interreligiosità”, ovvero della commistione fra religioni diverse che ha definito “una grazia”. Non era mai accaduto, ma anche la preghiera e l’adorazione in moschea, rivolto alla Mecca e l’atteggiamento reticente verso l’Islam e verso il terrorismo musulmano sono inediti.
    L’inadeguatezza dell’uomo Bergoglio all’alto ministero suscita in tanti di noi comprensione, l’impreparazione provoca pure tenerezza, ma la sua convinzione che essere papa significhi affermare le proprie personali idee provoca dolore e spaccature. Perché la Chiesa è di Cristo. E poi Simone non deve mai prevalere su Pietro.
    I media hanno enfatizzato la folla delle Filippine come il trionfo di papa Bergoglio. Ma quella gente non era lì per Cristo?
    E’ la stessa folla venuta per ogni altro papa. Inoltre alla messa di domenica scorsa a Manila si è verificato – immortalato dalle telecamere –quel passamano eucaristico per il quale, secondo diverse testimonianze, sono state ritrovate delle ostie anche nel fango. Così mentre si celebrava l’apoteosi dell’uomo Bergoglio, finiva nel fango Cristo eucaristico. Una profanazione drammatica. I media non considerano queste cose, ma per la Chiesa sono quelle più importanti perché Cristo è il suo unico tesoro.
    I media hanno perfino acclamato come esemplare l’episodio del tentativo di corruzione raccontato da Bergoglio ai giornalisti. Ma, a ben vedere, l’allora vescovo di Buenos Aires si comportò in modo alquanto strano, perché non rimproverò i disonesti (come era dovere di un vescovo), né li diffidò, né li minacciò di denuncia. Imbarazzante.
    IDOLO DEI MEDIA
    Papa Bergoglio sembra l’idolo dei media, ma è ormai alle rotte con la Chiesa tradizionale. Ama comandare da solo.
    Poco prima del viaggio c’era stata l’infornata di nuovi cardinali fatta più a proprio capriccio che seguendo necessità ecclesiali. Sono rimasti fuori diocesi importanti e, per esempio, i vescovi dei cristiani perseguitati.
    Si parla infine dell’esito che egli intende dare al prossimo Sinodo sulla famiglia che scontenterà sia i fedeli al magistero di Ratzinger e Wojtyla, sia i progressisti di Kasper. Tanto che i vescovi tedeschi hanno già fatto sapere che loro intendono andare avanti sulla linea di Kasper.
    La Chiesa fedele al magistero guarda con forte apprensione alla “soluzione Bergoglio” perché somiglierà alla famosa battuta del cardinale De Lubac: gli ortodossi dicono che due più due fa quattro, i modernisti dicono che fa sei, papa Bergoglio – dicendo che ha trovato la mediazione – dirà che fa cinque.
    La smania di novità è tale che un sito americano ha perfino riportato la voce della possibile convocazione da parte di Bergoglio di un Concilio Vaticano III. Nella Chiesa la preoccupazione per questo pontificato dilaga anche fra i cardinali che lo hanno votato in Conclave. E proprio sul Conclave del 2013 tornano a riproporsi i dubbi. A volte in “curialese”, cioè mentre sembra che si dica l’opposto.
    CONCLAVE INVALIDO
    Significativo per esempio ciò che Sandro Magister ha pubblicato sul suo sito il 5 gennaio scorso. Il titolo “E’ lui il papa. Eletto in piena regola” annunciava un articolo della canonista Geraldina Boni che prometteva di confutare quanto io ho scritto nel mio libro “Non è Francesco”.
    Ho letto con interesse sperando di trovare così la risposta ai miei dubbi. Ma nel testo della Boni non c’è ombra di risposta. Ripropone infatti la vecchia interpretazione che è stata data in Conclave all’incidente delle due schede (si è applicato l’articolo 68), interpretazione che ho confutato nel mio libro perché così quell’articolo sarebbe contraddetto dal successivo e perché conferirebbe un oggettivo potere di veto a qualsiasi cardinale volesse far saltare una candidatura.
    Inoltre la Boni ritiene che la quinta votazione (quella decisiva) sia stata legittima, nonostante l’obbligo di farne solo quattro ogni giorno, perché la quarta era stata annullata e quindi – a suo avviso – non andava conteggiata, “tamquam non esset”. Solo che nella Costituzione apostolica che regola il Conclave non sta scritto “tanquam non esset”, cioè non si prescrivono “quattro votazioni valide”, ma “quattro votazioni” tout court, si calcolano dunque tutte, valide e invalide. E non è ammessa la quinta.
    La Boni inoltre parla di votazioni “pervenute fino allo spoglio”, ma la Costituzione apostolica non dice questo, infatti definisce “suffragia” le quattro votazioni, mentre, quando parla delle votazioni che arrivano fino allo spoglio, usa il termine “scrutinia”.
    Infine la Boni – per contestare l’invalidità – cita la simonia, ma fa autogol: proprio il fatto che venga esplicitamente menzionato questo caso, come esentato dall’invalidità, significa che invece rientrano in tale invalidità tutti gli altri casi non menzionati relativi alle procedure di elezione.
    Insomma il giallo del Conclave continua. D’altronde lo stesso Magister, mentre lancia l’articolo della Boni come fosse davvero una confutazione, lo incornicia con questi titoli e commenti: “Restano le incognite sulle manovre che hanno preceduto la fumata bianca”, “Il conclave che lo ha eletto papa continua ad essere sfiorato da ombre”. In effetti dopo l’uscita del mio libro altre ombre si sono aggiunte con il libro di Austen Ivereigh, “The Great Reformer”. E c’è ancora la domanda irrisolta sull’abnorme attesa fra la fumata bianca e l’apparizione sulla loggia di San Pietro (con il misterioso aneddoto riferito da Bergoglio a Scalfari).
    IL MISTERO DI BENEDETTO
    Infine si sono riaffacciati pure i dubbi sulla “rinuncia” di Benedetto XVI, visto che addirittura sul giornale dei vescovi italiani, “Avvenire”, il 7 gennaio scorso, si è letto che ci sono state forze oscure che “hanno tradito e congiurato per eliminare papa Ratzinger e l’hanno spinto alla rinuncia”. Quando io ho segnalato su queste colonne l’enormità di queste parole (che comporterebbero l’invalidità della rinuncia) il direttore di “Avvenire” ha risposto, curiosamente, senza smentire, anzi facendo capire che in sostanza lo sanno tutti…
    Ma allora perché non parlare chiaro? Lo stesso Bergoglio chiede “parresia”. Quando emergerà ciò che cova sotto la cenere?
    ANCHE I BERGOGLIANI SONO ORMAI SCONCERTATI DA BERGOGLIO (LA MIA RISPOSTA ALLA CANONISTA SULL?INVALIDITA? DEL CONCLAVE 2013) ? lo Straniero



    Sono pervenute in Redazione:
    Gentilissimo dottor Gnocchi,
    magari esagero, ma vorrei parlare ancora dell’ultimo viaggio del Papa per chiederle un chiarimento. Nelle immagini che abbiamo visto tutti, specialmente in quelle che mostrano il Vicario di Cristo con rappresentanti di altre religioni, c’è qualcosa che istintivamente mi turba, ma non riesco a mettere a fuoco di che cosa si tratta. Sarei persino tentato di pensare che sono io a vedere il male dove non c’è, ma poi mi dico che tutto quanto vedo ha poco a che fare con il cattolicesimo. Mi può aiutare a capire se c’è qualcosa che non va in queste manifestazioni e, tal caso, di che cosa di tratta?
    Grazie per l’attenzione
    Piergiorgio Tomassoni
    Caro Alessandro Gnocchi,
    a Manila, durante la Messa celebrata dal Papa, abbiamo visto cos’è successo al momento della Comunione: le ostie passate di mano in mano tra i fedeli (alcune pare siano anche finite in terra), senza il minimo rispetto per il Corpo di Cristo. E tutto questo è accaduto in mezzo a una gran gazzarra. Uno spettacolo che mi ha fatto venir da piangere. Ricordo la domenica 3 giugno del 2012, quando Benedetto XVI celebrò la Messa all’aeroporto di Bresso, vicino a Milano. Era la giornata mondiale della famiglia, c’ero anch’io. Eravamo circa un milione, eppure al momento della Comunione tutto si era svolto in ordine, con tantissimi sacerdoti che si erano portati verso i settori in cui erano stati suddivisi i fedeli. Ogni sacerdote era assistito da un chierichetto col piattino e la Comunione veniva data in bocca. Mi viene da chiedermi: dei preti, e tra questi addirittura il Papa, che lasciano succedere quel che è successo a Manila, credono ancora che l’ostia consacrata è corpo di Cristo, o sono lì a sbrigare una faccenda che non li interessa più di tanto? E qui vorrei anche parlare della Comunione data in mano, di tanti ministri “straordinari” che non si capisce a cosa servano, ma non vorrei dilungarmi. Le sarò davvero grato se mi dirà il suo parere. Grazie
    Costanzo Scalvi
    Caro Tomassoni, caro Scalvi,
    il viaggio di Francesco in Sri Lanka e nelle Filippine ha lasciato segni profondi nelle coscienze di molti cattolici. Ne sono prova le tante lettere che ancora arrivano in redazione e a questa rubrica. Ho scelto le vostre due tra le molte che acutamente puntano l’indice su temi passati in secondo in piano rispetto a quelli rilanciati con clamore dai media.
    Non che i giornali e televisioni abbiano fatto male il loro mestiere o abbiano strumentalizzato dichiarazioni innocue del povero Santo Padre che cade per troppa ingenuità nella trappola di giornalisti brutti, sporchi e cattivi. Un Papa che esibisce pugni a chi offende la mamma e che invita i cattolici a non figliare come conigli è una notizia: e che notizia.
    Ma c’è anche altro: e che altro. Giornali e televisioni, per loro natura, non lo colgono perché, se anche lo cogliessero, non sarebbe di rilevanza mediatica. Ma è tutt’altro che secondario, anzi è ciò che spiega le terribili uscite che poi fanno il giro del mondo provocando in pochi nanosecondi i danni che le care vecchie eresie di una volta producevano in decenni o in secoli.
    Caro Tomassoni, fa onore alla sua intelligenza e alla sua onestà cattolica il dubbio di pensare a essere lei nell’errore quando si sente turbato da certe immagini. Ma fa ancora più onore alla sua intelligenza e alla sua onestà cattolica concludere che quanto devia dalla retta fede non è giustificato o giustificabile solo perché “lo fa” o “lo dice” il Papa. In una Chiesa dove la quasi totalità dei cattolici ha buttato il cervello all’ammasso, ed è passato dalla razionalità bavarese all’irrazionalità della Pampa nello spazio di un “Buonasera”, mantenere un corretto uso dell’intelligenza è un atto quasi eroico.
    Arrivando al dunque, caro Tomassoni, il suo istinto, che chiamerei “sensus fidei”, le dice il vero e non è strano che la metta in guardia dalle immagini che la turbano. Se guarda con un po’ di attenzione foto e video che mostrano Francesco assieme ai rappresentanti di altre religioni, noterà che spesso il Papa è rivestito con abiti o simboli altrui, ma non vedrà mai il rappresentante di un’altra religione portare anche il più piccolo simbolo cristiano. Lo stesso schema vale quando Bergoglio, da “vescovo di Roma”, incontra ortodossi e protestanti. In questo caso, avendo in comune la croce, il “vescovo di Roma” si spoglia del primato di Pietro e indossa simbolicamente i paramenti altrui attraverso gesti di umiliazione che ledono la dignità della Chiesa cattolica, Corpo Mistico di Nostro Signore.
    È questo che la disturba, caro Tomassoni, così come disturba qualsiasi cattolico che vede la Chiesa fondata da Cristo ridotta all’irrilevanza nei confronti di coloro che dovrebbe conquistare all’unico vero Dio. Con simili gesti viene detto che Cristo non è più Via, Verità e Vita, ma solo un’opzione tra tante: evidentemente la più fastidiosa sulla strada che porterà all’Onu delle religioni, visto che deve essere tolta di mezzo in presenza delle altre.
    Lo slogan, che è un simbolo capace di usare la forma razionale della parola, per avere presa sociale ha sempre bisogno di un testimonial. Se è il capo visibile della Chiesa cattolica a dire che “L’interreligiosità è una grazia”, tutto è compiuto. Quando lo slogan incontra una faccia, è nato qualcosa di nuovo: in questo caso la “religione dell’interreligiosità”.
    Non è un caso, quindi se ciò che scandalizza il signor Scalvi, tocca così poche coscienze. Le profanazioni dell’Eucaristia, cioè le violenze sul corpo reale di Nostro Signore avvenute durante la Messa record di Manila, pare non abbiano turbato più di tanto il corpaccione della Chiesa cattolica tirato su con le vitamine dell’interreligiosità e dell’apertura al mondo. Neanche i vescovi filippini si sono dati tanta pena. Forse erano impegnati a farsi qualche selfie mentre salutavano con le corna.
    Eppure, caro Scalvi, lei dice che ci sono stati eventi di simili proporzioni in cui tali profanazioni sono state evitate. E si chiede se questa deriva dimostri che molti cattolici non credono più nella presenza reale di Gesù nell’Eucaristia.
    Questo mi pare evidente. Se lei si mettesse in fila per la Comunione in una qualsiasi chiesa dell’orbe cattolico e ponesse la precisa domanda sulla Presenza Reale rischierebbe di contare sulle dita di una mano, forse due, coloro che le diranno convintamene di sì. Recentemente, un amico sacerdote che ha trascorso un anno in un celebre monastero del centro Italia, mi ha detto che la sua attenzione per l’Eucaristia è subito saltata agli occhi. Allora, i maggiorenti del luogo, monaci e sacerdoti, lo hanno preso da parte e gli hanno chiesto, sorridendo con compassione, se per caso non credesse ancora nella storiella della presenza di Gesù nell’ostia consacrata. Pensi a ciò che avviene quasi ovunque appena termina la Messa: una fuga generale da parte di una mandria che volta senza ritegno le spalle a Gesù nel tabernacolo. Non le dà l’idea di qualcosa che ha a che fare con i disegni del Demonio?
    Caro Scalvi, in proposito mi sto facendo un’idea inquietante che penso di poter abbozzare. Fino a un po’ di tempo fa, immaginavo che lo scopo finale del deragliamento dottrinale fosse quello di produrre la caduta della fede nella presenza reale nell’Ostia consacrata. Ora mi vado convincendo che questo, pur essendo un risultato già grande per il Demonio, sia solo un mezzo. Lo scopo del Nemico non è quello di oscurare una verità della quale lui non dubita, ma quello di accanirsi sul Corpo di Cristo e farne strazio. Siccome, per farlo, ha bisogno di agire senza ostacoli, la condizione migliore è quella di attaccare la cittadella di Cristo senza che vi siano sentinelle poiché nessuno pensa che vi sia Qualcuno da difendere.
    In proposito, caro Scalvi, ho anche qualche altra idea, ma, per ora, penso che basti questo.
    ?FUORI MODA?. La posta di Alessandro Gnocchi ? rubrica del martedì | Riscossa Cristiana

    LA PROFEZIA DELLA BEATA ANNA CATERINA EMMERICH SUL TEMPO DEI DUE PAPI E DELLE DUE CHIESE. PARLA DI OGGI?
    Antonio Socci
    “Vidi anche il rapporto tra i due Papi … Vidi quanto sarebbero state nefaste le conseguenze di questa falsa chiesa. L’ho veduta aumentare di dimensioni; eretici di ogni tipo venivano nella città [di Roma]. Il clero locale diventava tiepido, e vidi una grande oscurità”. (13 maggio 1820).
    “Vedo il Santo Padre in grande angoscia. Egli vive in un palazzo diverso da quello di prima e vi ammette solo un numero limitato di amici a lui vicini. Temo che il Santo Padre soffrirà molte altre prove prima di morire. Vedo che la falsa chiesa delle tenebre sta facendo progressi, e vedo la tremenda influenza che essa ha sulla gente”. (10 agosto 1820)
    “Poi vidi che tutto ciò che riguardava il protestantesimo stava prendendo gradualmente il sopravvento e la religione cattolica stava precipitando in una completa decadenza. La maggior parte dei sacerdoti erano attratti dalle dottrine seducenti ma false di giovani insegnanti, e tutti loro contribuivano all’opera di distruzione. In quei giorni, la Fede cadrà molto in basso, e sarà preservata solo in alcuni posti, in poche case e in poche famiglie che Dio ha protetto dai disastri e dalle guerre”. (1820)
    “Vidi che molti pastori si erano fatti coinvolgere in idee che erano pericolose per la chiesa. Stavano costruendo una chiesa grande, strana, e stravagante … Tutti dovevano essere ammessi in essa per essere uniti e avere uguali diritti: evangelici, cattolici e sette di ogni denominazione, una vera comunione di profani, vi sarebbe stato un solo pastore e un solo gregge. Doveva anche esserci un Papa, ma che non possedesse nulla… Così doveva essere la nuova chiesa … Ma Dio aveva altri progetti”. (22 aprile 1823)
    “Ebbi di nuovo una visione in cui la chiesa di San Pietro era scalzata dalle sue fondamenta, seguendo un piano messo a punto dalla setta segreta, proprio mentre essa era danneggiata dalle tempeste. Ma io vidi anche il soccorso che arrivava nel momento della più grande afflizione. Vidi di nuovo la Santa Vergine porsi sopra la chiesa e stendere su di essa il suo mantello”.
    (per i testi delle visioni della beata Emmerich, qui riportate, vedi “Non è Francesco”, p. 214 e ssgg)
    MIO COMMENTO:
    Penso – e l’ho anche scritto nel mio libro – che le profezie vadano maneggiate con molta cura e prudenza. E che, per la loro natura simbolica e ammonitrice, non si possano meccanicamente sovrapporre agli eventi storici.
    Tuttavia, rispetto all’estate scorsa (quando ho scritto “Non è Francesco”), devo ammettere che gli eventi che si sono susseguiti tendono purtroppo ad assomigliare sempre più alle visioni profetiche della Beata Emmerich.
    Anni fa padre Livio Fanzaga osservò che la beatificazione della Emmerich nel 2004 «ha il sapore di un intervento provvidenziale, come se il cielo volesse richiamare l’attenzione sulle sue visioni profetiche durante questa fase della storia della salvezza in cui esse si realizzano».
    Io osservo, rifletto e medito…. (pregando !!!)
    P.S. A proposito della nullità e invalidità del Conclave del marzo 2013, ancora nessuna risposta, né viene tolto il segreto per poter appurare come stanno le cose. Io continuo a ricordare i fatti riferiti da Elisabetta Piqué e confermati oltretevere e continuo a sottolineare che si possono ravvisare in essi, cioè nelle procedure seguite in Conclave il 13 marzo 2013, tre violazioni delle norme stabilite da Giovanni Paolo II. Violazioni che comportano la nullità dell’elezione.
    E’ dunque necessaria la trasparenza ed è urgente fare chiarezza. Come ci insegna san Tommaso d’Aquino: “La verità, quando incombe il pericolo, deve essere predicata pubblicamente, né deve farsi il contrario per il fatto che alcuni se ne scandalizzano”.
    LA PROFEZIA DELLA BEATA ANNA CATERINA EMMERICH SUL TEMPO DEI DUE PAPI E DELLE DUE CHIESE. PARLA DI OGGI? ? lo Straniero

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    Predefinito Re: Il Verbo di Dio si è fatto carne

    Rischio ribaltone al Conclave, come cambia l'elezione del Papa
    Antonio Socci
    Fu il cardinale Giuseppe Siri, trent’anni fa, a proporre l’abolizione del segreto del Conclave, quello che sono tenuti a mantenere sotto giuramento tutti i porporati sull’elezione di un papa nella Cappella Sistina.
    Lo propose perché - lungi ormai dal tutelare le cose sacre - quella norma rischiava (e rischia) di diventare la copertura di cose profane (il prelato aggiunse allora - anni Ottanta - che si sarebbe dovuto pregare molto per i conclavi del futuro perché non arrivasse fin lì l’influenza esterna di qualche setta). È paradossale che una proposta così innovativa e democratica sia stata avanzata dal prelato che era considerato il leader dei «conservatori». E che in questi trent’anni nessun prelato ritenuto «progressista» l’abbia ripresa e fatta sua. Oggi, se papa Bergoglio la recuperasse, se cioè abolisse il segreto, avrebbe la possibilità di dimostrare con i fatti quanto è davvero desideroso di trasparenza e di apertura nella vita della Chiesa, liberandola da obsolete proibizioni.
    Il papa che viene osannato come «rivoluzionario» sarà meno innovatore di un cardinale «conservatore» come Siri? Vorrà continuare a tenere in piedi il «muro della Sistina», dopo che ha chiesto al mondo l’abbattimento di tutti i muri (Cuba e non solo)?
    Oltretutto papa Bergoglio ogni giorno tuona contro quei moderni «scribi e farisei» che vogliono mummificare tutte le vecchie regole e le vecchie leggi e proibizioni, opponendosi al cambiamento, alla trasparenza e all’apertura al mondo. Vediamo se alle parole farà seguire i fatti, almeno in queste norme che sono del tutto modificabili, perché leggi ecclesiastiche (mentre non sono modificabili nemmeno dal Papa - perché sono Parola di Dio - le materie che all’ultimo Sinodo si è cercato di mettere in discussione da parte modernista).
    Libro e polemiche - Si sente particolarmente la necessità di abbattere il «muro della Sistina» - e con urgenza - soprattutto in riferimento al Conclave del 2013, su cui le voci e le domande aumentano anziché dissolversi.
    Come dimostra il caso scoppiato in Inghilterra - e da lì rimbalzato in America e in Italia - relativo alle rivelazioni di Austen Ivereigh nel libro The Great Reformer. Il volume, una biografia di Bergoglio, peraltro positiva verso il papa argentino, contiene alcune righe che hanno fatto scalpore. Bisogna tener presente che Ivereigh non è affatto l’ultimo arrivato essendo stato l’uomo stampa del cardinale Murphy O’Connor e avendo ricoperto ruoli di responsabilità nei media cattolici inglesi.
    Dunque egli ha parlato dell’esistenza di un «Team Bergoglio», costituito appunto dai cardinali O’Connor, Kasper, Daneels e Lehmann per portare il prelato argentino al papato. L’operazione, che sarebbe partita dopo la rinuncia di Benedetto XVI, avrebbe avuto il consenso dello stesso Bergoglio.
    È scoppiato un caso, anche perché c’è stato chi ha sostenuto che tutto questo metterebbe in dubbio la validità dell’elezione del 13 marzo. Ne sono seguite polemiche, precisazioni e smentite che hanno coinvolto pure padre Lombardi, portavoce del papa.
    A mio avviso i fatti riferiti dal libro dell’inglese fanno emergere qualcosa della lotta che si è svolta dietro le quinte nel 2013 (dalla rinuncia di Benedetto all’elezione di Francesco) e dei suoi protagonisti. Forse è solo la punta di un iceberg? Ci sono altri misteri? Fra varie voci e boatos, per esempio, resta tuttora non spiegato l’inedito ritardo del saluto di papa Bergoglio alla loggia di San Pietro.
    Dalla fumata bianca alla sua comparsa è passato infatti un lasso di tempo doppio rispetto a Benedetto XVI. Perché? Cosa è accaduto? E quello strano episodio confidato da Bergoglio a Scalfari e da questi riportato nella sua intervista del 1° ottobre 2013 ?
    Bergoglio dichiarò: «Quando il Conclave mi elesse Papa, prima dell’accettazione chiesi di potermi ritirare per qualche minuto nella stanza accanto a quella con il balcone sulla piazza. La mia testa era completamente vuota e una grande ansia mi aveva invaso. Per farla passare e rilassarmi chiusi gli occhi e scomparve ogni pensiero, anche quello di rifiutarmi ad accettare la carica come del resto la procedura liturgica consente. Chiusi gli occhi e non ebbi più alcuna ansia o emotività». Finché, proseguì Bergoglio, «io m’alzai di scatto e mi diressi nella stanza dove mi attendevano i cardinali e il tavolo su cui era l’atto di accettazione. Lo firmai, il cardinal Camerlengo lo controfirmò e poi sul balcone ci fu l’Habemus Papam».
    Sarebbe interessante capire perché la fumata bianca fu data alle 19.06, circa un’ora prima dell’Habemus papam che avvenne alle 20.12: di certo tale fumata non poteva e non doveva precedere l’accettazione, in quanto il papa c’è solo dopo l’avvenuta accettazione ed essa deve essere libera, dunque non condizionata da una fumata anticipata. Sarebbe interessante anche capire il perché e il come di quell’accettazione dal momento che, in quanto gesuita, Bergoglio aveva fatto il voto di non accettare.
    L’intervista a Scalfari sopra citata è stata di fatto confermata dallo stesso Bergoglio che l’ha ripubblicata in volume un mese fa. Perché dunque tali circostanze non si possono chiarire serenamente, lasciando parlare i testimoni e risolvendo così tante domande? Non c’è nulla da temere dalla trasparenza.
    Abolendo - con un semplice tratto di penna - il segreto per i cardinali, papa Bergoglio darebbe un magnifico esempio di apertura, spazzando via tutti i dubbi sulla regolarità delle procedure seguite quel 13 marzo 2013. Sarebbe la prova che non c’è nulla da passare sotto silenzio (quantomeno se tutto si è svolto secondo le norme).
    Per quanto mi riguarda sarei lietissimo di dirmi soddisfatto dei chiarimenti, se ci fossero dati. Ma purtroppo sono quasi tre mesi che è uscito il mio libro Non è Francesco e in questi tre mesi non c’è stato un solo cardinale (fra quelli presenti al Conclave) che abbia dichiarato in pubblico o mi abbia fatto sapere in privato che i fatti del Conclave non si sono svolti nel modo descritto dal mio libro. Anzi…
    Le nomine - Infine non c’è stato nemmeno un autorevole canonista che abbia dimostrato che le procedure seguite sono state corrette e quindi che l’elezione di papa Francesco è canonicamente ineccepibile. Se non lo fosse non avremmo un papa, ma un «vescovo vestito di bianco» e non sarebbero validi neanche i suoi atti di governo.
    Il problema si ripropone adesso che papa Bergoglio ha annunciato la creazione di 10 nuovi cardinali. Che si aggiungono ai 19 creati nel febbraio 2013. Perché così tante nomine ravvicinate? Per ribaltare la tendenza «ratzingeriana» maggioritaria nel collegio cardinalizio? C’è una certa inquietudine nel mondo ecclesiastico perché si sospetta che gli ambienti progressisti della Curia, oggi al potere, premano per avere un futuro Conclave spostato verso la sinistra modernista.
    Al di là dei 78 anni del papa ci sono anche le frequenti voci di un suo ritiro. Prima che ciò avvenga forse qualcuno vuole il ribaltone progressista nel collegio cardinalizio. Esso infatti nel 2013 non era affatto «progressista» ed elesse Bergoglio solo perché si fece credere che fosse in continuità con Benedetto XVI e Giovanni Paolo II. Non a caso poi, al recente Sinodo, Bergoglio è andato clamorosamente in minoranza.
    Dunque sta arrivando il ribaltone per il futuro Conclave?
    Socci: rischio ribaltone al Conclave, come cambia l'elezione del Papa - Italia - Libero Quotidiano - Libero Quotidiano

    Francesco fustiga la curia. Ma quanta distanza tra le parole e i fatti
    Si avvicina il summit sulla riforma del governo centrale della Chiesa. Ma intanto il papa va avanti per conto suo. In qualche caso cacciando i buoni e premiando i cattivi
    di Sandro Magister
    Un anno fa papa Francesco riunì i cardinali per due giorni e a porte chiuse, a confrontarsi sulle questioni della famiglia. E furono due giorni di fuoco. Il prossimo mese li riunirà di nuovo, questa volta a discutere di riforma della curia, e sarà anche qui battaglia.
    Perché di idee riformatrici ne sono spuntate tante e contrastanti, almeno tante quante le teste dei nove cardinali che fanno da consulto al papa, e qualcuna persino impresentabile. Come quella di sottomettere a un costituendo dicastero della giustizia i vari istituti e gradi del sistema giudiziario vaticano, compresa la penitenzieria apostolica che giudica in foro interno. Con offesa orribile, se messa in atto, della divisione tra i poteri legislativo, esecutivo e giudiziario che è vanto degli Stati moderni da Montesquieu in poi.
    Infatti Francesco ha preso tempo. Ha detto che non tirerà le fila della riforma prima del 2016. E intanto procede come un generale dei gesuiti, decidendo da sé ciò che gli preme da subito, a dispetto della conclamata collegialità del suo governo.
    Nel far gli auguri di Natale ai capi di curia ha sbattuto loro in faccia una diagnosi catastrofica delle loro "malattie", ne ha elencate quindici, una più abietta dell'altra. Ma se poi si vanno a guardare le poche rimozioni e promozioni che il papa ha fatto finora, c'è da restare sbalorditi.
    Il più illustre dei defenestrati è il cardinale Raymond L. Burke, grande canonista, al quale anche gli avversari riconoscono competenza e dirittura morale. Mentre il più incredibile dei promossi è monsignor Battista Ricca, richiamato a Roma anni fa dal servizio diplomatico dopo che aveva dato scandalo in tre nunziature diverse, l'ultima a Montevideo dove s'era portato il suo amante, ma poi rientrato miracolosamente in carriera come direttore delle due residenze romane di via della Scrofa e di Santa Marta e soprattutto come amico di tanti cardinali e vescovi ivi ospitati da tutto il mondo, compreso colui che oggi è papa e l'ha fatto prelato dello IOR, cioè suo uomo di fiducia nella banca vaticana.
    Non ha avuto fin qui il minimo seguito il proposito che Bergoglio aveva esternato due primavere fa: di sgominare in curia quella "lobby gay" che egli vi aveva trovato viva e vegeta.
    Molto più che in curia, è col sinodo dei vescovi che questo pontificato innova. Francesco ne ha fatto una struttura quasi permanente, ridando libero corso a discussioni che i papi precedenti avevano chiuso, come quella sulla comunione ai divorziati risposati e in definitiva sull'ammissione o no delle seconde nozze.
    Ne è nata una battaglia molto accesa tra opposte correnti. Ma alla fine, dopo la sessione sinodale del prossimo ottobre, sarà il papa a decidere, da monarca assoluto, e ha tenuto a ribadirlo citando il codice di diritto canonico.
    Francesco fustiga la curia. Ma quanta distanza tra le parole e i fatti

    Se il Papa persiste nella direzione intrapresa, il Cardinal Burke resisterà
    Il blog tradizionale Adelante la fe pubblica l'estratto da una intervista realizzata da France2 al Cardinal Burke. Brevi parole ma di somma importanza perché per la prima volta un cardinale afferma pubblicamente che nel caso venisse concretizzata la nuova “tendenza” egli resisterà. L'intervistatore, ricorda la comunione ai divorziati e la nuova linea sulla omosessualità, caratterizzata dal “chi sono io per giudicare” e chiede:
    France2: come pensa di mettere il papa sul retto cammino...
    Burke: In questo bisogna essere attenti e guardare al potere del papa. La frase classica è che il papa ha la pienezza del potere, questo è vero, ma non è un potere assoluto. È al servizio della dottrina della fede. Non ha il potere di cambiare l’insegnamento, la dottrina... Lasciamo da parte la questione del papa. Nella nostra fede è la verità della dottrina che ci guida.
    France2: “Se il papa persiste in questa direzione lei cosa farà?
    Burke: “Resisterò, non posso fare altro. Non c'è dubbio che è un tempo difficile, questo, è chiaro. È chiaro”.
    France2: “È doloroso?”
    Burke: “Sì”
    France2: “È preoccupante?”
    Burke: “Sì”
    France2: “Secondo lei è minacciata la Chiesa in quanto istituzione?”
    Burke: “Il Signore ci ha assicurato, come ha assicurato a S. Pietro nel Vangelo, che le forze del male non prevarranno. Non praevalebunt, noi diciamo in latino. Non avranno la vittoria sulla Chiesa”.
    MiL - Messainlatino.it: Se il Papa persiste nella direzione intrapresa, il Cardinal Burke resisterà

    Chi sta al timone?
    di Elia
    Articolo pubblicato sul sito La scure di Elia
    Prega rivolto alla Mecca, benedice i centri sociali, abbraccia un prete comunista e un sindaco irresponsabile, si fa benedire da protestanti fondamentalisti, dichiara resa incondizionata ad un ateo incallito, sospende ogni giudizio sulle peggiori perversioni sessuali, tace nei momenti cruciali sulle questioni non negoziabili… La lista potrebbe continuare, ma ciò sarebbe preso per accanimento. Basta e avanza, d’altra parte, per porsi qualche domanda mettendosi nei panni di quei cattolici che non solo si vedono bersaglio di continue reprimende, ma rimangono quanto meno attóniti di fronte a certi gesti e dichiarazioni.
    Come dovranno sentirsi, per esempio, quei cristiani mediorientali che hanno avuto figli decapitati dagli islamisti?… o quei sacerdoti e laici che da una vita si spendono per strappare i giovani alla droga?… o quelle associazioni benefiche costrette a battersi senza posa per non essere schiacciate dal monopolio mafioso dei cosiddetti “preti di strada”, assidui frequentatori di studi televisivi e di salotti che contano?… o quei vescovi e parroci che, in ogni parte del mondo, assistono impotenti alla fuga in massa dei loro fedeli, ipnotizzati dal luccichio delle ricchissime free churches nord-americane?… o quei cattolici che, senza aver commesso alcun reato, sono discriminati sul posto di lavoro o diffamati in modo irreparabile da certi quotidiani?… o quei milioni di manifestanti francesi, di fatto ripudiati con un silenzio complice di un regime totalitario camuffato da democrazia?… o quei genitori che non sanno come impedire che i loro bambini vengano indottrinati dalla scuola e in tal modo esposti all’adescamento da parte di gente rotta ai vizi più ignobili?…
    Visto che la società moderna è ormai irrimediabilmente alla deriva, l’ultima speranza di molti (anche non cristiani) si appuntava sulla Chiesa Cattolica. Sappiamo per fede – e non ne dubiteremo mai – che la barca di Pietro non può affondare: i cieli e la terra passeranno, ma non le parole di Cristo. Quando però si ha una sensazione sempre più netta di trovarsi a bordo del Titanic avvolto dalla nebbia e in rotta di collisione con una montagna di ghiaccio, è naturale mettersi a urlare verso il Cielo perché mandi qualcun altro a prendere il timone e a correggere la rotta… Siamo assolutamente certi che l’inviato arriverà in tempo (dovesse trattarsi del Signore stesso), ma intanto non possiamo non tremare. In simili frangenti, si può essere fortemente tentati di calare in mare una scialuppa per mettersi in salvo da soli, ma, oltre a tradire una forma di estremo egoismo, questo non è certo lecito: la nave che ci conduce al porto della salvezza eterna è una sola; quale sicurezza può dare, oltretutto, una barchetta in mezzo alla tempesta?
    Un’altra domanda si affaccia imperiosa alla mente di quanti ancora riflettono: il timoniere è veramente tale? è stato collocato validamente al suo posto? dispone quindi della grazia necessaria per adempiere il suo compito? Non sono interrogativi oziosi, soprattutto quando i fattori di dubbio si moltiplicano: irregolarità procedurali nell’elezione; accordi previi fra elettori e relative pressioni sugli altri, cose tutte proibite sotto pena di scomunica; ambiguità, incertezze e sbavature dottrinali che sfiorano l’eterodossia, se non la denunciano palesemente; sospetti circa l’affiliazione o la contiguità con società segrete, che rende automaticamente inabili all’assunzione di qualsiasi ufficio ecclesiastico; per non parlare del rifiuto, fin dai primissimi istanti, di indossare le insegne della propria stessa carica, qualificate una carnevalata…
    Siamo ben consapevoli che su nessuno di questi problemi – almeno per ora – si può trarre una conclusione definitiva; ma l’accumulo di elementi potenzialmente invalidanti può giustificare almeno una certezza morale, tale da liberare la coscienza di un cattolico fedele dal lacerante dilemma che l’attanaglia. Che dire poi del conflitto interiore che dilania quella di un pastore d’anime, obbligato a pregare ogni giorno, nel cuore della santa Messa, per il supposto supremo Pastore, manifestando così pubblicamente una comunione ecclesiale che di fatto non sente, dato che altrimenti gli sembrerebbe di tradire il suo crocifisso Signore?
    Per complicare ancor più la situazione, la permanenza dell’anziano Nocchiero dimissionario, non più alla barra, ma pur sempre nello stesso luogo, con lo stesso nome, lo stesso abito, lo stesso titolo, lo stesso stemma… la stessa lucida e penetrante ragione. A ben guardare, è una complicazione o un elemento della soluzione? Difficile a dirsi in questa congiuntura assolutamente inedita, mai verificatasi in duemila anni di storia cristiana… Dio ci ha scelti, del resto, per farci vivere proprio in quest’epoca così travagliata – non semplicemente per il male che la devasta in forme prima sconosciute e a livelli fino a poco fa inimmaginabili, ma per la frequente negazione del male stesso, presentato come progresso e liberazione. Come insegnava un Padre del deserto ai suoi discepoli, «quelli che vivranno alla fine dei tempi, anche se non saranno in grado di praticare la nostra ascesi, saranno più forti di noi, perché dovranno combattere con l’Anticristo».
    Avvicinandoci al 2017, prepariamoci a parare i colpi di chi celebrerà un duplice trionfo: il quinto centenario della rivoluzione luterana e il terzo della fondazione della massoneria; ma non dimentichiamo che saranno pure cento anni dalla mariofania di Fatima: vi pare casuale? Come recita il proverbio, il diavolo fa le pentole, ma non fa i coperchi. Sotto lo stendardo del Cuore Immacolato di Maria, non possiamo dubitare di vincere: sarà Lei a guidarci e a porre alla nostra testa – quando ne saremo degni – il timoniere da Lei scelto (magari americano), che finalmente Le consacrerà la Russia secondo la Sua richiesta, oggi più che mai attuale e urgente. Nel frattempo, una sola è la parola d’ordine: resistere.
    Chi sta al timone? - Articolo di Elia

    In questa temperie, visualizzo un vecchio gentiluomo bavarese che tiene la testa fra le mani e si chiede: «Signore, era davvero quel che volevi?».



    È pervenuta in Redazione:
    Caro Gnocchi,
    sarò breve perché il punto a cui è arrivata la crisi della Chiesa non ha bisogno di tanti discorsi. Ho letto la nota del direttore di Riscossa Cristiana sulla “Relatio post disceptationem” del Sinodo sulla famiglia e sono d’accordo con lui. Peggio di così non poteva essere. Ora anch’io mi pongo la stessa domanda che si pone il direttore (a questo punto dov’è la Chiesa cattolica?) e la giro a lei.
    Cordiali saluti
    Giuseppe Paltrinieri
    Caro Paltrinieri,
    sapevo benissimo che la domanda che si pone Paolo Deotto mi avrebbe inguaiato. Sapevo che sarebbe arrivata subito qualche lettera per riprendere e rilanciare quella che, a questo punto, è la domanda delle domande. Quando si dice gli amici…
    Immagino che lei, caro Paltrinieri, ponendo la domanda delle domande, pensi di poter avere la risposta delle risposte. Ma temo che, per il momento, ci si debba accontentare di qualche considerazione e di una, sia pur sommaria, indicazione.
    Salto a piedi uniti il riassunto di tutte le tesi aperturiste che hanno come grande regista non smentito la persona del Papa. Sarebbe, diciamo, da sciocchini fingere che il misericordioso Francesco si stia facendo turlupinare da quattro manigoldi mentre lui sta in tutt’altre faccende affaccendato: il tempo per castigare misericordiosamente i dissidenti lo trova comunque, dicono che dorma poco.
    Dell’orribile “Relatio post disceptationem” di metà Sinodo prendo in considerazione solo un’affermazione che può apparire marginale, ma non lo è. Mi riferisco alla “necessità di scelte pastorali coraggiose”, che sarebbero il toccasana per sanare i problemi e le ferite della famiglia di oggi. Ma le scelte che vanno delineandosi in questo Sinodo non hanno proprio nulla di coraggioso. Rappresentano la resa senza condizioni alle voglie pazze del mondo e non sono frutto di coraggio: sono frutto della vigliaccheria più turpe, una vigliaccheria che non porta a tradire qualcosa di proprio, ma a tradire qualcosa che si è avuto in custodia da altri e da un Altro. Qui si tradisce quanto Nostro Signore ci ha invitato a conservare gelosamente, a costo della nostra stessa vita. Si tradisce ciò che generazioni e generazioni di santi, ma anche di peccatori che cercavano di fare del loro meglio per togliersi dal fango, ci hanno trasmesso lungo i secoli come ragione ultima e più vera della loro vita.
    Non c’è proprio nulla di coraggioso in tutto questo. Non c’è nulla di coraggioso nel trovare un posto al sole sulle prime pagine di Repubblica, del Corriere o della Stampa, nella conquista delle aperture dei telegiornali di qualsivoglia rete, nell’intasamento di accessi dei siti dediti a ogni tipo di rivoluzione e di perversione. C’è solo il compiacimento vigliacco di aver finalmente messo da parte Gesù Cristo e i suoi faticosi insegnamenti.
    E non vengano a raccontarci, caro Paltrinieri, che muterà la pastorale, ma non verrà toccata una virgola della dottrina. Questa favoletta non reggeva prima e regge ancor meno adesso, alla luce del sentore di cloaca che emana all’aprirsi di certe bocche e di certi cuori. Le confesso, caro Paltrinieri, che tremo all’idea di cosa possano celare quei cuori, perché, sicuramente, non hanno ancora mostrato tutto ciò che nascondono. Siamo solo all’inizio e dovremo vedere anche di peggio.
    Tornando alla domanda delle domande, lei si chiede e mi chiede, a questo punto, dove sia la Chiesa cattolica. Penso che sia là dove ci sono pastori che continuano a dire ciò che Nostro Signore ha insegnato. E penso che non stia, e sottolineo il “non”, là dove pastori e presunti pastori insegnano dottrine contrarie al deposito della fede e inducono a pratiche contrarie alla morale custodita dalla Chiesa cattolica per duemila anni. E non sta neanche dove si trovano pastori che illustrano in modo perfetto la dottrina e poi dicono che, se il Papa dovesse mutarla, obbedirebbero senza opporre la minima resistenza.
    Anche se il Sinodo non dovesse concludersi con un documento sul genere di quello che abbiamo ora sotto gli occhi, la situazione non muterebbe affatto. Perché è inconcepibile che, dentro la Chiesa, si possa anche pensare di trattare di questi temi in questi termini. Questo significa che qualcosa è già cambiato. Se si ipotizza che la pastorale possa mutare, significa che la dottrina è già mutata. Si sta avvicinando il momento in cui bisognerà una volta per tutte scegliere da che parte stare. Forse è un bene, caro Paltrinieri, perché l’incertezza logora la verità e fortifica l’errore.
    ?FUORI MODA?. La posta di Alessandro Gnocchi ? rubrica del martedì | Riscossa Cristiana



    Sono pervenute in Redazione:
    Caro Alessandro,
    la chiamo per nome come usiamo fare noi preti con i nostri fedeli e spero che non me ne vorrà. È che, ormai da qualche anno, mi sento sempre più familiare con chi tratta certi temi della vita di fede rimanendo fedele a ciò che la Chiesa insegna da sempre.
    Vengo subito al dunque, dicendole che sono un sacerdote diocesano di una cinquantina d’anni il quale ogni giorno di più si sente a disagio in questa Chiesa. Non mi ci raccapezzo più e fatico a trovare conforto anche in quei confratelli che, a prima vista, sembrerebbero ben orientati. Ma alla fine, gratta gratta, anche in loro c’è sempre qualcosa che non funziona. Condividono certe analisi e certi argomenti, ma quando si tratta di arrivare al punto si fermano. Oppure, questo nella maggior parte dei casi, la vedono giusta su un argomento ma sbagliata su un altro. Specialmente quando si tratta dell’Eucaristia. Guai a parlare di inginocchiarsi, guai a parlare di ringraziamento privato e, soprattutto, guai a porre l’accento sulla consacrazione. Insomma, sono disposti ad arrivare fino alla predica, ma poi si fermano.
    Allora, premesso che ho già cambiato parrocchia più volte e anche diocesi senza trovare risposte, che cosa può fare un povero prete come me?
    Un caro saluto
    don Francesco
    Egregio dott. Gnocchi,
    come riporta il bollettino “la Pieve” di settembre-ottobre 2014 (anno XXXIX numero 3 p. 30-31) dell’unità pastorale (!?) di Iseo e Clusane, della diocesi di Brescia, il 21 settembre il Vescovo di Brescia, in cattedrale, ha nominato i ministri laici dell’Eucaristia. Ma le sembra normale che nell’unità pastorale di Iseo-Clusane che conta settemila anime (ovviamente non tutti credenti e praticanti) ed in cui prestano servizio sei preti, SEI (alla faccia dell’accorpamento di parrocchie per ovviare alla carenza di preti), il Vescovo abbia nominato ben 15 ministri straordinari laici dell’eucarestia di cui tre sono suore?
    Ma dove sono queste chiese stracolme di fedeli che sgomitano per comunicarsi e che quindi necessitano di così tanti ministri straordinari? E se la comunione la danno i laici, anche ai malati a domicilio, i preti che cosa fanno tutto il giorno? Che situazione straordinaria stiamo vivendo da richiedere nuovi mezzi straordinari?
    L’unica straordinarietà è una Chiesa in crisi: calo di battesimi, di matrimoni, di conversioni, di vocazioni con conseguente aumento di atei, agnostici e pagani. A che serve tutto questo schieramento di “ministri” laici per un sacramento desacralizzato e un rito che, in seguito alle riforme conciliari, ha un’affluenza che è ai minimi storici? E così alla Santa Messa si assisterà alla solita sceneggiata: i preti al momento della comunione se ne staranno seduti sui loro scranni a cantare a squarciagola e a battere le mani mentre i ministri laici distribuiscono la comunione rigorosamente sulla mano. Tutto ciò contravvenendo alle norme liturgiche. La decostruzione del cattolicesimo, del Santo Sacrificio e dell’Eucaristia passano anche per queste cose. Ma veramente c’è bisogno di così tanti ministri straordinari? E non ci si nasconda dietro la solita motivazione che “ci sono pochi preti”, perché il calo vocazionale è conseguente al calo dei fedeli. La loro nomina non è in realtà un manifesto ideologico per veicolare un nuovo modello di Chiesa?
    La mia mente va ai fratelli coreani e giapponesi perseguitati, che per secoli rimasero senza comunicarsi perché non c’erano preti che celebravano il Sacrificio, eppure conservarono intatta la fede. E come non pensare ai cristiani perseguitati dai regimi comunisti. Loro si che avrebbero avuto bisogno di questi ministri, giustificati dallo stato di necessità, dalla straordinarietà della loro condizione, non le nostre parrocchie borghesi, ricche, grasse e con un clero che sembra sempre più manager, amministratore e sempre meno pastore, sacerdote, missionario.
    P.S.: nell’anno (2014) della beatificazione del Papa bresciano Paolo VI, nella diocesi di Brescia non è stato ordinato alcun prete, ma in compenso sono stati nominati decine e decine di ministri laici.
    Andrea Ronconi
    Caro don Franco, caro Ronconi,
    una scritta dalla parte del sacerdote, l’altra scritta dalla parte del fedele, le vostre lettere pongono l’accento sul problema dei problemi, il sacramento dell’Eucaristia. Perché è proprio quello l’obiettivo finale dell’attacco infernale al Corpo Mistico di Cristo: la Presenza reale, viva, palpabile e salvifica di Gesù in mezzo agli uomini.
    Ma a questo ci arriviamo in conclusione. Prima devo una risposta a don Francesco, nella quale, per ora, non voglio avventurarmi sul “che cosa fare”, ma vorrei almeno spendere qualche parola sul “che cosa non fare”.
    Mi permetta di dirle, caro don Francesco che, data la situazione della Chiesa dei nostri giorni, non troverà soddisfazione alle esigenze e alle domande del suo sacerdozio peregrinando per parrocchie o per diocesi. Potrà incontrare ambienti, confratelli e fedeli più o meno vicini al suo sentire, ma, come dice lei stesso, finirà sempre per scontare una delusione sui punti cruciali.
    Non sto dicendo che in questa Chiesa non ci sono più sacerdoti cattolici, tant’è vero che lei stesso è la testimonianza vivente del contrario. Ma sono sempre più rari e stanno sempre più nascosti. E ciascuno di loro vive in un disagio che ha un’origine facilmente diagnosticabile. Come lei, tentano di trovare coerenza nella sopravvivenza di certe forme ancora definibili come cattoliche con l’effettiva pratica della fede: ma questa coerenza, salvo singoli casi, non esiste più. Attraverso il permanere di una forma in qualche modo cattolica viene trasmessa una fede che cattolica non è più, o non lo è in buona parte. E, come tutti sanno, basta non essere cattolici almeno un po’ per non esserlo del tutto, ben che vada si è eretici. Da qui discendono le schizofrenie, i fraintendimenti, le bizzarrie che vanno a formare un quadro nel quale una mente normale non si ritrova più. Peggio ancora, pensa di essere malata poiché la normalità non ha più una casa e viene rinchiusa dentro i ghetti. In poche parole, la Chiesa è governata da una specie di legge Basaglia in cui la follia non è più considerata tale e, anzi, si fa giudice della salute mentale.
    Adesso, caro don Francesco, lei penserà che io le stia suggerendo andarsi a rifugiare chissà dove. Mi limito a invitarla a uno schietto realismo e a non cercare la soluzione ai suoi quesiti là dove non c’è.
    Non sto neppure dicendo che questa non è più la Chiesa e bisogna trasferirsi altrove. È qui che bisogna battersi per ripristinare la vera fede e il primo passo è quello di ripristinare quella coerenza tra forma e fede ormai sfilacciata. E me lo insegna lei, un sacerdote, che tutto questo si trova principalmente nella Messa. Nella “Messa buona”, la “Bonne Messe” come definiscono amabilmente i cattolici francesi quella che noi diciamo la “Messa di sempre”. Si riparte da lì, caro don Francesco, e lì si trova anche la risposta a ciò che dice il signor Ronconi. Se quest’anno, nella diocesi di Brescia, la diocesi del Pontefice che ha promulgato il nuovo messale, non è stato ordinato alcun sacerdote, vorrà pure dire qualcosa. D’altra parte, non si capisce perché un giovane debba sacrificare la propria vita in seminario e poi in un oratorio o in una parrocchia per fare l’assistente sociale o l’animatore di villaggio quando tanti coetanei lo fanno con grande soddisfazione economica e sociale nei luoghi deputati, molto più gratificanti e divertenti.
    La decadenza della pratica eucaristica, il dissolversi del senso della Presenza Reale possono portare solo alla crisi del sacerdozio. E qui si arriva al punto, perché il vero obiettivo temo che non sia questo. Sbaglia chi pensa che il demonio punti come fine ultimo a oscurare o eliminare la presenza eucaristica di Cristo nel mondo. Lui, che in Dio ci crede, eccome, sa bene che ciò è impossibile e il suo scopo è ben altro: è quello di profanare il Corpo eucaristico di Cristo senza che qualcuno lo disturbi. Ma, per non essere disturbato, ha bisogno che il maggior numero possibile di fedeli non creda nel più grande miracolo realizzabile su questa terra e, quindi, si disinteressi di ciò che avviene ai suoi danni.
    L’eclissi della fede nella Presenza Reale nell’Eucaristia è il prodromo a una liturgia anticristica celebrata pubblicamente senza opposizione, o persino con l’assenso di tanti cosiddetti cristiani. C’è un solo modo per opporsi a tutto questo. Come disse qualche tempo fa un amico sacerdote: “Dobbiamo girarci e dire Messa”.
    Fatelo, don Francesco, e vedrete che i fedeli disposti a difendere quell’Ostia pallida e pura in cui c’è tutto Nostro Signore vi seguiranno e saranno sempre di più.
    ?FUORI MODA?. La posta di Alessandro Gnocchi ? rubrica del martedì | Riscossa Cristiana


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    Predefinito Re: Rif: Il Verbo di Dio si è fatto carne

    Annalisa Casati
    Oggi non parlerò in Milanese, perchè sono così incazzata che ho paura mi si ingolferebbero le parole sulle dita e voglio capsiscano tutti.
    Domenica scorsa sono tornata a Milano. Si, la mia amata Milano che non vedevo da due anni e ci sono andata con mio figlio, la sua ragazza (primo amore, han 16 anni) e il papà di lei. Prima cosa li porto in Duomo e, ve lo giuro ho capito per la prima volta cosa deve aver provato Gesù Cristo coi mercanti nel tempio di Salomone. Non sono una fervente cattolica, ma quel che ho visto è un tale insulto a chi la fede ce l'ha, a chi ama la storia e il monumento e l'arte, che ho avuto la tentazione violenta di piombare sul Monsignore che stava celebrando, tirarlo giù dall'altare e riempirlo di botte.
    Anzitutto: il Duomo è una CATTEDRALE, il che significa un monumento importante e un patrimonio artistico oltre che di fede. In ogni altra cattedrale d'Europa c'è una tutela ferrea: dentro vige il silenzio, l'ordine, il rispetto per ciò che vi è custodito e chi va per pregare. Quindi: divieto di telefonini, flash, foto selvagge e via dicendo. Io entro e cosa vedo? subito sulla destra, poco oltre la linea dello zodiaco, una gigantesca PIRAMIDE DI PERSPEX trasparente assediata da turisti e illuminata stile albero di natale!.. Mi avvicino e .... vendono ogni sorta di ammennicolo: dai libri sul duomo, ai rosari di plastica e metallo, a quelli(orrorifici) a pile con la vocetta incorporata! Il tutto con gente che parla ad alta voce mercanteggiando su questo o quell'articolo.
    Addossato a questo orrore una pezzo di pietra dalla forma ambigua, anch'esso iluminato e circondato da "estimatori": un'opera scultorea di non so chi, che sarebbe stata forse al suo posto altrove, ma NON CERTO in DUOMO!
    Oltre a questo, un gabbioto da cantiere con varie attrezzature che bruttano il pavimento intarsiato e mortificano i famosi confessionali del 1500.
    Spettacolo tristissimo, i fedeli recintati come pecore da un transennamento di panche e inginocchiatoi quasi a difenderli dall'orda di turisti che, attorno, sciamano vociando, scattanto foto coi telefonini, bambini che corrono e urlano, fidanzati che limonano impunemente in piedi davanti alla salma del Cardinal Shuster e di un altro beato, ora esposti in teca, che la gente oltrepassa con sguardo distratto o al limite immortala con il solito, immancabile e invadente cellulare. Gente che telefona, suonerie che squillano, insomma il mio bel Duomo, che ha sempre saputo darmi una serenità interiore anche nei momenti tristi, è diventato un vero mercato, rumoroso e dissacrato!
    Ma come si permette il Vescovo di consentire una cosa del genere??? Perfino mio figlio era così incazzato che è uscito per non mettersi ad urlare!

    Adinolfi spiega chi è Adinolfi, e non lascia spazio ad equivoci
    Uno scambio di lettere tra un lettore de “La Croce” – che esprime alcune critiche – e la veemente risposta del direttore, Mario Adinolfi, chiarisce molte cose. Soprattutto è un’ottima occasione per ricordare che la tanto decantata “unità” è possibile solo nella Verità.
    di Paolo Deotto
    Su “La Croce”, nella versione on-line, nella rubrica delle “lettere al direttore” è comparso, sotto il titolo “Da un lettore che non vuole leggerci più”, un interessante scambio di corrispondenza: un lettore, il dott. Franco Serafini, critica alcune posizioni del nuovo quotidiano. Il direttore de “La Croce”, Mario Adinolfi, risponde. E il tono e le argomentazioni usati da Adinolfi chiariscono perfettamente chi è il personaggio Adinolfi e cosa persegue. Riportiamo integralmente lo scambio di corrispondenza e quindi gli amici lettori potranno valutare. Qui ci permettiamo solo di fare alcune brevi considerazioni.
    Poiché Riscossa Cristiana ha assunto una posizione critica nei confronti del nuovo quotidiano, nonché di quanto è emerso dal Convegno tenuto a Milano sabato 17 gennaio, siamo stati accusati di attentare a un mito ricorrente, quello della “unità”. Ma se leggiamo alcuni passaggi della risposta che Adinolfi dà al lettore, ci rendiamo conto che per l’ “unità” invocata manca il presupposto essenziale, quello della Verità.
    Adinolfi ha scelto un tipo di strategia politica, che nulla ha a che vedere con una testimonianza di Fede, che è la prima urgenza in una società che è impazzita. È difficile voler combattere aborto, eutanasia, degenerazione della famiglia e nel contempo sostenere la bontà di leggi come la 194 e la 40. È difficile farsi paladini del progetto di Testo Unico presentato da Introvigne – anticamera del matrimonio tra omosessuali – e volersi presentare come difensori della famiglia. C’è un’incoerenza di fondo che del resto ha le sue radici nella sciagurata confusione tra “cattolico” e “democristiano”. La politica democristiana ci ha regalato la legge 194, questo non lo si ricorderà mai abbastanza.
    Ma poi c’è un’altra notazione che ci sembra doveroso fare. Adinolfi si presenta come il novello difensore della Società con termini e modi che ci sentiamo di definire rabbiosi. Solo alcune “perle”: “Noi non vogliamo fare i fighetti, noi vogliamo salvare concretamente l’Italia. Per questo ci troveremo dopo quattro mesi di mobilitazione in quindicimila il 13 giugno al Palalottomatica. Poi, per carità, si può scegliere di restare a casetta a limare l’articolo perfetto per la propria setta di trecento lettori. Ma noi riteniamo che di lettori e di militanti prolife sia meglio averne a decine di migliaia pronti a mobilitarsi quando servirà. E servirà. E noi ci saremo”. Chi critica è un “fighetto” ha stabilito Adinolfi.
    E poi: “Chi non capisce che avere un presidente cristiano come Sergio Mattarella è meglio che avere Emma Bonino o Stefano Rodotà (ipotesi tutte in testa ai sondaggi di gradimento) non capisce di politica. E chi non capisce di politica non parli di politica. L’argomento è complesso”. Chiaro, no? Non parlate di politica, io ne capisco, voi no.
    E ancora: “Io ritengo che tra cattolici dovremmo essere più misericordiosi e unirci più spesso in un forte, umanissimo abbraccio, senza dividerci su quisquilie e cretinate per preservare angoli di presunta purezza ideologica, che poi se vai a guardare con attenzione dentro quegli angoli se ne trova di polvere”. Anche qui è chiarissimo: le obiezioni poste dal lettore sono relegate tra le “quisquilie e le cretinate”. Veramente bello.
    Forse Adinolfi non ha capito che nessuno vuole “preservare angoli di presunta purezza ideologica”. Qui si parla di Fede cattolica, che comporta conoscenza della Dottrina, che dovrebbe anche comportare l’impossibilità di ricominciare con le politiche democristiane del compromesso, magari giustificate con violenza asserendo che chi obietta non capisce nulla di politica.
    Uscendo dalla pia (o megalomane?) illusione di poter far chissà cosa in sede parlamentare, quello che possono fare i cattolici che vogliono ancora salvare quel “seme” di cui spesso si è parlato, è dare una testimonianza forte e chiarissima, ossia l’esatto contrario dei papocchi come il “Testo Unico”, proposto, tra l’altro, con uno strano tempismo: pochi giorni dopo il “cattolico” Renzi già parlava di necessità di legiferare sulle coppie di fatto. Se la testimonianza dei pochi cattolici rimasti sarà vera e chiara, si salverà quel seme, quella Fede su cui si potrà ricominciare a costruire quando sarà finito il diluvio di follia che sta distruggendo tutto.
    Auguriamo ad Adinolfi la miglior fortuna. È già sicuro di radunare, il 13 giugno, 15.000 persone. Bene. Si ricordi che, senza insulti e senza protagonismi, esiste ad esempio da anni una testimonianza che si chiama Marcia Nazionale per la Vita, che è passata dalle 700 – 800 presenze del 2011 a Desenzano alle 50.000 dello scorso anno a Roma. Erano tutti “fighetti” ideologici? Non crediamo davvero. Scusate, dimenticavo: lo slogan della Marcia dice, tra l’altro, “senza compromessi”. Proprio così: “Senza compromessi”. Ma forse questo slogan è stato scritto da gente che non capisce niente di politica.
    Adinolfi spiega chi è Adinolfi, e non lascia spazio ad equivoci* ?* di Paolo Deotto | Riscossa Cristiana

    Attacco al Cardinale Burke su più fronti. Non permettiamolo!
    di Maria Guarini
    Riprendo da La Stampa di oggi.
    Marco Tosatti, riferisce gli esiti della recente intervista a France 2 del cardinale Leo Raymond Burke, già prefetto della Segnatura Apostolica, che nel Sinodo 2014 aveva chiaramente assunto, insieme ad altri, una netta opposizione alla «linea Kasper».
    Ricordo quanto abbiamo pubblicato con esauriente tempestività, nel sottolineare anche come il servizio della TV francese fosse dedicato a papa Francesco, presentato come il «grande riformatore» sia della curia romana che della dottrina della Chiesa cattolica. Mentre le sue «grandi riforme» sarebbero ostacolate da quella che viene definita «fronda» nel collegio cardinalizio, della quale il card. Burke viene capziosamente presentato come leader.
    Questa la notizia di oggi riferita all'intervista di cui sopra:
    L’intervista ha provocato lo sdegno della rivista progressista francese “Golias”, nota fino ad ora per la sua difesa della libertà d’espressione nella Chiesa. Secondo un editoriale, il Papa deve punire Burke, con «un lungo tempo di penitenza». «Non mancano monasteri per esaminare la propria coscienza davanti a Dio», e Burke potrebbe anche essere «decardinalizzato». Un eventuale scisma? «Questa eventualità appare sempre di più una buona soluzione: la Chiesa deve purgarsi di questi elementi infinitamente minoritari che sono diventati la maggioranza fra il 1978 e il 2013».
    Dunque questa maggioranza (ma dov'è?) sarebbe frutto dei precedenti pontificati: «Cioè con il papa San Giovanni Paolo e con Benedetto XVI», nota Tosatti.
    Purtroppo la campagna denigratoria non finisce qui. Nei giorni scorsi Vatican Insider - la Pravda del Vaticano - ha riportato un velenoso intervento del cardinale Wuerl, arcivescovo di Washington il quale, nell'affermare che (sintetizzo di seguito):
    «c’è sempre stata una corrente di dissenso nella Chiesa» si rifà alla storia, richiama il caso del gesuita Billot, «molto poco discreto nella sua opposizione verso Pio XI, che aveva condannato il movimento politico e religioso dell’Action Française». Egli fu per questo motivo «convinto a rinunciare alla sua dignità cardinalizia».
    Wuerl non manca nemmeno di rifarsi a situazioni precedenti ed infine alla situazione determinatasi nel 1968 quando «il dissenso di alcuni preti verso l’insegnamento dell’Humanae vitae li ha portati a lasciare il loro ministero sacerdotale». E individua «un filo comune che attraversa tutti questi dissidenti» nel fatto che «Essi sono in disaccordo con il Papa, perché lui non è d’accordo con loro e non segue le loro posizioni. Il dissenso è forse qualcosa che avremo sempre, deplorevole in quanto tale, ma avremo anche sempre Pietro e suo successore come una roccia e pietra di paragone della nostra fede e della nostra unità».
    Qui siamo davvero fuori strada. Questi laudatores del bergoglismo non si rendono neppure conto che il termine «dissenso» appartiene alla politica e non al linguaggio della Chiesa docente dimenticando che il papa è Servus Servorum Dei e non il capo di un regime tirannico. La confusione di ambiti, linguaggi, identità e ruoli ha ormai superato il livello di guardia.
    Non dimentichiamo che c'è un limite al potere papale, e una linea che il Papa non può attraversare senza tradire la Chiesa e il suo divino Fondatore, mettendo in pericolo le anime dei fedeli. E c'è una responsabilità - sua e della Gerarchia ecclesiale in primis, senza escludere quella di ogni battezzato - innanzitutto di fronte a Dio e poi anche di fronte agli uomini di questa generazione e di quelle che verranno.
    In questa situazione paradossale basti notare il fatto che una volta chi dissentiva dal papa contestava la dottrina della Chiesa, mentre oggi avviene esattamente il contrario: chi formula alcune critiche al papa, lo fa per difendere quella stessa dottrina. Naturalmente quando parliamo di dottrina cattolica, ci riferiamo all’insegnamento che Cristo ha trasmesso ai suoi apostoli e consegnato alla sua Chiesa nei Vangeli, creduto dai Santi Padri e trasmesso sino a noi dalla Santa Chiesa: insegnamento che dobbiamo seguire fedelmente se vogliamo conoscere la verità e se vogliamo essere liberi e salvi. Infatti, la verità donataci da Cristo è una verità salvifica, presupposto della libertà e della vita eterna: «chi crederà sarà salvo» (Mc 16, 16). Una pastorale che non sia ancorata saldamente nella verità rivelata non conduce alla libertà e non porta alla salvezza.
    Respingiamo con sdegno, perseverando nella preghiera (anche per il Papa) e nella fiducia nel Signore che non abbandona la Sua Chiesa, tutte queste manovre capziose e subdolamente destabilizzatrici, rinnovando al Cardinal Raymond Leo Burke tutta la nostra gratitudine e solidarietà di fedeli in Cristo, nella Roma perenne.
    ____________________________
    Nell'intervista, a France2, che provocatoriamente chiedeva: come pensa di mettere il papa sul retto cammino... Card. Burke: «In questo bisogna essere attenti e guardare al potere del papa. La frase classica è che il papa ha la pienezza del potere, questo è vero, ma non è un potere assoluto. È al servizio della dottrina della fede. Non ha il potere di cambiare l’insegnamento, la dottrina... Lasciamo da parte la questione del papa. Nella nostra fede è la verità della dottrina che ci guida».
    MiL - Messainlatino.it: Attacco al Cardinale Burke su più fronti. Non permettiamolo!

    DUBBI NUOVI E CRESCENTI SULLA “RINUNCIA” DI BENEDETTO XVI
    Antonio Socci
    Ho conosciuto personalmente numerosi preti internati nelle prigioni e nei gulag staliniani. Sacerdoti che sono tuttavia rimasti fedeli alla Chiesa… conducendo una vita degna alla sequela di Cristo, loro divino Maestro.
    Si presenta così l’arcivescovo cattolico Jan Pawel Lenga, vescovo emerito di Karaganda (Kazakhistan) in una lettera accorata che in queste ore rimbalza su vari siti cattolici dall’America all’Italia.
    IL TESTIMONE
    “Io stesso” prosegue “ho compiuto gli studi in un seminario clandestino nell’Unione Sovietica, lavorando con le mie mani per guadagnarmi il pane quotidiano. Sono stato ordinato prete in segreto, di notte, da un Vescovo che aveva a sua volta sofferto a causa della sua fede. Dopo il mio primo anno di sacerdozio sono stato espulso dal Tagikistan ad opera del Kgb”.
    Monsignor Lenga, che ha partecipato a due Sinodi con Giovanni Paolo II, sente il dovere di esprimersi “circa la crisi attuale della Chiesa Cattolica”. E ha scelto “la forma della lettera aperta, dato che qualsiasi altro metodo di comunicazione si scontrerebbe con un muro di silenzio totale e con la volontà di ignorare”. Il vescovo precisa: “Sono del tutto cosciente delle possibili reazioni alla mia lettera aperta. Ma la voce della mia coscienza non mi permette di tacere, mentre l’opera di Dio viene oltraggiata”.
    Egli ricorda infatti la lezione degli apostoli martiri, per cui bisogna “obbedire a Dio piuttosto che agli uomini”. Spiega che “oggi diventa sempre più evidente come in Vaticano attraverso la Segreteria di Stato si è intrapresa la via del politicamente corretto”. E che si propaga il “modernismo” cosicché gli stessi vescovi non hanno più voce “per difendere la fede e la morale”.
    E aggiunge: “In tutti i settori della Chiesa si nota una significativa riduzione del ‘sacrum’. È lo ‘spirito del mondo’ che conduce i pastori”. Eppure “i pastori sono tenuti – che piaccia loro o no – ad insegnare tutta la verità su Dio e sull’uomo”. Ma – si chiede – dove sono oggi quelli “che annunciano alle genti chiaramente ed in modo comprensibile i pericoli, minacciosi, che scaturiscono dalla perdita della fede e da quella della salvezza?”
    Sono rari perché, secondo questo pastore, la scelta “di nuovi vescovi e persino di cardinali, a volte rispecchia più i criteri di una certa ideologia o anche gli imperativi di gruppi molto distanti dalla Chiesa. Allo stesso modo la benevolenza dei mass media sembra essere un criterio importante”. Bisogna essere da loro ritenuti “aperti e moderni” e non “troppo santi”.
    Egli aggiunge queste parole: “È difficile credere che Papa Benedetto XVI abbia rinunciato in piena libertà al suo compito di successore di Pietro. Questo papa è stato il capo della Chiesa, ma i suoi collaboratori praticamente non hanno applicato il suo insegnamento, anzi sono state passate sotto silenzio o bloccate le sue iniziative”.
    Così oggi, conclude l’eroico vescovo, la Chiesa si trova in una situazione drammatica. Non è un caso che sia un uomo che ha vissuto le persecuzioni comuniste ad avere il coraggio di esprimere pubblicamente dubbi sulla piena libertà della “rinuncia” di Benedetto XVI. Parole dirompenti che mettono inevitabilmente in discussione la validità della stessa rinuncia (che ha proprio la libertà come requisito essenziale).
    Questi dubbi circolano sempre di più in tutte le curie e a volte emergono a sorpresa. Come il 7 gennaio scorso quando il quotidiano dei vescovi, “Avvenire”, sempre sorvegliatissimo, a pagina 2 pubblicò una stupefacente lettera dove si puntava il dito contro quegli “ambienti che, per i soliti motivi di potere e sopraffazione, hanno tradito e congiurato per eliminare papa Ratzinger, pur riconosciuto ‘fine teologo’, e l’hanno spinto alla rinuncia”.
    AL CONCISTORO
    Il mistero di quella rinuncia e della decisione di Ratzinger di restare tuttavia “papa emerito” – cosa mai accaduta in duemila anni e cosa mai spiegata sotto il profilo teologico e canonistico – si è riproposto visivamente anche ieri, al Concistoro in San Pietro (guarda caso papa Benedetto viene chiamato a presenziare ad ogni atto che implica la giurisdizione pontificia…).
    Pur in là con gli anni il papa emerito è apparso in forma. Le sue buone condizioni del resto erano già state illustrate giovedì scorso, con un’intervista al Corriere della sera, dal suo segretario, monsignor Georg Gaenswein che è anche Prefetto della Casa pontificia di Francesco. Gaenswein, per far apparire “normale” una situazione che invece è totalmente anomala, ha ribadito (o ha dovuto ribadire) di nuovo una sorta di “excusatio non petita”, cioè che il papa “ha preso la sua decisione in modo libero, senza alcuna pressione”. E poi ha ripetuto che si è dimesso perché “le forze del corpo e dell’animo venivano meno”.
    Non è per nulla credibile che (a meno di fortissime pressioni) vengano meno le forze dell’animo in un uomo di Dio come Benedetto il quale fin dall’inizio ha confessato pubblicamente la sua certezza nell’aiuto di Dio (“non sono solo, chi crede non è mai solo…Dio mi sostiene e mi porta”). Il Vicario di Cristo poi gode di un’assistenza straordinaria del Cielo.
    Ma è anche assurdo dire che si sia dimesso per la banale diminuzione delle forze fisiche. Anzitutto perché lo stesso Gaenswein si contraddice in quella medesima intervista dove spiega che il papa emerito, a due anni dalla rinuncia, sta sempre bene in salute (salvo “qualche fastidio alle gambe, ogni tanto”) e “la sua mente è formidabile”: legge, scrive, studia, prega, sbriga la corrispondenza, riceve persone, fa ogni giorno la sua passeggiata e suona il pianoforte. Cosicché non si vede come possa essersi dimesso per ragioni fisiche.
    Peraltro invecchiare è normale per ogni papa e il Dio dei cristiani – ci ha insegnato Ratzinger – si compiace di vincere la forza del mondo con l’apparente debolezza dei suoi apostoli. Del resto è naturale attendersi da un papa che lasci a Dio la scelta di quando chiamarlo a sé, come ha testimoniato Giovanni Paolo II.
    DUBBI
    Infine Ratzinger sa benissimo che nella tradizione della Chiesa la rinuncia per invecchiamento non si è mai verificata ed è anche gravata da un giudizio morale molto negativo. Il cardinal Fagiolo, canonista di fiducia di Giovanni Paolo II, sentenziò: “Di certo in maniera tassativa e assoluta il Papa non potrà mai dimettersi a motivo della sola età”. Tutti ribadiscono che occorre un motivo gravissimo per la rinuncia altrimenti l’atto, pur valido, è moralmente colpevole. Secondo il canonista Carlo Fantappiè la rinuncia al Papato può avvenire solo “in casi davvero eccezionali e per il bene superiore della chiesa”. Questa è “la condizione per rinunciare all’ufficio senza cadere in colpa grave davanti a Dio”.
    Dunque per buon senso e per rispetto verso Benedetto XVI non si può ridurre la ragione della sua rinuncia all’invecchiamento. Proprio il fatto che sia stato lui stesso a dare questa (debole) motivazione ufficiale dovrebbe indurre a porsi delle domande, visto che egli non ignora di certo il diritto canonico. Del resto se aveva subito pressioni non poteva certo dirlo in maniera esplicita visto che così avrebbe invalidato l’atto a cui era costretto.
    E poi egli ha anche dichiarato che era “ben consapevole della gravità di questo atto” e non poteva certo definirlo “grave” se fosse stato un normale pensionamento. Si ricordi che fin dal suo insediamento Benedetto aveva affermato: “Pregate per me perché io non fugga per paura davanti ai lupi”. E’ lecito chiederci chi fossero i “lupi” e cosa volessero.
    Però sarebbe un grossolano errore pensare che il papa sia fuggito: egli ha
    scelto di autorecludersi in Vaticano, dichiarando che “la mia decisione di
    rinunciare all’esercizio attivo del ministero, non revoca questo”. Infatti è rimasto “papa emerito” perché – ebbe a dire in un’altra intervista Gaenswein – “ritiene che questo titolo corrisponda alla realtà”.
    DUBBI NUOVI E CRESCENTI SULLA ?RINUNCIA? DI BENEDETTO XVI - Lo StranieroLo Straniero

    L'ILLEGALITÀ BERGOGLIANA (di Piero Nicola)
    Come definire chi, disponendo della potestà, ignora i regolamenti del suo ufficio, oppure li viola? Egli è un infedele da destituire e condannare secondo il verdetto del tribunale competente. Quando costui sia il capo dell'istituzione, il suo comportamento è semplicemente di usurpatore dispotico. Quando egli figuri essere niente meno che il rappresentante di Dio in terra e ne calpesti la Legge in modo che qualunque intelletto umano lo possa costatare, nessuno può dargli credito, tutti devono abbandonarlo.
    Importa che le violazioni siano gravi? Certamente. Tuttavia, per il momento, non intendo, tornare su quelle di Bergoglio, che sopratutto egli ricevette come in eredità dai suoi predecessori, e che in qualche modo essi intesero negare o giustificare.
    Vigeva l'uso di elevare al cardinalato gli arcivescovi e i patriarchi di alcune importanti sedi vescovili, tra le quali Venezia e Torino. Ma, per la seconda volta, in occasione della nomina di cardinali, monsignor Francesco Moraglia, da due anni patriarca di Venezia, non riceve la berretta rossa. E neppure l'arcivescovo di Torino Cesare Nosiglia viene ammesso nel Collegio dei porporati. Essi non fanno parte dei diciannove nuovi eletti, i cui nomi sono stati resi noti da Bergoglio in persona.
    Si capisce che Bergoglio aveva la facoltà di cambiare la consuetudine. Ma aveva anche il dovere di riformare i criteri consolidati o di spiegare le sue inedite discriminazioni. Diversamente, egli non solo ha infranto un uso e il criterio naturale delle carriere, ha bensì offeso il discriminato non dando alcuna soddisfazione, sia pure diplomatica. Con ciò ha commesso un evidente peccato contro la giustizia e contro la carità.
    Riguardo all'implicita punizione e al suo motivo non c'è alcun mistero, così come è chiaro l'indirizzo intrapreso da Bergoglio. La storia del patriarca Moraglia e i suoi attuali atteggiamenti lo rendono uomo che va controcorrente rispetto al fiume venuto a scorrere invadente dall'Argentina. Francesco Moraglia, genovese, fu presbitero sotto l'arcivescovo cardinale Giuseppe Siri; poi insegnante di teologia dogmatica e sacramentaria, docente di cristologia e antropologia. Essendo presidente della Commissione diocesana per i problemi pastorali, criticò i movimenti religiosi cattolici alternativi e si mostrò avverso alla massoneria. Consacrato vescovo venne destinato alla diocesi di La Spezia, dove contrastò il riconoscimento delle coppie di fatto voluto dal Comune spezzino, e fu contrario al registro dei testamenti biologici. Nel 2012, regnante Benedetto XVI, prese possesso della diocesi veneziana e, tra le altre cariche, ricopre quella di presidente della Conferenza episcopale triveneta. In una notevole lettera pastorale espresse concetti del tutto tradizionali sulla famiglia, sull'educazione dei giovani e sulla dottrina sociale della Chiesa.
    Egli resta vicino a Bertone e a Bagnasco, presidente della Conferenza Episcopale italiana e arcivescovo di Genova. Entrambi notoriamente distanti dalle vedute moderniste del Gran Capo. Quest'ultimo ha già operato l'epurazione dei prelati scomodi, segnatamente del cardinale arcivescovo statunitense R. L. Burke, promotore della reintroduzione della Messa di San Pio V, oppositore, nel Sinodo sulla famiglia (che proseguirà nel prossimo autunno), alle aperture verso la comunione data ai divorziati risposati, ecc. Lo scorso anno gli è stato tolto il posto di prefetto del Supremo Tribunale della Segnatura apostolica nonché quello di presidente della Corte di Cassazione dello Stato vaticano, destinandolo alla carica, quasi soltanto onorifica, di patrono del Sovrano Ordine di Malta.
    Ed ecco che questa rivoluzione ci riporta al punto cruciale dottrinale, allo sviluppo degli errori dogmatici già in atto nel magistero, alla violazione della Legge di Dio, al terribile tradimento del Signore.
    Contravveleni e Antidoti: L'ILLEGALITÀ BERGOGLIANA (di Piero Nicola)

    ATEISMO = DIO CON NOI
    Ovvero: sono ateo grazie a Dio
    di L. P.
    Domenica 15 febbraio 2015 Papa Bergoglio ha tenuto, nella Basilica di San Pietro, un solenne Concistoro durante il quale ha conferito la dignità cardinalizia a 20 prelati. Ricorreva la VI Domenica del Tempo ordinario/B e, così, prendendo ovvio spunto dalla liturgia della Parola, ha commentato il passo evangelico – Mc. 1, 40/45 – in cui si narra della guarigione del lebbroso.
    Nell’omelìa, il pontefice ha evidenziato come Gesù vada incontro a chi è emarginato e abbandonato, a chi, per ragioni culturali e, in questo caso, cliniche, vien tenuto a distanza dal corpo sociale, cioè al malato contagioso. Ciò che ha destato la nostra attenzione è stato un passaggio, che la stampa definisce “a braccio e fuori del testo scritto” – uno dei tanti che al Papa accade di tenere in terra o in alta quota – in cui ha affermato che “il Signore è presente anche in coloro che hanno perso la fede o che si sono allontanati dal vivere la propria fede o che si dichiarano atei” (Corriere della Sera on line – 15 febbraio 2015 – h. 11:18), un periodo che altre testate hanno efficacemente riassunto con “Dio c’è anche negli atei”.
    Pare evidente che il Pontefice abbia voluto assimilare queste categorie – i malati nello spirito - alla figura dell’emarginato, del periferico o del lebbroso, sul che non abbiamo nulla da eccepire quanto allo stato di reale emarginazione di coloro che conducono un’esistenza priva della fede, lontani cioè da Dio, al di là dei “margini di salvezza”. Riteniamo, invece, del tutto gratuita e non corrispondente al vero l’espressione “il Signore è presente in” sì da dover essere corretta. Allo scopo, allora, di non essere fraintesi o tacciati di pedanteria sintattica, e soprattutto di scarsa preparazione, spieghiamo il perché.
    Non ci attarderemo, intanto, a riportare quanto sull’ateismo si è scritto e si è detto, sulle varie forme con cui esso di affaccia nella storia individuale e sociale sufficiente essendo sapere che siffatta cultura si sostanzia e si manifesta per diverse tipologìe ideologiche come: scetticismo, nichilismo, materialismo, immanentismo, antropocentrismo, naturalismo, agnosticismo, dottrine tutte che, pur nella singolarità fenomenologica di ciascuna, rampollano da una comune matrice culturale: la netta negazione di Dio in quanto Essere Infinito e Trascendente, Causa prima, Creatore, Padre e Giudice.
    Ateo, pertanto, è colui che, rimosso financo l’embrione di un’idea di Dio, fa di se stesso, o del nulla, o della materia l’elemento certo, unico e verificabile. Ateo, è colui che, secondo l’etimologìa del termine, è “senza Dio”.
    Naturalmente, con tale qualifica intendiamo esattamente colui o coloro che rifiutano l’esistenza di Dio pur avendone ricevuto e conosciuto l’annuncio. Soltanto in questa dimensione è lecito parlare di ateismo come stato di peccato grave. Ed, infatti, è San Paolo che si pone la domanda: “Quomodo credent ei quem non audierunt? Quomodo autem audient sine praedicatione?” (Rom. 10, 14) – come crederanno a Colui del quale non hanno sentito parlare? E come ne sentiranno parlare senza che alcuno ne predica? - Dante ne farà una mirabile parafrasi di connotazione tomista (S. Th. I,q. 23 a. 5 ad 3um) in Par. XIX, 70/90.
    Da ciò è facile dedurre, nella e alla luce del monito evangelico “Chi non crede sarà condannato” (Mc. 16, 16), che tale condizione esistenziale dice che Dio, per il fatto di essere consapevolmente negato dal soggetto, non risiede in quel soggetto poiché, laddove regna una condizione di peccato grave – e l’ateismo è tale specialmente quando è praticato, predicato e imposto in antitesi al messaggio rivelato - Dio, il “tre volte Santo”, non può abitare in condominio col suo avversario. Laddove permane l’assenza di Dio domina la presenza di Satana. E ciò determina che l’ateismo, specialmente quello di Stato – cfr. i regimi comunisti – si connota per un attivo programma di ribellione che deriva la sua forza proprio dalla invisibile mano di Satana, il primo ribelle, padre di menzogna ed omicida.
    Le infami gesta dei repubblicani spagnoli – guerra civile 1936/37 – con cui furono rase al suolo chiese, fucilati preti, suore, seminaristi, laici, bombardate le statue di Cristo Re son l’esempio, tra i tanti che il repertorio storico ci fornisce, della firma di Satana.
    Ma l’ateo, considerato nella sua indifferenza, quella di cui si vantava Bertrand Russell, proprio per la totale ricusazione d’ogni principio trascendente e normativo non si dovrebbe porre il problema dell’inesistenza di Dio e disprezzare o perseguitare chi invece ne riconosce l’esistenza. Tuttavia, la maggior quota degli atei vive un quotidiano impegno “apologetico” nel dimostrare, per lo più in forme irruente, aspre e spesso irriguardose, la Sua inesistenza come ben dimostra l’apostolato laico che, in tal senso ha caratterizzato la vita e l’opera di Voltaire. Una condizione culturale e comportamentale che rivela quanto difficile sia, per l’uomo, scalzare Dio o la sua idea, dalla coscienza.
    Prova di questo ossimoro è offerta da Maurizio Blondet che, nel suo “Gli Adelphi della dissoluzione – strategie culturali del potere iniziatico – Ed. Ares 1994 pag. 106, ci racconta che «nel 1932, Daumal compose un Poème à Dieu et à l’Homme. Un poema “blasfemo”, nei termini di un marxismo neppure violento, quanto piuttosto delirante, rivolto contro religioni e chiese. Ma quando Daumal cercó di farlo pubblicare dalla rivista comunista Cahiers du Sud, ricevette un rifiuto. E nel restituire il manoscritto, il direttore dei Cahiers, Jean Ballard (uno stalinista monolitico) replicava a Daumal: “La ragione non è propriamente lo scandalo, è una ragione di principio. Da noi non si parla di Dio, lo si ignora. Rispetto a lui siamo di un’indifferenza totale. E siamo un poco sorpresi di vederlo attaccare così fortemente, di vederlo creare e materializzare dalla sua voce. Parola mia, lei gli conferisce l’esistenza, ed è grave… tutto ciò mi sembra qualcosa come una contro-religione, ma ancora un omaggio alla religione” ». Il comunista Ballard precisa in modo netto quale debba essere la figura del vero ateo, colui che non si pone il problema ma che, tuttavia – come la storia del comunismo dimostra – ne soffoca e ne perseguita ogni minima insorgenza nelle altrui coscienze.
    Su questa supposizione, infatti, cioè sul presumere che l’ateo sia qualcuno che, col negare Dio, ne afferma l’esistenza dimostrando la di Lui presenza – e la questione è in verità piuttosto complessa - sono stati condotti, in questi ultimi decenni, ad opera della Chiesa cattolica, due esperimenti bombastici ed ottimistici nelle intenzioni ma sterili, insignificanti e soprattutto controproducenti per gli esiti sortiti. Parliamo di due iniziative partorite col forcipe di quella che passa come “nuova evangelizzazione” destinata, secondo i fondatori, a tirar fuori la Chiesa dall’arretratezza culturale in cui giace da oltre “duecento anni”.
    La prima di esse fu la “Cattedra dei non credenti”, nata per moto ecumenistico del cardinale Carlo Maria Martini nell’anno 1987,e spirata nel 2002 allo scoccare del pensionamento del suo ostetrico. Per tutti questi anni, nell’aula magna dell’Università di Milano, si sono avvicendati, su temi di alto profilo intellettuale, cosa tipica delle personalità elette e cenacoliere, credenti ed atei: Massimo Cacciari, Giulio Giorello, Edoardo Boncinelli, Enzo Bianchi, Paolo de Benedetti, Angelo Casati, Marco Vigevani, Sergio Sabbadini e tanti ancora. Roba, insomma, per palati fini ove ciò che interessava – stando ai risultati, nulli in termini di conversione – era per ciascuno il proporsi in stile autoreferenziale con appendici editoriali abbinate a taluni quotidiani. Gli atei rimasero atei e i credenti un po’ meno credenti dal momento che, secondo il cardinale citato che amava citare Norberto Bobbio, “non è questione di credere o non credere, ma di pensare o non pensare”. Non più il “credo ut intelligam” e men che meno l’“intelligo ut credam”, ma solo il cartesiano “cogito ergo sum”, o peggio, il kantiano “Ich denke” – io penso. Ma poiché con la sola ragione, priva cioè dell’illuminazione della grazia divina, non è possibile raggiungere il livello di una fede ferma ed inconcussa, gli atei di quella cattedra rimasero atei e razionalisti.
    La seconda tappa del movimento ecumenistico/culturale si intitola “Cortile dei Gentili”, promotore il cardinale Gianfranco Ravasi, titolare del Pontificio Consiglio della Cultura. Le cronache ci hanno descritto le mirabilia, in termini di erudizione e di sapienzialità, sprillate nel convegno di Assisi – 5/6 ottobre 2012 – sul tema “Dio, questo sconosciuto” e, di subito, edite a gloria degli autori. Merce di finissima qualità per gli specialisti della cittadella, proibita al popolo del contado periferico.
    In quella sede paganesimo, protestantesimo, darwinismo, comunismo, agnosticismo, le varie forme, cioè, dell’ateismo, hanno stipulato e sancito con il cattolicesimo un reciproco patto di non aggressione e ne è scaturita una nuova e più moderna forma di evangelizzazione: l’ateo resta ateo e il credente resta credente fatto salvo il mutuo rispetto delle proprie posizioni.
    Non suscita, pertanto, meraviglia se, nella scia di tale pista, Papa Bergoglio abbia confidato a Eugenio Scalfari che “il proselitismo è una vera sciocchezza” (La Repubblica, 11 settembre 2013), che il suo compito, quello di Vescovo di Roma, non è di convertire gli atei dacché è preferibile “fare un tratto di cammino insieme”, quasi che la sostanza della conversione sia fare due passi nel parco e, poi, tutti a casa.
    Dovendo esprimerci sinteticamente, diciamo che l’ateismo di cui parliamo, e di cui parla il Papa, è quella condizione di spirito in cui la persona vive, priva della presenza di Dio, avendo, per cosciente scelta, deciso di non credere all’annuncio della Verità rivelata e, quindi, rifiutare Dio. Ne deriva un sillogismo secondo cui, posto Iddio sommo Bene e la felicità dell’uomo essendo nella Sua presenza, ne consegue che la Sua assenza altro non è che il male, cioè lo stato di peccato mortale, l’infelicità. E in simile condizione Dio “non è nell’ateo”.
    E, allora, concludendo, noi vorremmo, con umiltà e secondo lo spirito del canone 212 § 3 del CDC, suggerire al Papa opportuna correzione, facendogli presente che non è ortodosso affermare che “Dio è presente anche negli atei” ma diversamente, che “Dio è presente anche per gli atei”, vale a dire che Dio, non negandosi ad alcuno, è pronto a darsi per coloro che lo cercano e lo vogliono in termini di umiltà, di sincerità e di buona volontà. E non si tratta di grammatica o di mere preposizioni articolate, ma di logica e di Verità.
    Ateismo = Dio con noi - Ovvero: sono ateo grazie a Dio - di L. P.

    L’EROISMO DEI MARTIRI CRISTIANI E LE MISERIE VATICANE
    IL PAPA FACCIA EVACUARE I 300 CRISTIANI DI TRIPOLI COL LORO VESCOVO PER SALVARLI DAL MASSACRO
    Antonio Socci
    Bisogna guardarli in faccia quei 21 giovani cristiani che, in Libia, per non rinnegare Cristo, hanno subito il martirio e che prima di essere sgozzati dall’Isis – secondo la decifrazione del labiale che è stata fatta – hanno continuamente pronunciato il nome di Gesù. Come gli antichi martiri.
    IL NOME DI GESÙ
    Dice il loro vescovo: “Quel nome sussurrato nell’ultimo istante è stato come il sigillo del loro martirio”. I cristiani copti sono gente forte, temprata da quattordici secoli di persecuzioni islamiche. Sono eredi di quel S. Atanasio di Alessandria che salvò la vera fede cattolica dall’eresia ariana della maggior parte dei vescovi. Sono cristiani tosti, non smidollati come noi catto-tiepidi d’Occidente.
    Ecco qual è la vera forza: non quella di chi odia e uccide gli inermi (anche i bambini) e crocifigge chi ha una fede diversa e violenta le donne, sventolando la bandiera nera e nascondendo la faccia. La vera forza è quella degli inermi che accettano anche il martirio per non rinnegare la propria dignità, cioè la loro fede, per testimoniare la meraviglia del “Bell’Amore” come dice un’antica definizione del Figlio di Dio. Una grande testimonianza. Questi sono i veri martiri: i cristiani. Non coloro che vanno a massacrare gli innocenti inermi.
    Questa è la gloria dei cristiani: seguire un Dio che ha salvato il mondo facendosi ammazzare, non ammazzando gli altri, come hanno fatto tutti i condottieri, caporioni e ideologi (o rivoluzionari) di questo mondo che nei libri di storia vengono osannati.
    LA LEZIONE
    Una grande lezione a un Occidente ubriaco di “politically correct” che – come il disastroso Obama – si è autoimposto di non pronunciare nemmeno la parola “islam” e “musulmani” quando parla dei massacri di questi mesi, dal Nord Iraq a Parigi alla Libia. Un Occidente nichilista che si vergogna delle sue radici cristiane e non perde occasione per coprirle di disprezzo. E’ una dolorosa lezione, infine, soprattutto alla Chiesa. A una Chiesa che non testimonia più il fuoco ardente della fede.
    Alla chiesa di Bergoglio che – mentre ci sono uomini e donne che danno la vita per Cristo – definisce “una solenne sciocchezza” l’annuncio cristiano e il proselitismo; quella chiesa di Bergoglio che – mentre i cristiani sono perseguitati e massacrati in tutto il mondo musulmano – va a fare atto di adorazione alla Moschea, che si accoda all’ideologia obamiana dominante evitando accuratamente di pronunciare la parola “Islam” se non in termini laudatori (d’altra parte il suo portavoce a Buenos Aires attaccò Benedetto XVI per il discorso di Ratisbona sull’Islam).
    E soprattutto quel papa Bergoglio il quale dice che la grande emergenza attuale della Chiesa non è la fede, ma è l’ambiente e poi l’accoglienza alle nuove coppie e la comunione ai divorziati risposati. Un po’ come nel film di Benigni dove si diceva che il vero, grande problema di Palermo…”è il traffico!”.
    Tanto che presto avremo l’enciclica bergogliana sull’ecologia e i pregi della spazzatura differenziata invece di un grido di amore a Dio in questo mondo senza fede e senza speranza. Avremo un appello contro l’inquinamento invece della denuncia dell’odio anticristiano in tutto il pianeta (del resto già alla sua messa di insediamento parlò di ambiente, come nel discorso all’Expo, invece che di Cristo).
    E’ il papa Bergoglio che riceve e arringa i centri sociali tipo Leoncavallo, non i cristiani che eroicamente e pacificamente si battono per testimoniare la salvezza, subendo il disprezzo e le accuse del mondo.
    E’ il Bergoglio che sceglie i nuovi cardinali in base alla sua ideologia (e fa vedere che se vuole può pure decidere di fare cardinale – che so – il vescovo di Ancona), invece di dare la porpora – segno del martirio – a quei vescovi che proprio in questi giorni, concretamente ed eroicamente – vivono con le loro comunità minacciate e rischiano veramente la vita insieme con loro.
    SALVARE QUEI CRISTIANI
    E’ il caso del vescovo di Tripoli, padre Martinelli, quel vescovo che nel 2011, quasi unico (con l’appoggio del solo Benedetto XVI), gridò ogni giorno contro la guerra spiegando che si sarebbe aperto il Vaso di Pandora, come poi è puntualmente accaduto. Una tragedia di cui dobbiamo ringraziare il “Premio Nobel per la pace” Obama e Sarkozy.
    E mentre oggi, in Italia e all’estero, coloro che acclamarono quella guerra fanno gli gnorri, mentre in questi giorni la Libia rischia di diventare una base dell’Isis, il vescovo Martinelli ha deciso di rimanere lì, esponendosi alla morte: “Ho visto delle teste tagliate – racconta – e ho pensato che anch’io potrei fare quella fine. E se Dio vorrà che quel termine sia la mia testa tagliata, così sarà […]. Poter dare testimonianza è una cosa preziosa. Io ringrazio il Signore che mi permette di farlo, anche con il martirio. Non so fino a dove mi porterà questo cammino. Se mi porterà alla morte, vorrà dire che per me Dio ha scelto così… Io da qui non mi muovo. E non ho paura”.
    Lui non vuole abbandonare la sua piccola comunità costituita da circa trecento lavoratori filippini che sono comprensibilmente terrorizzati. Il vescovo è l’unico italiano rimasto a Tripoli, con alcune suore e religiosi non italiani. Fino a ieri sera nessuna telefonata gli era giunta da papa Bergoglio, di solito prodigo di telefonate (chiamò pure Pannella, oltreché – diverse volte – l’amico Scalfari). Forse, vista la pressione mediatica, lo chiamerà in queste ore.
    Ma più che le parole servono i fatti. Vorrei proporre una cosa al papa. Anche con l’aiuto del governo italiano il Vaticano potrebbe chiedere un ponte umanitario, un’operazione lampo di salvataggio di questi cristiani rimasti lì, con il loro vescovo. Sono solo trecento e rischiano tutti la vita per la loro fede. Il Vaticano potrebbe ospitarli e poi decideranno loro se tornare nelle Filippine. La cosa è possibile. Perché non farla? E’ questa la mia preghiera a papa Bergoglio per salvare dal massacro un’intera comunità cristiana e il suo pastore.
    Questa sarebbe davvero una cosa degna della Santa Sede. Non quel clima da caccia alle streghe e da epurazioni che da qualche giorno circola nell’establishment vaticano contro quei “grandi cardinali” (Ratzinger) che, fedeli alla Chiesa, hanno osato opporsi a Kasper nel Sinodo di ottobre.
    Sarebbe incredibile che il Vaticano si dedicasse alle purghe mentre i cristiani vengono martirizzati nel mondo.
    L?EROISMO DEI MARTIRI CRISTIANI E LE MISERIE VATICANE - Lo StranieroLo Straniero

    Caro dottor Gnocchi,
    mi permetta innanzitutto di complimentarmi con lei per la felice iniziativa di tenere una rubrica settimanale attraverso cui dare risposta ai molti interrogativi che in questi tempi di estrema confusione attanagliano le coscienze di noi cattolici. La ragione per cui ho deciso di approfittare a mia volta di questa opportunità non è il cercare la risposta a una precisa domanda. Le vorrei chiedere semplicemente un’opinione: come si sentirebbe di commentare il panorama attuale dei giovani cattolici? Per “giovani cattolici” non intendo specificamente i miei stretti coetanei, essendo nato il sottoscritto nella prima metà degli anni ’90, quanto più tutta la generazione a cavallo fra i 18 e i 35 anni. Quali sono, in particolare, i dubbi, i timori e le speranze che nutre nei nostri confronti, dal ministrante della Messa tridentina all’educatore di oratorio che vota il Partito Democratico (non che tutti gli educatori di oratorio votino quel partito, intendiamoci). Ringraziandola in anticipo per l’eventuale risposta, le porgo cordiali saluti e le assicuro un ricordo nella preghiera. SLGC!
    A.
    Caro A.,
    premettimi di darti del tu, visto che hai più o meno l’età dei miei figli. La tua lettera apre un capitolo lunghissimo che, in questo spazio, cerco di condensare in poche righe. Da qualche decennio va di moda la retorica del giovanilismo, che cade fatalmente nei due estremi: i giovani salvezza del mondo oppure quintessenza della depravazione.
    Caro Alessandro, il mondo dei giovani di oggi mi piace poco, ma so che la colpa è di altri. Il problema dei nostri giorni non è rappresentato dai giovani che non credono in nulla perché non hanno avuto nulla, ma dai vecchi che non credono più in nulla perché hanno buttato via ciò che hanno avuto in eredità.
    Se i giovani d’oggi convivono invece che sposarsi, se abortiscono invece che tenere i figli, se eutanasizzano i loro nonni invece che accudirli, dipende da chi ha cominciato ad accettare in loro comportamenti e pensieri che non avrebbe mai ammesso per se stesso.
    Mancanza di nerbo, mancanza di convinzione, mancanza di spirito di sacrificio. Caro Alessandro, mancanza di fede.
    ?FUORI MODA?. La posta di Alessandro Gnocchi ? rubrica settimanale | Riscossa Cristiana

    La posta di Alessandro Gnocchi – rubrica del martedì
    … c’è un magistero romano che è meglio ignorare… è legittima difesa. La preghiera dei fedeli (?), e altro: mi rendo conto che non è sempre facile trovare una Messa in rito antico, ma, quando è possibile, conviene sforzarsi di farlo anche a costo di macinare chilometri a fatica: ne va della gloria che dobbiamo tributare a Dio e della salvezza della nostra anima, checché ne dica la “Preghiera degli infedeli”.
    sono pervenute in Redazione:
    Caro Alessandro Gnocchi,
    ho letto la sua ultima rubrica e l’ho trovata molto chiara e molto utile, oltre che molto condivisibile. Mi manca solo un’altra indicazione: se è vero, come è vero, tutto quello che dice, come dobbiamo comportarci quando parla papa Francesco?
    Duilio Paltrinieri
    Caro Paltrinieri,
    dopo aver seguito per doveri di cattolicità e per doveri d’ufficio le imprese di Bergoglio, sono giunto alla conclusione di ignorare completamente il suo magistero, mediatico e non. Dai Tischreden [In italiano “Discorsi a tavola”. E' una raccolta di detti di Martin Lutero] di Santa Marta ai pronunciamenti d’alta quota, passando per discorsi ed encicliche, faccio come se non ci fosse. Tanto, quel poco di cattolico che, per scelta o per caso, c’è dentro, lo conosco già. Il resto è solo dannoso.

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    Predefinito Re: Il Verbo di Dio si è fatto carne

    Comunione a tutti? Il Sacro Cuore dice no
    Sui giornali del 25 febbraio, nei resoconti della messa da Requiem per la sepoltura del regista di teatro Luca Ronconi, celebrata nella piccola parrocchia umbra di Civitella Benazzone, si legge che il parroco al momento della comunione ha detto: “Chi non è battezzato o non è cristiano, non può fare la comunione”, e che tali parole “hanno gelato i presenti, creato imbarazzo e qualche mormorio”.
    Ecco l’ennesimo sintomo di quale sia l’idea corrente della comunione eucaristica e di come la proposta di dare la comunione ai divorziati risposati dipenda in buona misura proprio da questa riduzione dell’eucaristia a semplice gesto di amicizia, da estendere doverosamente a tutti.
    Ma l’idea della comunione non è stata affatto questa, fino a poco tempo fa, nemmeno nell’Occidente secolarizzato. E non lo è tuttora per una larga parte dei fedeli di tutto il mondo, dove continua a valere la visione classica dell’eucaristia.
    Quelli che seguono sono alcuni appunti che un valoroso prete italiano in terra di missione ha scritto sul suo taccuino, riflettendo sulla distanza abissale che intercorre tra certi indirizzi teologici e pastorali e la devozione della gente comune.
    SACRO CUORE DI GESÙ AIUTACI
    Mi sembra che fino ad ora sulla comunione ai divorziati risposati il dibattito sia rimasto chiuso nei due poli della dottrina e della pastorale.
    Ma la nostra fede cattolica non è composta solo di questi due elementi. L’ascetica, la mistica, le devozioni dove le abbiamo lasciate?
    La dottrina la studiano i teologi che saranno forse un migliaio. La pastorale la impostano il papa, i vescovi, i pastori d’anime che saranno forse un milione.
    Ma l’ascetica e la mistica e le devozioni le praticano i cristiani semplici che saranno forse un miliardo.
    Di devozioni ne sono sorte molte e tra queste parecchie sono state riconosciute e approvate dal magistero della Chiesa: il rosario, il Sacro Cuore di Gesù, il Cuore Immacolato di Maria, le Quarant’Ore, la Via Crucis e tante altre ancora.
    Addentrandosi in questa abbondanza di devozioni il cristiano viene aiutato moltissimo a sentire il soprannaturale e a trovare le consolazioni necessarie per la sua vita immancabilmente seminata da prove, gioie, trepidazioni.
    Mi vorrei soffermare sulla devozione al Sacro Cuore di Gesù.
    Margherita Maria Alacoque, nata e morta in Francia tra il 1647 e il 1690, entrata nel monastero della Visitazione di Paray-le-Monial, ha avuto molte apparizioni e rivelazioni nell’arco di 17 anni a cominciare dal 27 Dicembre 1673.
    Gesù appare a questa suora e mostra sempre il suo cuore come lo vediamo nei dipinti. Un cuore con in cima una piccola croce avvolta da una fiamma. Il cuore è circondato da una corona di spine. Il simbolo parla molto chiaro. Un cuore che arde di amore ma che soffre terribilmente per le spine che vi sono conficcate.
    Tra le dodici promesse raccolte da Gesù nel corso delle apparizioni fa spicco quella che dice:
    “A tutti quelli che per nove mesi consecutivi si comunicheranno al primo venerdì d’ogni mese io prometto la grazia della perseveranza finale. Essi non moriranno in mia disgrazia, ma riceveranno i santi sacramenti, ed il mio Cuore sarà per loro sicuro asilo in quel momento estremo”.
    Margherita Maria Alacoque voleva tenersi per sé tutte queste rivelazioni ma il suo confessore, padre Claude de la Colombière, poi proclamato santo, la obbligò a scrivere tutto quello che aveva ricevuto.
    Claude de la Colombière era un membro della Compagnia di Gesù. E fu grazie a lui e a tanti altri suoi confratelli gesuiti che questa devozione ebbe un impulso grandioso e universale (nell’illustrazione, il Sacro Cuore con sant’Ignazio di Loyola e san Luigi Gonzaga). Ma purtroppo ai giorni nostri tanti membri di questa stessa Compagnia di Gesù sono paladini di un movimento che va nella direzione opposta.
    Sostenuta dai papi e approvata per la Chiesa universale, da 350 anni questa devozione è entrata nella vita pratica di moltissimi cristiani.
    Tantissime chiese e parrocchie sono state intitolate al Sacro Cuore di Gesù, per avere la protezione da lui promessa.
    Nel mio paese di missione abbiamo otto parrocchie intitolate al Sacro Cuore. Una di queste è la mia ultima, in un luogo molto difficile dove ho avuto le prove che il Sacro Cuore ci ha protetti.
    Sulla base dell’altra promessa che dice: “La mia benedizione si poserà sulle case dove sarà esposta ed onorata l’immagine del mio Cuore”, in moltissime case è esposta l’immagine del Sacro Cuore, anche tra persone appartenenti ad altre religioni.
    Traggo da tutto ciò alcune considerazioni.
    Il Corpo di Cristo. Scopriamo attraverso queste rivelazioni che Gesù dà una grande importanza al dono che ci ha fatto dell’eucaristia, di questo suo Corpo di Cristo, e soffre terribilmente per il fatto che persino i cattolici non gli diano questa importanza. Da qui mi vengono alcune domande. La devozione al Sacro Cuore di Gesù va d’accordo con le nuove teorie di “apertura” riguardo la comunione? Se queste teorie fossero approvate non dovremmo allora buttare a mare il povero san Thomas More e tutti i martiri del tempo dello scisma anglicano? Non è che dovremmo cestinare anche tutta la devozione al Sacro Cuore con i suoi 350 anni di fede e pratica cristiana? Chi avrà il coraggio di andare contro anche al Sacro Cuore?
    Misericordia. Anche nella devozione al Sacro Cuore si parla molto di misericordia, ma in tutto un altro senso di come se ne parla nel dibattito per dare la comunione ai risposati. Qui è una faccenda di dolore da parte di Gesù, perché quelli che dovrebbero amarlo invece l’offendono. Anzi è Gesù che chiede in elemosina un po’ di misericordia da parte degli uomini e che si accontenta di un giorno di festa e di una comunione fatta bene per sentirsi amato.
    Mistica. Da questo humus mistico sono nate la devozione al Sacro Cuore come tante altre devozioni. Ma allora io mi chiedo da quale altra sponda e da quale altra mistica nasca questo movimento che si dice di “apertura” verso comportamenti che non mi pare proprio siano in sintonia con l’ascetica, la mistica e la morale cristiana. Queste teorie vengono da qualche libro e da qualche teologo. Ma non mi risulta che dal soprannaturale ci sia venuta nel passato qualche rivelazione mistica che abbia sostenuto simili teorie. Oso anche dire che probabilmente non ne verranno nemmeno nel futuro. Ed allora con quale sicurezza si ha il coraggio di capovolgere tutta la dottrina e la mistica e l’ascetica di millenni di cristianesimo?
    Cattolicesimo. Ho l’impressione che tanti sono stanchi di essere cattolici. Quando invece il cattolicesimo è una realtà unica di cui dobbiamo essere felici e fieri. Abbiamo sette sacramenti mentre i protestanti ne hanno solo uno che è il battessimo. Tra questi sacramenti la confessione è un dono immenso che ci dà la pace. Il Corpo e Sangue di Cristo ci fanno diventare una cosa sola con la seconda persona della Trinità. Abbiamo il sacerdozio celibe che è il mezzo più appropriato per amministrare la grazia. Abbiamo, unico in tutto il mondo, il matrimonio sacramentale che è la miglior celebrazione della cosa più importante che c’è al mondo e che è l’amore. Perché guardarci in giro e invidiare gli idoli e le effimere pompe che presenta il mondo?
    Comunione a tutti? Il Sacro Cuore dice no ? Settimo Cielo - Blog - L?Espresso

    Il caso dell’insegnante di religione del Liceo Cardano di Milano. La Curia ambrosiana ha respinto il ricorso presentato al Card. Scola, confermando il decreto di revoca
    Si è chiusa nel peggiore dei modi una vicenda in cui la Chiesa milanese ha purtroppo recitato una parte ricca di ambiguità. I risultati concreti sono dannosi non solo per il diretto interessato, ma in genere per gli insegnanti di religione cattolica, più che mai nel mirino anche del “fuoco amico”. E se ne è parlato anche all’estero…
    di Paolo Deotto
    I nostri lettori conoscono la vicenda del prof. Giorgio Nadali, insegnante di religione al Liceo Cardano di Milano, finito al centro di una polemica suscitata da Repubblica, che in un articolo parlava di studentesse “scioccate” (particolare inventato) dalla visione in aula del famoso video “L’urlo silenzioso”, nel quale vengono mostrate dal vivo alcune fasi di un aborto.
    L’articolo su Repubblica mise in moto un curioso meccanismo di piena collaborazione e insolita tempestività tra l’autorità religiosa, rappresentata dalla Diocesi ambrosiana, competente all’abilitazione degli insegnanti di religione cattolica, e l’autorità civile, rappresentata dal preside del Liceo Cardano.
    Stamane abbiamo appreso che la Curia, a firma del Vicario episcopale Mons. Tremolada, ha respinto il ricorso che il prof. Nadali aveva presentato contro il provvedimento di revoca all’abilitazione all’insegnamento, rendendo così definitiva tale revoca. Abbiamo letto la comunicazione di Mons. Tremolada e la lettura non ha fatto altro che confermare tutte le perplessità che da subito avevamo espresso in merito a questa vicenda.
    Venendo alla sostanza, si scopre che è proprio questa che manca. Viene ribadito quanto già aveva affermato il Servizio Insegnamento Religione Cattolica, ossia che il video in questione è solamente “uno degli elementi presi in considerazione” per revocare l’abilitazione all’insegnamento. Si fa riferimento ad “elementi che Lei ben conosce e che riguardano tutti gli anni del suo insegnamento”. Ci si guarda bene però dallo specificare quali siano tali “elementi”, che devono evidentemente essere di alta gravità, per provocare addirittura la revoca all’insegnamento. Ma qui, come suol dirsi, il cane si morde la coda, perché se esistevano elementi così gravi, come mai la Curia ha permesso a un insegnante di andare avanti per ben ventisei anni – dicasi ventisei – senza mai sentirsi in dovere di aprire procedimenti disciplinari di alcun tipo?
    Si afferma che il competente servizio della Curia ha “tenuto aperto il dialogo in ogni momento del suo insegnamento”. E allora torniamo al discorso di prima: un dialogo evidentemente aperto da 26 anni, senza che mai si rendessero necessari provvedimenti disciplinari, come mai solo ora si conclude con la revoca dell’abilitazione, in conseguenza di una presunta incapacità didattica? Se ne potrebbe dedurre che non ci siano stati né dialogo né vigilanza, ma soprattutto che non ci siano mai stati motivi per censurare l’operato del prof. Nadali.
    Comunque il discorso sul video viene ripreso per contestare al professore il fatto di averlo fatto vedere agli alunni (giovani sui 16 – 17 anni) senza il consenso delle famiglie. Questo fatto era già accaduto, lo scorso anno scolastico, ad opera dello stesso insegnante nella stessa scuola e ad opera di molti altri insegnanti in tante altre scuole, senza mai suscitare provvedimenti da parte della Curia.
    Ora, se vogliamo credere alle fiabe possiamo credere che solo per pura coincidenza il provvedimento di sospensione, e poi di revoca, del prof. Nadali, è stato preso poco dopo la pubblicazione dell’articolo di Repubblica. Il dato di fatto indiscutibile è comunque questo: questo video è già stato proiettato in tante altre scuole e non solo dal prof. Nadali, ma anche da altri insegnanti di religione cattolica. Solo in questo caso però è intervenuta Repubblica, e la Curia si è improvvisamente risvegliata. Tutte coincidenze? Ma allora, se coincidenze sono state, perché Mons. Tremolada non specifica quei misteriosi “elementi che lei ben conosce”?
    Se Mons. Tremolada facesse queste meritorie specifiche – ma evidentemente non è in grado di farle – potrebbe spazzare via le pesanti ombre che gravano a questo punto sulla Curia milanese. Infatti anche l’osservatore più disattento può notare che: Repubblica protesta; la Curia subito risponde. Se Repubblica non avesse parlato di quel famoso video, non avesse inventato di sana pianta lo “choc” subito da delicate studentesse, la Curia cosa avrebbe fatto? È verosimile pensare che non avrebbe fatto nulla.
    A questo punto sembra che la preoccupazione maggiore della Curia sia quella di non aver seccature con le autorità scolastiche. Il prof. Nadali voleva far capire bene ai suoi allievi la gravità dell’aborto, e tra le altre cose ha fatto uso anche di quel video. Ora, la posizione della Chiesa non è forse di assoluta condanna dell’aborto? E qui invece vediamo la Curia agire tempestivamente dopo che un insegnante ha “disturbato” su un tema così scottante, visto che l’aborto viene ormai considerato un “diritto” indiscutibile della donna.
    Repetita iuvant: è inutile che la Curia adesso invochi anche presunte incapacità didattiche del prof. Nadali. Invocandole fa una pessima figura, perché evidentemente questo insegnante così incapace ha potuto imperversare a scuola per ben ventisei anni! E allora, la vigilanza della Curia come funziona? Solo su segnalazione di “Repubblica”?
    Nel frattempo la vicenda ha superato i confini nazionali: https://www.lifesitenews.com/news/mi...dents-pro-lifehttps://www.facebook.com/CatholicTod...990304923659:0Vox Cantoris: Milanese Curia strips Catholic teacher of license for showing The Silent Scream .
    Con quale giovamento in termini di “immagine” per la più importante Diocesi del mondo, è facile capire…
    E per chiudere vorremmo sottolineare che il prof. Giorgio Nadali aveva scritto personalmente al Card. Scola. Era una lettera assolutamente rispettosa, da buon cattolico. È davvero un peccato che il Cardinale non abbia ritenuto di dar personalmente alcun riscontro al prof. Nadali, che tra l’altro chiedeva anche un incontro.
    Vorremmo sottolineare anche che in passato alcune lamentele pervenute riguardavano proprio il fatto che il prof. Nadali ribadiva il Magistero della Chiesa, in particolare per le delicate questioni morali e bioetiche. Mai la Curia ha ricevuto lamentele per comportamenti censurabili del prof. Nadali. E qui torniamo al discorso di prima: perché Mons. Tremolada non si sente in dovere di specificare con chiarezza quei misteriosi “elementi che Lei ben conosce”? Perché in ventisei anni di insegnamento il prof. Nadali non ha mai subito alcun provvedimento disciplinare? Perché solo ora si scoprono le sue “colpe”, senza peraltro specificarle? Come si vede, si continua a ruotare sulle stesse domande, che non hanno risposta. E allora si ritorna inevitabilmente a una considerazione legittima: le risposte non vengono date, perché non ci sono.
    Guardando ai dati di fatto, che sono gli unici che contano, possiamo solo dedurre che il prof. Nadali era un gran seccatore, che ha rotto l’armoniosa “collaborazione Chiesa – mondo”. Ha voluto spiegare con decisione e chiarezza che l’aborto è un male e in tal modo ha disturbato il quieto vivere. E ora si trova inabilitato, dopo ventisei anni, all’insegnamento della religione cattolica.
    Una vecchia massima, che non appartiene certo alla tradizione cattolica, bensì a quella leninista, recita che bisogna “colpirne uno per educarne cento”. Gli insegnanti di religione sono avvertiti: state buoni, volate basso, tirate a campare e avrete vita tranquilla. Ma se invece vorrete insistere sull’insegnamento che la Chiesa ha sempre dato, specie sui temi più scottanti, quali quelli morali e bioetici, andate a scuotere gli splendidi equilibri che sembrano diventati ormai primari in una Chiesa che non parla più di peccato, non parla più di morale, perché questi argomenti sono troppo “scottanti”.
    In Sicilia una certa società “onorata”, ma non molto, ammoniva che “chi è cieco, sordo e tace, vive cent’anni in pace”.
    Siamo davvero edificati.
    Il caso dell?insegnante di religione del Liceo Cardano di Milano. La Curia ambrosiana ha respinto il ricorso presentato al Card. Scola, confermando il decreto di revoca* ?* di Paolo Deotto | Riscossa Cristiana

    Cardinali che invitano a leggere Lutero
    Cristina Siccardi
    «Dopo cinquant’anni di dialogo ecumenico, anche per un cristiano cattolico è possibile leggere con rispetto i testi di Lutero e trarre vantaggio dalle sue idee».
    Questa non è la dichiarazione di un protestante e neppure di un prelato protagonista di un romanzo sulla “fantachiesa”, ma del Cardinale Arcivescovo di Monaco e Frisinga Reinhard Marx, Presidente della Conferenza episcopale tedesca, nonché coordinatore del Consiglio per l’economia istituito dal Papa, il quale ha esternato le sue sconcertanti considerazioni in un articolo pubblicato sul periodico “Politik & Kultur” del 2 gennaio scorso.
    Dunque, seguendo il pensiero marxiano, Pontefici, cardinali, vescovi, teologi, santi, martiri per la fede…. compreso tutto il Concilio di Trento, dovrebbero essere cancellati con un colpo di spugna perché, secondo questa soggettiva opinione, «Lutero deve fare da ispiratore alle grandi riforme – spirituali e di governo – che attendono la chiesa nei prossimi anni. Una sorta di bussola che orienti la chiesa, insomma. Dopotutto, il monaco agostiniano “non aveva lo scopo di dividere la chiesa” e, anzi, si può dire – come ha fatto il cardinale Kurt Koch nei mesi scorsi – che “nonostante la data del 1517 sia stata usata e percepita come anticattolica, Lutero a quel tempo poteva considerarsi ancora un cattolico”» (Matteo Matzuzzi “Il Foglio” 8 gennaio 2015).
    L’influsso di Lutero sul cardinale Kasper è fin troppo noto. In un nuovo libro dedicato a Papa Francesco, di cui “L’Osservatore Romano” ha pubblicato ampi stralci, il porporato tedesco situa l’attuale Pontefice in una linea di santi e dottori della Chiesa che includono Martin Lutero.
    In fondo l’intento del “perseguitato” Lutero era solo quello di «richiamare l’attenzione su ciò che oscurava il messaggio del Vangelo». Misericordia e tenerezza per Lutero, spietatezza contro chi continua a condannare l’eresiarca tedesco. Fra due anni si apriranno per i luterani le grandi celebrazioni dei 500 anni della fondazione della nuova religione, ma l’evento è attesissimo anche da chi ambisce alla progressiva protestantizzazione della Chiesa di Roma, per esempio: il Cardinale Marx, il Cardinale Kurt Koch, il Cardinale Walter Kasper e Hans Küng, professore emerito di teologia ecumenica all’Università di Tubinga.
    Il 31 ottobre del 1517 Martin Lutero affisse sulla porta della chiesa di Wittenberg le celebri 95 tesi contro le indulgenze papali. Leone X gli scrisse, chiedendogli di ritrattare le sue idee. Lutero, come gesto di rifiuto, bruciò pubblicamente la bolla papale. In seguito a questi fatti anche l’imperatore Carlo V gli intimò di rinnegare le sue dichiarazioni, ma senza ottenere nulla. Lutero proseguì sulla sua strada di ribellione al Vicario di Cristo, al Capo della Chiesa e a Dio. Invitiamo a leggere la biografia di quest’uomo tormentato che dichiarò guerra a Roma e infierì sul Corpo mistico di Nostro Signore, per comprendere che si è di fronte non ad un modello da prendere in considerazione, ma ad una terribile tentazione.
    Il cardinale svizzero Koch, Presidente del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, partecipando lo scorso ottobre alla Conferenza della Federazione luterana mondiale, aveva anticipato la presa di posizione di Marx. Mezzo millennio è trascorso dalla Rivoluzione luterana e invece di gloriare la Chiesa tridentina e la Controriforma con i suoi campioni, come san Carlo Borromeo, sant’Ignazio di Loyola, san Filippo Neri – del quale si festeggiano proprio quest’anno i 500 anni dalla nascita – si propone un “maestro” come l’apostata Martin Lutero, dal quale la Chiesa ne uscirebbe sguarnita ed indifesa più di quello che è oggi.
    Quale giovane troverebbe ancora le ragioni per farsi sacerdote? Nell’articolo apparso su “L’Osservatore Romano” del 4 gennaio 2015, dal titolo Leggere Lutero con rispetto (http://vaticanresources.s3.amazonaws...5_002_0401.pdf), è stato ripreso il pensiero del cardinale Marx, ovvero che «Lutero non puntava alla divisione della Chiesa, ma con i suoi sforzi di riforma voleva attirare l’attenzione sulle cose che non andavano bene e che oscuravano il messaggio del Vangelo». Secondo il porporato l’analisi della storia della Chiesa durante l’età della Riforma «ha contribuito in maniera determinante a una valutazione sobria degli eventi del XVI secolo, soprattutto alla consapevolezza che Lutero era radicato nella pietà del suo tempo e ha avviato un processo di cambiamento del pensiero cattolico».
    Il cardinale Marx dalle colonne del giornale del Consiglio Culturale tedesco “Politik & Kultur” ha elogiato la Riforma Protestante. Forse la Chiesa del XVI secolo avrebbe dovuto diventare tutta Protestante? Ciò che non avvenne all’epoca viene auspicato 500 anni dopo. Tuttavia è ancora valida la scomunica alle tesi luterane del Concilio di Trento (DS, 1559, n. 9) poiché Lutero ha operato una rottura insanabile tra natura e Grazia, indulgendo anche a tesi di tipo gnostico-manicheo, per le quali la natura è da considerarsi «irredimibile».
    In pratica, seppure si immagini un “riformatore” intenzionato a ricercare una fede più pura, alla fine ha negato quasi tutti i Sacramenti e le dottrine della Fede, della Speranza e della Carità. La Chiesa Una, Santa, Cattolica e Apostolica è stata sfidata dalle idee erronee e violente di Lutero e la Chiesa ha risposto con fermezza per ribadire le verità rivelate da Cristo e tramandate dai suoi Apostoli. Che cosa oggi la Chiesa avrebbe da imparare dal riformatore di Eisleben? Né dalla sua vita pubblica, né dalla sua vita privata, né tantomeno dalla sua teologia soggettiva.
    Nell’aprile del 1525 Lutero pubblicò l’Esortazione alla pace a proposito dei dodici articoli dei contadini di Svevia. In questo testo politico, con cui dimostrò di aver scelto definitivamente l’alleanza con i signori feudali, egli prendeva le distanze da quel movimento rurale, esortando i principi tedeschi alla soppressione delle «bande brigantesche ed assassine dei contadini». I suoi ordini ricordano quelli giacobini nei confronti dei cattolici vandeani:
    «Che ragione c’è di mostrare clemenza ai contadini? Se ci sono innocenti in mezzo a loro, Dio saprà bene proteggerli e salvarli. Se Dio non li salva vuol dire che sono criminali. Ritengo che sia meglio uccidere dei contadini che i principi e i magistrati, poiché i contadini prendono la spada senza l’autorità divina. Nessuna misericordia, nessuna pazienza verso i contadini, solo ira e indignazione, di Dio e degli uomini. Il momento è talmente eccezionale che un principe può, spargendo sangue, guadagnarsi il cielo. Perciò cari signori sterminate, scannate, strangolate, e chi ha potere lo usi». Quell’incitamento sanguinario, secondo le fonti dell’epoca, provocò 100.000 morti. Lutero, ottenendo ciò, garantì la sopravvivenza della sua Riforma-Rivoluzione.
    Cardinali che invitano a leggere Lutero | CR ? Agenzia di informazione settimanale

    Sono pervenute in Redazione:
    Caro dottor Gnocchi,
    sono una giovane cattolica confusa. Volevo raccontare due fatti e chiedere lumi. Sono sempre di più i preti che negano la Comunione in ginocchio. Anche a me è accaduto un mese fa che un prete, dopo molto tempo che mi dava l’Ostia in ginocchio, un giorno mi ha proibito di inginocchiarmi. La motivazione è stata “Perché io non voglio”, detto con una ferocia che mi ha lasciata di sasso. La seconda questione è il dilagare di suore e addirittura catechiste laiche che danno la Comunione mentre il prete sta a guardare. Ma è lecita questa cosa? A me non risulta, anzi mi sembra una mancanza di rispetto verso Dio. Io in questi casi non la prendo, ma vorrei sapere se faccio bene oppure no, perché forse sono in torto io. Tutti mi dicono che non importa chi dà l’Ostia, ma ho seri dubbi su questo…
    E un prete può rifiutarsi di dare la Comunione in ginocchio? Spero che voi possiate aiutarmi, perché non ci capisco più nulla, ma ricordo bene che quando ero piccola non era così. Grazie,
    Paola Bruzzone
    Caro Alessandro
    la chiamo per nome perché ormai lei è diventato compagno di viaggio e spesso punto di riferimento per me e mio marito. Volevo semplicemente raccontarle di come mi sono ritrovata a “macinare un po’ di strada” per andare alla Messa Vetus Ordo. Da tempo desideravo parteciparvi, ma parlando con un sacerdote nostro amico, ci sconsigliò perché disse “tanto indietro non si torna”. Io per prima fui presa dal dubbio. La Messa in latino… chi lo sa più? Ma ci andammo e ancora continuiamo. Non è un problema di latino, è tutto un altro rito. Non voglio banalizzare con sensazioni personali. Ma di certo non si tratta di tornare indietro. Lì c’è il cuore pulsante della Chiesa. Il non praevalebunt ha lì la sua forza. L’unica difficoltà è che non sempre posso andare per problemi familiari, e partecipare alla Messa “moderna” diventa difficile, il desiderio della Messa in rito antico diventa necessità. Con cordialità e gratitudine.
    Roberta
    Cara Paola e cara Roberta,
    ho pensato di unire le vostre due lettere perché, leggendole con attenzione, una è la risposta all’altra. Lei cara Paola, segnala una malattia gravissima e lei cara Roberta fornisce l’unico medicamento in grado di sconfiggerla. I mali che affliggono la Messa nuova, a cominciare dall’oltraggio sacrilego a Corpo, Sangue, Anima e Dignità di Nostro Signore realmente presenti nell’ostia consacrata sono guariti solo dal ritorno alla Messa antica.
    Cara Paola, alla Messa Vetus Ordo non troverà mai un sacerdote che, con ferocia, le ordinerà di mettersi in piedi per ricevere la comunione. Troverà invece un sacerdote che con garbata fermezza la inviterà a inginocchiarsi davanti a Dio nel caso lei intendesse rimanere in piedi. Ma, stia pure certa, questa tentazione non la sfiorerebbe neppure, visto l’ambiente in cui si trova e visto l’esempio devoto degli altri fedeli. Non sto a spiegarne i motivi, poiché ne ho già parlato due settimane fa in questa stessa rubrica. Qui vorrei solo ribadire che nessun cristiano è tenuto a subire un abuso o un sopruso commessi contro Nostro Signore, prima ancora che contro gli uomini. Ed è un abuso e un sopruso che il sacerdote si faccia da parte al momento della comunione per dare libero sfogo a suore e laici.
    Nell’istruzione “Memoriale Domini” del 1967, papa Paolo VI ribadì che l’Ostia deve essere ricevuta sulla lingua dicendo tra l’altro: “I Vescovi del mondo sono unanimemente contrari alla Comunione sulla mano. Deve essere osservato questo modo di distribuire la Comunione, ossia il sacerdote deve porre l’Ostia sulla lingua dei comunicandi. La Comunione sulla lingua non toglie dignità in nessun modo a chi si comunica. Ogni innovazione può portare all’irriverenza ed alla profanazione dell’Eucarestia, così come può intaccare gradualmente la dottrina corretta’. Il documento, inoltre, affermava: ‘Il Supremo Pontefice giudica che il modo tradizionale ed antico di amministrare la Comunione ai fedeli non deve essere cambiato. La Sede Apostolica invita perciò fortemente i Vescovi, i preti ed il popolo ad osservare con zelo questa legge”. Nel 1980, papa Giovanni Paolo II, nelle lettera “Dominicale Cenae” ribadiva che toccare il Santissimo Sacramento è “un privilegio degli ordinati”.
    Poi, però, davanti al diffondersi degli abusi, invece che reprimere l’errore, si cominciarono a fare delle piccole concessioni circostanziate che, come era ampiamente prevedibile, sono diventate regola universale. Non poteva andare diversamente perché l’uomo è fatto così: meno gli si chiede e meno fa, tanto nelle cose materiali quanto in quelle spirituali. Ed è strano che questo sfugga a uomini di Chiesa che l’uomo lo dovrebbero conoscere bene.
    Cara Paola, è chiaro che l’Ostia, una volta consacrata, rimane tale anche se la distribuisce un laico. Ma bisogna tenere conto del danno che questa pratica comporta, fino a svilire la presenza reale di Gesù nell’Eucaristia. Dunque, non è la stessa cosa se la comunione viene distribuita da un sacerdote o da un laico. Il consiglio è che, se intanto non può cambiare Messa, cambi almeno chiesa e ne cerchi una dove qualche forma cattolica viene ancora rispettata.
    Ma sarebbe molto meglio cambiare Messa, come ha fatto Roberta. La descrizione di ciò che ha trovato fin dall’inizio nella Messa Vetus Ordo non ha bisogno di aggiunte. E trovo particolarmente saggia e spiritualmente ben strutturata l’osservazione secondo cui “il desiderio della Messa in rito antico diventa necessità”. È proprio così, cara Roberta, ma bisogna tenere conto di un fatto che ho constatato con l’esperienza di anni: quel “desiderio” non nasce in tutti. Nasce solo in anime ben disposte, ben formate e visitate dal Signore. Anime che, magari, della Messa Vetus Ordo non avevano mai sentito parlare. In poche parole cara Roberta, è una grazia davvero grande di cui dobbiamo rispondere direttamente a Chi ce l’ha data. E non è una responsabilità da poco.
    .
    Caro Gnocchi,
    ho sentito la trasmissione di Adinolfi a Radio Maria. Mi è sembrato che abbia detto delle cose corrette, e tra l’altro ha parlato con molta chiarezza. Sono d’accordo con voi sul fatto che il personaggio non è un “esempio” per la sua situazione di famiglia, però quello riguarda la sua vita privata. Se le sue trasmissioni a Radio Maria andranno avanti così, almeno trasmetterà dei messaggi positivi. Non le sembra quindi che sia ingiusto criticarlo, quando poi ci sono persone che magari hanno situazioni “regolari” nella vita privata, ma poi sostengono tutte le teorie pazze che sappiamo sulla famiglia, sull’aborto? La ringrazio e la saluto.
    Francesco Giuffrida
    Caro Giuffrida,
    mi pare che lei stia facendo un po’ di confusione e che il suo ragionamento sia più o meno questo: meglio una persona che predica bene e razzola male piuttosto che una persona che predica male e razzola bene. Tradotto così penso sia chiaro anche a lei che non si tratta di un’alternativa molto cristiana. Di questi tempi, impasticcati di cosiddetto “sano realismo” e di “male minore”, troppi cattolici fanno i conti col bilancino tra il predicare e il razzolare, ma la morale cristiana non è stata prodotta in farmacia, arriva direttamente da Dio.
    Non ho sentito la trasmissione di Adinolfi e non ho motivo per mettere in dubbio che abbia detto cose buone. Trovo disdicevole che un organo di informazione cattolico dia spazio a cattolici, perché tale è Adinolfi, che pontificano magnificamente su argomenti che nella loro vita trasgrediscono pubblicamente.
    In tal modo si finisce per dire all’ascoltatore che una cosa è la dottrina e un’altra cosa è la pratica. Insomma, la solita distinzione tra dottrina e pastorale che va di moda da tanto tempo e che, sotto il pontificato di Bergoglio, è diventata un vero e proprio mantra, anzi la cifra di un “nuovo cristianesimo”. È la realizzazione dell’immagine, così fortunata nella sua stoltezza, della Chiesa come ospedale da campo, dove c’è posto per tutti senza andare troppo per il sottile. Però poi, caro Giuffrida, non viene curato nessuno.
    Forse sarebbe stato meglio chiamare il dottor Adinolfi e spiegargli che la sua situazione familiare non è in regola secondo la dottrina e la morale cattolica e quindi deve porvi riparo attraverso tutta l’assistenza e l’amore che può dare una pastorale che segua la dottrina. Una volta fatto questo, il dottor Adinolfi sarebbe pronto per pontificare, spiegando, tra l’altro, che è possibile cambiare vita. Invece, sotto i fumi della teoria della Chiesa ospedale da campo, non solo si fa posto a tutti, ma i malati e i feriti si trasformano in medici. Lei, caro Giuffrida, si farebbe curare in un ospedale del genere?
    Capisco se padre Livio, che deve essere uno che ama l’azzardo, avesse affidato al suo nuovo campione una trasmissione sul gioco del poker. Adinolfi stesso dice di essere così bravo da aver vinto al gioco i soldi per mettere su un quotidiano. Ecco, caro Giuffrida, in questo Adinolfi ha, è il caso di dirlo, le carte in regola per tenere insieme teoria e pratica, ovvero, in termini che ci si sono abituali: dottrina e pastorale. Sulle questioni che riguardano la famiglia, non ancora.
    ?FUORI MODA?. La posta di Alessandro Gnocchi ? rubrica del martedì | Riscossa Cristiana

    Ancilla Hominis. La Chiesa è il corpo mistico dell’uomo?
    Ilaria Pisa
    Appassionato e politicamente scorrettissimo, Danilo Quinto si appella al Pastor Pastorum perché non scenda a patti coi lupi. Un’opera imprescindibile per orientarsi negli odierni marasmi e miasmi pseudocattolici.
    Premessa. Qui si parla di Chiesa, di Papi, di Cristianesimo. Se cercate libri sorridenti, accomodanti, se pensate di vivere nel meno peggio dei mondi possibili, se credete che il Cattolicesimo romano sia un sentimento, se da quell’acerba primavera 2013 vedete tutto più rosa e il vostro sogno è un selfie in Vaticano con il Pontefice regnante, non disturbatevi oltre a leggere: questo libro non fa per voi.
    Se invece preferite le mani giunte ai pollici che fanno “ok” e i “visi inespressivi” di chi recita il Rosario ai pasciuti ceroni televisivi, e se in questi ultimi mesi vi si è affacciato alla mente qualche scomodo dubbio cattolico poco mainstream, ecco il libro che fa decisamente per voi.
    Anche l’autore fa per voi. Perché Danilo Quinto non è uno scrittore cattolico qualunque, ma un uomo che ha vissuto il dramma e la grazia, in tutta la ricchezza delle sue sfumature, di una conversione matura e radicale – sì, il doppio senso è voluto – che lo rende un testimone eccezionale, una costante fonte di edificazione per chi lo legge, ed anche un osservatore privilegiato per la situazione della Chiesa. Per lo zelo che gli dà la Grazia, e per l’acume che gli diede la Natura.
    Danilo Quinto sa che la salvezza non è uno scherzo, e che l’àncora gettatagli, a cui si è saldamente appigliato, vale parecchio: quanto l’anima. Un valore infinito. Figuriamoci che valore possono avere tutte le anime di tutti gli uomini che in questo momento vivono, muoiono, credono o bestemmiano su questa terra: infinito, come infinito è il prezzo del Sangue di Nostro Signore. Ma se la Chiesa, questa Madre nel cui grembo l’Autore si è gettato riconoscente, è da decenni indebolita e strapazzata proprio da chi dovrebbe guidarla e proteggerla? Come si può tacere, se la propria Madre è tradita e umiliata? Se le è reso arduo badare ai suoi figli, salvare le loro anime?
    Tutti i quadretti a tinte pastello che i mass media hanno creato intorno alla figura di Jorge Mario Bergoglio dopo la sua elezione al Soglio pontificio, sono da Quinto soppesati, comparati a millenni di Sacra Scrittura e di dottrina infallibile, e alfine smontati con metodo e pacatezza. La passione nel difendere la Chiesa non deve infatti rendere scomposti: e i nudi fatti, la trama sostenuta dall’ordito delle argomentazioni dell’Autore, disarmano anche il lettore prevenuto e gettano sulla “luna di miele” Papa-mondo un’ombra estremamente inquietante. Con radici tuffate nella storia ecclesiale di almeno cinquant’anni.
    Alle strette maglie di Ancilla Hominis (Edizioni Radio Spada, Milano 2015) non sfugge nulla: dalla telefonata di Francesco a Marco Pannella agli imbarazzanti applausi dei massoni, dalle interviste su La Civiltà Cattolica alle strizzate d’occhio alla teologia della liberazione, dagli equivoci sul “dialogo” e sul “non giudicare” agli scivoloni in campo ecumenico. La realtà è impietosa e Quinto la razionalizza, ma non l’addolcisce.
    Per alcuni il pontificato di Francesco ha realizzato una rivoluzione copernicana nella Chiesa, e finalmente un “eppur si muove” avrebbe scalfito il rigido immobilismo di questo “monolite” sopravvissuto ai millenni e alle persecuzioni. Ma il libro di Danilo Quinto indica che non c’è maggior rivoluzione di un “eppur rimane”, di un fulcro stabile del mondo, di una pietra angolare e di scandalo: stat Crux, dum volvitur orbis.
    Contravveleni e Antidoti: Ancilla Hominis. La Chiesa è il corpo mistico dell?uomo? (di Ilaria Pisa)


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    Predefinito Re: Il Verbo di Dio si è fatto carne

    Il sorriso di Ercolino
    di Antonio Margheriti Mastino
    Certe volte la domenica vado in questa parrocchia romana, della quale per ovvie ragioni taceremo il nome: una delle tante che si somigliano. L’edificio è anni ’50. E sono costernato da questo spazio disadorno, dall’arredamento sacro dozzinale, dai microfoni gracchianti e a tutta birra che rompono i timpani propalando prediche logorroiche e sfibranti ma che non quagliano mai: parole parole parole. Che ti rubano il diritto ad ascoltare il silenzio di Dio, mentre avverti il soffio lieve dello Spirito. Mi opprime questo sentore generale di squallore e incuria. Solo mi consola la certezza che quelli lì sono dei buoni preti, nonostante tutto: ci credono. E fanno quel che possono, come possono.
    Quando arriva il momento della comunione, tutti si alzano a prenderla, salvo io e qualche altro reietto. E allora mi chiedo: possibile che sia rimasto l’unico peccatore di questo quartiere? Possibile che non ci stanno, solo in questo quartiere, divorziati risposati, donne che abortiscono, gente con odio in corpo, ladri e truffatori d’ogni risma? Solo io son rimasto? E che avrò fatto mai di tanto abominevole! Cose che turbano la mia pace durante la liturgia. E lì ti domandi a che servono ‘sti sinodi quando poi, a prescindere, tutti prendono la comunione, con o senza grazia di Dio.
    Mi disse un sacerdote di zona: «Siamo rimasti davvero in pochi e c’è da cominciare tutto daccapo: abbiamo bisogno d’aiuto e a questo dovreste servire voi laici più formati e coscienziosi. Ma oltre a crearci solo problemi, oltre a scambiare l’essere operai nella vigna con il voler “comandare” in sacrestia, oltre questo pure voi avete dimenticato che non di sole parole vive e s’evangelizza l’uomo: lo si fa anche con l’esempio.» L’esempio delle nostre vite, rapportate all’altro: il mondo ha bisogno più che di maestri, di testimoni. Già! Lo dico pure al prete. Ma sempre alle parole stiamo, per quanto edificanti.
    Il quale in effetti mi chiede: ma sapete ancora voi laici come si diventa “testimoni”? Testimoni della speranza cristiana. Bah, dico, essendo devoti, pregando con zelo, vivendo coerentemente: non era Benedetto XVI a dire che la Chiesa non è stata mai rinnovata dai disobbedienti ma dai santi? Sì, mi dice, anche, “ci mancherebbe”. Ma non basta. «Questo serve ad essere chiesa dentro la chiesa, ed è fondamentale, è la base.» Ma poi, fuori? Come si può comunicare questo “stato di grazia”?
    «La risposta è il povero Ercolino: lui forse non lo sa, ma Ercolino è testimone della speranza che è in noi. Osserviamolo e facciamo come lui».
    Osservo per giorni Ercolino: è un povero vecchio, zoppo, con un bastone, piccolo, sdentato, mezzo deforme, miope, con difficoltà a parlare, di pelo rossastro e rosse sono le sue guance e il nasone. Uno scarabocchio di Dio. E un uomo apparentemente solo.
    Ora però Ercolino è anche uomo di chiesa, non c’è messa che si perda, non c’è vangelo che non ascolti memorizzi e interiorizzi, non c’è volta che passando davanti il santo edificio mentre va a fare le sue piccole spese quotidiane (un pezzo di pane, una busta di latte, dei biscotti, un farmaco) non si faccia il segno della croce e mandi “un bacio volante” a quel che la chiesa nello scrigno del suo cuore conserva.
    Ercolino è un uomo felice. Non ha niente, la natura gli ha negato tutto, ma è felice. Si accontenta di piccole cose, a orari fissi, al bar: un bicchiere di solo latte tiepido e questo è tutto, non prende altro.
    Ercolino, soprattutto, sorride sempre; celia, fa battute urbane galanti e gentili a tutte le ragazze e signore che hanno imparato a riconoscerlo; è saturo di un’ironia mite e antica, inoffensiva: piena di passione e compassione per gli esseri umani.
    Ercolino è povero ma dispensa ricchezza a tutto il quartiere: perché vede tutti, sorride a tutti, a tutti rivolge la parola e una battuta. E sorridendo e scherzando, rimbrotta anche quando vede qualcosa di storto, ma non si serve di proverbi ché sono sempre così saccenti, usa il Vangelo: «Dice il Signore…» ed è così che a tutti ricorda qual è la fonte della sua gioia così “ingiustificata”; così rende noto il Vangelo, e così nel suo piccolo è apostolo della nuova evangelizzazione: è egli stesso, con tutta la sua persona, infelice fuori e serena dentro, Testimone: testimone della speranza che è in lui. E che lo divora come una candela la fiamma, che dà luce e calore tutt’intorno e dentro.
    Perché tutti sanno che Ercolino è uomo di Chiesa, ma soprattutto è uomo di Dio: Ercolino è testimone e santo, e non c’è macchia, c’è innocenza in questo “piccolo” di Dio, al quale tante cose grandi sono state in semplicità rivelate. È un uomo che dovrebbe essere infelice e piegarsi su se stesso a commiserarsi ma che invece si stacca da se stesso e guarda i cieli e l’implora ridendo: beh, non c’è evangelizzatore e testimone più potente. La gente che passa, pensa e dice: «Vedi Ercolino: vorrei essere come lui». Perché Ercolino è felice. Felice che Dio c’è. Felice della vita che gli ha dato. Felice persino del suo corpo infelice. Felice della morte che verrà.
    Allora ho avvicinato Ercolino, e gli ho chiesto: ma perché sei felice della tua vita? «Perché se non fossi nato, non avrei potuto sorridere. A tante creature infelici, dire una parola buona a chi ne ha bisogno. Perché essendo nato posso godermi anche qui le grazie di Dio. Oggi forse, con tutti quegli esami che fanno alle donne incinte, mi avrebbero abortito, perché, dicono, un figlio come me può solo soffrire. È gente infelice quella che pensa così». Poi mi fissa, e mi sorride, ma ammonendomi: «Dice il Signore: Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo.» Ci strapperà il cuore di pietra ci donerà un cuore di carne. Come ad Ercolino.
    Incantato, certe volte, lo vedevo sorridente osservare degli sposi che uscivano dalla chiesa, delle madri con un pargolo in braccio, due fidanzati che si baciavano, e questo lo potevo capire. Non capivo perché però sorridesse anche vedendo un morto uscire dalla chiesa.
    Glielo domandai. Scosse la testa, come a dire, “non hai capito niente”. «La gente pensa che pregare sia solo chiudersi in se stessi, in casa o in chiesa con un rosario e mormorar giaculatorie. Anche questo… », traballante sulle gambe, si tirò fuori bruscamente un rosario dalla tasca e lo baciò con devozione, anzi: passione, e lo ripose, «ma non basta.» Che altro? «Dobbiamo fare di tutta la giornata, della nostra vita una preghiera.» E come? Scosse ancora la testa: «Quando vedi degli sposi uscire dalla chiesa dici una preghiera per loro: che imparino la virtù della pazienza, solo così non divorziano e sono fedeli. Quando vedi un bambino in braccio alla madre, preghi perché i genitori sappiano educarlo con giustizia e amore. Quando vedo un vecchio come me…» e ride mentre lo dice «dico una preghiera perché qualcuno gli faccia compagnia; se è un malato grave, ché impari la sopportazione e faccia una santa morte. Se un commerciante ha aperto un negozio, ché possa guadagnare il suo pane quotidiano: tanti commercianti oggi falliscono dopo pochi mesi, ogni settimana uno, due. Appena giri un angolo, mentre cammini, c’è sempre da pregare per qualcuno: ne hanno tanto bisogno!» Bisogna fare della nostra vita tutta una preghiera, di un intero quartiere una chiesa.
    «Per questo sorrido: faccio del bene e Gesù e Maria sono contenti.» E quando vedi una bara perché sorridi? «Certe volte non sorrido. Ma spesso sì: perché il cuore mi dice che quell’anima è in purgatorio, dunque è salva. E allora sono felice, e sono felice di poterla aiutare con le mie preghiere. E sorrido».
    Ercolino, dico, molti santi piangevano. «Sapevano che c’erano tanti uomini che non sorridevano: a causa del loro peccato. Perché non avevano incontrato Cristo Liberatore». Ossia la speranza cristiana. Che è in Ercolino. E ne fa un testimone vivente.
    Quanto mai sono vere in lui le parole di Paolo: «Io vivo, ma non sono più io che vivo, sei tu, Signore, che vivi in me».
    Il sorriso di Ercolino. La Croce, quotidiano n°14 | Papalepapale.com

    Sfumature di Verità su un Papa incompreso
    di Marta Petrosillo
    «Rendere giustizia al personaggio più incompreso del XX secolo: Pio XII». Così la regista Liana Marabini ha spiegato l’intento del film Sfumature di verità (Shades of Truth), da lei scritto e diretto, presentato questa mattina a Roma in occasione dell’anniversario della nascita e dell’elezione di Pacelli.
    La pellicola intende confutare le accuse rivolte a Pio XII, per dimostrare come l’azione diplomatica dell’allora vescovo di Roma fu determinante nel salvare centinaia di miglia di ebrei.
    Pio XII non fu dunque il “Papa di Hitler”, ma lo “Schindler del Vaticano”, grazie al quale oltre 800 mila ebrei si sono salvati dalla deportazione. Ad attestarlo oltre 100 mila pagine di documenti e testimonianze inedite che la Marabini ha studiato per cinque anni prima di scrivere il soggetto del suo film.
    A scoprire assieme allo spettatore la verità su Pio XII è il giornalista ebreo italo-americano David Milano – l’attore David Wall – la cui inchiesta sul controverso pontefice, lo porterà da New York a Roma, Lisbona, Berlino e in Israele. Fermamente convinto della colpevolezza di Pacelli, Milano finirà con lo scoprire che i suoi stessi genitori erano stati salvati dal “Pastor Angelicus”. Lo aiuteranno in questo suo percorso un amico sacerdote, Roberto Savinelli (Gedeon Burkhard); un cardinale che lavora alla causa per la beatificazione di Pio XII, Ennio Salvemini (Christopher Lambert); un ex agente del Mossad, riconoscente verso Pacelli per avere salvato dalla deportazione la madre, Aaron Azulai (Giancarlo Giannini); una monaca di clausura, madre Maria Angelica (Marie-Christine Barrault), che aveva conosciuto la segretaria di Pio XII, Pascalina Lehnert; ed Eduardo Soares (Remo Girone), impiegato presso l’ambasciata portoghese a Roma durante la Guerra, che su richiesta di Pacelli aveva concesso dei visti per il Portogallo agli ebrei romani per farli sfuggire alla deportazione.
    Sebbene nell’insieme la pellicola non approfondisca con debita attenzione l’argomentazione della tesi - indugiando eccessivamente sulla vicenda amorosa del protagonista – non manca di spunti interessanti. Innanzitutto è chiara l’interpretazione delle critiche a Pacelli come un attacco alla Chiesa cattolica. Lo affermano sia il cardinale Salvemini - «Le accuse non sono contro Pio XII, ma contro la Chiesa» - che don Savinelli, per il quale specialmente i comunisti hanno usato Pacelli per colpire la Chiesa.
    Le accuse a Pio XII si sono diffuse maggiormente negli anni Sessanta e dunque diversi anni dopo l’Olocausto, soprattutto dopo la messa in scena della pièce teatrale Il Vicario che incolpava il pontefice di cosciente complicità con il Nazismo nello sterminio degli ebrei. L’imputazione non teneva conto di importanti testimonianze come quella che al nostro David Milano raccoglie in Israele, ovvero la storia di Israel Zoll, rabbino-capo di Roma durante l’occupazione nazista, che al termine della guerra si fa battezzare e prende il nome di Eugenio Zolli, per riconoscenza verso Pacelli.
    Nel suo viaggio, il protagonista verrà a conoscenza delle tante finte insegne della Santa Sede che il Papa aveva richiesto al suo fabbro e aveva poi fatto affiggere davanti ai palazzi in cui erano nascoste famiglie di ebrei, nonché delle centinaia di visti per il Portogallo che Pacelli fece apporre sui passaporti degli ebrei, inclusi gli stessi genitori di Milano.
    La tesi difensiva maggiormente incisiva è quella di madre Maria Angelica, che il giornalista incontra a Berlino. La religiosa racconta come la sua vocazione sia stata ispirata proprio dall’estremo rigore morale di Pio XII e difende il silenzio da molti imputato al Papa, elogiando le capacità diplomatiche dell’ex nunzio. «Se avesse parlato vi sarebbe stata una strage. Avrebbero ucciso sia ebrei che cattolici», afferma la religiosa facendo riferimento a quanto accaduto in Olanda nel 1942. In seguito alla denuncia delle deportazioni da parte dei vescovi, i nazisti reagirono arrestando tutti gli ebrei convertiti al cattolicesimo, inclusa la filosofa Edith Stein, morta ad Auschwitz il 9 agosto di quell’anno.
    Il film non risparmia frecciate anche alla comunità ebraica attraverso le parole del cardinal Salvemini che ringrazia il rabbino Halley, autore di un libro di difesa di Pio XII, sottolineando le «molte critiche che avrai ricevuto dalla tua comunità». Anche Sara, la fidanzata del protagonista, dichiara che «noi ebrei, proprio perché abbiamo sofferto tanto, non dobbiamo commettere ingiustizie». Affermazioni che certamente non contribuiranno a spegnere le polemiche sorte in seno alla comunità ebraica, specie a causa della locandina del film che raffigura Pio XII – come in uno dei sogni del protagonista – con una stella di David cucita sulla veste talare.
    Infine non manca una tirata d’orecchie allo stesso Vaticano, per una causa di beatificazione che fatica a procedere. Significative le affermazioni del cardinal Salvemini che avverte come, «per paura o vigliaccheria», alla morte del postulatore, il gesuita padre Peter Gumpel, il processo possa «finire in un cassetto». In un’altra scena, parlando proprio con Gumpel, il porporato non nasconde il suo disappunto: «Nel 2009, dopo il riconoscimento delle virtù eroiche di Pacelli da parte di Benedetto XVI, pensavamo che la causa avrebbe proseguito il suo percorso». [Ma poi è arrivato Bergoglio.....]
    Sfumature di Verità su un Papa incompreso

    Un uomo, un Papa, un Condottiero!
    Grande deve essere la nostra gratitudine nei confronti del Redentore Divino per aver donato alla Chiesa un grande Pontefice, Pio XII, che tanto bene ha procurato alle anime durante il suo pontificato e continua ancora oggi a procurare grazie al suo aureo e intramontabile Magistero, il quale non solo conferma nella fede cattolica (e di questi tempi ce n'è un gran bisogno, vista la grande confusione dottrinale che dilaga nel mondo), ma con il suo entusiasmante modo di esprimersi infonde tanto coraggio a proseguire con intrepido ardore la battaglia spirituale contro i nemici del Corpo Mistico di Cristo.
    Pio XII era un uomo dalla fede virile, un vero soldato di Gesù Cristo, anzi un grande Condottiero della Chiesa Militante. La sua granitica fede e la sua incrollabile certezza nella vittoria del Redentore Divino, ci siano di sprone e d'esempio. A tal proposito riporto alcuni brani del discorso che Papa Pacelli pronunciò domenica 12 ottobre del 1952 in Piazza San Pietro dinanzi a 150.000 uomini di Azione Cattolica (all'epoca governata dall'eroico Luigi Gedda).
    [...] Noi ben sappiamo quali minacciose nubi si addensano sul mondo, e solo il Signore Gesù conosce la Nostra continua trepidazione per la sorte di una umanità, di cui Egli, Supremo Pastore invisibile, volle che Noi fossimo visibile padre e maestro. Essa intanto procede per un cammino che ogni giorno si manifesta più arduo, mentre sembrerebbe che i mezzi portentosi della scienza dovessero, non diciamo «cospargerlo di fiori», ma almeno diminuire, se non addirittura estirpare, la congerie di triboli e di spine che lo ingombrano. [...]
    Diletti figli! [...] In quell'ormai lontano settembre del 1947 Noi benedicemmo il vostro Labaro e vi appuntammo una medaglia d'oro. Vogliamo dirvi qui che voi avete ben corrisposto alla Nostra aspettazione in questi anni di lotte acute per la civiltà cristiana. Quella medaglia sta bene là, sul vostro vessillo, perchè voi siete stati fra i principali artefici della resistenza, che l'Italia, per sè e per il mondo, ha opposta alle forze del materialismo e della tirannia.
    [...] Oggi non solo l'Urbe e l'Italia, ma il mondo intero è minacciato. Oh, non chiedeteCi qual è il «nemico», nè quali vesti indossi. Esso si trova dappertutto e in mezzo a tutti; sa essere violento e subdolo. In questi ultimi secoli ha tentato di operare la disgregazione intellettuale, morale, sociale dell'unità nell'organismo misterioso di Cristo. Ha voluto la natura senza la grazia; la ragione senza la fede; la libertà senza l'autorità; talvolta l'autorità senza la libertà. È un «nemico» divenuto sempre più concreto, con una spregiudicatezza che lascia ancora attoniti: Cristo sì, Chiesa no. Poi: Dio sì, Cristo no. Finalmente il grido empio: Dio è morto; anzi: Dio non è mai stato.
    Ed ecco il tentativo di edificare la struttura del mondo sopra fondamenti che Noi non esitiamo ad additare come principali responsabili della minaccia che incombe sulla umanità: un'economia senza Dio, un diritto senza Dio, una politica senza Dio. Il «nemico» si è adoperato e si adopera perchè Cristo sia un estraneo nelle Università, nella scuola, nella famiglia, nell'amministrazione della giustizia, nell'attività legislativa, nel consesso delle nazioni, là ove si determina la pace o la guerra. Esso sta corrompendo il mondo con una stampa e con spettacoli, che uccidono il pudore nei giovani e nelle fanciulle e distruggono l'amore fra gli sposi.
    Voi vedete, diletti figli, che non è Attila a premere alle porte di Roma; voi comprendete che sarebbe vano, oggi, chiedere al Papa di muoversi e andargli incontro per fermarlo e impedirgli di seminare la rovina e la morte. Il Papa deve, al suo posto, incessantemente vigilare e pregare e prodigarsi, affinché il lupo non finisca col penetrare nell'ovile per rapire e disperdere il gregge [...]. Ma questo oggi non basta: tutti i fedeli di buona volontà debbono scuotersi e sentire la loro parte di responsabilità nell'esito di questa impresa di salvezza.
    L'umanità odierna disorientata, smarrita, sfiduciata, ha bisogno di luce, di orientamento, di fiducia. [...] Allora, mentre gli empi continuano a diffondere i germi dell'odio, mentre gridano ancora: «Non vogliamo che Gesù regni sopra di noi»: «nolumus hunc regnare super nos» (Luc. 19, 15), un altro canto si leverà, canto di amore e di liberazione, spirante fermezza e coraggio. Esso si leverà nei campi e nelle officine, nelle case e nelle strade, nei parlamenti e nei tribunali, nelle famiglie e nella scuola.
    Diletti figli! Fra qualche istante Noi impartiremo con tutta l'effusione del Nostro cuore paterno l'Apostolica Benedizione a voi, ai vostri cari, alle vostre opere, alle vostre Associazioni. Poi riprenderete il vostro cammino, tornerete alle vostre dimore, ritroverete il vostro lavoro. Portate dappertutto la vostra azione illuminatrice e vivificatrice. E sia il vostro canto un canto di certezza e di vittoria.
    Christus vincit! Christus regnat! Christus imperat!
    Cordialiter, il blog sulla Tradizione Cattolica: Un uomo, un Papa, un Condottiero!



    Adinolfi a Radio Maria. E lui stesso dice: “lo considero un punto d’arrivo”. Siamo d’accordo
    di Paolo Deotto
    Da lunedì 23 febbraio, alle ore 11.15, sulle frequenze di Radio Maria, va in onda “Il mormorio di un vento leggero”, conduttore Mario Adinolfi. E ora che gli abbiamo fatto pubblicità gratuita, mi permetto di aggiungere solo poche altre righe.
    Nel sito Dagospia vengono riportate alcune affermazioni del direttore de La Croce, fatte nel corso della trasmissione “La Zanzara” di Radio24.
    Per quanto concerne la sua nuova attività a Radio Maria, “…Adinolfi annuncia poi che dalla settimana prossima tornerà in radio: “A Radio Maria, lo considero un punto di arrivo. Farò una trasmissione dal titolo Il mormorio del vento leggero, è la definizione di Dio. Volevo chiamarla Dio, ma suonava male”.
    Ci hanno accusato di “creare divisioni” perché abbiamo criticato Adinolfi. Ebbene, ecco una cosa su cui ci troviamo perfettamente d’accordo: “lo considero un punto d’arrivo”. È proprio vero. Dove meglio poteva sbarcare il novello profeta, che, come già abbiamo visto di recente, è un uomo aperto al dialogo e che si limita a definire le posizioni diverse dalle sue come “quisquilie e cretinate”? È un punto di arrivo, verissimo. Del resto, a Radio Maria si era creato un po’ di spazio, dopo l’intensa attività di estromissione del misericordioso P. Livio, che ha messo alla porta Gnocchi, Palmaro, De Mattei, Socci, Barra…
    Ci chiedevamo in un articolo: “Di questo passo P. Livio si farà la radio tutto da solo?”. Ci sbagliavamo. P. Livio troverà sempre uomini come lui, e in questo caso, ci sentiamo di affermarlo con sicurezza, miglior accoppiata sarebbe difficile da immaginare.
    Insomma, tutto ciò che aiuta a far chiarezza, ben venga.
    Però, a proposito di chiarezza, mi resta un po’ di perplessità, dovuta senza dubbio al mio malsano cripto-lefevbrismo. A prescindere dalla modesta dell’Adinolfi, che al suo programma voleva dare nientemeno che il titolo “Dio”, mi pare di ricordare che Radio Maria si presenti come una radio “cattolica”. Se ne può dedurre che essa intenda fare anche apostolato nell’etere. Benissimo. Ora, anche se siamo nell’epoca del “chi sono io per giudicare?”, i dati di fatto esistono sempre, e, anche senza giudicarli, si vedono.
    È un dato di fatto che se uno mi dice che 2 + 2 fa 5, dice una scemenza. Ora, se nell’attività di apostolato è necessario che esista anche la testimonianza personale, quale testimonianza di Fede cattolica mi viene da un signore che sarà senza dubbio un bravo giornalista, ma che di fatto vive una situazione familiare che si usa chiamare di “pubblico scandalo”, poiché, divorziato e risposato, vive con un’altra donna?
    Va benissimo che un uomo di sinistra si dichiari anti-abortista e difensore della famiglia tradizionale. Lasciamo perdere anche i messaggi ambigui (ma non troppo, perché è chiaro dove vogliano andar a parare…) di Introvigne, a cui Adinolfi ha fatto da illustre battistrada.
    Però mi chiedo: la cattolica Radio Maria diretta dal cattolico P. Livio, non trova di meglio che un non-testimone della Fede cattolica per fornire ai suoi fedeli ascoltatori parole di sano ammaestramento nella Fede e nelle virtù cattoliche?
    Facciamo un esempio: come i nostri lettori ben sanno, per un certo periodo abbiamo sostenuto Berlusconi, salvo poi abbandonarlo al suo tristo viale del tramonto, ricco di scelte politiche catastrofiche. Ebbene,di Berlusconi era ben nota la situazione familiare (anch’essa di pubblico scandalo) e la iper-vivacità in materia di morale sessuale. Ma il Cavaliere è sempre stato solo e unicamente un leader politico, non si è mai presentato come un campione della cristianità. Almeno ha avuto questo buon gusto, diamogliene atto.
    Qui abbiamo un personaggio che dovrebbe anzitutto rivedere la sua vita e che si presenta invece come maestro di vita e un prete che, ripetiamo, ci dice di essere cattolico e che lo arruola gioiosamente nei ranghi di una Radio che ci tiene ad essere una Radio molto cattolica.
    Permane quindi la legittima perplessità. O forse no, forse anche qui ci stiamo sbagliando. Questo è il “nuovo corso”. Resta da vedere cosa ci sia più di cattolico in tutto questo pasticcio. Già, perché, come mi permettevo di ricordare sopra, due più due farà sempre, inevitabilmente, implacabilmente quattro. E chi vuole convincerci che due più due può fare tre o sei, o quarantaquattro, o che altro, sta solo tentando di fregarci.
    Adinolfi a Radio Maria. E lui stesso dice: ?lo considero un punto d?arrivo?. Siamo d?accordo ? di Paolo Deotto | Riscossa Cristiana

    Carissimo fratello in Gesù Cristo Signore nostro,
    scrivo un breve messaggio per sottolineare un’usanza che sta prendendo sempre più piede, almeno nella zona diocesana di Monza. Mi riferisco alla “visita” di alcuni laici della parrocchia alle famiglie che viene fatta nel periodo che precede la Santa Pasqua.
    Ma come? La benedizione pasquale non è sempre stata una bella e sentita tradizione che permetteva, almeno una volta all’anno, alle famiglie di ricevere una Santa Benedizione dalle mani del sacerdote in preparazione alla Risurrezione del Signore? Adesso succede che alcune famiglie “privilegiate” riceveranno la visita del parroco, e altre quella di membri laici che non possono effettuare alcuna benedizione.
    Personalmente io preferisco ricevere il ministro di Cristo nella mia casa, quantomeno perché viene con la precisa funzione benedicente. Ma i sacerdoti credono ancora all’infinito dono che il Signore ha conferito loro con la Santa Ordinazione? Sono consapevoli che questa è una bella occasione per entrare in contatto con il “gregge” del popolo di Dio che è stato a loro affidato e per portare loro il “profumo” di Cristo? Mah. Tutta questa rivoluzione mi lascia sempre più perplesso. Prego per la Santa Madre Chiesa e per i suoi ministri.
    Pace e Bene.
    Graziano Aiazzi
    Caro Aiazzi, si aggiorni. Siamo nei misericordiosi e gaudiosi tempi di papa Bergoglio e lei aspetta ancora il pastore che visita il suo gregge per portare il “profumo” di Cristo? Dovrebbe sapere che adesso, secondo il magistero-sempre-infallibile dell’attuale Pontefice, il pastore deve avere lo stesso odore delle pecore.
    Cristo non è più di moda nella Chiesa che Lui stesso ha fondato. Pare che i suoi stessi ministri lo trovino imbarazzante e, non a caso, si affrettano a toglierne le immagini e i riferimenti quando incontrano esponenti di religioni che un tempo venivano giustamente considerate false e oggi, invece, sono descritte come nuovi Eden colmi di frutti spirituali.
    Quindi va bene così: a casa sua, per i saluti e gli auguri di Pasqua, e non più per la benedizione, ci verrà una pecorella, che non deve neanche fare lo sforzo di odorare come lei. Magari, se vuole ricambiare la cortesia, il prossimo anno può andare lei a casa sua. Sarebbe davvero un bel gesto, pregno di senso della comunità e persino di sensibilità ecumenica, se si pensa che probabilmente la fede non è proprio la stessa.
    E non creda, caro Aiazzi, di lanciare con la sua denuncia un grido di allarme che possa arrivare in chissà quale sacra stanza di chissà quale sacro palazzo. Non si inquieta nessuno perché questo è proprio il risultato a cui mirano i pastori che ci troviamo tra capo e collo da qualche decennio: rendere la Chiesa cattolica sempre più simile a quella protestante per poi trasformarla in un grande supermarket delle fedi all’insegna dello slogan preferito da papa Francesco: “La grazia dell’interreligiosità”. Per lei è una sciagura, ma per chi guida questa gioiosa macchina di misericordia è un trionfo.
    Vedrà che tra non molto, con la scusa del calo di vocazioni, il laico che le ha portato gli auguri di Pasqua se lo troverà anche la domenica in chiesa a sbrigare la liturgia della Parola in sostituzione della Messa. E, magari, dovrà pure discutere con qualche dabben fedele il quale sosterrà che è sempre meglio questo che niente, meglio protestanti o chissà cos’altro che non andare in chiesa. È la solita deriva del “male minore” che, in mano a cattolici ipocredenti, finisce sempre per trasformarsi in “male maggiore”.
    Del resto il disegno era proprio questo ed è stato efficacemente realizzato attraverso l’atto più devastante che gli uomini potessero concepire: lo stravolgimento della liturgia, il sovvertimento della legge secondo cui Dio chiede agli uomini di essere adorato. Come accade per tutte le rivoluzioni, l’assalto del palazzo reale non è l’ultimo atto, ma il vero e proprio inizio che mette a frutto il lavorio preparatorio imponendo il nuovo credo anche all’ultimo dei sudditi. Così, una volta rivoluzionata la Messa da intellettuali che ne hanno inventata un’altra a tavolino, e quindi mutata la lex orandi, in brevissimo tempo è mutata anche la lex credendi. Il popolo cattolico, neanche troppo lentamente, si è trasformato in un’informe moltitudine protestante per diventare poi qualcosa di ancora meno definito.
    Da qui, caro Aiazzi, dalla rivoluzione della Messa, scendono tutte quelle pratiche che tanto turbano coloro che sono rimasti cattolici nonostante tutto. L’esempio che lei cita è solo uno tra molti. Ma non si tratta tanto di prodromi di un disastro, quanto delle conseguenze. Non si tratta di aperture che, lentamente, porteranno per gradi al crollo dell’edificio, ma delle conseguenze del crollo già avvenuto. I rivoluzionari non sono partiti dal poco per arrivare al molto, ma sono partiti dal molto per raggiungere efficacemente anche il poco. Una volta stravolta la Messa, non è possibile fare di più: ci si deve solo applicare all’attuazione della rivoluzione in ogni settore della vita associata e privata. E a questo ci pensano i commissari del popolo di Dio, che magari vestono gli abiti miti del laico incaricato di portare un po’ di atmosfera pasquale nelle case in cui non può, ma spesso non vuole, passare il sacerdote. Però il fatto di presentarsi sotto miti spoglie non li rende meno pericolosi. Anche questi sono agenti della decattolicizzazione al pari degli altri, anche se qualcuno, forse, non è del tutto consapevole.
    Dunque, siamo giunti là dove i rivoluzionari modernisti volevano portarci. E, caro Aiazzi, non si può neanche dire che si tratti di una sorpresa. Basta pensare ai pareri entusiasti di autorevoli esponenti protestanti che accompagnarono la riforma liturgica seguita al Concilio Vaticano II.
    Il pastore luterano Tomas Reed sostenne che “con il ripristino delle preghiere dei fedeli, la nuova Messa si avvicina alla liturgia luterana di cui esse fanno parte, mostrando l’esercizio della funzione sacerdotale di tutta l’assemblea dei fedeli”. Max Thurian, protestante di Taizè, disse che: “Uno dei frutti del Novus Ordo sarà forse che le comunità non cattoliche potranno celebrare la santa cena con le stesse preghiere della Chiesa cattolica”. Il professor Siegovalt, docente di dogmatica presso la facoltà protestante di Strasburgo, spiegò che “Ora, nella Messa riformata, non c’è nulla che possa veramente turbare i cristiani evangelici” perché “le nuove preghiere eucaristiche cattoliche hanno abbandonato la falsa prospettiva di un sacrificio offerto a Dio”.
    Del resto, risulterebbe strano il contrario se si pensa che, in qualità di “osservatori”, parteciparono ai lavori della Commissione per la riforma, come rappresentanti ufficiali del Consiglio Ecumenico delle Chiese, della Comunità anglicana e luterana e della comunità di Taizé, sei esponenti protestanti: il dottor Georges, il canonico Jasper, il dottor Shepard, il dottor Konneth, il dottor Smith e frère Max Thurian.
    Ma il problema, caro Aiazzi, sta nel fatto che pareri altrettanto entusiastici furono espressi da troppi esponenti cattolici in viaggio verso una fede che di cattolico aveva ben poco. Attendevano da tempo il colpo di mano rivoluzionario e, finalmente, la storia li accontentò. “La riforma liturgica è, in un senso molto profondo, la chiave dell’aggiornamento” disse in proposito monsignor Georges Patrick Dwyer, arcivescovo di Birmingham, portavoce del Sinodo dei vescovi “Non v’ingannate: è qui che comincia la rivoluzione”.
    Caro Aiazzi, purtroppo, sono stati di parola. Chapeau.
    ?FUORI MODA?. La posta di Alessandro Gnocchi ? rubrica del martedì | Riscossa Cristiana

    CHI HA RAGIONE SULLA CONDANNA ETERNA ?
    Antonio Socci
    GESÙ INSEGNA: «Il Figlio dell’uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti gli operatori di iniquità e li getteranno nella fornace ardente dove sarà pianto e stridor di denti» (Mt. 13, 41-42).
    «Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridor di denti»(Mt. 13,49-50).
    «…E se ne andranno, questi al supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna» (Mt. 25,45-46).
    «Andate via da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per gli angeli suoi» (Mt.25,41).
    PAPA BERGOGLIO DICE:
    “La strada della Chiesa è quella di non condannare eternamente nessuno” (15 febbraio 2015)
    MARTINI DICE:
    “Io nutro la speranza che presto o tardi tutti siano redenti. Sono un grande ottimista… La mia speranza che Dio ci accolga tutti, che sia misericordioso, è diventata sempre più forte… D’altra parte, è naturale, non riesco a immaginare come Hitler o un assassino che ha abusato di bambini possano essere vicini a Dio. Mi riesce più facile pensare che gente simile venga semplicemente annientata”.
    Card. Carlo Maria Martini, Conversazioni notturne a Gerusalemme
    SCALFARI DICE
    “Da quando ho letto ciò che scrive e dice e soprattutto da quando ho potuto parlare direttamente con lui, mi sono convinto che la sua non è una riforma della Chiesa, ma una rivoluzione. Il Papa (Francesco) ritiene che, se l’anima d’una persona si chiude in se stessa e cessa d’interessarsi agli altri, quell’anima non sprigiona più alcuna forza e muore. Muore prima che muoia il corpo, come anima cessa di esistere. La dottrina tradizionale insegnava che l’anima è immortale. Se muore nel peccato lo sconterà dopo la morte del corpo. Ma per Francesco evidentemente non è così. Non c’è un inferno e neppure un purgatorio”.
    Da “La Repubblica” 21 settembre 2014
    IO CREDO ALLE PRECISE E DRAMMATICHE PAROLE DI GESU’ E MEDITO QUESTI PENSIERI DI DON BARSOTTI
    “Chi rigetta l’inferno non crede alla serietà dell’amore divino”
    Don Divo Barsotti
    “Quello che importa è questo: che noi non vogliamo essere piú sapienti d Dio né piú misericordiosi di Lui, perché chi volesse essere misericordioso contro il Signore, lo sarebbe andando all’inferno, dal momento che vorrebbe essere solidale coi dannati”
    Don Divo Barsotti
    CHI HA RAGIONE SULLA CONDANNA ETERNA ? - Lo StranieroLo Straniero

    Caro Dottor Gnocchi,
    domenica scorsa a Messa ho sentito questa roba durante la preghiera dei fedeli: “Per la Chiesa, perché non pretenda di essere depositaria della via per la salvezza degli uomini”. Testuale, così. Sono rimasto così allibito che l’ho annotata subito per non scordarla. Mi sembrava così grossa che ho chiesto conferma a mia moglie, forse avevo capito male io, ma anche lei aveva sentito la stessa cosa.
    Mi chiedo se le preghiere dei fedeli il prete le controlla prima della Messa o no. Ma se per caso fosse stata una “libera iniziativa”, il celebrante non avrebbe dovuto correggere subito una tale bestialità? Ma se invece l’ha approvata prima della Messa, ci capisco ancora di meno. Insomma, a sentire cose del genere vien da chiedersi cosa andiamo a fare a Messa e perché dobbiamo sforzarci di essere “buoni cristiani”, come mi diceva sempre mia madre.
    Potrei concludere che la Chiesa non mi garantisce più la salvezza. E allora, visto che alla salvezza ci tengo, a chi dovrei rivolgermi? Mi scusi l’espressione, ma mi sembra roba da matti e ho la gran tentazione di smettere di andare a Messa, così tra l’altro non sentirò più neanche il sacerdote che tante volte inizia dicendo: “Benvenuti a questa assemblea” e mi sembra di essere a una riunione di condominio. Perdoni lo sfogo. Le auguro buon lavoro e la saluto con tanta stima.
    Corrado Astolfi
    Caro Astolfi,
    partirei dal fondo suggerendole che, quando riceve il benvenuto all’assemblea, lei si trova nel buon diritto di lasciare una delega e andarsene, come si fa nelle riunioni di condominio o in altre occasioni di pari intensità e di pari appeal.
    Per quanto riguarda la preghiera dei fedeli a cui si riferisce, non pensi di essere capitato su chissà quale pianeta. Quella che tanto la scandalizza è merce comune, contrabbandata nelle chiese di tutto l’orbe ex cattolico: non si può definire diversamente una Chiesa fondata da Gesù Cristo (Via, Verità e Vita), che prega per non cadere nella tentazione di ritenere Cristo Via, Verità e Vita.
    Caro Astolfi, dove vive? Lo show della preghiera dei fedeli è una delle parti più tragicomiche delle “assemblee” a cui partecipano tanti cattolici. Così tragicomiche che, più che “Preghiera dei fedeli”, dovrebbe essere chiamata “Preghiera degli infedeli”. Lì dentro si trova di tutto e, di solito, il sacerdote concorda, anzi ha partecipato alla stesura e incita i poveri fedeli sulla strada dell’apostasia che lui ha già percorso fin dai teneri anni del seminario.
    Se per caso, raramente, il sacerdote non concorda, allora abbozza senza avere il coraggio di intervenire perché ormai le padrone delle chiese sono le pie donne dallo sguardo un po’ stralunato che governano con piglio autoritario liturgia, pastorale e catechesi in nome e per conto della comunità fregandosene di Nostro Signore. Le preghiere degli infedeli sono di loro stretta competenza perché è proprio lì che si esprimono in tutta la loro ricchezza e la loro fecondità il genio femminile e il sacerdozio dei laici. Trovare una migliore esemplificazione dei frutti del Vaticano II sarebbe difficile.
    Capisce bene, caro Astolfi, che se anche un sacerdote non è completamente d’accordo, il risultato non cambia: i fedeli usciranno di chiesa felici di aver pregato di far parte di una compagine che non serve a niente o quasi e, quindi, non chiede niente o quasi e dunque va bene per tutti: cattolici, se ancora ne rimangono, apostati, diversamente credenti e anche atei. Basto solo non evocare quello scomodo Gesù Cristo che pretende ancora di essere Via, Verità e Vita.
    Grazie a Dio, da anni non mi sottopongo più a questa tortura. Frequento la Messa in rito tradizionale, dove tutte queste amenità anticristiche, anche volendolo, non possono trovare spazio. Lo consiglio anche a lei caro Astolfi: la rinascita della fede cattolica passa solo attraverso la restaurazione della liturgia cattolica, che non è quella inventata a tavolino da Annibale Bugnini e promulgata da papa Paolo VI, ma quella che ci è stata consegnata da secoli e secoli di tradizione.
    Mi rendo conto che non è sempre facile trovare una Messa in rito antico, ma, quando è possibile, conviene sforzarsi di farlo anche a costo di macinare chilometri a fatica: ne va della gloria che dobbiamo tributare a Dio e della salvezza della nostra anima, checché ne dica la “Preghiera degli infedeli”.
    Ora, lei avrebbe buonissimo gioco ad obiettare che da decenni la Chiesa cattolica non fa altro che predicare di essere quanto viene così efficacemente sintetizzato nelle “preghiere degli infedeli” che circolano per l’orbe ex cattolico. Le vengo incontro ricordando che l’attuale pontefice, non più tardi di un mese fa, ha definito testualmente l’interreligiosità come una grazia. Traduco: il Vicario di Cristo dice che è una grazie non appartenere a Cristo.
    Caro Astolfi, siamo arrivati a fine corsa, ma questo non significa che la verità sia mutata. È solo diventato quasi impossibile trovarla entrando in chiesa.
    ?FUORI MODA?. La posta di Alessandro Gnocchi ? rubrica del martedì | Riscossa Cristiana


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    Predefinito Re: Il Verbo di Dio si è fatto carne

    «Quella preghiera che Satana non vuole»
    Chiesa, Dottrina e morale di Redazione
    Parla don Ghislain Roy, sacerdote del Quebec che da anni gira il mondo per diffondere l’adorazione eucaristica perpetua: «Quando la Chiesa smette di proporla come fonte di guarigione e di liberazione, le persone cercano di sanare le loro ferite rivolgendosi al New Age o altri surrogati»
    di Raffaella Frullone
    L’opera itinerante di don Ghislain Roy, canadese del Quebec, sacerdote della Società Giovanni Maria Vianney – fondata nel 1990 da Guy Claude Bagnard, vescovo emerito della diocesi di Belley-Ars, per presbiteri che vogliono ispirarsi al santo Curato di Ars – ruota attorno a due parole chiave: liberazione e guari*gione. Dopo aver sperimentato su se stesso la grazia dell’adorazione eucaristica, oggi gira il mondo per proporre alle persone oppresse, sole, provate nel corpo e nello spirito di inginocchiarsi davanti all’Eucaristia, e per ricordare ai preti la potenza sanatrice del loro ministero. «L’adorazione eucaristica è centrale nella vita di un cristiano – spiega – perché è Gesù stesso che è presente. E Gesù nel Santissimo Sacramento guarisce».
    Don Ghislain, cala la frequenza ai sacramenti e cresce il numero di persone che cercano consolazione o realizzazione nel New Age, in pratiche orientali come lo Yoga, ecc. Come fare per far capire i tesori spirituali che la Chiesa offre a tutti?
    «Siamo noi preti che dobbiamo parlare dell’Eucarestia e proporre l’adorazione eucaristica. Se nelle nostre chiese non vediamo più all’opera il Signore per guarire e liberare, se noi sacerdoti non viviamo tutto questo in prima persona, come possono gli altri sviluppare il gusto dell’adorazione? Come possiamo parlarne a chi è provato nel corpo e nello spirito? Ecco perché per un sacerdote è essenziale avere un rapporto quotidiano con Gesù nel Santissimo Sacramento, inginocchiarsi in adorazione. Solo se il nostro cuore arde possiamo vedere ardere quello dei fedeli. Per questo sono profondamente convinto che quando la Chiesa smette di proporre esplicitamente come fonte di guarigione e liberazione l’Eucarestia, le persone cercano di sanare le loro ferite in altri modi e quindi si rivolgono al New Age o altri surrogati. Cercano lì quello che non trovano da noi. Invece ogni parrocchia dovrebbe avere una cappella per l’adorazione perpetua».
    Perché secondo lei ci sono molti pastori che faticano a proporre l’adorazione eucaristica?
    «È perché a volte i sacerdoti stessi non sono stati toccati in profondità da Gesù presente nell’Eucarestia. Quando lo sono e iniziano a proporre le adorazioni notturne, allora accadono cose sorprendenti: ragazzi, anziani, professionisti o disoccupati vengono ad adorare, si alzano nel cuore della notte senza esitazione perché scoprono nelle cappelle di adorazione eucaristica perpetua dei luoghi di grazia. Posso raccontare storie di giovani distrutti dalla droga, o di uomini sull’orlo del suicidio salvati dall’incontro con il Santissimo Sacramento. L’adorazione è il metodo più efficace per riscoprire la grandezza dell’Eucarestia. San Pierre Julian Eymard, il fondatore della Congregazione del Santissimo Sacramento, rimarcava come il tempo trascorso davanti a Gesù Eucarestia sia quello speso meglio, e ribadiva che questo è il bisogno del nostro tempo, un tempo che non è solo per noi, singolarmente, è per la salvezza della società intera. Il nostro male più grande è non aver capito questo e non andare più da Gesù».
    Qual è una guarigione che l’ha colpita e cui ha assistito durante i suoi anni di ministero dedicato all’adorazione eucaristica?
    «Faccio sempre fatica a scegliere un solo caso. Innanzitutto il mio stesso ministero è una guarigione, poi attraverso l’adorazione il Signore mi ha fatto capire che più passavo il tempo con Lui, davanti all’Eucarestia, più il suo amore penetrava in me e più io potevo toccare molti i cuori. Così, sperimentandola su me stesso, comprendevo l’importanza dell’adorazione notturna, che libera e guarisce. “Lasciate lavorare Gesù Eucarestia” diceva ancora san Pierre Julien Eymard e aveva ragione, perché solo in questo modo si salva il mondo.
    Personalmente ho potuto assistere a tanti momenti di liberazione: adulti che scoppiavano a piangere come bambini, persone oppresse alleviate da pesi insopportabili nell’anima. Mi viene in mente il caso di una ragazza che ha ricevuto la guarigione dalla sclerosi multipla di cui era affetta davanti al Santissimo, e poi il caso di un sacerdote che mi ha raccontato di come in 18 anni non avesse mai realmente sperimentato l’amore di Dio fino a quando non gli è stato chiesto di toccare consapevolmente il Santissimo Sacramento. In quel momento – raccontava – ha sentito un raggio d’amore potentissimo che lo ha investito, un’energia che non poteva fermare, un amore che non riusciva a spiegare a parole, e si è messo a piangere. E l’ha fatto così forte che gli altri sacerdoti che erano con lui, circa una cinquantina, cominciavano ad essere turbati, ma non riusciva a smettere ed è andato avanti ininterrottamente per un’ora. Ecco, vicende come questa confermano che, come diceva Madre Teresa di Calcutta, il tempo passato di fronte a Gesù Eucarestia è il miglior tempo trascorso sulla terra. E se lo diceva una santa che si consumava per i poveri, possiamo esserne certi anche noi. Un istante passato con Gesù rende la nostra anima più bella, la prepara al cielo e migliora il mondo intero. Anche Padre Pio lo sapeva e diceva: “Mille anni trascorsi in mezzo alla gloria degli uomini non compensano neppure un’ora sola trascorsa in dolce colloquio con Gesù nel sacramento”».
    Come, concretamente, l’adorazione trasforma il mondo?
    «Quando i cuori sono toccati dall’amore che ricevono, trasformano tutto. È provato che là dove ci sono cappelle di adorazione perpetua nel mondo, attorno il tasso di criminalità si abbassa in maniera sensibile. Sempre per fare un esempio, durante le adorazioni notturne, anche in periferie degradate di grandi città, non è mai successo nulla di pericoloso, o grave, perché dove Gesù è presente la luce che emana rompe le tenebre. Molti, quando si parla dell’eventualità di aprire una cappella per l’adorazione perpetua, sono combattuti tra desiderio e paura e dicono: è impossibile, qui non può funzionare, è un luogo difficile, non verrà nessuno. Ma bastano le iscrizioni per la prima notte a fugare ogni dubbio. È un combattimento…».
    In che senso?
    «Un combattimento contro Satana, che non vuole che ci siano adoratori. Quando Gesù dice “sono venuto a portare il fuoco sulla terra e come vorrei che fosse già acceso”, c’è chi lo interpreta anche come il fuoco dell’adorazione. Ecco perché quando un sacerdote comincia a pensare all’adorazione eucaristica inizia anche un combattimento spirituale. In molti modi le persone sono tentate di lasciar perdere, arrivano molte prove. Ed è difficile capire la portata di questa resistenza, delle insidie che mette in campo il demonio se non diventiamo consapevoli della grandezza di questo dono di guarigione e liberazione che è l’Eucaristia».
    Qual è il primo passo per creare una cappella di adorazione perpetua?
    «Un prete innamorato di Gesù un’anima che ne ha fatto esperienza diretta, nella propria carne. Non c’è altro, non ci sono parole che possano convincere se non un cuore che arde d’amore, se non il desiderio di stare con Cristo. E quando le chiese sono chiuse, una cappella di adorazione perpetua permette alle persone di essere sempre unite al Signore, 24 ore su 24, anche nei momenti di maggior bisogno. Quando un cuore è toccato, quando si sente amato, questo amore infiamma, le persone diventano testimoni e il mondo ne è contagiato, lo lo vedo ogni giorno con i miei occhi, lo sperimento attraverso il mio ministero e quando succedono cose sorprendenti io sottolineo con forza che io non c’entro nulla! Non posso attribuirmi nessun merito: tutte le grazie vengono da Lui, per Lui e attraverso di Lui».
    «Quella preghiera che Satana non vuole» » Rassegna Stampa Cattolica

    L'intransigentissima carità di San Pier Damiani
    Piero Vassallo
    "Ascoltino gli inoperosi superiori dei monaci e dei preti, ascoltino, e se anche son sicuri di se stessi, stiano ben attenti a non rendersi complici delle colpe altrui. Chi chiude gli occhi, anziché mondare i peccati dei suo subordinati, con il suo sconsiderato silenzio permette di peccare. Ascoltino e cerchino di comprendere che tutti, allo stesso modo, meritano la morte, non solo gli autori di tali cose, ma anche chi consente di farle". San Pier Damiani
    Estenuato da una pallida confusione tra misericordia e corriva tolleranza del peccato contro natura, l'attuale amministrazione della morale cattolica manifesta l'urgente necessità di una saggia rinuncia al debilitante e untuoso buonismo, necessaria premessa alla restaurazione dell'ordine civile, che è contemplato dalla indeclinabile tradizione. L'incubosa emergenza pederastica, infatti, obbliga il magistero a ritrovare le ragioni della inflessibile contrarietà al mortifero disordine, che è promosso e applaudito, con rumorosa insistenza, dall'avanguardia anarcoide, in devastante attività al seguito delle chimere malthusiane/onusiane.
    Di qui l'attualità della luminosa dottrina di San Pier Damiani (Ravenna 1007- Faenza 1072), il sapiente frate camaldolese, che fu inflessibile accusatore del clero medievale, tormentato "dal cancro dell'infezione sodomitica, che infuriava come una bestia sanguinaria nel covile di Cristo". La sodomia è un morbo ripugnante e insensato, poiché, lo ha insegnato San Pier Damiani, "quando un maschio cerca un altro maschio per insozzarsi, non è uno stimolo naturale della carne, ma soltanto una tentazione diabolica".
    La sodomia fu diffusa nell'Italia alto-medievale da suggestioni di stampo pagano, emanate dall'oriente bizantino. Ai nostri giorni il vizio è promosso dalla cultura laica, ectoplasma libertario dell'antica superstizione pagana, replicante nella rivoluzionaria California del francofortese Herbert Marcuse.
    Opportunamente l'anticonformistica casa editrice Fiducia, attiva in Roma, ripropone il magistrale, limpido testo scritto da San Pier Damiani e indirizzato al pontefice San Leone IX per raccomandargli la minaccia di pene severe contro i pederasti, quale freno alla colpevole tolleranza ("degli inoperosi superiori di monaci e preti") del laido vizio, che purtroppo infettava il clero nel primo secolo del nuovo millennio.
    Il Santo ravvenate fu autore, nel 1049, del magistrale Liber Gomorrhianus, approvato e condiviso dal pontefice e per sua volontà adottato quale criterio di una più severa disciplina ecclesiastica: "ognuna delle affermazioni di questo scritto incontra la nostra approvazione, come acqua gettata sul fuoco diabolico". Il testo, oggi nuovamente/drammaticamente attuale, è stato tradotto dal latinista Gianandrea de Antonellis e sagacemente commento dello storico Roberto De Mattei.
    La lettura dello scritto del nobile santo ravennate apre la mente alla luce della dottrina indeclinabile, che contempla la strutturale incompatibilità tra l'autentica misericordia e la colpevole tolleranza del peccato contro natura: "se ci si è infangati con un crimine per cui è prevista la morte, il comportamento successivo, per quanto religioso esso sia, non potrà mai cancellare la colpa e rendere possibile l'accesso alle gerarchie ecclesiastiche".
    Il rigore di San Pier Damiani è stato ha purtroppo snervato dalla teologia postconciliare, che ha rovesciato l'implacabile avversione al peccato nel liquore buonista, che addormenta il senso morale per consegnarlo inerme alle tirannie mediatiche, che promuovono il vizio trionfante nella società concepita dalla perversione postmoderna.
    Per allontanare la tentazione di vedere nell'implacabile avversione di San Pier Damiani alla sodomia la presenza di un sentimento alterato dal culto della propria virtù, uno stato d'animo ostile, che si rovescia sui peccatori, è tuttavia indispensabile rammentare che la condanna del peccato contro natura è dettata da un'ardente misericordia verso i peccatori: "Ti piango anima infelice dedita alle sconcezze dell'impurità, ti devo piangere con tutte le mie lacrime! Quale dolore! Chi darà al mio capo l'acqua per fare dei miei occhi una sorgente di lacrime? ... Non sto piangendo i forti bastioni di una città turrita o le colonne di una chiesa abbattuta, bensì mi dispero perché le schiere di un popolo vile vengono condotte prigioniere nel regno di Babilonia. ... Mi dispero per la caduta di un'anima insigne e per la distruzione in cui abitava Cristo".
    La misericordia desidera ardentemente la redenzione del peccatore e di conseguenza promuove l'odio contro la perversa eccellenza del vizio contro natura. San Pier Damiani combatte un peccato sommamente mortale, lo stesso, che oggi nasconde nella americana parola gay il lugubre disordine, che è finalizzato al patologico invecchiamento e alla sciagurata estinzione dei popoli che entrano nel girotondo del vizio.
    L?intransigentissima carità di San Pier Damiani ? di Piero Vassallo | Riscossa Cristiana



    Le bastonate di Francesco a CL
    di Antonio Socci
    Cosa è accaduto ieri in piazza San Pietro fra papa Bergoglio e gli aderenti a Comunione e liberazione? Per capirlo bisogna fare un passo indietro.
    IL FARE
    Il 3 marzo scorso, nell’omelia di santa Marta, il papa disse: “Ma come posso convertirmi? La sporcizia del cuore non si toglie come si toglie una macchia… Si toglie col ‘fare’… cioè la strada del fare il bene. E come faccio il bene? E’ semplice! Cercate la giustizia, soccorrete l’oppresso, rendete giustizia all’orfano, difendete la causa della vedova”.
    In quelle stesse ore don Julian Carron, responsabile pro tempore di CL, sul tema della conversione scriveva l’esatto opposto: “ogni volta che davanti a questa o quella situazione ci chiediamo che cosa dobbiamo fare, dimostriamo che non abbiamo ancora risposto a quella domanda. Niente lo documenta più di questo ‘che cosa fare?’. Abbiamo una cosa da fare, solo una: convertirci”.
    Bergoglio identifica la conversione con un “fare”, con un attivismo sociale che abbiamo già visto in America Latina e qui negli anni Settanta in certi gruppi cattolici di sinistra, dove alla fine Cristo si riduceva a “pretesto” per un attivismo sempre più politico e ideologizzato. Invece don Carron percorre la via di un ripiegamento intimistico che toglie alla fede e alla comunità cristiana ogni dinamica umana espressiva e si risolve in quella “scelta religiosa” che decenni fa venne fatta dall’Azione Cattolica e fu sempre combattuta da don Giussani come il suicido del cattolicesimo. Giussani aborrì allo stesso modo la riduzione “sociale” e attivistica del cristianesimo che considerava succube delle ideologie.
    LA VIA GIUSTA
    Fra la risposta bergogliana del “fare” e quella carroniana dell’intimismo psicoanalitico, c’è infatti una terza risposta, quella giusta, che è sempre stata espressa, potentemente, da don Giussani, da Giovanni Paolo II e da Benedetto XVI. Si potrebbe sintetizzare così: l’incontro con Cristo, attraverso il volto dei suoi amici, della comunità cristiana, dà senso e bellezza alla vita, abbraccia e cambia tutta la persona, tutta la sua esistenza e genera un popolo che ha uno sguardo originale su tutto, che ha un giudizio cristiano su ogni aspetto della vita personale e sociale, proponendo a tutti un orizzonte più umano e più vero di quello delle ideologie dominanti. Ieri, in piazza San Pietro, papa Bergoglio e don Carron, pur da posizioni contrapposte, si sono trovati convergenti nel tentativo di liquidare proprio questa via, che Giussani ha percorso dando vita a Comunione e liberazione, la via che Giovanni Paolo II e Benedetto XVI hanno riconosciuto e sostenuto, essendo anche la loro e quella della Chiesa.
    CONTRO CL
    Certo, ieri a Roma si è reso omaggio all’uomo Giussani, ma trasformato in un santino e isolato dalla sua storia. Tentando di delegittimare e archiviare l’opera che da lui è nata, il popolo di Comunione e liberazione e la sua formidabile presenza sociale e culturale, la sua originale creatività che dagli anni Settanta ha incontrato e coinvolto tantissimi giovani e molti non credenti. Oggi restare fedeli con il cuore a quella storia, “a quella forma di insegnamento, alla quale siamo stati consegnati” (Ratzinger), significa, secondo Bergoglio, essere “guide da museo e adoratori di ceneri”. E purtroppo don Carron converge su questa “liquidazione” di una storia comunitaria e di una presenza eccezionale. Così però Bergoglio dice il contrario di quanto hanno affermato Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e don Giussani. E’ innegabile, se non si vuol nascondere la testa sotto la sabbia. Faccio due esempi.
    AUTOREFERENZIALI ?
    Una delle bastonate di Bergoglio a CL è sull’autoreferenzialità. In effetti CL, come altre realtà ecclesiali, oggi ha questo grave problema, tanto è vero che la sua presenza pubblica è pressoché svaporata, ma Bergoglio non ha colpito solo l’attuale CL carroniana, ma anche e soprattutto il forte senso di appartenenza che Giussani ha insegnato, cioè l’identità comunitaria tuttora viva dei ciellini. Infatti ha detto: “Quando siamo schiavi dell’autoreferenzialità finiamo per coltivare una ‘spiritualità di etichetta’: ‘Io sono CL’. Questa è l’etichetta. E poi cadiamo nelle mille trappole che ci offre il compiacimento autoreferenziale”. Ma è facile ricordare parole opposte di Giussani sull’ “essere di CL”. Proprio l’altroieri il portavoce di CL, Alberto Savorana, in una intervista, ricordava che il nome del Movimento nacque da un volantino degli universitari nel 1969: “Un giorno, entrando in uno dei locali frequentati da questi studenti, in via Ariosto a Milano, don Giussani vede quel volantino appeso, con riferimento al nome scelto da quelli della Statale, e dice: ‘ecco, noi siamo il nome che si sono dati gli universitari, perché comunione è liberazione’ ”.
    GAFFE TEOLOGICA
    La seconda bastonata bergogliana è arrivata quando ha contrapposto il carisma a Gesù Cristo, mentre invece – come ha spiegato mille volte don Giussani – “il carisma è l’avvenimento di Cristo secondo la modalità con cui investe il mio presente… facilita l’appartenenza a Cristo, cioè è l’evidenza dell’avvenimento presente oggi… In questo senso il carisma introduce alla totalità del dogma”. Giussani spiegava bene la parola: “Un carisma si può definire come un dono dello Spirito dato a una persona in un determinato contesto storico, affinché quell’individuo dia inizio a una esperienza di fede che possa risultare in qualche modo utile alla vita della Chiesa. Sottolineo il carattere esistenziale del carisma: esso rende più convincente, più persuasivo, più ‘abbordabile’ il messaggio cristiano proprio della tradizione apostolica. Un carisma è un terminale ultimo dell’Incarnazione, cioè una modalità particolare attraverso la quale il Fatto di Gesù Cristo uomo-Dio mi raggiunge e, per il tramite della mia persona, può raggiungere altri”. Invece Bergoglio contrappone le due cose: “Ricordate che il centro non è il carisma, il centro è uno solo, è Gesù, Gesù Cristo! Quando metto al centro il mio metodo spirituale, il mio cammino spirituale, il mio modo di attuarlo, io esco di strada”. Il messaggio implicito era il seguente: adesso dimenticate la vostra storia e il vostro carisma per seguire me e le mie idee. In realtà, nella storia della Chiesa, la ricchezza è stata proprio nella diversità di carismi: i benedettini sono diversi dai francescani, i domenicani dai gesuiti, i carmelitani dai comboniani. E tutti sono centrati su Cristo. Anche i papi dei nostri anni hanno affermato cose opposte all’idea bergogliana. Per esempio, Giovanni Paolo II, in una lettera a Giussani per il 50° anniversario della nascita del Movimento, nel febbraio 2004, volle ripetere ai ciellini ciò che già tante volte aveva detto: “Rinnovate continuamente la scoperta del carisma che vi ha affascinati ed esso vi condurrà più potentemente a rendervi servitori di quell’unica potestà che è Cristo Signore!”. Poi espresse un altro giudizio diametralmente opposto a quello pronunciato ieri da Bergoglio: “Il vostro Movimento ha voluto e vuole indicare non una strada, ma la strada per arrivare alla soluzione di questo dramma esistenziale. La strada, quante volte Ella lo ha affermato, è Cristo”.
    WOJTYLA SU CL
    Papa Wojtyla definiva il Movimento “uno dei germogli della promettente ‘primavera’ suscitata dallo Spirito Santo negli ultimi cinquant’anni”. E, considerato che erano stati anni segnati “da una sofferta contrapposizione con le ideologie imperanti, da una crisi dei progetti utopistici e, più recentemente, da una diffusa tendenza al relativismo, allo scetticismo, al nichilismo, che rischiano di estinguere i desideri e le speranze delle nuove generazioni”, il grande papa Wojtyla invitava tutti i ciellini “a risalire all’esperienza sorgiva da cui il Movimento ha preso le mosse, rinnovando l’entusiasmo delle origini. E’, infatti, importante mantenersi fedeli al carisma degli inizi per poter rispondere efficacemente alle attese e alle sfide dei tempi”. L’opposto di quello che si è sentito ieri.
    https://bergoglionate.wordpress.com/...rancesco-a-cl/

    Il papa indice un Giubileo Straordinario? Mah!
    Il Mastino
    Due parole soltanto, strada facendo, stante il fatto che io ho promesso di non più scrivere di vaticanismo da nessuna parte, e in ogni caso di astenermi da giudizi sul papa: basta non scriverne, per riuscire ad astenervisi. Del resto reputo non troppo utile, anzi forse è persino dannoso parlare criticamente contro un pontificato. Certo è che, in generale, siamo giunti ad una situazione che, ho questa consapevolezza, ormai nessuno può più far nulla: solo Dio in persona e la Vergine possono intervenire dall’altro a sbrogliare la situazione in cui non da mò la Chiesa è venuta a cacciarsi.
    Qualche tempo fa c’era un noto cardinale ipocondriaco che, forse in preda allo stato ansioso permanente in cu questa paturnia psicologica induce, aveva sentenziato in privato che lo IOR stava messo malissimo, il suo fallimento è questione di mesi. Esagerava? Forse. Fatto sta che non è la prima volta che si verificano situazioni finanziarie simili, alle quali sovente la Santa Sede ha risposto con una scelta: un Giubileo Straordinario. Nato come il più sacro e penitenziale degli atti collettivi straordinari della Chiesa, per via dell’eterogenesi dei fini, è diventato il più ordinario dei fenomeni profani, al quale si ricorre talora per batter cassa. E già che ci si trova, lucrare le indulgenze, ammesso e non concesso che qualcuno ancora sappia cosa siano.
    Fatto sta che gli ultimi giubilei di penitenziale ebbero poco, e tutto basarono sulla sovraesposizione mediatica: sembrò, per chi come me in Roma lo visse in diretta, una sorta di sagra strapaesana dove ogni senso del limite si era perso, e dove la purgazione generale fu l’ultimo pensiero dei partecipanti nell’arco di un anno, il 2000. Tant’è che il cardinale Ratzinger, scorrendo lo psichedelico programma del Giubileo, sollevò gli occhi al cielo in segno di rassegnazione e disse “ogni venticinque anni passi pure…”, ma non oltre.
    Oggi leggevo che al papa, nel biennio della sua elezione, spiace essere papa, perché non gli piace viaggiare, perché non gli piacciono le corti, perché non può andare in giro e in pizzeria senza essere riconosciuto, fortuna che, dice, ha presentimento che il suo pontificato durerà poco. Sorridevo pensando al perché accettò di candidarsi nel 2005, perché se ne tornò irritato in Argentina ancora cardinale, perché mesi e mesi prima del conclave era già in contatto con i suoi futuri grandi elettori. Poi è stato finalmente eletto: non glielo ha consigliato il medico di accettare, tanto più che candidati di caratura bene maggiore della sua ce n’erano a volontà, e volentieri ne avrebbero preso il posto. Dunque di che si lamenta?
    Infatti ha fatto sapere che non ha alcuna intenzione però di dimettersi, al contrario di quanto dicono, anche ad alto livello dentro la Santa Sede: a 80 anni lascerà. Che poi era quanto nei giorni del pre-conclave andava dicendo il grande elettore e amico di Bergoglio, Hummes: “Quattro anni di Bergoglio bastano”. Bastano a cosa non abbiamo capito. Solo notavo con un sorriso sardonico una incongruenza: Bergoglio, prima del papato, ci andava a mangiare la pizza? I testimoni dei suoi anni molto introversi e passati inosservati a Buenos Aires dicono che Monsignore era tutt’altro che socievole, anzi semmai era scostante. Più che altro una grande timidezza e senso di inadeguatezza fu: Bergoglio è stato sempre solo, drammaticamente solitario, fin da giovane. Non a caso quando lo si invitava a qualche convivio, alla pizza insieme, andava, salutava e correva via. Dunque di che mancanza di pizza parla? Come tutti i solitari e i timidi.
    Ma era di ben altro che volevo parlarvi. Mi avvisano i tecnici di una trasmissione religiosa di rilievo nazionale che stanno lavorando a un servizio in diretta: la Penitenziale del papa. Apparentemente nulla di che. Ma pare che dentro la Penitenziale verrà fuori, così dicono, la bombetta: il papa annuncerà clamorosamente l’indizione di un Giubileo Straordinario. Per cosa?
    Non mi han saputo dire, ma trattandosi del Bergoglio che conosciamo, il pretesto può essere immaginato da tutti. Tant’è che mi è scappato di commentare che “se l’altro Giubileo fu prossimo al circo equestre, questo potrebbe essere assai prossimo al carnevale di Rio”. Il pretesto dei pretesti potrebbe essere il 50° della conclusione del Concilio. La ragione vera è il “circo” per distrarre da quel sinodo, che proprio a fine 2015 ci sarà, in cui il papa è riuscito a rivoltarsi contro anche i vescovi tedeschi sui quali in un primo momento aveva fatto affidamento, avendo mollato Kasper e Marx e avendo capito che questi volevano andare ben oltre le intenzioni di Bergoglio. Ecco, il clima festaiolo più che penitenziale di un Giubileo distrarrebbe tutti dal fiasco di fatto del Sinodo sulla famiglia, che, ben inteso… sarebbe un successo per i vescovi ortodossi.
    Ma al di là dei pretesti, la ragione ulteriore di un Giubileo Straordinario quale può essere oltre al prossimo pericoloso cinquecentenario dello scisma a cui portò l’eresiarca Lutero… altro tedesco… con tanto di pubblici atti di irenismo verso il protestantesimo, o almeno quei quattro gatti totalmente secolarizzati che ne restano in Europa?
    Beh, forse può c’entra qualcosa proprio la questione IOR che accennavo all’inizio: i soldi.
    Il papa indice un Giubileo Straordinario? Mah! | La cuccia del Mastino

    Il Fatto 9.3.15
    Fuori dal coro
    Non indica un inizio ma è il segno della fine
    di Pietrangelo Buttafuoco
    L’effetto Marziano a Roma è già alle sue spalle. Francesco Bergoglio, il Papa che piace a tutti, ha già esaurito la metafora di Ennio Flaiano. Le Città eterna, infatti, ha più che digerito la novità. Non c’è, Diocenescampi, la pernacchia all’angolo di Via Veneto ma ciò che compete a questo Pontificato è solo reiterazione del popolaresco. Perfino Sergio Mattarella (uno che col cattocomunismo ci campa), prendendo il tram, ricalca l’effetto torpedone del Papa ma tutta questa estetica della sottrazione del fasto curiale, in Bergoglio, non è sottrazione mondana e non è neppure il jihad del francescanesimo. È solo tristo poveraccismo...
    È venuto dalla fine del mondo, Papa Francesco. Ecco, il lapsus. Ha preso un nome che gli ha permesso di numerare col principio ma tutto il suo teatro è un ammiccare alla fine. Ogni suo gesto – dalla valigetta ventiquattrore all’appartamento di Santa Marta, svuotando il Vaticano – è un prologo al finale. Attento, in ogni sua azione, a ricavarne il plauso dello spirito del tempo, volge tutto in parodia. Chiama Marco Pannella durante uno dei suoi digiuni quando prima di questa scenetta, con altra tempra, e con più rovente battaglia, Giovanni Paolo II scriveva una lettera a Bobby Sands, l’eroe della libertà d’Irlanda. Lo supplicava d’interrompere il digiuno e gli inviava – certo di non poter smuovere dal proposito di lotta quel guerriero – la Croce d’oro con cui i fedeli di San Patrizio avrebbero poi aperto il corteo funebre di Bobby Sands, combattente dell’Esercito repubblicano irlandese.
    Piace alla gente perché fa arrestare un vescovo pedofilo, alza i lai contro l’omertà e le complicità della Chiesa ma, forte della buona coscienza proprio dell’Inferno, fa un errore blu in punto di caritas se non di pietas: non combatte il peccato, mette le manette ai peccatori. Papa Francesco, perfetto per i souvenir delle bancarelle, sembra sparlare da una centuria di Nostradamus. È nel finale di partita perché sacralità e carisma, con lui, sono optional. Non è un Papa, è solo il direttore generale di un Cda la cui ragione sociale è umana, troppo umana.

    È pervenuta in Redazione:
    Caro signor Gnocchi,
    mi sento molto confuso con tutto questo chiasso che si fa su Adinolfi e sul suo nuovo giornale La Croce. Certo che fa piacere vedere che un uomo di sinistra si mette contro l’aborto e difende la famiglia normale. Però poi è difficile non notare che partono anche dei messaggi ambigui come quello della legge proposta da Introvigne a un convegno con Adinolfi e che la professoressa Fermani ha analizzato così bene, spiegando che è una legge che fa da grimaldello per introdurre il matrimonio omosessuale. E anche il prof. De Mattei ha spiegato bene a cosa porta un certo atteggiamento da vecchi democristiani. Però quello che di più mi ha impressionato è il tono che Adinolfi ha usato nel botta-risposta col lettore della Croce. E’ possibile che se uno critica sia subito uno che vuole dividere? E poi, come si fa a parlare di cretinate, quisquilie, quando il lettore della Croce parla di legge 40, di valori non negoziabili? Io non voglio mettere in dubbio la buona fede di Adinolfi, ma ho anche la paura che ci venga offerto un nuovo capopopolo da seguire alla cieca, che però non ha le idee molto chiare in materia di fede. Mi piacerebbe sapere cosa ne pensa lei e la ringrazio molto.
    Marcello Grezio
    Caro Grezio,
    il mondo cattolico è conciato davvero male se ci tocca occuparci di Mario Adinolfi e delle sue intraprese giornalistiche. Visto con un minimo di distacco e usando le categorie politiche che il protagonista stesso non disdegna, il fenomeno a cui si riferisce può essere definito così: un gruppetto di cattolici di destra guidato da un cattolico di sinistra. Quale sia la direzione in cui si marcia e dove si andrà a finire, la storia degli ultimi decenni ce lo ha già mostrato. D’altra parte va riconosciuto che Adinolfi è onesto circa la sua collocazione politica, tanto da averlo dichiarato nel titolo del libro che grazie a un’allegra compagnia di giro sta vendendo nelle più rinomate piazze d’Italia: “Da sinistra contro i falsi miti di progresso”.
    Per i miei gusti, caro Grezio, ce n’è abbastanza per lasciarlo andare per conto proprio. Ma il mondo cattolico cosiddetto “non di sinistra” o “non progressista”, salvo rare eccezioni capaci di andare veramente controcorrente, è fatto di improbabili intellettuali assetati di legittimazioni, poveri personaggi in cerca di un autore che li metta su un palcoscenico e li faccia recitare qualunque sia il copione. Intanto, mentre i pupi saltano e ballano, il teatrino ruota sempre più a sinistra fino a quando la mutazione è completata. Il linguaggio, i temi e persino i princìpi fino al pontificato precedente non negoziabili si adattano al pubblico che vuole sempre di più e meglio: dal collaborazionismo politico ai cedimenti dottrinali, il passo è molto breve, specialmente se viene incentivato dagli applausi del mondo.
    Insomma, niente di nuovo rispetto alla disastrosa storia della Democrazia Cristiana, quel mirabile partito di centro che, secondo Alcide De Gasperi, guardava verso sinistra. Niente di nuovo rispetto a quanto teorizzato da Jacques Maritain con il suo umanesimo integrale.
    Ma, con questi paragoni, non vorrei nobilitare eccessivamente un’impresa dal cabotaggio intellettuale e politico davvero piccolo. E, soprattutto, dalle tappe scontate: ora ci sarà la rubrica su Radio Maria, il Meeting di Rimini, i circoli e i circolini dell’Opus Dei, le riunioni selezionate di Alleanza Cattolica, qualche parrocchia che penserà di fare un gesto politicamente scorretto e venghino siori venghino con tutto quel che segue. Tutta roba già vista. Però bisogna ammettere, con questa impresa, Adinolfi sta facendo opera di chiarezza come non era riuscito a nessun altro prima: ha iniziato l’appello e chi doveva ha risposto subito “presente” come un bravo scolaretto. Fatte le debite proporzioni, pare di vedere Renzi alla conta in parlamento.
    Eppure, caro Grezio, per quanto triste, il vero problema non è questo. Se uno vuole andare a sinistra fingendo di essere di destra, se vuole stare con i progressisti fingendo di essere un conservatore, se vuole cedere fingendo di resistere, può farlo benissimo. Ciò che inquieta sono il metodo e, ancora di più, il contenuto di operazioni come questa.
    Lei, giustamente, si sente scandalizzato dal fatto che chiunque tenti di obiettare davanti a disegni simili venga subito tacciato di essere “uno che divide”. Ma, qui giunti, possiamo lasciare al loro destino Adinolfi e la sua compagnia di giro, perché questo è un vizietto diffuso da troppo tempo nel mondo cattolico inteso in senso lato e nella Chiesa intesa come struttura gerarchica.
    La tattica di accusare i dissidenti di essere “gente che divide”, di solito, viene usata dai prepotenti o dai deboli, tenendo presente che spesso i prepotenti sono dei deboli che hanno tra le mani qualche leva del potere. Davanti a chi osa argomentare, il prepotente non argomenta per non mettere in discussioni le proprie convinzione e la propria posizione, mentre il debole non argomenta perché non ha convinzioni e, se le ha, non ha il coraggio di difenderle. Niente di più facile che indicare al pubblico ludibrio colui che osa rompere l’unità delegittimandolo a priori: se rompe l’unità non può parlare. La Verità, anche quella con la “V” maiuscola soccombe alla convenienza. Pilato, che preferisce rimanere amico di Cesare, non cessa mai di trovare seguaci.
    La Chiesa di questi ultimi decenni ha funzionato, anzi malfunzionato, proprio fondandosi sulla volontà di essere amica di Cesare. Debole fino al dissanguamento sul piano dottrinale e morale, si è mostrata prepotente e spietata su quello della repressione e della negazione di ogni legittima opinione che intendesse ribadire le verità della dottrina e della morale. Con il risultato di zittire coloro che intendevano difenderla e di lasciare libera cittadinanza a coloro che intendevano demolirla.
    Il metodo è dunque ben collaudato e viene messo in pratica dal vertice sino all’ultima parrocchia. A proposito di quanto mi riferisce su Adinolfi, visto che è un convertito, bisogna ammettere che ha imparato in fretta. D’altra parte, sembra un discreto uomo di potere e se ne accorgeranno presto gli attori della sua compagnia di giro.
    Ma ora, caro Grezio, mi conceda una considerazione sul contenuto. Anche qui userei uno dei motivetti più fischiati dai cattolici che dicono di volersi opporre alla deriva progressista e, in realtà, non fanno altro che rincorrerla rimanendo appena un passo indietro. Gli esempi sono purtroppo infiniti e Patrizia Fermani ne ha spiegato nel dettaglio gli esiti parlando della legge sulle convivenze proposta da Massimo Introvigne e rimando ai suoi articoli su Riscossa Cristiana.
    Io mi limito al motivetto fischiato da questi cattolici, che è il seguente: è sempre meglio fare qualcosa, anche se imperfetto, che non fare niente. Caro Grezio, questi cattolici, che forse sarebbe meglio chiamare cattolichetti per via del motivetto che gli piace tanto, forse a causa della loro cattolichettaggine, hanno perso di vista l’atteggiamento che il cattolico deve sempre tenere nei confronti del mondo. Così, a forza di collidere e cooperare con il mondo, hanno ottuso i loro sensi spirituali tanto da non comprendere la gravità dei tempi in cui stiamo vivendo.
    Si beano di immaginarie strategie politiche e parlamentari, mentre qui è palesemente in atto una guerra tra Cristo e Anticristo di portata mai vista, la cui posta è la sopravvivenza della fede cattolica. Lo ripeto caro Grezio: stiamo combattendo per mantenere la fede cattolica e tutte le battaglie sui vari temi, anche quelli così importanti della morale, sono solo il terreno di scontro di una guerra ben più profonda, metafisica, religiosa. Prima di ogni altra cosa è in gioco la fede. Ma la fede si conserva tutta intera o la si perde, non la si può mantenere a pezzi a seconda dei gusti o delle convenienze.
    Le scelte che riguardano i temi cruciali della morale, che toccano persino la natura umana sono il segno che mostra se la fede resiste o cede. Perciò qualsiasi accomodamento, anche concepito a fin di bene e magari con l’ausilio tarlato del concetto di male minore, rappresenta un accomodamento della fede: un tradimento di Cristo a favore dell’Anticristo. Il mondo contemporaneo non ha bisogno di una legge un po’ meno cattiva di un’altra perché, come dicono i cattolichetti, “è sempre meglio fare qualcosa, anche se imperfetto, che non fare niente”. Noi non ci stiamo battendo per dare qualcosa di meno peggio al mondo, ma per rimanere fedeli a Cristo e al suo insegnamento, l’unico che può salvare il mondo.
    È questo che ha reso così drammatico il Sinodo sulla famiglia appena concluso e che renderà ancora più drammatico quello prossimo. Ciò che è avvenuto e avverrà non sarà tanto lo scontro tra diverse scuole di pensiero, ma lo scontro tra chi intende mantenere integra la fede cattolica e chi la vuol mutare. In poche parole, caro Grezio, anche se si sta parlando di vescovi, cardinali e Papa e quindi le mie possono apparirle parole pesanti, anche lì si tratta dello scontro tra Cristo e Anticristo. A noi rimane solo da scegliere da che parte stare.
    ?FUORI MODA?. La posta di Alessandro Gnocchi ? rubrica del martedì | Riscossa Cristiana


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    Predefinito Re: Il Verbo di Dio si è fatto carne

    Dalla teologia orizzontale alla baraonda liturgica
    di Piero Vassallo
    Nella presentazione del saggio La questione liturgica, pubblicato nella collana Intervento di Marco Solfanelli da Maria Guarini, autentica erudita e intrepida testimone della fede di sempre, l’insigne monsignore Brunero Gherardini, complimentandosi con l’autrice, le riconosce il merito di aver proposto una puntuale e originale critica “della desacralizzazione, banalizzazione, orizzontalità dei gesti, nonché del degrado al quale è pervenuta la deformazione concettuale e pratica di una liturgia ridotta a cornice sociale“. Immersa nel vortice del novismo, la liturgia è trasformata in festival delle insulsamente pie canzonette, in uscita dalla fantasia, talora empia sempre stucchevole, di parolieri e compositori stupefatti e/o fulminati dalla nuova teologia.
    L’autrice, interpretando il diffuso disagio dei fedeli, pone a fondamento di una puntuale e sagace critica della nuova liturgia un giudizio inoppugnabile: “Per recuperare la fede viva – non intellettuale – e la devozione autentica non c’era bisogno di sovvertire la liturgia: sarebbe bastata un’efficace formazione o, meglio, una autentica iniziazione. Oggi invece è cambiata l’ecclesiologia e la teologia, che la sottende, per effetto dell’orizzontalismo antropocentrico, che ha spostato il centro dell’azione cultuale da Dio all’uomo ed alla fine ha perso il senso del mistero”.
    L’argomento elucubrato dai riformatori modernizzanti contemplava il presunto obbligo di tradurre le parole latine nelle lingue parlata dai fedeli, contemplati nell’immaginaria figura della vecchietta, che recita il rosario durante la celebrazione della Messa in latino, lingua per lei incomprensibile. Ragionamento cavilloso e unto dalla falsa, modernistica misericordia, quello intorno ai fedeli estraniati dal latino della Messa: presupponeva la possibilità di svelare il mistero del Sacrificio eucaristico mediante una traduzione atta ad abbassare il canone alla comprensione dalla proverbiale vecchietta, ritenuta destinataria del mistero depauperato, svelato e democratizzato dai teologi modernizzanti.
    In seguito Guarini confuta l’obiezione – la gestualità dell’antico canone è d’intralcio allo sviluppo di un autentico senso di pietà – formulata da un redattore della Bussola, don Enrico Finotti: “non si tratta di una gestualità coreografica, ma di un insieme organico e ben compaginato di gesti e parole e sentimenti, cui corrispondono significati profondi e sublimi – certamente non criptici né solo formali per chi vi si accosta con un minimo di interesse e volontà di comprendere”
    Se non che la smania dei semplificatori “che hanno sovvertito e infranto l’Ordo multisecolare“, ha prodotto solamente fracassi verbali accompagnati da disturbanti suoni di chitarre. Al proposito della saccente stupidità, che ispira il democratismo dei liturgisti post-conciliari, Guarini cita un puntuale, sferzante giudizio del maestro Riccardo Muti: “La storia della musica deve molto alla Chiesa e non mi riferisco solo al canto gregoriano, che è strepitoso, ma anche ai giorni nostri. Io non capisco le chiese, tra l’altro quasi tutte fornite di organi strepitosi, dove invece si suonano le canzonette. Probabilmente questo è stato ipotizzato all’inizio come un modo di avvicinare i giovani, ma è un modo semplicistico e senza rispetto del livello di intelligenza delle persone”.
    Rumori avventizi e sgangherati sopra le righe del rito modernizzato inducono migliaia di battezzati a disertare le messe, nelle quali “finalmente il popolo può capire quanto si dice”, ossia decifrare e apprezzare, osserva ironicamente Maria Guarini, “le meditazioni trascendentali di vario genere e la recita di mantra in sanscrito”.
    Sarebbe tuttavia erroneo attribuire la responsabilità di tale involuzione soltanto al Vaticano II, che ha approvato un documento, il Sacrosantum Concilium, nel quale si afferma, pur senza sbarrare l’uscio della modernizzazione, che “il sacro Concilio, obbedendo fedelmente alla tradizione, dichiara che la santa Madre Chiesa considera come uguali in diritto e dignità tutti i riti legittimamente riconosciuti: vuole che in avvenire essi siano conservati e in ogni modo incrementati”.
    Opportunamente Guarini cita un magistrale testo del cardinale Albert Malcolm Ranjith, incaricato da Benedetto XVI di ristabilire un senso di venerazione nella sacra liturgia. Il coraggioso presule indiano ha denunciato gli abusi liturgici consumati dopo il Vaticano II e contro la tradizione indeclinabile: “Alcune pratiche che la Sacrosanctum Concilium non aveva mai contemplato furono permesse nella liturgia, come la Messa versus Populum, la Santa Comunione nella mano, l’eliminazione totale del latino e del canto gregoriano, nonché di canti e inni che non lasciano molto spazio per Dio”.
    Legittimamente Guarini conclude affermando “che nella Santa Messa cattolica nel Nuovo Rito, la benedizione ebraica sostituisce quella che nel rito secondo l’usus antiquior è l’Offerta cristiana“. E’ probabile che la sostituzione segnalata da Guarini sia il preambolo della rivoluzionaria sentenza (“gli ebrei non devono convertirsi”) pronunciata da papa Bergoglio forse nell’intento di aggiornare e “buonificare” la dottrina di San Paolo. L’Apostolo delle genti, dopo aver affermato chiaramente che “quello che Israele cercava non l’ha ottenuto, l’hanno ottenuto gli eletti”, rammenta infatti la attuale esclusione degli ebrei (“a causa delle loro mancanze”) e l’innesto dei gentili (“se ora alcuni rami sono stati tagliati via e tu, essendo un olivastro selvatico, sei stato innestato al posto loro, venendo così a partecipare della linfa che proviene dalla radice dell’olivo, non ti gloriare”, Rom. 11, 17).
    Il fruscio delle modernizzazioni soggiacenti ai solenni annunci di fedeltà alla dottrina di sempre, autorizza Guarini ad affermare che nei documenti del Concilio Vaticano II si intravede “una rottura con la precedente tradizione della Chiesa”. Di qui una diagnosi impietosa: “Concetti base e temi come sacrificio e redenzione, missione, annuncio e conversione, l’adorazione come parte integrante della Comunione, la necessità della Chiesa per la salvezza, furono tutti esclusi, mentre il dialogo, l’inculturazione, l’ecumenismo non più come reditus dei separati ma come ricerca di una convergenza da cercare insieme e non già presente nella Chiesa, l’Eucarestia come semplice banchetto, l’evangelizzazione come testimonianza ecc., divennero più importanti”.
    Il pregevole saggio di Guarini si raccomanda quale puntuale e drammatico elenco delle ragioni, che giustificano il grido di dolore rivolto al Cielo dai fedeli umiliati dal disordine che, a piccoli passi, ha occupato e stravolto la Messa cattolica e, attraverso la nuova messa, ha soffocato il respiro della vita cristiana.
    Dalla teologia orizzontale alla baraonda liturgica ? di Piero Vassallo | Riscossa Cristiana




    Ora il Vaticano DEVE smentire Scalfari
    Antonio Socci
    L’ha rifatto. E’ chiaro che Eugenio Scalfari ha una curiosità speciale (forse anche una certa inquietudine) per il nostro destino eterno.
    Domenica scorsa, 15 marzo, nel suo editoriale su Repubblica, il “fondatore” ha di nuovo attribuito a papa Francesco, di cui è amico, confidente e intervistatore, delle tesi imbarazzanti e a dir poco esplosive.
    Ecco cosa scrive Scalfari:
    “Chi ha avuto il dono di conoscere papa Francesco sa che l’egoismo è il nemico più pericoloso per la nostra specie. (…) Se l’egoismo soverchia e soffoca l’amore per gli altri, offusca la scintilla divina che è dentro di lui e si autocondanna. Che cosa accade a quell’anima spenta? Sarà punita? E come? La riposta di Francesco è netta e chiara: non c’è punizione ma l’annullamento di quell’anima. Tutte le altre partecipano alla beatitudine di vivere in presenza del Padre. Le anime annullate non fanno parte di quel convito, con la morte del corpo il loro percorso è finito”.
    Aveva già scritto la stessa cosa in un altro editoriale uscito su Repubblica il 21 settembre 2014:
    “Il Papa ritiene che, se l’anima d’una persona si chiude in se stessa e cessa d’interessarsi agli altri, quell’anima non sprigiona più alcuna forza e muore. Muore prima che muoia il corpo, come anima cessa di esistere. La dottrina tradizionale insegnava che l’anima è immortale. Se muore nel peccato lo sconterà dopo la morte del corpo. Ma per Francesco evidentemente non è così. Non c’è un inferno e neppure un purgatorio”.
    Questa teoria non nega solo un pilastro fondamentale della fede cattolica, l’immortalità dell’anima (di tutte le anime), ma nega anche un altro cardine della stessa fede, ovvero la concreta possibilità delle pene eterne dell’Inferno di cui Gesù stesso parla molte volte e assai chiaramente nel Vangelo (“poi dirà a quelli alla sua sinistra: Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno” Mt 25,40; “là sarà pianto e stridor di denti” Mt 8, 12).
    Scalfari in pratica è tornato ad attribuire al papa una tesi che nega ben due dogmi, cosa gravissima che – se fosse stata davvero formulata da Bergoglio – avrebbe conseguenze colossali. Siccome il fondatore di Repubblica non è un pinco pallino qualunque, siccome si vanta di essere amico e confidente di papa Bergoglio e da lui è stato ripetutamente accreditato, essendo stato ricevuto per lunghi colloqui, pubblicati come interviste, è doveroso da parte del Vaticano, in una qualsiasi forma, smentire le eresie che vengono attribuite al papa. Infatti io non voglio credere che Bergoglio pensi questo. Però sarebbe il caso di affermarlo con chiarezza, smentendo Scalfari.
    Perché un giornalista così importante e accreditato dal papa che scrive attribuendogli ripetutamente tesi eterodosse crea scandalo fra i fedeli e deve avere una chiara e definitiva smentita. In caso contrario resterà quantomeno il dubbio che in Vaticano si voglia deliberatamente usare un doppio registro, lasciando temerariamente che circolino all’esterno della Chiesa certe dottrine e idee attribuite al Papa. Ma spero che nessuno voglia essere annoverato fra coloro che scandalizzano i semplici, considerate le parole che Gesù pronuncia a loro riguardo…
    Ora il Vaticano DEVE smentire Scalfari - Lo StranieroLo Straniero

    Borgo San Lorenzo. Ecumenismo a gogò, prete-imam… e dov’è la Fede cattolica?
    di Vinicio Catturelli (ha collaborato Osvaldo Ravoni)
    Nel momento in cui i terroristi islamici, che si ispirano ai “Fratelli” talebani di Boko Ahram, facevano saltare per aria due chiese gremite di fedeli, lasciando sul terreno tronconi umani dilaniati, gente, ancora viva, che geme dolorosamente, e nell’aria un acre odore di sangue e polvere che imbianca i povericristi piangenti che si erano recati a pregare quel Signore Crocifisso che in Europa i preti rinnegano; mentre la notizia arrivava nel mondo e lo stesso Papa Francesco aveva subito, in video, rivolto il suo pensiero: “Chi è al servizio del nome di Dio (i preti nvc) deve condannare chi uccide degli esseri umani” – dimenticandosi lo stesso Papa, forse intento a elargire roboanti porzioni di misericordia sul capo dei francescani dell’Immacolata e sui cardinali e vescovi accusati di tradizionalismo, di specificare anche chi è stato l’uccisore, insomma uccisi “da chi”…ma il complemento d’agente, specie quando porta all’Islam, non è il punto forte di questo Papa sudamericano – insomma mentre il mondo si commuoveva e si indignava di fronte all’ennesimo crimine delle varie bande islamiche – abbiamo ancora negli occhi i poveri corpi dei cristiani nigeriani bruciati vivi nelle chiese – qui in Toscana a Borgo San Lorenzo, ridente e operoso paese del “verde Mugello”, in nome dell’ecumenismo beota, del neomodernismo, della tolleranza (un tempo relegata in ben altre e più onorevoli case) e del partenopeo “chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato.....scordammoce o’ passato, simme e’ Napule paisà”, Imam e prete e sindaco inauguravano la nuova moschea come si può notare dalle foto e specie dal commento del cronista de “La Nazione”, certo Paolo Guliotti, che, se non conoscessimo la serietà del quotidiano fiorentino, verrebbe da pensare, fosse il portavoce della Comunità islamica o l’aedo servente del pievano di Borgo don Maurizio Tagliaferri, da oggi don Maurizio Mohamed Tagliaferri come da ieri ormai molti lo chiamano nel capoluogo del Mugello e a Firenze dove ormai la notizia è volata.



    Sì perché la notizia è davvero clamorosa e la prendiamo, paro paro, dallo stesso aedo Guliotti nell’articolo de “La Nazione” di domenica 15 marzo 2015 quando afferma che la “…moschea che è stata inaugurata a Borgo San Lorenzo…Il nome ufficiale è ‘centro culturale islamico’ , ma accanto a una mensa che servirà per il Ramadan, spazi al pieno superiore dove si farà lezione di Corano e arabo, l’area più vasta è quella dedicata al culto…” insomma una vera e propria “madrassa” per cui “Si è iniziato con il canto di alcuni versi del Corano intonati dall’imam di Borgo Reda El Mettwaly. Accanto aveva il Sindaco Paolo Omoboni e il pievano don Maurizio (Mohamed n.v.c.) “significativo, e anche molto apprezzato – prosegue l’aedo servente Guliotti – è stato l’intervento del pievano don Tagliaferri, che ha parlato di libertà religiosa e di reciprocità (per cui è probabile che domenica l’imam Reda El Mettttwaly canti il Vangelo durante la S. Messa nella romanica pieve di Borgo n.v.c.) e ha letto una pagina di un documento del Concilio (quale dei 21? Quello di Nicea? di Firenze? di Trento? n.v.c) sul rapporto tra Cristiani e Musulmani….Adam Osman, che è consigliere comunale (di che partito la lascio indovinare a voi n.v.c.) ha ricordato che nel centro islamico vi saranno le classi per l’insegnamento di arabo e Corano: “Mi piacerebbe – ha aggiunto – che questo non fosse solo per noi ma per tutti, soprattutto per i ragazzi”.
    E vedrete se l’intrepido don Maurizio (Mohamed) Tagliaferri non manderà lì i ragazzi – se per il suo ecumenismo, una religione vale l’altra, nei locali della Pieve può risparmiare così, gasolio e voce – insomma un prete questo qui, lontano le mille miglia da quel don Camillo di guareschiana memoria per cui, tutte le occasioni eran buone per portare il Cristo tra la gente. Un signore distinto in talare – è la prima volta, durante la visita ai suoi “fratelli islamici”, che l’abbiamo visto in tonaca mi dice la mia cortese interlocutrice, altrimenti preferisce un abbigliamento “casual”: foulard di seta pura, golfino di “Cachemire”, cappello alla Pecos Bill, Borsalino – dal volto sicuro da cui sprizza una sua certa aria di superiorità e di arroganza quasi feroce che pare voglia dire : “Io so’ io, e voi nun siete un c….”
    Del resto lui -aria da manager, una segretaria efficiente e loquace, venuto su da una incolpevole mandata di vocazioni alla parrocchia della Madonna della Pace di Firenze – da cui proveniva anche il vescovo ausiliare Claudio Maniago – dove il parroco don Lelio Cantini, odiatore di San Giovanni Paolo II, voleva fare una sorta di “Chiesa parallela” formata da preti che plagiava…
    Il giorno in cui il grande Musicista Bartolucci fu creato Cardinale, Mohamed Tagliaferri, affermò in un’intervista che con il nuovo cardinale avrebbe “concelebrato”…e mal gliene incorse perché il Cardinale, papale, papale, come suo solito, rispose che lui non avrebbe concelebrato il nuovo rito, in quanto non lo conosceva…allo stesso modo che il Tagliaferri – e lo dice lui a ogni piè sospinto, facendosi vanto della propria ignoranza – non conosce il latino. Per cui, alla morte del Cardinale borghigiano, tanto per umiliarlo “a cadavere ancor caldo” lo accolse a Borgo e invece del rito antico -” il canto degli angeli con il quale voglio esser accompagnato al cimitero” ripeteva il compianto cardinale mugellano – gli fece una funzione da far accapponar la pelle, e cantò dall’altare quella canzoncina stupida – lo scriva pure, mi dice la mia guida, nota internauta – che parla di “cestini di dolore” e “grappoli d’amore”…Ma il pievano era al “settimo cielo” per aver fatto la sua “vendetta”…ma il rito “degli angeli” fu lo stesso celebrato, per volere dei parenti e degli amici, a Firenze, a San Gaetano e a San Donato in Poggio…casi della vita…
    Ci sarebbe qualcosa di veramente vergognoso …un’azione ributtante fatta dal pievano Tagliaferri nei confronti della salma di un fedele defunto – ma i familiari, e il familiare che decide è il nostro collega borghigiano, che non ha voluto aiutarci in questo servizio e che se l’è cavata con un salomonico “No Comment…tutto a sua tempo…io so aspettare!”… – e che sarebbe stato pedagogico raccontare. Un episodio che avrebbe fatto vedere il vero volto del prete–imam evidentemente seguace di don Stinghi (è venuto a parlare anche a Borgo nei locali della parrocchia) che celebra inneggiando a Allah e Maometto, intende promuovere i matrimoni gay, dare la Comunione ai divorziati e donna ai preti.
    All’immarcescibile atleta borghigiano don Mohamed Maurizio Tagliaferri vorremmo, seppur sommessamente, ricordare che il suo gesto è di vera e propria “apostasia” in quanto non è consentito ai sacerdoti, senza il permesso dell’Ordinario locale(il Vescovo) – e dubitiamo, ora che Mons. Maniago è partito, che don Mohamed Maurizio Tagliaferri abbia avuto il permesso del Vescovo – recarsi in un differente luogo di culto o partecipare a riunioni di preghiera fuori dalla Fede Cattolica; se poi il Sacerdote si fosse messo a cantare i versetti del Corano sarebbe, ipso facto, fuori dalla Chiesa…ma vedrete che tutto continuerà come prima e più di prima: la Moschea dove celebra inneggiando a Maometto don Stinghi, la Messa secondo il rito Buddista celebrata in piazza SS Annunziata da don Jacopuzzi, i Purim della sinagoga di San Zanobi in via Centostelle a Firenze, i matrimoni tra trans e gay da don Santoro, le chiese vuote e tante settimane bianche a Borgo San Lorenzo…
    Massimo rispetto per la Comunità Islamica di Borgo che fa il suo gioco…detto da uno come il sottoscritto, che, quando ci fu l’infame uccisione dei redattori di “Charlie Hebdo” a Parigi -a differenza del Sindaco di Borgo San Lorenzo che fuori dal Comune fece scrivere “Je suis Charlie”- scrisse sul suo profilo face book “Je suis Catholique”: condanna degli assassini uccisori dei giornalisti francesi, ma solidarietà piena e convinta, a quei musulmani, che si sentirono offesi per le vignette ignobile e blasfeme fatte dal peggiore e laido laicismo. E solidarietà con il popolo siriano (220.000 morti) difeso solo dall’intrepido vescovo Mons. Martinelli, e bombardato e aggredito dall’ISIS pagata dall’America e dagli Stati Europei. Ma questo non si sa. E se si sa non si dice. A cominciare dagli alti vertici religiosi. Per finire ai pesci piccoli che non dissero una parola contro le “Primavere arabe” e i bombardamenti in Libia ma poi, sprezzanti del ridicolo, vanno a fare i “raccatapalle” nelle moschee.
    E il mio caro Osvaldo Ravoni mi dice soavemente: “Ma non sai che, in questi tempi di apostasia, questi personaggi squallidi , con la tua denunzia saranno candidati alla “porpora”…o a qualche incarico curiale?”
    Rispondo con autoreferenzialità: “Sì, ma, ormai, sono al “passo estremo” ….(“l’è belle a un buon punto” direbbe l’infame) e non mi tiro indietro…continuo la mia battaglia. La gloria – se gloria ci sarà – la lascio al Signore.”
    Borgo San Lorenzo. Ecumenismo a gogò, prete-imam? e dov?è la Fede cattolica? ? di Vinicio Catturelli. Ha collaborato Osvaldo Ravoni | Riscossa Cristiana

    Il papa indice un Giubileo Straordinario? Mah!
    Il Mastino
    Due parole soltanto, strada facendo, stante il fatto che io ho promesso di non più scrivere di vaticanismo da nessuna parte, e in ogni caso di astenermi da giudizi sul papa: basta non scriverne, per riuscire ad astenervisi. Del resto reputo non troppo utile, anzi forse è persino dannoso parlare criticamente contro un pontificato. Certo è che, in generale, siamo giunti ad una situazione che, ho questa consapevolezza, ormai nessuno può più far nulla: solo Dio in persona e la Vergine possono intervenire dall’altro a sbrogliare la situazione in cui non da mò la Chiesa è venuta a cacciarsi.
    Qualche tempo fa c’era un noto cardinale ipocondriaco che, forse in preda allo stato ansioso permanente in cu questa paturnia psicologica induce, aveva sentenziato in privato che lo IOR stava messo malissimo, il suo fallimento è questione di mesi. Esagerava? Forse. Fatto sta che non è la prima volta che si verificano situazioni finanziarie simili, alle quali sovente la Santa Sede ha risposto con una scelta: un Giubileo Straordinario. Nato come il più sacro e penitenziale degli atti collettivi straordinari della Chiesa, per via dell’eterogenesi dei fini, è diventato il più ordinario dei fenomeni profani, al quale si ricorre talora per batter cassa. E già che ci si trova, lucrare le indulgenze, ammesso e non concesso che qualcuno ancora sappia cosa siano.
    Fatto sta che gli ultimi giubilei di penitenziale ebbero poco, e tutto basarono sulla sovraesposizione mediatica: sembrò, per chi come me in Roma lo visse in diretta, una sorta di sagra strapaesana dove ogni senso del limite si era perso, e dove la purgazione generale fu l’ultimo pensiero dei partecipanti nell’arco di un anno, il 2000. Tant’è che il cardinale Ratzinger, scorrendo lo psichedelico programma del Giubileo, sollevò gli occhi al cielo in segno di rassegnazione e disse “ogni venticinque anni passi pure…”, ma non oltre.
    Oggi leggevo che al papa, nel biennio della sua elezione, spiace essere papa, perché non gli piace viaggiare, perché non gli piacciono le corti, perché non può andare in giro e in pizzeria senza essere riconosciuto, fortuna che, dice, ha presentimento che il suo pontificato durerà poco. Sorridevo pensando al perché accettò di candidarsi nel 2005, perché se ne tornò irritato in Argentina ancora cardinale, perché mesi e mesi prima del conclave era già in contatto con i suoi futuri grandi elettori. Poi è stato finalmente eletto: non glielo ha consigliato il medico di accettare, tanto più che candidati di caratura bene maggiore della sua ce n’erano a volontà, e volentieri ne avrebbero preso il posto. Dunque di che si lamenta?
    Infatti ha fatto sapere che non ha alcuna intenzione però di dimettersi, al contrario di quanto dicono, anche ad alto livello dentro la Santa Sede: a 80 anni lascerà. Che poi era quanto nei giorni del pre-conclave andava dicendo il grande elettore e amico di Bergoglio, Hummes: “Quattro anni di Bergoglio bastano”. Bastano a cosa non abbiamo capito. Solo notavo con un sorriso sardonico una incongruenza: Bergoglio, prima del papato, ci andava a mangiare la pizza? I testimoni dei suoi anni molto introversi e passati inosservati a Buenos Aires dicono che Monsignore era tutt’altro che socievole, anzi semmai era scostante. Più che altro una grande timidezza e senso di inadeguatezza fu: Bergoglio è stato sempre solo, drammaticamente solitario, fin da giovane. Non a caso quando lo si invitava a qualche convivio, alla pizza insieme, andava, salutava e correva via. Dunque di che mancanza di pizza parla? Come tutti i solitari e i timidi.
    Ma era di ben altro che volevo parlarvi. Mi avvisano i tecnici di una trasmissione religiosa di rilievo nazionale che stanno lavorando a un servizio in diretta: la Penitenziale del papa. Apparentemente nulla di che. Ma pare che dentro la Penitenziale verrà fuori, così dicono, la bombetta: il papa annuncerà clamorosamente l’indizione di un Giubileo Straordinario. Per cosa?
    Non mi han saputo dire, ma trattandosi del Bergoglio che conosciamo, il pretesto può essere immaginato da tutti. Tant’è che mi è scappato di commentare che “se l’altro Giubileo fu prossimo al circo equestre, questo potrebbe essere assai prossimo al carnevale di Rio”. Il pretesto dei pretesti potrebbe essere il 50° della conclusione del Concilio. La ragione vera è il “circo” per distrarre da quel sinodo, che proprio a fine 2015 ci sarà, in cui il papa è riuscito a rivoltarsi contro anche i vescovi tedeschi sui quali in un primo momento aveva fatto affidamento, avendo mollato Kasper e Marx e avendo capito che questi volevano andare ben oltre le intenzioni di Bergoglio. Ecco, il clima festaiolo più che penitenziale di un Giubileo distrarrebbe tutti dal fiasco di fatto del Sinodo sulla famiglia, che, ben inteso… sarebbe un successo per i vescovi ortodossi.
    Ma al di là dei pretesti, la ragione ulteriore di un Giubileo Straordinario quale può essere oltre al prossimo pericoloso cinquecentenario dello scisma a cui portò l’eresiarca Lutero…con tanto di pubblici atti di irenismo verso il protestantesimo, o almeno quei quattro gatti totalmente secolarizzati che ne restano in Europa?
    Beh, forse può c’entra qualcosa proprio la questione IOR che accennavo all’inizio: i soldi. Stiamo a vedere che succede, se niente succede.
    Il papa indice un Giubileo Straordinario? Mah! | La cuccia del Mastino

    IL PRIMO GIUBILEO DELLA STORIA CHE NON CELEBRERA’ GESU’ (E AVRA’ AL CENTRO BERGOGLIO)
    Antonio Socci
    L’Anno Santo appena indetto sarà centrato su Gesù Cristo, come i precedenti, o su papa Bergoglio?
    Dovranno essere molto decisi, il papa e la Chiesa, nel chiarire l’equivoco perché ieri i titoli dei maggiori giornali, tutti laicisti, ma entusiasticamente bergogliani, erano unanimi.
    Corriere della sera: “Il Giubileo di papa Francesco”. Repubblica: “L’Anno Santo di Francesco”. La Stampa: “E’ il Giubileo di Francesco”.
    Concetto assurdo perché non si celebra col Giubileo un papa, ma il Signore. Il papa deve essere il “Servo dei servi di Dio” e non si può mettere al posto di Dio.
    FRANCESCOMANIA
    Si dirà che sono i media a fraintendere. In parte è vero, ma nessuno smentisce questi giornali che peraltro – caso curioso – fanno capo a potenti banche, a grandi finanzieri e multinazionali, e sono tutti sfegatati fan del cosiddetto “papa dei poveri” che lancia fulmini contro il capitalismo.
    Inoltre – a parte i giornali laici – anche la corte pontificia, in senso lato, contribuisce nel mondo cattolico alla trasformazione del papa in un Divo. Tanto è vero che lo stesso Bergoglio, in una intervista dei primi mesi, deprecò la “francescomania” dicendo: “Non mi piacciono le interpretazioni ideologiche, una certa mitologia di papa Francesco… Sigmund Freud diceva, se non sbaglio, che in ogni idealizzazione c’è un’aggressione. Dipingere il Papa come una sorta di superman, una specie di star, mi pare offensivo”.
    Bergoglio dunque all’inizio ha capito che questa fanatica “divizzazione” della sua persona è per lui un pericolo. Ma invece di “decentrare” la Chiesa rispetto a se stesso e centrarla su Cristo, presto ha mostrato una certa condiscendenza e infine molto compiacimento.
    Di fatto oggi la sua corte è una fabbrica di trionfalismo adulatorio e i media cattolici, come quelli laici, solcano i mari di una fanatica “francescomania”. Non solo. Nella Chiesa tale “francescomania” viene imposta (anche a vescovi e cardinali) come il pensiero unico a cui uniformarsi se non si vuole correre il rischio di prendere “randellate” ed essere messi all’Indice.
    Qui nasce il problema dell’Anno Santo.
    Si spera che non sia Bergoglio a voler fare “il Giubileo di papa Francesco”. Lui stesso una volta, agli inizi, invitò a gridare “Viva Gesù” invece di “Viva Francesco”. Però lo ha fatto una volta sola. In seguito ha lasciato che la “francescomania” dilagasse.
    Oggi non sopporta diversità di vedute e di accenti, elargisce poltrone e riconoscimenti a chi lo applaude, punisce i dissidenti e lascia che la corte imponga nella Chiesa una plumbea papolatria.
    I giornali di ieri sono stati indotti in errore anche perché Bergoglio ha scelto di annunciare il Giubileo proprio nel giorno del secondo anniversario della sua elezione, quando tutti i quotidiani avevano pagine celebrative per lui.
    Inoltre è uscita nelle stesse ore una sua intervista in cui dice che il suo sarà un papato breve (per forza: ha 78 anni) mettendosi così al centro delle attenzioni dei media. E’ stato dunque naturale per i giornali fare quei titoli sul Giubileo centrandolo su di lui.
    Si dirà che non era questa la volontà di Bergoglio. Me lo auguro. Ma chiediamoci: perché un Anno Santo straordinario nel 2016 ?
    CRISTO CANCELLATO
    Il Giubileo – fin dal primo, nel 1300 – è sempre stato indetto nelle date che rimandano agli anni della nascita o della morte di Gesù Cristo. Anche i giubilei straordinari (pochissimi).
    Quello del 2016 è il primo Giubileo nella storia della Chiesa che non ha al centro l’avvenimento storico di Gesù Cristo, della sua vita terrena.
    Siccome una qualche ragione per convocarlo nel 2016 si doveva trovare, Bergoglio ha deciso che è indetto per i 50 anni dalla chiusura del Concilio Vaticano II.
    Ma che anniversario è? Non si è mai fatto un Giubileo per un Concilio. E poi il Vaticano II è finito nel 1965 quindi nel 2016 non si celebra il 50° ma il 51° dalla conclusione del 21° Concilio della Chiesa. E’ dunque un pretesto, oltretutto ideologico e pure autoreferenziale perché centrato su un fatto ecclesiastico anziché su Cristo (se dovessimo considerare simili ricorrenze della storia della Chiesa, ogni anno si potrebbe indire un Anno Santo).
    Il primo Giubileo della storia che non ha al centro l’avvenimento di Cristo, avrà, come protagonista mediatico indiscusso, papa Bergoglio, il papa che, del resto, non saluta i fedeli con la tradizionale espressione “Sia lodato Gesù Cristo”, ma con “Buongiorno” e “Buonasera”, venendo per questo elogiato dai media come “papa affabile”. Sarà dunque un anno di trionfalismo bergogliano. Anche il richiamo alla “misericordia”, voluto dal papa, va in questa direzione. Scrive il “Corriere” in prima pagina: “Sarà dedicato alla misericordia”. Ma è del tutto pleonastico perché tutti i Giubilei, per loro stessa natura, sono dedicati alla misericordia. La cattedrale di Siena ha sul portale una lapide scolpita che riporta le parole con cui Bonifacio VIII indisse il primo Giubileo della storia, nel 1300, e la parola chiave è proprio “misericordia”.
    Allora perché si è voluto affermare che il Giubileo del 2016 sarà in modo particolare centrato sulla misericordia e si caratterizza per questo?
    S’intende annunciare e donare – come in tutti gli altri Giubilei – la Misericordia di Dio o piuttosto si vuol celebrare la misericordia di papa Bergoglio, che è ritenuta dai media più grande? La domanda è di scottante attualità visto che per tutto il 2014 Francesco ha provato a fare, tramite il cardinale Kasper, una rivoluzione sull’accesso alla comunione dei divorziati risposati proprio in nome della sua idea di “misericordia”.
    Il papa argentino è stato sostanzialmente messo in minoranza sia al Concistoro del febbraio 2014 che al Sinodo successivo, perché la Chiesa gli ha ricordato che la Misericordia non può implicare la cancellazione della legge di Dio e delle parole di Cristo sul sacramento del matrimonio. Tuttavia al nuovo Sinodo del prossimo ottobre avremo la partita di ritorno. C’è chi pensa che l’indizione del Giubileo “della misericordia” possa essere una forma di pressione per far passare al Sinodo le innovazioni bergogliane.
    E c’è chi ritiene che serva invece, a Bergoglio, per porre in secondo piano un Sinodo in cui ormai sa di non riuscire a realizzare la rivoluzione prospettata. Quindi un grande diversivo per eludere la delusione dei tifosi e dei media laicisti.
    Le ipotesi sono le più diverse. Ma oggi il problema che s’impone, e che il Giubileo amplifica, è anzitutto questo: la Chiesa deve essere centrata su Gesù Cristo o sull’attuale pontefice?
    CULTO DELLA PERSONALITA’
    Giovanni Paolo I, nei suoi 33 giorni di pontificato, fu circondato da un grande affetto dei fedeli. Ma fu un fenomeno che non è nemmeno lontanamente paragonabile all’attuale “francescomania” planetaria (soprattutto laicista). Cionondimeno quel calore del popolo cristiano bastò a papa Luciani per mettere in guardia tutti dal rischio della papolatria: “ho l’impressione” disse “che la figura del papa sia troppo lodata. C’è qualche rischio di cadere nel culto della personalità, che io non voglio assolutamente. Il centro di tutto è Cristo, è la Chiesa. La Chiesa non è del papa, è di Cristo… Il papa è un umile servitore di Cristo”. Gesù stesso, nei Vangeli, mise in guardia gli apostoli dagli applausi del mondo ed elogiò chi sfida l’odio mondano e cerca piuttosto il consenso di Dio.
    Anche ai papi di oggi, ai papi dell’era mediatica, s’impone la scelta più drammatica: fra la testimonianza (eroica) della Verità e la ricerca del consenso mondano. O Dio o Mammona. Già il cardinale Ratzinger, alla morte di Papa Montini, nel 1978, disse: “Paolo VI ha resistito alla telecrazia e alla demoscopia, le due potenze dittatoriali del presente. Ha potuto farlo perché non prendeva come parametro il successo e l’approvazione, bensì la coscienza, che si misura sulla verità, sulla fede”.
    Così hanno fatto, fino a sfiorare il linciaggio mediatico, anche Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Finora Francesco ha fatto l’opposto.
    IL PRIMO GIUBILEO DELLA STORIA CHE NON CELEBRERA? GESU? (E AVRA? AL CENTRO BERGOGLIO) - Lo StranieroLo Straniero

    Il putsch della misericordia
    E finalmente è arrivato il grande colpo di teatro. Da un teatrante consumato ed esperto, ma soprattutto di una volontà di ferro e di un ego smisurato.
    di Patrizia Fermani
    Bergoglio è stato portato sulla loggia delle benedizioni, da quanti hanno pensato che il tempo fosse maturo per affondare definitivamente la barca di Pietro. Al popolo di Dio è bastato lanciare le noccioline della demagogia a costo zero, quella che dopo il sessantotto ha commosso le classi medio alte sedotte dal finto povero. L’amore masochistico dei preti postconciliari per i nemici ufficiali della Chiesa di Cristo poteva finalmente essere ricambiato. Così ogni maitresse à penser di Repubblica e dintorni di punto in bianco ha potuto gridare al mondo che la chiesa è morta e quindi viva la nuova Chiesa per definizione cosa altra rispetto alla precedente.
    Ma in cosa consiste la nuova Chiesa non più cattolica romana? Essa è quella che deve conquistare il primato superando anche il protestantesimo, per mettersi al servizio e a rimorchio del secolo. Cioè proprio al servizio dell’onda che sta spazzando via una civiltà insieme alla sua religione, dopo l’annientamento della filosofia e della estetica. Solo la morale era sopravvissuta per un po’ alla filosofia e all’estetica, perché legata naturalmente allo spirito di sopravvivenza della società e degli individui. La Chiesa ufficiale, col suo Magistero cercava di tenere in vita la pur indebolita morale cristiana. Benedetto XVI aveva avvertito: Se abbandonate i principi, e li sostituite con la libertà del nulla, e del suo orrore, nessuno si salverà. Ha lanciato l’ultimo allarme prima che la guerra si scatenasse. I principi sono stati aboliti, sostituiti dalla libertà del nulla, per il nulla e per il suo orrore.
    Il sinodo della famiglia è stato istituito da Bergoglio ad assemblea costituente con il compito di decretare la fine della Chiesa cattolica, con la sconfessione del suo insegnamento a partire dalla morale famigliare. Il programma di questa morte annunciata è tutto scritto nel paragrafo 9) della Relatio finale del sinodo 2014, che è andata a costituire la base per il sinodo definitivo di ottobre prossimo. Esso merita una lettura attenta. Vi leggiamo che di questo si deve soprattutto tenere conto: “…. i singoli hanno un maggiore bisogno di prendersi cura della propria persona,… di conoscersi interiormente, di vivere meglio in sintonia con le proprie emozioni e i propri sentimenti, di cercare relazioni affettive di qualità” per cui “ tale giusta aspirazione può aprire al desiderio di impegnarsi nel costruire relazioni di donazione e reciprocità creative, responsabilizzati e solidali COME QUELLE FAMIGLIARI…”…”..la sfida per la Chiesa è di aiutare le coppie nella maturazione della dimensione emozionale e nello sviluppo affettivo,…….”; e più avanti al paragrafo 10) che per onore di bandiera farà pure menzione dell’amore coniugale, ci si lamenta che “ molti tendono a restare negli stadi primari della vita emozionale e sessuale”.
    La portata di questo passo è tale da rappresentare il vero manifesto della nuova chiesa di Bergoglio, che non ha più nulla a che fare con la teologia e con la morale cattolica, cioè è il vero manifesto di una rivoluzione che deve essere ufficializzata. Quella che abolisce l’anima e consacra l’idolo della materia.
    Quando Gesù incontra l’adultera, non le chiede quale sia stato il “percorso” psicologico che l’ha portata al tradimento del marito, quali siano state le pulsioni e le emozioni da cui si è lasciata condurre, non fa indagini psicologiche, ma le dice semplicemente,”và e non peccare più”. Le ingiunge di fare appello alla volontà e di orientarla sulla via del bene. Parla del peccato che presuppone la trasgressione del comandamento divino. Parla allo spirito della donna perché l’uomo, fatto ad immagine e somiglianza di Dio, ha la possibilità di riconoscere il bene ed è in grado di perseguirlo: ha la sapienza donata da Dio e la volontà per renderla fruttuosa. La trasgressione avviene quando per superbia l’uomo pensa di attingere ad una sapienza superiore a quella che gli è stata donata e di orientare la propria volontà in una direzione contraria a quella voluta da Dio creatore e riportata da Gesù alla coscienza del singolo uomo.
    Così alla Chiesa è stato affidato il compito di perpetuare la paideia cristiana volta alla salvezza dell’anima attraverso la ricerca del bene che porta alla virtù e alla felicità duratura, e a dispetto delle tentazioni e della tirannia della materia. La Chiesa a questo si è dedicata per secoli, al di là delle inadeguatezze e alle cadute dei suoi uomini
    Ma ecco che nella visione del programma sinodale non c’è nulla di tutto questo. Non c’è l’indicazione del bene da realizzare e del male da evitare, della direzione da dare alla volontà. Non c’è la preoccupazione per la salvezza delle anime, ma quella per il benessere dei corpi e delle menti. Non c’è un richiamo alla ragione umana conformata al logos divino rivelato da Cristo, ma l’attenzione ossequiosa all’irrazionale che abbandonato a se stesso diventa l’antiragione capace di partorire mostri. La nuova chiesa dovrebbe insegnare quanto i discepoli sanno fare già benissimo da soli: assecondare pulsioni, ricercare emozioni, scambiare il bene col benessere, mettere da parte la ragione e fare spazio appunto all’irrazionale come suggerirono i sofisti prima di Socrate e come predica il relativismo moderno.
    Di certo alla barbarie postmoderna non occorrevano gli incoraggiamenti “pastorali”. Per essa lavorano a tempo pieno movimenti omosessisti, pornografia e blasfemia, Marco Pannella e Bill Gates, Elton John e l’Oms, l’abortismo di qualunque colore, la cultura della morte. I frutti più recenti sono quelli innominabili del gaio Tizio che attraverso inseminazione artificiale ha potuto produrre la gravidanza di sua madre. Senza avere ancora l’impulso, che sarebbe benefico per entrambi, di accecarsi con le proprie mani come l’incolpevole Edipo. Eppure, nonostante tutto questo, secondo la visione del mondo propagandata da Bergoglio e altri marziani (nel senso di acquartierati a S. Marta), la Chiesa non deve insegnare ciò che è oggettivamente buono, i comportamenti non devono essere orientati a quello che è bene per tutti e che da tutti potrebbe essere irradiato, ma devono essere indirizzati alla soddisfazione di tutte le forze che appartengono alla soggettività irrazionale dell’uomo, al mondo delle pulsioni e delle emozioni, l’unica lente con la quale leggere la realtà per adattarla alle proprie esigenze particolari. È evidente che in questo quadro non c’è spazio per alcuna altra norma che guidi le azioni umane e offra anche un criterio obiettivo di giudizio.
    Del resto la massa festante affamata delle noccioline demagogiche, sembra anche totalmente ignara di quanto sta accadendo e incapace di presagire quanto accadrà, tra frastuono mediatico e voci suadenti di quei preti che si sentono anch’essi felicemente liberati.
    Ma qualcuno nella Chiesa, come anche tra i fedeli, ha avvertito il tradimento del Vangelo e della sua Chiesa millenaria e non vuole esserne partecipe. Alcuni non temono di parlare alto e forte. Sono uomini che non si lasciano intimidire dalle prepotenze padronali né dalla ignavia dei confratelli e tanto meno dalla propaganda di regime clericocomunista. Dunque l’esito del sinodo potrebbe risultare meno scontato di quanto si è cercato di apparecchiare. Ecco allora il colpo di mano. Ecco allora l’idea formidabile di dare veste sacrale al programma politico rivoluzionario. Basta metterlo nella forma solenne del giubileo. Quello che nasconderà anche ai frastornati e agli insipienti o ai confusi, il sovvertimento della missione della Chiesa sotto una carica di patos religioso. La misericordia di Bergoglio, l’amnistia generale con cancellazione retroattiva del peccato, deve avere una veste teologica e sacrale capace di annientare ogni resistenza.
    Il giubileo della misericordia di Bergoglio punta alla sublimazione dei nuovi riti della modernità assunti a riti della nuova Chiesa del terzo millennio ecumenica atea e popolare, e produrrà per forza di cose la loro consacrazione definitiva.
    La monarchia papale è già stata sostituita tra l’indifferenza generale, dalla dittatura papale. Una volta sciolta l’assemblea costituente, si vedrà. Bergoglio dice di avere poco tempo. Ma non perché, come pensa qualcuno, è avanti con gli anni. Pensa di avere poco tempo perché la rivoluzione per essere efficace deve giocare sull’effetto sorpresa e forse nell’intento di addomesticare e di abituare a tutto, di sorprese si è un po’ abusato, fino alla noia. C’è poco tempo perché la resistenza, già preparata al peggio, forse si sta organizzando e i frutti della nouvelle vague vaticana cominciano a sembrare pesanti anche agli estimatori della prima ora.
    Se si neutralizzano in fretta le resistenze, poi con la misericordia che tutto libera, che spalanca le porte della morale cristiana alla creatività del secolo, tutti si sentiranno inebriati e liberati. Si potrà anche radere al suolo la basilica vaticana come la Bastiglia, anche se da tempo, anche lì, non c’è quasi più nessuno a difenderla. Intanto il giubileo della misericordia si annuncia come la carta dei diritti dell’89, quelli che oggi sono diventati, sotto mentite spoglie, la carta del suicidio di una civiltà.
    Il putsch della misericordia ? di Patrizia Fermani | Riscossa Cristiana

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    Predefinito Re: Il Verbo di Dio si è fatto carne

    La rivoluzione impossibile del Papa.
    Lo storico de Mattei: così ci sarà uno scisma
    Articolo pubblicato sul Qn (il Giorno, la Nazione, il Resto del Carlino), edizione del 9 marzo 2015
    «Si sta profilando una rivoluzione della pastorale familiare su comunione ai divorziati risposati e unioni gay. Così il Papa disorienta la Chiesa, dalle parrocchie ai cardinali». A due anni dall’inizio del ministero di Bergoglio, lo storico Roberto de Mattei, autore del noto Concilio Vaticano II. Una storia mai scritta, definisce «enigmatico» e «pieno di paradossi» il pontificato latinos, rimarcando la distanza tra i desiderata di Francesco e il sentire del mondo cattolico. Per «l’intellettuale più fine del tradizionalismo italiano», copyright di Alberto Melloni, da sempre sulla sponda opposta, «con questo Papa la Chiesa rischia uno scisma ad opera di quei vescovi progressisti che vogliono andare avanti con le aperture anche qualora il sinodo di ottobre bocci le riforme».
    Anche il cardinale Raymond Burke ha promesso di resistere a tutti costi.
    «Lui non ha annunciato uno scisma, ha solo detto che al Sinodo si opporrà a qualsiasi cambiamento della verità sul matrimonio. Mi sembra un comportamento onesto e trasparente».
    Ma davvero il Papa attenta alla dottrina?
    «Francesco non si pronuncia esplicitamente contro i dogmi, ma la sua strategia pastorale è di per sé rivoluzionaria, perché subordina la verità alla prassi, per di più su un tema incandescente come la famiglia. In questo modo segna una profonda discontinuità nella storia del papato che non si registrava da cinquant’anni».
    La Chiesa non è pronta per questo cambiamento
    «Non voglio certo io avallare una svolta simile. Trovo più corretto dire che Francesco sta disorientando cardinali, vescovi, preti e parrocchie. Basti vedere la supplica diretta al Papa da 120mila fedeli di tutto il mondo nella quale si chiede di dire finalmente una parola chiara sull’indissolubilità del matrimonio. Anche solo tollerare le seconde nozze aprendo alla comunione per i risposati, toccherebbe la dottrina tradizionale della Chiesa».
    La rivoluzione impossibile del Papa. Lo storico de Mattei: così ci sarà uno scisma | Riscossa Cristiana

    "Paura di papa Francesco". Fa riflettere lo scritto di un sacerdote
    Oggi proponiamo un articolo di The Remnant, importante perché è la voce di un sacerdote. Una di quelle voci che non si alzano chiare e forti, ma ne conosciamo il motivo: il timore, purtroppo non solo ipotetico, di venire private del loro munus pastorale.
    Piuttosto trovo preoccupante la possibile reazione del testimone, che parla della rinuncia al suo ministero, invece che di una "resistenza" difficile da organizzare e da vivere, ma non impossibile con l'aiuto della grazia. È una sorta di resa senza condizioni impensabile per un cristiano ed è l'ennesimo stimolo a pregare intensamente per la Chiesa e soprattutto per i sacerdoti.
    Il responsabile del sito precisa:
    Il Padre Anonimo non è un tradizionalista; egli celebra la nuova Messa ma, come noi, è preoccupato per la direzione in cui il papa sembra guidare la Chiesa. Se l'inquietudine del Padre lo ha reso un tradizionalista, così sia e Dio ci aiuti tutti. Pregate per Francesco e pregate che le preoccupazioni di The Remnant su questo pontificato alla fine si rivelino esagerate.
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    Mi rassicura leggere i vostri articoli che criticano Francesco per i numerosi attacchi contro i fedeli cattolici, mentre approva il comportamento immorale degli altri. Sono un sacerdote e lo sono da da 25 anni. Non ho mai provato un tale turbamento spirituale in tutti questi anni, e mi creda, ho visto ciò che poteva essere il peggio che la Chiesa cattolica potesse offrire.
    Il comportamento di Francesco e i suoi infiniti commenti improvvisati mi hanno lasciato demoralizzato. Non ho mai visto una simile malevolenza da parte della Santa Sede. La confusione causata dalle osservazioni del Papa tra i fedeli a me affidati e il modo in cui le sue azioni incoraggiano una cultura già anti-cattolica hanno qualcosa che sembra sinistro. Quando guardo negli occhi di Francesco, non vedo l'amore e la compassione, vedo la vanità e l'inganno.
    Ormai siamo di fronte alla possibilità di un disastro quando il Sinodo si riunirà di nuovo a Roma nel prossimo autunno. Il mio arcivescovo ha diffuso un questionario per preparare il contributo dei parrocchiani sui temi del matrimonio e della famiglia. Le domande poste ai miei parrocchiani sembrano orientate, come se si cercassero risposte specifiche adeguate a un risultato predeterminato. Temo, come non ho mai temuto prima, che siamo di fronte a gravi cambiamenti dottrinali. Anche se Francesco continua ad insistere che si tratterà di cambiamenti disciplinari e non dottrinali, il mio istinto mi dice che egli non è sincero.
    Ovunque nel mondo, vediamo cardinali, arcivescovi e vescovi affermare comportamenti che sono stati condannati in modo inequivocabile dai Papi e dai Concili. Mentre sento e vedo questi eventi nella mia mente più e più volte, ho sentito ripetutamente la frase, "il fumo di Satana è entrato nel santuario."
    Potrebbe darsi che tutto ciò che accade sia davvero opera di Satana? Io non sono certo di poterlo affermare, ma in cuor mio temo che possa essere vero. Se è vero, allora può anche essere vero che molti membri della nostra gerarchia non appartengono più a Cristo.
    Mi sono confrontato su tutto questo con amici sacerdoti. Tutti abbiamo paura di ciò che accadrà. Nessuno di noi pensa che siamo ancora su un terreno dottrinalmente solido. Noi tutti abbiamo un senso di reazione negativa quando Francesco si rivolge a un gruppo di giornalisti. Cosa dirà ancora? In che modo rimprovererà chi serve fedelmente Cristo? Come ci striglierà questa volta?
    Uno dei miei amici sacerdoti mi ha chiesto nel corso di una conversazione cosa farei se la Chiesa approvasse formalmente ciò che in precedenza è stato formalmente condannato. Ho dovuto ammettere onestamente che probabilmente lascerei il ministero sacerdotale. Egli ha ammesso che probabilmente non avrebbe altra scelta che fare lo stesso.
    Che Dio preservi la Sua Santa Chiesa dalle forze visibili e invisibili che, dentro e fuori, tentano di distruggerla. Santa Maria, Madre di Dio, prega per noi poveri peccatori!
    Chiesa e post concilio: "Paura di papa Francesco". Fa riflettere lo scritto di un sacerdote

    In Inghilterra, un cardinale si pone come difensore del matrimonio fino al martirio, mentre un altro denuncia la 'durezza' del linguaggio.
    Ancora una volta l'Agorà internazionale ci rende consapevoli in diretta degli schieramenti determinatisi nelle gerarchie intorno ai temi scottanti sollevati dall'Assise Sinodale e tuttora sul tappeto.
    Ieri abbiamo riportato la stupenda omelia del card. Burke a Ramsgate, il 9 marzo. Ma negli stessi giorni il Cardinale Burke ha tenuto in Inghilterra altri incontri. Apprendiamo di una conferenza organizzata dalla Società per la protezione dei bambini non nati ed in difesa della famiglia, nella quale egli manifesta prese di posizione come sempre limpide e chiare.
    Per contrasto, sono da rilevare le dichiarazioni contemporaneamente rilasciate sempre nel Regno Unito dal cardinale filippino Tagle, che condanna l'uso di un linguaggio “duro e severo” nei confronti dell'adulterio e dell'omosessualità. La sua conclusione penso ci dia già un'anticipazione delle sofisticherie che vanno già consolidandosi in vista di ottobre. Come se nel confessionale o nelle richieste di aiuto la Chiesa non abbia sempre preso in considerazione il “caso singolo”; ma non astraendolo dal principio generale che è consegnato alla Chiesa e non inventato dalla stessa.
    Siamo di fronte non più alle avvisaglie, ma alle manifestazioni precise di una frattura che al momento appare insanabile e che non sappiamo a cosa porterà nell'ottobre prossimo.
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    Due cardinali tra i protagonisti del Sinodo straordinario di ottobre hanno proposto messaggi sorprendentemente contrastanti sulle questioni scottanti del Sinodo nel corso di incontri pubblici in Inghilterra durante lo scorso fine settimana.
    Mentre il Cardinale americano Raymond Burke ha esortato i cristiani a essere pronti ad affrontare il martirio, se necessario, in difesa del matrimonio, le osservazioni sulla questione del Cardinale filippino Luis Tagle si sono focalizzate sulla necessità di evitare un linguaggio “duro” e “severo” sugli omosessuali e sui cattolici 'risposati' senza un annullamento.
    BURKE
    In un discorso nell'Inghilterra del nord durante una conferenza organizzata dalla Society for the Protection of Unborn Children (Società per la protezione dei bambini non nati) e da Voice of the Family, il Cardinale Burke ha detto che le nostre società non possono “più essere chiamate cristiane” e sono chiamate ad un movimento di rievangelizzazione, a partire da zero.
    “Ai nostri giorni, la nostra testimonianza dello splendore della verità sul matrimonio deve essere limpida ed eroica”, ha detto. “Dobbiamo essere pronti a soffrire, come i cristiani hanno sofferto nel corso dei secoli, per onorare e promuovere il Santo matrimonio”.
    Ha raccomandato di prendere come modelli i martiri St. John Fisher, St. Thomas More e San Giovanni Battista, tre uomini che “sono stati martiri in difesa dell'integrità della fedeltà e indissolubilità del matrimonio."
    “La fede cristiana e la sua prassi devono essere nuovamente insegnate, come avvenuto durante i primi secoli cristiani e al tempo dell'evangelizzazione delle nostre terre natie", ha detto Burke.
    “Il carattere cristiano della cultura non è più un dato acquisito, anche se può esserlo stato per secoli”. I cristiani che svolgono questa missione cruciale, ha detto, “devono prestare particolare attenzione alla santità del matrimonio, alla fedeltà, all'indissolubilità e alla procreatività dell'unione coniugale”.
    Nella situazione attuale in tutto il mondo, ha detto, è aumentata l'avversione alla retta sessualità. “Basti pensare alla devastazione che viene quotidianamente portata nel nostro mondo da un'industria multi-miliardaria sulla pornografia, o dall'incredibilmente aggressiva promozione omosessuale che può provocare solo profonda infelicità e anche la disperazione di coloro che ne sono colpiti e la distruzione della società, com'è sempre avvenuto nella storia”.
    “Fondamentale per la trasformazione della cultura occidentale è la proclamazione della verità circa l'unione coniugale nella sua pienezza e la correzione del pensiero contraccettivo che teme la vita, che teme la procreazione".
    Questa evangelizzazione, ha aggiunto, deve iniziare all'interno della Chiesa stessa. “Se non ha luogo una nuova evangelizzazione nel matrimonio, nella famiglia, essa non avrà luogo nella Chiesa o nella società in generale”.
    Il Cardinale Burke ha avvertito che le culture occidentali sono “profondamente confuse e nell'errore circa la verità fondamentale del matrimonio e della famiglia”, e che questa confusione è entrata nella Chiesa.
    La Chiesa, ha detto, “sotto la pressione di una cultura totalmente secolarizzata", ha visto “una crescente confusione e anche l'errore penetrare in essa; il che indebolisce seriamente, se non compromette del tutto, la testimonianza della Chiesa a scapito di tutta la società”. Questa “confusione ed errore è diventata evidente per il mondo" al Sinodo. Burke ha commentato che la famigerata Relatio di medio-termine, che ha suggerito che la Chiesa deve “accettare e valorizzare" l'“orientamento omosessuale”, era “un manifesto, una sorta di incitamento” ai vescovi e un far pressione su di loro perché abbandonino il “costante insegnamento della Chiesa”.
    Burke ha identificato la prima apparizione di questa “confusione ed errore” a livello ufficiale con il discorso di un anno fa nel febbraio 2014 del Card. Walter Kasper, il teologo tedesco ben noto da decenni nella Chiesa come voce importante della fazione “progressista", durante il Concistoro dei Cardinali. Anche se il Concistoro è entrato in subbuglio per il discorso in cui Kasper ha proposto di abbandonare la disciplina eucaristica della Chiesa e di mettere da parte il suo insegnamento morale sulla indissolubilità del matrimonio, Papa Francesco il giorno successivo ha elogiato il cardinale per la sua teologia “serena”.
    TAGLE
    Lo stesso fine settimana, in un diverso luogo del Regno Unito, il cardinale di Manila Tagle ha deprecato l'uso del linguaggio “duro” e “grave” per descrivere i peccati di adulterio e di comportamento omosessuale. Questo fine settimana, dopo il 2° Flame Youth Congress nello stadio Wembley di Londra, ha detto al Daily Telegraph che la Chiesa ha bisogno di imparare di nuovo il suo insegnamento sulla "misericordia".
    Il cardinale, appena nominato dal papa a capo della Federazione Biblica Cattolica, sta cominciando ad essere etichettato da alcuni osservatori come un potenziale candidato per il prossimo conclave. Ha detto al Telegraph che la Chiesa, nella sua discussione sulla sessualità, deve tener conto delle recenti tendenze sociali e della psicologia.
    Ha dichiarato: “Dobbiamo ammettere che tutta questa spiritualità, questa crescita in misericordia e l'attuazione della virtù della misericordia è qualcosa che dobbiamo imparare sempre di più. In parte sono anche i cambiamenti di sensibilità culturale e sociale che fanno sì che ciò che costituiva nel passato un modo accettabile di mostrare misericordia... ora, data la nostra mentalità contemporanea, non possa essere più visto allo stesso modo”.
    “Penso che anche il linguaggio è già cambiato, le dure parole usate in passato in riferimento a persone gay e quelle divorziate e separate, alle ragazze madri, ecc, in passato erano molto gravi”, ha continuato il cardinale.
    “Molte persone che appartenevano a questi gruppi sono state marchiate e ciò ha portato alla loro emarginazione dalla società in generale. Non so se questo è vero, ma ho sentito che in alcuni ambienti, ambienti cristiani, la sofferenza che queste persone hanno subito è stata anche considerata una conseguenza legittima dei loro errori, e così spiritualizzata in questo senso”. "Ma siamo lieti di vedere e sentire cambiamenti in questo”.
    Ha ribadito l'insistenza spesso ripetuta da ecclesiastici che cercano di cambiare la “prassi pastorale” della Chiesa per permettere alle persone che vivono unioni sessuali “irregolari” di ricevere la Santa Comunione, dicendo che ciò non cambia la dottrina della Chiesa. Ha ribadito la proposta del Cardinale Kasper e dei suoi seguaci, dicendo che dovrebbe essere materia di discussione per i “casi individuali”.
    “Ogni situazione di coloro che sono divorziati risposati è abbastanza unica. Alla fine avere una regola generale potrebbe essere controproducente. La mia posizione in questo momento è chiedere, 'Possiamo prendere sul serio tutti i casi ed è lì, nella tradizione della Chiesa, che i percorsi vanno affrontati individualmente caso per caso?' Questa è una questione che spero che la gente apprezzerà non è facile dire 'no' o dire 'sì'. Non possiamo dare una formula per tutti”.
    Chiesa e post concilio: In Inghilterra, un cardinale si pone come difensore del matrimonio fino al martirio, mentre un altro denuncia la 'durezza' del linguaggio.

    LIBERTÀ VA CERCANDO . . .
    di L. P.
    Con queste parole Virgilio, uscito dall’Inferno ed approdato sull’isoletta del Purgatorio con Dante, chiede a Catone, custode del luogo, il permesso di visitare le balze della sacra montagna onde il suo assistito possa, nella rassegna delle pene purificatrici, ottenere la libertà dei figli di Dio (Purg. I, 71).
    E questa bellissima invocazione ci è, per contrasto di cui diremo in appresso, volteggiata nella mente quando abbiamo letto di un’intervista, concessa da Papa Bergoglio alla tv messicana Televisa e riportata da liberoquotidiano.it in data 13 marzo 2015, oltre che da altre testate, e che proponiamo ai lettori nella forma abbreviata:
    «Papa Francesco ha la sensazione che il suo sarà un pontificato breve. In una intervista alla tv messicana Televisa, Bergoglio – che festeggia il secondo anno da Pontefice - ha ammesso, secondo quanto riportato da Radio Vaticana, che sente la mancanza di poter girare liberamente, magari per poter andare in pizzeria senza essere riconosciuto. E su quella misteriosa profezìa che non durerà molto, ha aggiunto: “Però potrei sbagliarmi”. All’intervistatrice che ha accennato all’eventualità di un ritiro per limiti di età, il Papa ha risposto di non condividere un’evenienza del genere per la figura del Pontefice (ha definito il papato una “grazia speciale”) ma ha anche detto di apprezzare la strada aperta da Benedetto XVI sulla figura del Papa emerito. “Una scelta coraggiosa” come “coraggiosa” fu la decisione di avere reso pubblica la gravità degli abusi commessi da esponenti della Chiesa ai danni dei bambini. Dal Papa, come riferisce sempre Radio Vaticana, critiche all’incapacità del clero di coinvolgere i laici a causa di un eccessivo clericalismo. Nella conversazione, Bergoglio ha affrontato anche il tema della riforma della Curia, non tanto la forma di quella che definisce “l’ultima corte” d’Europa, ma la sostanza».
    Un brevissimo condensato in cui brillano sciatte amenità, gravi cadute di stile, eversione di dottrina e, massime, una misera considerazione del proprio alto ufficio ma, soprattutto, l’idea che la sede di San Pietro, Apostolo di Gesù, primo Pontefice il cui sangue irrorò la terra su cui sorge la grandiosa basilica, altro non sia che una prigione, un luogo di domicilio coatto e un aggregato di slombata nobiltà.
    Cari amici lettori, prima di svolgere congruamente il nostro commento su questa nuova esternazione papale, pensiamo sia necessario riportarne una precedente, precisamente quella apparsa su un quotidiano di Roma in cui si leggeva: «Le nostalgie del Papa: “Anche io ho le mie sofferenze, mi mancano gli amici”», con la doglianza per la più desiderata libertà a lui negata: quella di potersi muovere a suo agio, di poter uscire liberamente da quella gabbia dorata che è la Santa Sede, per mescolarsi tra la gente comune, andare in parrocchia, magari su un autobus o sulla metro, come faceva quando era a Buenos Aires (Il Messaggero, 20 gennaio 2014).
    Quando leggemmo questa sua dolente ammissione pensammo e concedemmo che, al postutto, anche un papa ha diritto di provare sentimenti umani del tipo nostalgico, certamente, ma non sino al punto, però, di provarne sofferenza ché, se tale fosse, vorrebbe significare che i suoi amici siano soltanto quelli che lasciò in quel di Buenos Aires, oltre tutto più importanti che la sua missione. Lo concedemmo con questa espressa riserva. Ma ora, con la dichiarazione rilasciata alla tv messicana, abbiamo appreso la qualità e l’estrazione sociale degli amici di cui Papa Bergoglio lamentava allora, con nostalgìa, la mancanza. Sono quelli da bar, da discoteca dove si tira, stando alla sua confessione (7/1/2014 ), qualche mozzicone di marijuana, amici da pizzeria appunto, amici con cui ritrovarsi davanti a una “margherita” calda e ad un boccale di birra per parlare a briglia sciolta di calcio, di donne, di vacanze, di argomenti di vacua consistenza. In pizzeria, cioè, luogo deputato per staccare, come si dice, la spina della quotidianità, del logorìo esistenziale, dell’acido lattico sull’umore.
    La stampa mondiale ha recepito e approvato siffatta proiezione del pensiero papale anche e soprattutto perché da anni va di moda parlare della solitudine del sacerdote, altra sigla che il modernismo ha estratto dal suo repertorio freudiano per dirci che non soltanto un parroco ma addirittura il Papa è solo e, perciò, ogni sua eventuale debolezza va vista, inquadrata, giustificata e ammessa secondo una valutazione prettamente antropologica e psicoanalitica.
    Anche il Papa – figuriamoci un parroco – ha il diritto di concedersi momenti di svago se non, addirittura, di vacanza mondana – nuotare in piscina, sciare, oscillare come nelle ole da stadio – perché è uomo come tutti, né più né meno.
    Avete mai letto pareri contrarî, avete mai assistito, dai salotti tv, a interventi correttivi da parte di eminenze ed eccellenze che, debitamente, avrebbero dovuto ricordare che il prete, quello cattolico – se è credente – sa che non è mai solo perché Cristo è con lui “tutti i giorni, sino alla fine del mondo”? (Mt. 28, 20) e che il suo ritiro dal mondo è scelta volontaria in risposta alla chiamata del Signore?
    No, e proprio per tale silenzio vile i massmedia hanno amplificato questa connotazione antropologica fino a farne dottrina corrente e ovvio dato di fatto. Ma torniamo a Sua Santità.
    Questo suo particolare richiamo agli “amici” ci ha fatto riflettere sopra una grave e significativa corrispondenza, in termini di capovolgimento, con quanto avvenuto 1982 anni fa’ allorché, in un salone al piano superiore d’una casa, in Gerusalemme, il giorno avanti gli Azzimi nel periodo di Pasqua, un uomo di Nazareth, chiamato Gesù e detto “Il Cristo”, si ritrovò con Dodici suoi amici per la cena rituale, secondo il dettato della legge mosaica. Quel salone, cioè il “Cenacolo” non fu, quella sera, luogo di bisboccia, di allegra brigata spendereccia nel crepitìo di risate scroscianti, di tintinnanti bicchieri nel racconto di facete storielle, quelle che, appunto, si raccontano a grappoli in pizzerìa, nel climax ascendente di scurrilità e di volgarità.
    No, in quel salone, l’uomo di Nazareth, in un’atmosfera di dolore e di sacralità, annunciava la sua morte offerta per la redenzione dei suoi amici e di tutti coloro che gli avessero creduto, nel presente e nel futuro. E a sancire questo suo sacrificio, in quel salone operò il più grande dei miracoli che fino ad allora, per la Giudea, per la Samaria, per la Galilea, per i paesi limitrofi aveva compiuto: trasformò la sostanza del pane e del vino nel Suo Corpo, nel suo Sangue, nella sua Anima e nella sua Divinità perché fosse cibo di vita eterna, ristoro e viatico nel pellegrinaggio esistenziale.
    E non cercò, l’uomo di Nazareth, l’anonimato - come invece anela il vescovo di Roma Bergoglio - ché in quel salone Egli si manifestò nella condizione di vittima per essere innalzato sulla Croce da cui, in piena visibilità, avrebbe attratto a sé tutti gli uomini (Gv. 12, 32).
    Tra gli amici dell’uomo di Nazareth, figurava Simone, figlio di Jona, denominato Cefa cioè Pietro, uno dei Dodici, che l’uomo di Nazareth, risorto dalla morte il terzo giorno dopo la crocifissione e prima di ascendere al cielo, avrebbe nominato suo Vicario in terra, capo della Chiesa visibile.
    Conosciamo, cari amici lettori, il seguito della storia: l’opera di evangelizzazione che i Dodici avrebbero condotta in tutte le regioni del mondo, la diffusione della nuova Verità, e sappiamo che Pietro, il Vicario di Cristo, primo Papa e vescovo di Roma, avrebbe dato la sua vita per il più importante e vero “amico”, quel Gesù che per lui aveva offerto la propria e per tutti.
    Ora, come dicemmo sopra, su quelle zolle imporporate dal sangue del primo Papa, sorge la Basilica omonima che ne custodisce i resti mortali, dove i suoi successori hanno esercitato il supremo magistero nell’esercizio vigilante dell’ovile dai lupi esterni ed interni, nella guida del cattolicesimo, nella custodia del Depositum Fidei. Assolsero questo ufficio, certamente pesante assai “a chi dal fango il guarda” (Purg. XIX, 104) ma nel forte ancoraggio della fede e nell’adesione a quella verità che “fa liberi” (Gv. 8, 32).
    E ancorché perseguitati, assediati, fatti prigionieri dai tiranni di questo mondo, tenuti in ceppi, essi non considerarono il soglio papale come ambiente che, alla lunga, stanca e da cui è salutare uscire per andare a fare quattro chiacchiere con gli amici in taverna allora o in pizzeria oggi.
    Ma poi, detto sinceramente: di che costrizione parla Papa Bergoglio? Di quali limiti, pali, inferriate, saracinesche, gabbie parla? Che abbia agito, e continui a girare e ad agire liberamente, ed anche troppo, lo si vede chiaramente dallo scasso e dallo sconquasso che ha operato, indisturbato, nei territorî della dogmatica, della liturgìa, della morale, della dottrina sociale, della comunicazione.
    Un pontificato, il suo, all’insegna della rivoluzione – come se non bastasse quella messa in atto da Paolo VI - perseguìta e sancita, tanto per dire, con quell’udienza concessa a un milanese “centro sociale” a cui ha conferito la medaglia d’oro per la “lotta di popolo” (24 ottobre 2014).
    Chi si è opposto al commissariamento dei Frati Francescani dell’Immacolata, messi liberamente da lui sotto un’inquisizione che nemmeno nei torbidi nefasti staliniani? Ha trovato opposizione? No, soltanto vili e codardi consensi puntellati da una stampa fiancheggiatrice.
    Senza veli e con brutale sincerità Leonardo Boff, il tristo frate della “teologìa della liberazione”, ha affermato che Bergoglio, fin quando era arcivescovo di Buenos Aires obbediva ai comandi del Vaticano ma “ora che è Papa può fare quello vuole”.
    E si vede!
    Fatti esperti, in questi due anni, sulla strategìa che questo pontificato applica per aprire varchi al mondo, una strategìa, infatti, che predilige annunci, riflessioni, esternazioni a braccio, i tanti “qui lo dico e qui lo nego”, dati quasi distrattamente da chi intende farsi passare per imprudente, fatti esperti di ciò noi siamo convinti che non passerà tempo che verrà quanto prima annunciato e poi approvato un documento disciplinare contenente: l’opzione del matrimonio dei preti, la comunione ai divorziati e ai conviventi, la sanatoria per i sodomiti, il sacerdozio “ad interim” da conferirsi ai cosiddetti “viri probati”, l’Ordine sacro alle donne, l’annacquamento del decalogo.
    E, così, analogamente, sarà redatto un “Motu proprio” con cui sarà concesso ai sacerdoti e alle persone consacrate – religiosi/religiose – un pacchetto/vacanze, ore di tempo libero, turni per la celebrazione della santa Messa, guarentigie sindacali, diversificazione dell’attività commutando quella, ad esempio, conventuale, in corsi di portamento o di cosmesi.
    C’è dell’ironìa in quanto diciamo ma, intanto, l’uscita del Papa che non si sente libero di incontrare gli amici – quali? – di voler passare inosservato – ma proprio lui che fa trapelare notizie personali come le telefonate a privati, che cerca l’applauso dei suoi 18 milioni “followers”, che ha conquistato Time, Vanity Fair, che per lui esce nelle edicole un settimanale “il mio Papa” ecc. . . ? - fa capire che anche la sua funzione sarà da considerare alla stregua di un alto dirigente, di un presidente e non più quella di un consacrato che deve anche offrire la sua vita per il Signore, se necessario.
    E allora, noi, candidamente, pensiamo che se Papa Bergoglio si sente oppresso dal protocollo, dai rituali, dalle incombenze, dai gravosi impegni che gli derivano dall’ufficio, ha soltanto da lasciare, e far posto ad altro che, stante la speranza quale ultima risorsa, ci si augura possa essere il vero Vicario di Cristo e non un semplice vescovo di Roma, che voglia salutare i cattolici con il canonico “sia lodato Gesù Cristo” e che si inginocchi durante il momento solenne e divino della Consacrazione davanti a Cristo Eucaristìa, ma soprattutto riporti la dimensione della trascendenza e della sacralità nella pastorale rimettendo “Roma nel buon filo” (Par. XXIV, 63).
    E, per concludere, vogliamo dire che non ci piace per niente la definizione che Papa Bergoglio dà della Sacra Curia - non tanto per la forma, ma per la sostanza, come egli distingue – assimilata a “l’ultima corte d’Europa” perché essa è, diversamente proprio nella sostanza, la prima del mondo, una corte il cui Re è Cristo stesso ed egli il suo Vicario.
    Non ci piace questa definizione perché è nello spirito di uno pseudo-pauperismo spettacolare e massmediatico di Papa Bergoglio che: rifiutò i solenni paramenti papali nella sua prima Messa alla Cappella Sistina, ignorando quanto il Signore intima e comanda a tal proposito (Es. 28, 1/43); disertò il concerto di musica classica organizzato in suo onore nella Sala Paolo VI per non sentirsi “un principe rinascimentale” ma partecipando, però, al raduno carismatico nello stadio Olimpico di Roma ove ballò e cantò e assistendo, il 14 dicembre 2014, a un concerto – se così si può dire – di musica rockettara proprio in quella sala Paolo VI, a cui parteciparono i nomi più gettonati di questa musica tra cui la Patti Smith di marca gnostico/atea; si mise in fila presso il ristorante interno del Vaticano perché gli astanti lo considerassero davvero uno di loro; indossa un pettorale di vil metallo che, tra l’altro, si premurò di non esporlo durante l’incontro che ebbe con il rabbinato di Israele, il luglio scorso del 2014, occultandolo, con astuta sbadataggine, nella fascia.
    Ecco, questa intervista tv, che replica appunto quella riportata da Il Messaggero, è un altro passo che condurrà la Chiesa verso quella configurazione disegnata dai centri massonici che la vogliono come una chiesa inglobata nell’unità universale delle chiese, una delle tante in cui sarà possibile ai rispettivi ministri uscire la sera per andarsene in discoteca ad ascoltare, mettiamo, la suor Cristina canterina, o correre per i viali dei parchi in tuta e ipod, o passare un pomeriggio allo stadio per dar forza alla… fede calcistica.
    Manca soltanto questo perché in sinagoga, in moschea e in pagoda ha già pregato.
    LIBERTÀ VA CERCANDO . . . - di L. P.

    E’ pervenuta in Redazione:
    Caro Alessandro,
    vorrei esternare i miei turbamenti e le mie dolorose perplessità di fronte a una Chiesa che non è più per me il punto di riferimento di un tempo. Mi sento smarrita, mi mancano la determinazione e la sua antica forza difensiva, la sicurezza della verità, la sua consolazione, il suo consiglio; vorrei che mi scusasse meno e mi ammonisse di più e che la sua dottrina che è valsa per quasi un paio di millenni non si sfaldasse adesso in mille rivoli e interpretazioni o in contorsioni misericordiose che di misericordia hanno ben poco e anzi, inducono rovinosamente all’errore. La Chiesa alza oggi la voce sulla moralità dell’ormai finito Berlusconi, ma è quasi muta di fronte alle emergenze educative (aborto, fecondazione artificiale, teoria del gender, matrimonio gay, cosiddetta educazione all’affettività cominciando dall’infanzia, eutanasia, ecc). Mi addolora la liturgia martoriata e con essa il Corpo, il Sangue, l’Anima e la Divinità di Nostro Signore; vedo le devozioni passare in secondo piano, compromessa la trasmissione della dottrina e della fede demandata a catechisti spesso non all’altezza. Mi fa male vederla inginocchiata davanti al mondo e penso che sarebbe bene che si occupasse soprattutto della salvezza delle anime, com’era suo antico compito, perché è corpo mistico di Cristo e non comunità di corpi. Ma confido in Gesù Cristo e nelle Sue promesse e nell’aiuto della Sua Santissima Madre, rifugio dei peccatori e consolatrice degli afflitti.
    Sia lodato Gesù Cristo
    Antonina Sicari
    Cara Antonina,
    in tempi normali, un doloroso lamento cattolico come questo non sarebbe neanche lontanamente concepibile. E, se anche lo fosse, avrebbe come destinatario un vescovo. Ma quelli in cui viviamo, appunto, non sono tempi normali. Se un povero cristiano disorientato davanti alla furia autodissolutrice che si è impadronita della Chiesa, scrivesse al proprio vescovo, salvo rarissime e sante eccezioni, si sentirebbe dire che “la realtà dell’oggi” è cambiata, che il cristiano “la deve assumere come stimolo per la propria fede”, che i cattolici “devono imparare a essere discepoli e non ergersi a maestri del mondo” e che, naturalmente, tutto viene affidato alla “condivisione della fecondità della Parola”…
    Come tutti sanno, l’elenco potrebbe continuare a lungo fino a raggiungere punte di umorismo involontario di rara efficacia, perché questi pastori, dopo l’inchino di rito al primato luterano della Parola con la “P” maiuscola, si dedicano volentieri al primato della loro parola, con la “p” minuscola. Basta pensare ai chilometrici documenti stilati dalle migliaia di uffici che, per ogni diocesi, per ogni conferenza episcopale regionale, nazionale e internazionale, per i dicasteri vaticani di ogni ordine e grado, si occupano di ogni genere di pastorale: da quella dei migranti a quella per la raccolta differenziata, da quella per le nuove tecnologie a quella per il sovraffollamento del pianeta. L’unica, magra, consolazione sta nel fatto che, dopo aver disboscato qualche ettaro di foresta per la stampa di un documento sul dramma della desertificazione della Terra, nessuno si dà la pena di leggere simili scempiaggini. Forse neanche chi le ha scritte.
    La Chiesa, cara Antonina, salvo un piccolo resto oggi è tutta qui, in questo gran parlare che sa di mondo ed è certamente più gradito al suo principe che a Gesù Cristo. Un po’, forse troppo, per convinzione. E un po’, di sicuro molto, per comodità, perché il mondo non chiede la fatica della fede, ma si accontenta della semplice attestazione di conformità in cogitatione, verbo et opere, non chiede impegno ma adesione e, in cambio, offre un vita quieta, comoda e persino felice. Così adesso, molti di coloro che continuano a dirsi cristiani si prostrano davanti al nuovo vitello d’oro e ossequiano il mondo come principio, mezzo e fine: divinità una e trina, scimmia dell’unico vero Dio uno e trino.
    Qui si tocca veramente il nucleo originario del disastro: non più il mondo convertito a Cristo ma Cristo convertito al mondo. Questa è la Chiesa di oggi che, nella sua componente umana, ha ormai cessato di voler essere cattolica. E dico “cessato di voler essere cattolica” e non solo “cessato di essere” perché evidentemente una buona quota di chi ha preso la via mondana non lo ha fatto in buona fede. E coloro che seguono i pifferai conquistati al mondo sono magari in “buona fede”, ma non sono certo in “fede buona”, tant’è vero che si stanno avviando verso il baratro.
    Ma con misericordia, che è divenuto il mantra dei tempi nuovi. Un urlo che nulla ha di soave, poiché diventa la giustificazione di ogni sopruso. Uno sberleffo che ha come effetto più devastante quello di destituire l’autorità dal suo fondamento. Ormai ci troviamo davanti a un padre, sia il Papa, il vescovo, il parroco o qualsiasi altra figura religiosa, che, davanti all’accusa di essere ingiusto lanciata da un figlio risponde che, però, lui è buono. Ma questa, cara Antonina, è la parodia scimmiesca del padre che è chiamato a fare esattamente il contrario: davanti all’accusa di non essere buono, dovrebbe essere in condizione di poter almeno replicare che, però, è giusto. Da questo punto di vista è istruttivo riflettere sulla nefasta mitologia del “Papa Buono” inventata da monsignor Loris Capovilla per costruire l’immagine di Giovanni XXIII ad uso del mondo e dei suoi derivati.
    In questa chiave, si spiega la persecuzione di ogni dissidenza che, sotto la Chiesa della misericordia, si mostra più dura e inflessibile che in ogni altro frangente. La voce critica che intende rimettere nella giusta sequenza giustizia e misericordia viene individuata con un corpo estraneo da eliminare poiché appartiene a un mondo avverso, è una cellula residuale della “terribile Chiesa del passato”, cancellata una volta per tutte dall’annuncio della Nuova Pentecoste. Il dissidente può essere tollerato solo se parla in nome del cuore, se ammette di far sentire la sua voce in virtù di un sentimento soggettivo, tutto suo. Ma non può farlo se dice di parlare in nome della giustizia, della ragione, di un principio oggettivo, immutabile e universale: si può criticare in nome della bontà, ma non in nome dell’intelligenza.
    Per questo, oggi, è davvero fortunato chi abbia la grazia di trovare un curato, un parroco o un vescovo in grado di comprendere il turbamento e il dolore dei cattolici che vedono la Chiesa sgretolarsi in queste briciole di alimento mondano. Cara Antonina, credo che uno degli aspetti del martirio a cui siamo chiamati stia nel prendere atto che, ordinariamente, i pastori lavorano per un’altra chiesa e diffondono un’altra fede. Del resto basta un’onesta considerazione sui dati di fatto: insegnano una nuova dottrina, diffondono una nuova morale, celebrano un nuovo rito, si abbeverano di una nuova filosofia… Che cosa è tutto questo se non una nuova chiesa?
    Certo, sarebbe molto facile e comodo cadere nella tentazione di andarsene da un’altra parte. Invece noi sappiamo che lì, sotto questa falsa chiesa, arde la brace della vera Chiesa. Ci troviamo come Maria e Giovanni davanti a Cristo crocifisso: morto come uomo e vivo come Dio, anche se noi fatichiamo a comprenderlo. Siamo come Maria dopo la deposizione di Gesù dalla croce, che tiene suo Figlio morto tra le braccia eppure sa di potergli parlare perché Lui la ascolta. Ma tutto questo, appunto, è dolorosamente nascosto. Peggio ancora, è colpevolmente offuscato da chi dovrebbe invece metterlo in luce.
    Cara Antonina, perché il Signore permetta tutto questo non lo so, ma so che è per il nostro bene e che siamo chiamati a mantenere la fede nonostante tutto. Per questo avremo, anzi abbiamo, speciali grazie che noi stessi fatichiamo a vedere e comprendere, ma questo dipende dalle nostre infedeltà e dai nostri peccati. Dobbiamo pregare per meritare queste grazie, per mondarci dai nostri peccati e per sostenere quel piccolo resto che si sta battendo con armi che sembrano impari solo a chi si fa conquistare dalla logica del mondo. Non a noi.
    ?FUORI MODA?. La posta di Alessandro Gnocchi ? rubrica del martedì | Riscossa Cristiana

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    Predefinito Re: Il Verbo di Dio si è fatto carne

    Nichilisti al potere
    di Camillo Langone
    Deve ancora cominciare e sono già sfinito. Ogni volta che leggo un articolo sul festivalone di Rho-Pero ne esco prostrato. Come l’intervista a Matteo Gatto, uno dei capi, secondo cui l’Expo suggerirà domande, non darà risposte. Ma come? Non dovevate nutrire il pianeta? Agli affamati cosa pensate di mettere nel piatto, indovinelli? Gatto somiglia ad Alberto Melloni, professorone di storia della religione (insomma, non esageriamo: professorone di storia del Concilio Vaticano II). Nel suo ultimo libro l’accademico afferma che pure la chiesa, proprio come l’Expo, dovrebbe lasciar perdere le risposte e “custodire le domande”. Avrò letto troppo McCarthy ma credo che da custodire sia il fuoco mentre per le domande non servano eventi o istituzioni, bastano i bambini che a tre o quattro anni ti investono con 288 perché al giorno e tirano gli schiaffi come tirano gli schiaffi Gatto e Melloni che bambini non sono, sono un’élite infantilizzata e irresponsabile che non sa niente e pure se ne vanta. Dunque lode a Montale che per primo mise in guardia dai nichilisti di potere: “Con quale voluttà / hanno smascherato il Nulla. / C’è stata un’eccezione però: / le loro cattedre”.
    Nichilisti al potere

    Silurato mons. Oliveri, esattamente come previsto
    Mons. Oliveri, vescovo di Albenga e "reo" di essere amico della Tradizione e dei Frati Francescani dell'Immacolata, è stato definitivamente silurato.
    A darne notizia è il commissario "tutor" vescovo coadiutore con diritto di successione, mons. Borghetti, che in modo roboante ha annunciato di aver "pieni poteri", con largo anticipo rispetto al gennaio 2019 (inizio dell'età "pensionabile" di mons. Oliveri).
    Il siluramento a suo tempo era stato confermato con una "smentita ufficiale" da parte di mons.Oliveri (come nella politica, le "smentite" sono in realtà "conferme"; ed anche il "vescovo coadiutore" ufficialmente era stato richiesto da Oliveri, praticamente è stato imposto ad Oliveri).
    Nel proclama di Borghetti rilasciato all'ANSA si fa cenno a seminaristi con fede "debole" (sottinteso: non credono ai neodogmi del Vaticano II), di preti pedofili (uno già in carcere, altri tuttora indagati) e di preti "nudi su Facebook" (eufemismo per indicare la lobby dei preti gay).
    La lobby dei preti gay (che ne conta di occulti e di fin troppo riconoscibili), ad Albenga, conterebbe circa un terzo del clero diocesano - quanto basta per influenzare drammaticamente (da molti anni a questa parte) la vita della diocesi e le decisioni del vescovo. Molti sono stati ordinati proprio da Oliveri - fin troppo generoso nell'accogliere seminaristi ambigui, magari spacciatisi per tradizionalisti.
    A farne le spese, dunque, saranno come al solito gli onesti - cioè i preti e seminaristi di stile "tradizionale".
    Esistenzialmente Periferico: silurato mons. Oliveri, esattamente come previsto



    L’eretico Kasper, grande amico di Papa Bergoglio
    Il mondo cattolico, e non solo, in questi giorni è in fermento per l’annuncio del Giubileo straordinario indetto da Papa Bergoglio. Nel frattempo, lo scorso 7 marzo, il Pontefice più “informale” della storia della cristianità ha celebrato una messa particolare presso la parrocchia di Ognissanti, in via Appia Nuova, a Roma, in ricordo del cinquantesimo anniversario della prima Messa celebrata in lingua italiana, nella medesima chiesa, dal beato Paolo VI, che così diede inizio alla riforma liturgica del Concilio Vaticano II, che tanti danni avrebbe provocato.
    Al di là di questa nefasta ricorrenza, è da notare come, guarda caso in un’occasione come questa, a concelebrare con Bergoglio c’era, fra gli altri, Walter Kasper, cardinale presbitero proprio della chiesa di Ognissanti, nonché Presidente Emerito del Pontificio Consiglio per la promozione dell’Unità dei Cristiani.
    Walter Kasper, grande amico di Papa Bergoglio (che spesso fa riferimento alle opere del cardinale tedesco e che, ricordiamolo, lo citò espressamente nel suo primo Angelus, rappresenta da anni, per chi non lo sapesse, uno degli esponenti di punta delle correnti più sovversive ed eretiche all’interno della Chiesa Cattolica. Un uomo che, tra le altre cose, non ha esitato a giudicare “leggende” se non addirittura “opera del demonio (!)” i miracoli di Gesù, a negarne la resurrezione corporea e la conseguente ascensione in cielo, nonché a mettere in dubbio il concepimento virginale da parte di Maria. Non male per un (presunto) “cattolico”, molto vicino agli ultimi due Pontefici … date un’occhiata a quanto scritto nel 2010 dal compianto Don Luigi Villa sulla rivista mensile “Chiesa Viva”, n. 433, del dicembre 2010.
    E, dato che certe stranezze a volte non sono casuali, date un’occhiata anche a queste immagini molto particolari che “Striscia la Notizia” ha ripreso qualche tempo da un’intervista fatta a Kasper da “Rainews 24”: dal minuto 27 e 40 secondi circa del servizio, compare il prelato sulla cui figura, per un apparentemente casuale gioco di sovrapposizioni, appaiono due inequivocabili attributi diabolici che permangono per tutta la durata dell’intervista …

    Striscia la notizia - PUNTATE INTERE Giovedì 29 gennaio | Video Mediaset

    (unavox.it) – (…) Chi ha letto il suo libro: “Gesù, il Cristo” (Ed. Queriniana, Brescia, 1974, nds) si sarà reso conto che il card. Kasper non crede che Gesù sia Figlio di Dio, in senso proprio. Secondo Lui, «questa confessione di Gesù Cristo Figlio di Dio… è un residuo di mentalità mitica, passivamente accettato» (p. 223).
    Noi ci domandiamo: dove mette la confessione di Pietro a Cesarea di Filippo (Mt. 16, 16): «Tu sei il Cristo, il Figlio di Dio vivente», sanzionata da Gesù stesso: «Beato te, Simone Bar Jona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli». Ma Kasper se la cava dicendo che Pietro disse: «Tu sei il Messia» (p. 142). Anche del testo di Mc. 14. 61-63: «Sei Tu il Cristo, il Figlio di Dio benedetto?»; e Gesù rispose: «Si, lo sono!». Quindi, per Kasper, Gesù sarebbe solo un “uomo” svuotandosi del suo “Io Dio”.
    È più che evidente che il cardinale Kasper non ha più la fede cattolica dicendo che la divinità di Nostro Signore Gesù Cristo é un’invenzione di San Paolo e di San Giovanni, per cui riporta una affermazione di Smulders (Catechismo olandese): «la dottrina della divinità e dell’umanità di Gesù costituisce uno sviluppo della convinzione originaria della fede che quest’uomo é la nostra salvezza».
    Dopo essere stato il responsabile principale del “Catechismo Tedesco per Adulti”, pieno di inesattezze, di errori, dicendo persino che “i dogmi possono essere unilaterali, superficiali, ostinati, stupidi e prematuri”; dopo d’aver scritto che “un uomo moderno non può credere, perché incontra ostacoli che non riesce a superare, per cui deve accettare questa responsabilità”, e che “la fede la si può soltanto testimoniare”, e via dicendo; riportiamo, qui, altre “eresie” che portano la sua perfida firma.
    1° KASPER NEGA I MIRACOLI
    Kasper li dice “leggende”, “racconti” non storici, ma sono «un problema che rende piuttosto strana e difficilmente comprensibile all’uomo moderno l’attività di Gesù…», e scrive che «si ha l’impressione che il N. T. abbia arricchito la figura di Gesù di motivi extra-cristiani per sottolinearne la grandezza e l’autorità» (1).
    E afferma persino che i miracoli, nei Vangeli, “possono essere interpretati anche come opera del demonio. In se stessi, poi, non sono così chiari e non costituiscono necessariamente una prova della divinità di Gesù” (p. 129).
    Adesso, è doveroso far conoscere l’anatema del Vaticano I: «Se qualcuno dirà che i miracoli non sono possibili e che perciò tutti i racconti miracolosi contenuti anche nella Sacra Scrittura devono essere relegati tra le leggende e i miti, e che i miracoli non possono giammai essere conosciuti con certezza, né con essi si può debitamente dimostrare l’origine divina della religione cristiana, sia scomunicato!» .
    2° KASPER NEGA LA RISURREZIONE CORPOREA DI CRISTO
    Infatti, scrive: «Nessun testo neo-testamentario asserisce di aver visto Cristo risorgere». E continua: «Gli enunciati della tradizione neo-testamentaria della risurrezione di Gesù non sono affatto neutrali: sono confessioni e testimonianze prodotte da gente che crede» (p. 176).
    Anche della scoperta del “sepolcro vuoto”, scrive: «dobbiamo supporre che non si tratti di cenni storici, ma soltanto di artifizi stilistici, escogitati per richiamare l’attenzione e creare “suspance”» (p. 172)… «in ciò su cui si vuole richiamare l’attenzione, non é il sepolcro vuoto; si annuncia la risurrezione, e il sepolcro viene considerato soltanto come segno di questa fede» (p. 173).
    Anche qui, su questa stupidità della “nuova esegesi biblica” v’è l’anatema del Vaticano I: «Se qualcuno dirà che la Risurrezione divina non possa essere fatta credibile da segni esterni, e che perciò gli uomini non devono essere mossi dalla fede se non da sola interna esperienza, o privata ispirazione, sia scomunicato!».
    3° PER KASPER NON CI FU “ASCENSIONE” DI CRISTO IN CIELO
    Per lui, l’ascensione al cielo di Gesù va interpretata come una narrazione pasquale. Scrive: «Queste nubi che sottraggono Gesù allo sguardo dei discepoli attoniti, non sono un fenomeno metereologico, ma un simbolo teologico» (p. 203); quindi, niente “apparizioni”: «questi racconti vanno interpretati alla luce di quanto essi vogliono esprimere»; dove si parla di un Risorto che viene toccato con le mani e che consuma i pasti coi discepoli, «non vanno presi alla lettera» (p. 192), anche se, «a prima vista, potrebbero sembrare delle affermazioni piuttosto grossolane che rasentano i limiti delle possibilità teologiche e che corrono il pericolo di giustificare una fede pasquale troppo rozza».
    Quelle apparizioni, quindi, non sono altro che “visioni” puramente spirituali!
    4° KASPER AFFOSSA TUTTA LA MARIOLOGIA
    Nella “nota 69” scrive: dei «difficili problemi teologici-biblici che la tematica del concepimento verginale solleva», per cui la verginità verginale maternità di Maria è «ancora aperta sul piano biblico». Perciò, il cardinale Kasper difende l’eretico Nestorio, il negatore della divina maternità di Maria. Ma Nestorio fu poi bollato dal Concilio di Efeso col titolo di “Giuda redivivo”.
    Kasper, oggi scrive: «Oggi, in seguito alle ricerche condotte dalla teologia storica (?) si è propensi alla riabilitazione». Kasper, quindi, attaccando la divina maternità di Maria, lo si può dire un “Giuda moderno!”.
    5° KASPER NEGA L’INFALLIBILITA’ DELLA CHIESA
    Quindi, la Chiesa cattolica non sarebbe più la custode infallibile della Divina Rivelazione. Ma la “cristologia” del Kasper attesta, così, la rovina di una teologia cattolica di «coloro che ripudiano il Magistero e l’autorità della Chiesa» (2).
    Da quello che abbiamo scritto sul cardinale Walter Kasper, possiamo proprio dire che detto cardinale non ha più la Fede cattolica, e che la Chiesa ha un successore degli Apostoli che ha apostatato dalla nostra Fede cattolica.
    NOTE
    1 – Cfr. W. Kasper, Gesù il Cristo, Queriniana, Brescia, p. 223.
    2 – Cfr. Leone XIII, in “Providentissimus” e in “Vigilantiae”.



    Ecco chi ha davvero paura del Cardinale Burke
    Giuseppe Trucco
    «Chi ha paura del cardinale Burke?»: se lo chiedeva non più tardi del 22 marzo La Nuova Bussola, titolando un buon articolo nel quale Andrea Zambrano faceva le pulci a Pierluigi Castagnetti, ex deputato del Pd, democristiano di sinistra, che su Facebook ha pesantemente attaccato il Cardinale Raymond Leo Burke, reo di girare l’Italia «per fare conferenze contro le tesi del Card. Kasper (in effetti contro Papa Francesco) sul tema della famiglia». Senza dover far troppa fatica, Zambrano ha potuto confutare puntualmente le accuse di Castagnetti, mostrando come la posizione del Cardinale Burke sia non solo ineccepibile, ma più che opportuna nell’attuale situazione della Chiesa.
    Eppure, quella domanda, «Chi ha paura del cardinale Burke?» è sempre lì ad attendere risposte, altre risposte, ed è tutt’altro che oziosa. Perché, tra coloro che hanno paura del Cardinale Burke c’è anche un eminente collaboratore de La Nuova Bussola e nessuno se n’era accorto, o magari non aveva voluto dirlo, neanche alla Bussola stessa: si tratta di Massimo Introvigne, sociologo torinese e reggente nazionale vicario di Alleanza Cattolica, vero e proprio maestro di pensiero per i confratelli ai quali ha recentemente recapitato una circolare, in cui riserva al Cardinale Burke critiche ancora più pesanti di quelle di Castagnetti.
    Per spiegare come, nell’attaccare l’azione del Cardinale Burke in difesa della dottrina e della morale cattoliche, un cattolico di destra sia ancora più radicale di un cattolico di sinistra ci vorrebbe un bravo sociologo. Ma sociologi così non ce ne sono e, quindi, bisogna arrangiarsi con delle semplici osservazioni.
    Nella lettera di Massimo Introvigne ai confratelli, che ha sbalordito per primi molti degli stessi destinatari, il reggente nazionale vicario ribadisce che «Alleanza Cattolica raccomanda ai suoi soci di non partecipare, e come associazione non partecipa, a iniziative che vedano protagonista S.E. il cardinale Burke», aggiungendo che le «stesse considerazioni fatte per Burke valgono per alcuni vescovi, come S.E. mons. Schneider e S.E. mons. Oliveri, ma la loro visibilità è molto minore di quella di S.E. il cardinale Burke».
    Qual è la ragione di questa damnatio nei confronti del Cardinale statunitense? Semplice: il Cardinale Burke, spiega Massimo Introvigne ai confratelli, «appare organicamente inserito in un network anticonciliarista», «non per quello che dice – può anche reiterare le professioni di fedeltà al Papa e al Concilio al mattino, al pomeriggio e alla sera, anche se qualche volta si esprime diversamente – ma per quello che fa».
    E allora, che cosa fa di tanto grave il Cardinale Burke per meritare di essere isolato moralmente da Alleanza Cattolica? Potrebbe essere questa la prossima domanda che si pone La Nuova Bussola. E il suo eminente collaboratore Massimo Introvigne, utilizzando la circolare riservata ai confratelli, potrebbe spiegare che questo “terribile” porporato: tiene conferenze in luoghi inopportuni, concede «interviste ripetute a blog anticonciliaristi», parteciperebbe a «riunioni carbonare» in cui «si parla di come “resistere” al Papa», sarebbe colpevole di «interferenze improprie nella questione dei Francescani dell'Immacolata» e di «sostegno alla prossima Marcia della Vita» del 10 maggio.
    Tra i capi di accusa finali (in tutto sono 8) c’è inoltre il seguente: «Non solo firma, ma promoziona – stando a voci di persone di solito bene informate - l'organizzazione della Supplica al Papa sul Sinodo». Supplica su cui, ricorda Massimo Introvigne nella lettera ai confratelli, Alleanza cattolica ha espresso «un giudizio del tutto negativo», per cui rimanda al promemoria del capitolo di febbraio. Per la cronaca, la Supplica, senza contare sul potente contributo di Alleanza Cattolica, ha superato le 150.000 firme in tutto il mondo ed è stata citata da Sandro Magister e dal vaticanista de Le Figaro Jean-Marc Guénois come una delle più forti espressioni di resistenza alle tesi del Cardinale Kasper.
    Nel suo articolo Zambrano confuta gli attacchi di Castagnetti al Cardinale Burke e spiega tra l’altro: «Insomma, per Castagnetti un Cardinale che propone conferenze per difendere la dottrina dei Papi e del Magistero, è un pericoloso precedente. Ma se l'ex presidente del Ppi fosse venuto a Correggio, si sarebbe reso conto che Burke non ha fatto né più né meno che presentare la dottrina teologica, canonica e magisteriale in materia di comunione ai divorziati e famiglia».
    Se queste argomentazioni possono mettere al loro posto l’ex parlamentare del Pd, non sono sufficienti per replicare al più radicale Massimo Introvigne. Per spiegare come e, soprattutto, perché il leader de facto di Alleanza Cattolica stia lavorando con tanta foga per collocare questa Associazione alla sinistra del cattocomunista Castagnetti, si diceva, ci vorrebbe un bravo sociologo e, quindi, non ci rimane che chiedere allo stesso Introvigne di provare a spiegarlo lui, sperando che, almeno questa volta, si degni, contrariamente al suo inveterato costume, di rispondere.
    http://blog.messainlatino.it/2015/03...cardinale.html

    «Chi ha paura del cardinale Burke?»
    Il 22 marzo scorso leggevo su La Nuova Bussola un articolo a firma di Andrea Zambrano, dal titolo: «Chi ha paura del cardinale Burke?», che replicava efficacemente alle accuse rivolte al Cardinale da Pierluigi Castagnetti, ex deputato del Pd, democristiano di sinistra, di girare l’Italia «per fare conferenze contro le tesi del Card. Kasper (in effetti contro Papa Francesco) sul tema della famiglia».
    Ieri leggevo su MiL un articolo riguardante una analoga denuncia da parte di Massimo Introvigne, sociologo torinese e reggente nazionale vicario di Alleanza Cattolica, al quale sarebbero da attribuire critiche ancora più pesanti di quelle di Castagnetti rivolte al Cardinale Burke, contenute in una circolare interna che deve aver colto di sorpresa molti dei destinatari. Tant'è che alcuni stralci ne sono finiti sulla Rete, destando non poca meraviglia anche da parte nostra. Anzi alla damnatio nei confronti del Cardinale, vengono associati i nomi di altri due pastori, che sono punti di riferimento di chi ama la Tradizione. Nei seguenti termini (cito da MiL):
    «Alleanza Cattolica raccomanda ai suoi soci di non partecipare, e come associazione non partecipa, a iniziative che vedano protagonista S.E. il cardinale Burke», aggiungendo che le «stesse considerazioni fatte per Burke valgono per alcuni vescovi, come S.E. mons. Schneider e S.E. mons. Oliveri, ma la loro visibilità è molto minore di quella di S.E. il cardinale Burke». Per la ragione che [il cardinale] «appare organicamente inserito in un network anticonciliarista», «non per quello che dice – può anche reiterare le professioni di fedeltà al Papa e al Concilio al mattino, al pomeriggio e alla sera, anche se qualche volta si esprime diversamente – ma per quello che fa» : «interviste ripetute a blog anticonciliaristi», parteciperebbe a «riunioni carbonare» in cui «si parla di come “resistere” al Papa», sarebbe colpevole di «interferenze improprie nella questione dei Francescani dell’Immacolata» e di «sostegno alla prossima Marcia della Vita» del 10 maggio.
    Il fantasma del conciliarismo
    Dunque, se il cardinale «appare inserito in un network anticonciliarista» la cosa non può che fargli onore, dal momento che nella storia il “conciliarismo” è conosciuto come l’eresia che sottomette il Papa al Concilio ecumenico.
    Non tocco tutti i vari punti controversi di questo caveat e resto sull'essenziale. Appare quanto meno capzioso che un Cardinale, che propone conferenze per difendere la dottrina dei Papi e del Magistero e rilascia interviste come molti altri fanno sulla scia del loro capo, da alcuni sia visto come un pericoloso precedente, da altri come anticonciliarista mentre altri ancora lo presentino fautore di dissenso. Ma il card. Burke non ha fatto né fa altro, come ricorda Zambrano e noi sottoscriviamo, che riaffermare la dottrina teologica, canonica e magisteriale in materia di comunione ai divorziati e sulla famiglia. Argomento emblematico - non l'unico ma quello con le maggiori potenzialità di un pericoloso grimaldello - di un'Assise Sinodale sui generis per i metodi e per i contenuti, sui quali molto abbiamo dibattuto.
    Continua a stupirmi la logica distorta di tutte queste esternazioni, purtroppo ripresa anche dai media di regime. Mi riferisco anche alla TV francese che nel febbraio scorso presentava il papa come «grande riformatore» sia della curia romana che della dottrina della Chiesa cattolica, mentre le sue «grandi riforme» sarebbero ostacolate da quella che viene definita «fronda» nel collegio cardinalizio, della quale il card. Burke viene capziosamente presentato come leader. Con conseguenti bordate della rivista progressista Francese Golias; a Vatican Insider, alias pravda vaticana, che contemporaneamente riportava un velenoso intervento del cardinale Wuerl, arcivescovo di Washington: ... «un filo comune attraversa tutti questi dissidenti» nel fatto che «Essi sono in disaccordo con il Papa, perché lui non è d’accordo con loro e non segue le loro posizioni. Il dissenso è forse qualcosa che avremo sempre, deplorevole in quanto tale, ma avremo anche sempre Pietro e suo successore come una roccia e pietra di paragone della nostra fede e della nostra unità».
    Basta col disprezzo e i proclami apodittici: torniamo al Logos!
    Riprendo alcune considerazioni dal mio intervento di allora, più che mai attuali e riferibili anche alle più recenti esternazioni richiamate all'inizio. E ribadisco che, se si tira in ballo l'unità, non sono le strategie umane a farla ma essa si realizza, nel Signore, tra chi Gli è fedele.
    Questi laudatores del bergoglismo non si rendono neppure conto che termini come «fronda» e «dissenso» appartengono alla politica e non al linguaggio della Chiesa docente. E cos'altro fa il Cardinale se non esercitare il suo munus docendi diffondendo i retti insegnamenti che appartengono al Depositum fidei che il Signore ci ha consegnato? Costoro dimenticano che il papa è Servus Servorum Dei e non il capo di un regime tirannico. La confusione di ambiti, linguaggi, identità e ruoli ha ormai superato il livello di guardia.
    Ricordiamo che c'è un limite al potere papale e una linea che il Papa non può attraversare senza tradire la Chiesa e il suo divino Fondatore, mettendo in pericolo le anime dei fedeli. E c'è una responsabilità - sua e della Gerarchia ecclesiale in primis senza escludere quella di ogni battezzato - innanzitutto di fronte a Dio e poi anche di fronte agli uomini di questa generazione e di quelle che verranno.
    In questa situazione paradossale basti notare il fatto che una volta chi dissentiva dal papa contestava la dottrina della Chiesa, mentre oggi avviene esattamente il contrario: chi formula alcune critiche al papa, lo fa per difendere quella stessa dottrina. Naturalmente quando parliamo di dottrina cattolica, ci riferiamo all’insegnamento che Cristo ha trasmesso ai suoi apostoli e consegnato alla sua Chiesa nei Vangeli, creduto dai Santi Padri e trasmesso sino a noi dalla Santa Chiesa: insegnamento che dobbiamo seguire fedelmente se vogliamo conoscere la verità e se vogliamo essere liberi e salvi. Infatti, la verità donataci da Cristo è una verità salvifica, presupposto della libertà e della vita eterna: «chi crederà sarà salvo» (Mc 16, 16). Una pastorale che non sia ancorata saldamente nella verità rivelata non conduce alla libertà e non porta alla salvezza.
    Chiesa e post concilio: «Chi ha paura del cardinale Burke?»

    Diktat di Introvigne: "Burke nemico del popolo e controrivoluzionario trotskista!"
    Il buon Introvigne, cioè quel personaggio ambiguo che si vantava di aver partecipato ad una "messa satanica" (sia pure andandosene via prima del sacrilegio), quello che si vantava di esser disceso nell'inaccessibile tempio panteista sotterraneo di Damanhur (sia pure solo fino a metà del tunnel), quello che amava farsi fotografare sulla tomba segreta di René Guénon (esoterista e gnostico convertitosi all'islam), in qualità di direttore del CESNUR, reggente vicario di Alleanza Cattolica (eh, già...) e della Società Transilvana di Dracula (eh, già...) ha emanato un diktat ai suoi fedelissimi che suona così:
    «Alleanza Cattolica raccomanda ai suoi soci di non partecipare, e come associazione non partecipa, a iniziative che vedano protagonista S.E. il cardinale Burke» ...
    le «stesse considerazioni fatte per Burke valgono per alcuni vescovi, come S.E. mons. Schneider e S.E. mons. Oliveri, ma la loro visibilità è molto minore di quella di S.E. il cardinale Burke»...
    [il cardinale Burke] «appare organicamente inserito in un network anticonciliarista» [sic]...
    ...«non per quello che dice – può anche reiterare le professioni di fedeltà al Papa e al Concilio al mattino, al pomeriggio e alla sera, anche se qualche volta si esprime diversamente – ma per quello che fa»...
    ...«interviste ripetute a blog anticonciliaristi» [sic]... parteciperebbe a «riunioni carbonare» in cui «si parla di come “resistere” al Papa», sarebbe colpevole di «interferenze improprie nella questione dei Francescani dell’Immacolata» e di «sostegno alla prossima Marcia della Vita» del 10 maggio...
    No, non è un pesce d'aprile.
    Per la serie "internet non perdona": l'articolo di Giuseppe Trucco che il blog Messainlatino e il sito RiscossaCristiana hanno dovuto auto-censurarsi (pare a causa di una -ehm- "telefonata" di Introvigne) era ancora presente nella "cache" di Google e nel frattempo è stata riportata su vari siti web tra cui Corrispondenza Romana.
    Ecco chi ha davvero paura del Cardinale Burke | CR ? Agenzia di informazione settimanale

    Perché non trovate più l’articolo di Giuseppe Trucco “Ecco chi ha davvero paura del Cardinale Burke”
    di Paolo Deotto
    Siamo grati a Massimo Introvigne che, chiedendoci la rimozione dell’articolo, ne ha confermato i contenuti. Comunque potete sempre leggere lo stesso testo su Corrispondenza Romana. Ora potrà essere utile riprendere a parlare in modo franco e chiaro e a questo fine Riscossa Cristiana è a disposizione.
    Diversi lettori ci hanno già scritto chiedendoci perché non compare più su Riscossa Cristiana l’articolo “Ecco chi ha davvero paura del Cardinale Burke”, di Giuseppe Trucco, pubblicato ieri. Il motivo è molto semplice. Massimo Introvigne ci ha inviato una mail, che riportiamo per intero:
    “”Egregi Signori,
    Noto con stupore la pubblicazione sul vostro blog di estratti di quella che presentate come una mia «lettera circolare» ai soci di Alleanza Cattolica.
    Non esiste nessuna «lettera circolare» ma semplicemente una corrispondenza privata indirizzata a un numero ristretto di dirigenti di Alleanza Cattolica e amici personali, come tale protetta dalle norme che tutelano la privacy, la riservatezza e il segreto della corrispondenza epistolare.
    La giurisprudenza ha tra l’altro già avuto modo di pronunciarsi recentemente in un caso analogo che riguardava mail private inviate all’interno del MoVimento 5 stelle.
    Confido che l’articolo a firma di Giuseppe Trucco sia immediatamente rimosso dal vostro sito, riservandomi in caso contrario ogni azione in sede civile e penale, con aggravio di danni e spese, e senza ulteriore preavviso.
    Con i migliori saluti
    Massimo Introvigne “”.
    Abbiamo quindi rimosso l’articolo, anche se un testo formale e rivolto ai “confratelli” difficilmente può essere classificato come corrispondenza privata. Ma tant’è: se Introvigne dice che in verità si trattava di corrispondenza privata, gli veniamo incontro e cancelliamo l’articolo.
    Comunque, come dicevamo sopra, potete leggere l’articolo su Corrispondenza Romana.
    E sopra dicevamo anche che siamo grati a Massimo Introvigne. Verissimo: con la sua mail ha autenticato il contenuto (che peraltro sappiamo benissimo essere autentico) di quanto abbiamo pubblicato. Infatti non ci viene richiesta la cancellazione perché abbiamo scritto falsità, o diffamazioni, o che altro. La cancellazione ci viene richiesta semplicemente perché si trattava di “corrispondenza privata”.
    E Introvigne ci fa sapere un’altra cosa interessante: esiste un “un numero ristretto di dirigenti di Alleanza Cattolica e amici personali” che evidentemente possono essere messi a conoscenza delle più segrete cose. Ergo, ci sono cose che non vanno dette nemmeno a tutti i dirigenti e ai militanti.
    Del resto, possiamo anche capire Introvigne, perché sparare a zero su una figura eminente e stimata come il Card. Burke (e anche su Mons. Schneider e su Mons. Oliveri… ), accusandolo addirittura di partecipare a “riunioni carbonare” è in effetti un po’ imbarazzante per un defensor fidei come il vice-reggente nazionale di Alleanza Cattolica. Ma non vogliamo addentrarci nei misteri del machiavellismo, che al più riguardano i dirigenti e gli aderenti ad AC.
    Invitiamo piuttosto i nostri lettori a riprendere il dibattito, già iniziato, sul testo che molti hanno già letto su Riscossa Cristiana e che potranno leggere su Corrispondenza Romana, e attendiamo il loro contributo di commenti.
    A tutti, compreso naturalmente Massimo Introvigne, un caro saluto, con l’augurio che l’informazione possa restare ancora a lungo libera nella nostra amata Italia, anche se la libertà sembra non a tutti gradita.
    Paolo Deotto – direttore di Riscossa Cristiana
    Perché non trovate più l?articolo di Giuseppe Trucco ?Ecco chi ha davvero paura del Cardinale Burke?* ?* di Paolo Deotto | Riscossa Cristiana



    Papa Francesco santificherà il vescovo comunista Camara
    Bergoglio continua a riabilitare la Teologia della Liberazione: dopo Romero, salirà all'onore degli Altari un altro esponente della scuola teologica sudamericana più vicina al marxismo
    Ivan Francese
    Che la linea di papa Francesco rispetto alla Teologia della Liberazione sia molto più "morbida" rispetto a quella dei suoi predecessori, non è un mistero. Ma da quando i mormorii sulla canonizzazione del vescovo comunista Helder Camara si sono trasformati in voci sempre più insistenti, l'emozione, nei corridoi di Curia, è stata grande.
    Tra le figure più note della Teologia della Liberazione, il vescovo brasiliano che resse per vent'anni la diocesi di Olinda e Recife espresse sempre la vicinanza agli ultimi, enfatizzando i temi più legati alla ricerca della giustizia sociale. A volte ai confini della dottrina della Chiesa, in quel pericoloso terreno che si situa tra ortodossia ed eresia. Ribattezzato "vescovo delle favelas", Camara fu tra i fautori della cosiddetta "opzione preferenziale per i poveri" che tende ad identificare nei più emarginati il luogo d'elezione per la ricerca della verità - che è uno dei tratti distintivi della scuola teologica detta appunto "della Liberazione".
    Nelle sue peregrinazioni per i quartieri più derelitti delle metropoli sudamericane, Camara amava ripetere: "Quando do da mangiare a un povero, tutti mi chiamano santo, mentre quando domando perché i poveri non hanno cibo, mi chiamano comunista".
    Negli anni, Camara è stato più volte accusato di marxismo e non di rado considerato un vescovo "scomodo" anche dalle parti dei Sacri Palazzi. Papa Wojtyla, ad esempio, non lo amò mai e al momento delle sue dimissioni lo rimpiazzò anzi con il conservatore José Cardoso Sobrinho, che non esitò a concludere e rivedere molte delle iniziative promosse da Camara. Benedetto XVI, da Pontefice e ancora prima da Prefetto per la Congregazione per la Dottrina della Fede, in più occasioni condannò la Teologia della Liberazione come "falsa e pericolosa".
    Ora papa Francesco vuole elevarlo agli onori degli Altari. La diocesi di Recife, i vescovi brasiliani e ora la Congregazione per le Cause dei Santi hanno dato il via libera all'iter per la canonizzazione. Bergoglio intende iscriverlo nel numero dei Santi, in barba a chi si ostina a considerarlo un pericoloso eretico, preoccupato più di realizzare il marxismo che non la Gerusalemme celeste.
    Papa Francesco santificherà il vescovo comunista Camara - IlGiornale.it

    Vogliono beatificare Camara. Ecco cosa scriveva di lui Introvigne: Come i progressisti non vinsero al Concilio, di Massimo Introvigne
    Che farà adesso? Manderà una mail di minacce a se stesso?

    compare alfio scrive:
    2 aprile 2015 alle 3:23
    Introvigne somiglia sempre di più al capo dei trinariciuti di Guareschi, coi suoi famosi “Contrordine, compagni!“. Anche sulla recente discutibilissima affermazione di Bergoglio sull’ergastolo (equiparato alla pena di morte e da abolire), Introvigne ha detto che ci si deve adeguare perchè il magistero è cambiato. E questo mentre fino a ieri la sua associazione (Alleanza Cattolica) e uno dei suoi membri di punta, l’on. Mantovano, si battevano per l’ergastolo e contro tutti coloro che volevano abolirlo.
    E così pure sulle unioni civili: il manifesto di un anno fa le boccia totalmente; quello di 5 mesi fa (dopo l’intervista a Bergoglio in cui il fenomeno argentino dice che vanno valutate una per una) dice che pregiudizialmente AC NON è contro le unioni civili, ma le valuta una per una. Sono banderuole!

    Anche i Vescovi Polacchi contro Kasper e Marx sulla famiglia e sulla Comunione ai risposati. "Difenderemo l'eredità di Wojtyla"
    Insieme ai Vescovi d'Africa per bocca del Card. Sarah, a quelli inglesi (che hanno addirittura consegnato una petizione di 500 firme di sacerdoti) e al Prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede, anche la Chiesa Polacca ribadisce la propria opposizione ai Card. Marx e Kasper in tema di famiglia (Comunione ai divorziati, matrimonio e coppie di fatto) sostenendo di fatto la posizione del Card. Burke e degli altri 4 porporati che vogliono "Rimanere nella Verità di Cristo" sul matrimonio.
    Roberto
    Vescovi Polacchi sul Sinodo: "Difenderemo l'eredità di Wojtyla"
    di M. Matzuzzi, da Il Foglio, del 18.03.2015
    Roma. In una lunga intervista al National Catholic Register, il presidente della Conferenza episcopale statunitense, mons. Joseph Kurtz, parla del prossimo Sinodo ordinario sulla famiglia e spiega che dalle sue parti, a differenza della Germania del cardinale Reinhard Marx, dove le aspettative sono alte e le attese non possono essere disattese (come disse un anno fa Walter Kasper) l’approssimarsi dell’appuntamento autunnale non crea grande ansia: “Da un lato c’è la volontà di raggiungere le persone più bisognose e dall’altro i fedeli vogliono essere rassicurati sul fatto che noi non ci distaccheremo dagli insegnamenti della chiesa. Sono giustamente preoccupati” sul fatto che la fedeltà al magistero della chiesa possa venire meno: “Mi farò carico di questa preoccupazione”, ha aggiunto Kurtz, che a Roma rappresenterà gli Stati Uniti insieme al cardinale DiNardo e ai vescovi Chaput e Gómez.
    Molto meno diplomatici sono stati invece i battaglieri vescovi polacchi, che già lo scorso ottobre avevano chiarito la loro posizione attraverso il presidente della conferenza episcopale, mons. Stanislaw Gadecki. “Il fine di questo Sinodo pastorale è quello di sostenere le famiglie in difficoltà o il suo scopo è quello di studiare dei casi particolari?”, s’era domandato il presule in un’intervista alla Radio Vaticana. “Il nostro obiettivo principale – aveva aggiunto – è di sostenere la famiglia pastoralmente, non di colpirla, esponendo situazioni difficili che esistono, ma che non costituiscono il nucleo dell’esperienza familiare. Questi casi particolari non possono far dimenticare il bisogno di supporto che hanno le famiglie buone, normali, ordinarie, che lottano non tanto per la sopravvivenza ma per la fedeltà”. A cinque mesi di distanza, la posizione di Gadecki è stata fatta propria dal plenum dei vescovi polacchi: “Noi difenderemo ciò che ha insegnato Giovanni Paolo II” nell’esortazione Familiaris Consortio, ha detto il vescovo di Lodz (e vicepresidente della conferenza episcopale), mons. Marek Jedraszewski. Conversando con i giornalisti a margine dell’assemblea dei presuli locali, Jedraszewski ha aggiunto che “nessun Papa è creatore della dottrina della chiesa, ma solo il suo primo protettore, in collaborazione con l’intero episcopato”. Il portavoce dei vescovi polacchi ha poi sottolineato che l’urgenza è quella di “scoprire il matrimonio alla luce della rivelazione di Dio, e non di adattare il Vangelo e l’insegnamento della chiesa agli atteggiamenti culturali che cambiano”. All’assemblea, in qualità di uditori, hanno partecipato anche cinque esperti in fatto di famiglia e matrimonio.
    Tra gli interventi più duri, c’è stato quello del professor Stanislaw Grygiel, allievo di Karol Wojtyla a Lublino, ordinario di Antropologia filosofica all’Istituto Giovanni Paolo II per studi su matrimonio e famiglia e per decenni stretto confidente del Pontefice canonizzato la scorsa primavera. A giudizio di Grygiel, consentire un secondo o terzo matrimonio, e quindi il riaccostamento all’eucaristia dopo un periodo di penitenza, significherebbe nient’altro che “benedire il peccato”. Il centro del dissidio rimane però la Germania, dove anche ieri la linea del cardinale Reinhard Marx, capo dei vescovi locali e arcivescovo di Monaco, è stata pubblicamente criticata da un altro porporato connazionale, Paul Josef Cordes, che già aveva bollato come “chiacchiere da bar” le frasi del confratello sulla chiesa tedesca “che non è una filiale di Roma” – “da persona che si occupa di etica sociale, il cardinale Marx s’intende di indipendenza delle filiali delle grandi aziende”, aveva commentato Cordes in una lettera inviata al periodico Tagespost. Sui temi più delicati all’oggetto del Sinodo, come ad esempio la riammissione dei divorziati risposati alla comunione, l’ex presidente del pontificio consiglio Cor Unum ha sottolineato che “sarebbe paradossale se si volesse attribuire una funzione di fonte di fede a un piccolo gruppo di fedeli che si trova a vivere “una situazione spirituale sfortunata, ma oggettivamente irregolare”.
    MiL - Messainlatino.it: Anche i Vescovi Polacchi contro Kasper e Marx sulla famiglia e sulla Comunione ai risposati. "Difenderemo l'eredità di Wojtyla"

    Il Card. Rosales (Manila): "La Chiesa non può cambiare la dottrina sul divorzio e sulla famiglia, per adeguarsi al mondo" (radio Vaticana)
    In vista del prossimo sinodo sulla famiglia, un'altra voce si è alzata a difesa della dottrina cattolica su famiglia, divorzio e Comunione ai risposati. Proprio ieri abbiamo riportato della levata di scudi da parte dei Vescovi Polacchi "wojtyliani" in favore della dottrina cattolica contro le ormai arcinote (e arcierrate) strampalate idee dei Card. Kasper e Marx.
    Come si nota, la battaglia in difesa della dottrina della Chiesa sulla famiglia e sull'Eucarestia, e la conseguente condanna del divorzio inteso come "errore" che non permette ai risposati di accedere alla Comunione, non è - e non potrebbe essere altrimenti - una giusta presa di (op)posizione dei soli sparuti e sprovveduti "tradizionalisti", come in Vaticano speravano di etichettare, per poterla liquidare come "affare di vecchi topi da sacrestia". E' invece un fermo e granitico movimento trasversale (Inghilterra, Africa, Polonia, Malta) che coinvolge chi ama sul serio la Chiesa, gli insegnamenti ricevuti dal suo Divin Fondatore, e che ha a cuore più la salus animarum piuttosto che la captatio benevelontiae del mondo.
    Roberto
    Filippine - card. Rosales: "La Chiesa non modifica dottrina su divorzio"
    da Radio Vaticana, del 29.03.2015, via Il Timone
    La Chiesa non può modificare i suoi insegnamenti sul divorzio per adeguarsi ai dettami del mondo. E’ quanto ha ribadito il card. Gaudencio Rosales, arcivescovo emerito di Manila, commentando i risultati di un sondaggio di opinione condotto dall’istituto di sondaggi Social Weather Stations, mentre il Congresso filippino si appresta ad esaminare una proposta di legge che vorrebbe reintrodurre il divorzio nel Paese, vietato dal 1950. Il 60% degli intervistati si è detto infatti favorevole alla sua legalizzazione per i matrimoni irrecuperabili. “Anche se lo fosse per il 99% - ha detto il card. Rosales citato dall’agenzia Cbcnews – per la Chiesa il divorzio resta sbagliato, perché il matrimonio è un sacramento e la Chiesa ha il dovere di osservare e promuovere gli insegnamenti del Suo fondatore. Che questa battaglia per promuovere le verità del Vangelo sia una battaglia persa, questo non è il suo problema. Il suo unico problema è di dire quando le cose sono sbagliate o giuste”, ha aggiunto il porporato.
    MiL - Messainlatino.it: Il Card. Rosales (Manila): "La Chiesa non può cambiare la dottrina sul divorzio e sulla famiglia, per adeguarsi al mondo" (radio Vaticana)

    VINO ANNACQUATO CHE INACETISCE
    Piero Nicola
    I vescovi e cardinali infedeli a Cristo, sostenendo uno iato tra dottrina dogmatica e dottrina o prassi pastorale, sono affetti da scempiaggine sistemica. Forse alcuni, increduli calcolatori, intendono garantirsi il benessere nei non molti anni che restano loro ancora da vivere.
    Essi ragionano all'incirca come Berlusconi, che fa politica secondo i sondaggi di opinione, quasi si trattasse d'un'indagine di mercato per vendere un prodotto. Tuttavia, il Silvio nazionale, prima del suo ultimo declino, poteva contare su un carisma politico, tanto più avendo almeno un occhio buono in mezzo ai ciechi.
    Ma questi prelati progressisti o modernisti - a scelta - i quali mostrano di fare assegnamento su un'attività religiosa che prende per il suo verso lo sviamento morale e spirituale della società, eventualmente al fine di sollevarla (non si parla di conversioni, figurarsi! - e questa rinuncia conferma l'eresia), non possiedono nemmeno il dono di catturare simpatizzanti (se dicessi fedeli, bisognerebbe chiedersi di quale specie, ed escluderei gli atei e gli acattolici, oggetto del sacrosanto dialogo - altro elemento di comportamento eretico).
    In sostanza, avviene per loro quel che succede in piazza San Pietro o tra i chiacchieroni dei dibattiti e dei salotti televisivi, tra i diversi compiaciuti del saper fare dimostrato dall'argentino biancovestito (bravo comunicatore, egli ha capito che giova ammiccare dando la buonasera da sacri balconi, ma non conviene privarsi del fascino e dell'ascendente della divisa). La folla degli ammiratori va in chiesa meno di prima, pratica la Confessione meno di prima, fa il bene e il male, nella migliore delle ipotesi, come prima li faceva. Insomma, la comprensione da essi ricevuta, anziché incoraggiarli alla devota osservanza, li spinge a giustificare le nere macchie della loro anima, applicandosi la fraterna indulgenza (che è lungi dall'essere francescana di San Francesco!)
    Così il porporato Walter Kasper ("c'è una battaglia in corso", ha detto in vista della ripresa del sinodo invalido, dove si ammette che un dogma sia messo in discussione), l'arciv. di Monaco Reinhard Marx ("non siamo una filiale di Roma", ha asserito riguardo alla pastorale decisa dalla Conferenza episcopale) e il loro protettore card. Karl Lehmann, quand'anche vincessero la loro infera guerra, faranno una messe di cristiani spuri, che si tengono Dio tra i vari confort domestici e psicologici, con la vaga speranza di avere una discreta sistemazione oltre il salto nel buio della morte. Perché di là, non si sa mai, potrebbe esserci qualcosa di somigliante alle leggendarie destinazioni ultraterrene nelle quali credevano le pie nonne.
    In effetti, essi non vinceranno nessuna battaglia. Probabilmente sarebbero abbastanza intelligenti da poter capire che sarebbe una vittoria fittizia per la loro chiesa. Ma hanno l'intelligenza stupida di Lucifero, quella priva di modestia. Nonostante la superbia che dimostrano, la loro viltà li priva di vera ambizione. Se avessero ambizione e non il coraggio del coniglio, vorrebbero riportare un grande successo. Il loro colto intelletto, il loro acume, tuttavia malamente adoperato e abituato, potrebbero illuminare la banalità per cui un cibo reso insipido, una dottrina indebolita, una disciplina addolcita e facilitata, sono cose destituite di forza tenace, cose allettanti che presto vengono a noia, cose che meritano la nausea spettante alla corruzione.
    Mentre la grandezza viene dalle conquiste forti, elevate.
    Sento già il birbone osservare che le dottrine eroiche e intransigenti sono quelle naziste. Costui sta in agguato: pronto a mettere sotto accusa le Crociate, il Potere Temporale dei Papi, la violenza dei vecchi predicatori cattolici, ecc. ecc. senza sapere di che cosa parli, essendo il pappagallo del modernismo, del protestantesimo, del positivismo, ecc.
    Dopo il Vecchio Testamento, il Vangelo e le Lettere apostoliche sono tutto vigore e regole rigorose. C'è da scommettere che, se nelle omelie e nelle letture che si fanno ancora dei Sacri Testi, risaltasse la dura verità dei comandamenti, degli insegnamenti di Gesù e dei Novissimi, prima, le navate vedrebbero i pochi ma buoni; in seguito, si affollerebbero di gente seria e di buon esempio. La liturgia tradizionale - mi si perdoni il paragone - avrebbe lo stesso effetto suggestivo della veste papale. I preti aggiornati non comprendono nemmeno questo.
    Dice: non dobbiamo spaventare, non bisogna pontificare, bando alla rigida legge! Ridicoli! Il Giudice, il Signore del bene e del male, non più temibile diventa falso, inverosimile. E davanti si spalanca il vuoto. Fioco Timor di Dio: corrotta Fede.
    Volendo guadagnare la salvezza occorre farsi eroi mediante la Grazia, cui si accede con fatica e sacrificio. Al di fuori della salvezza guadagnata eroicamente, al di fuori di questo movimento religioso benedetto dal Cielo, c'è vino annacquato che inacetisce: ignominia, eresia e perdizione.
    Contravveleni e Antidoti: VINO ANNACQUATO CHE INACETISCE (di Piero Nicola)

    Se San Paolo smentisce Papa Francesco
    di Camillo Langone
    San Paolo, perché non la smetti di smentire Papa Francesco? Io ascolto il Santo Padre e cerco di seguirlo, poi però ti leggo e non so a chi dar retta. Tu nella prima lettera ai Corinzi scrivi: “Chiunque mangia il pane o beve al calice del Signore in modo indegno, sarà colpevole verso il corpo e il sangue del Signore”. Il Papa invece ha invitato ad abbassare l’asticella dell’assoluzione. Sembrerebbe una pacchia, non vorrei però che tutta questa misericordia fossi poi io a pagarla, non vorrei diventare uno che “mangia e beve la propria condanna”.
    Nella prospettiva della Pasqua, in questi giorni ho provato a confessarmi, in orario di confessioni (come da avviso all’ingresso) sono entrato in chiesa ma non ho trovato un prete uno. Meglio così, mi sono detto all’uscita, magari mi avrebbe assolto troppo facilmente e quindi in seguito mi sarei comunicato indegnamente. Ma chissà cos’è davvero meglio, per un povero cristiano alle prese col Papa che dice una cosa, e tu che ne dici un’altra.
    Se San Paolo smentisce Papa Francesco


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    Predefinito Re: Il Verbo di Dio si è fatto carne

    GENOCIDIO DEI CRISTIANI. UNA SVOLTA NELLA CHIESA BERGOGLIANA?
    Antonio Socci
    C’è voluto il macello – con decapitazioni e sgozzamenti – di 144 giovani cristiani inermi, il giovedì santo, in Kenya, da parte di un commando islamista, per provocare un significativo “mea culpa” di papa Bergoglio, il venerdì santo.
    Il papa ha infatti letto questa bella preghiera: “nel Tuo viso schiaffeggiato vediamo il nostro peccato, in Te vediamo i nostri fratelli perseguitati, decapitati e crocifissi per la loro fede in Te, sotto i nostri occhi e spesso con il nostro silenzio complice”.
    E’ una drammatica ammissione, anche se ci sarà un coro di corte che interpreterà quelle parole come riferite ad altri, o come una frase generica e retorica: non possiamo certo pensare che papa Bergoglio abbia parlato in modo insincero, ipocrita e senza umiltà. Le sue parole sono un chiaro e leale “mea culpa”.
    Anche commovente. Come quando il giovedì santo ha detto: “Io laverò oggi i piedi di dodici di voi… Ma anche io ho bisogno di essere lavato dal Signore e per questo pregate durante questa Messa perché il Signore lavi anche le mie sporcizie”.
    E’ il mea culpa pubblico di Pietro. Dovremmo tacerlo se lui stesso lo ha pronunciato pubblicamente? Si tratta semmai di aiutare a fare una svolta vera.
    IL TRADIMENTO DI PIETRO
    Dopo l’arresto di Gesù duemila anni fa si vide il rinnegamento di Pietro e la fuga degli apostoli che abbandonarono il Maestro nelle mani dei carnefici (tutti eccetto Giovanni).
    Ma, dopo aver rinnegato il Signore (per una comprensibile codardia umana), Pietro “guardato da Gesù” scoppia in lacrime e – umiliato e pentito – poi cambia e conforta tutti gli altri nella fede (seguendo infine Gesù sulla croce).
    In ogni tempo gli apostoli – come predisse Gesù – sono “vagliati da Satana. Anche oggi, l’epoca in cui la Chiesa rivive la Passione di Cristo, con un oceano di sangue che non ha eguali in duemila anni di storia: si può constatare che ancora una volta (con rare eccezioni) gli apostoli spesso si dileguano e Pietro sembra aver paura di difendere la verità, perfino davanti a una ragazzetta, lì nel cortile di Caifa?
    Il “silenzio complice” davanti al macello dei cristiani, la reticenza davanti ai loro carnefici (oggi perlopiù musulmani e comunisti), la sudditanza di fronte ai poteri mondani che vogliono sottomettere la Chiesa, tutto questo ricorda il rinnegamento di Pietro.
    Ma ora anche papa Bergoglio farà come Pietro?
    Ci sarà un cambiamento vero e concreto?
    A leggere il suo messaggio all’arcivescovo di Nairobi non ancora.
    RETICENZA
    Di nuovo si obbedisce al nefasto comandamento, già osservato da Obama, di non evocare mai l’Islam per gli atti di terrorismo islamista.
    Infatti, senza nominare i carnefici e la loro ideologia, il messaggio del papa condanna questo “atto di brutalità senza senso” come se fosse la caduta dell’Airbus tedesco, una tragedia isolata dovuta a uno che è impazzito.
    Si continua a tacere che è in atto da tempo, in decine di paesi, una sistematica e planetaria persecuzione islamica contro i cristiani.
    Il papa chiede giustamente di “raddoppiare gli sforzi per porre fine a una tale violenza”, ma il primo passo per combattere la violenza ideologica è dire la verità e se nemmeno lui ha il coraggio della verità come potrà finire il “silenzio complice”?
    Certo, il “mea culpa” del venerdì santo è già qualcosa. E’ una grazia ottenuta forse dalle preghiere di molti semplici cristiani e dalla “parresia” di pochi testimoni.
    Ci sono persone inchiodate su un letto di dolore che in queste ore hanno pianto per quei poveri studenti cristiani del Kenya.
    Molti offrono le loro sofferenze perché il papa e i vescovi diventino virili e indomiti difensori dei cristiani perseguitati e della verità, così come pregarono e offrirono per il Sinodo di ottobre (ottenendo la sconfitta, almeno momentanea, di Kasper e compagni).
    Anche questi sono i miracoli della preghiera. Occorre però anche dire pane al pane e vino al vino.
    Del resto papa Bergoglio, dall’inizio del suo pontificato, chiede proprio preghiere e “parresia”, cioè il parlar chiaro.
    Bisogna parlar chiaro ai pastori, memori delle parole di santa Caterina da Siena a certi pavidi ecclesiastici: “Aprite gli occhi e guardate la perversità della morte che è venuta nel mondo e singularmente nel corpo della Santa Chiesa. Ohimé, scoppi lo cuore e l’anima vostra a vedere tante offese a Dio!…Ahimé, basta tacere! Gridate con centomila lingue. Vedo che, per lo tacere, il mondo è guasto, la Sposa di Cristo è impallidita!”.
    E’ appunto con la preghiera e la “parresia”, che si può aiutare papa Francesco nel suo ministero.
    LA CORTE DEI SILENZI
    Invece non lo aiuta, anzi lo induce a “silenzi complici”, quella corte che sempre e comunque lo esalta, lo acclama, lo incensa quasi replicando la gag di Ettore Petrolini nei panni di Nerone, adulato “a prescindere”.
    Un giorno Bergoglio disse che “la corte è la lebbra del papato”. E’ vero. Anche del suo papato. Lui stesso, in una intervista, disse che la “francescomania” è da lui percepita come un’aggressione.
    La papolatria è spesso una maschera dietro cui ci si mette comodamente al caldo. E a volte mitizzare il papa è anche un modo per non prendere sul serio ciò che lui dice.
    Pure nelle scorse settimane si sono visti certi responsabili di realtà ecclesiali pesantemente corretti dal papa, che hanno eluso le sue parole tramite l’esaltazione della persona di Bergoglio come fosse un’apparizione celeste.
    Ora davanti al “mea culpa” papale del venerdì santo è prevedibile che la macchina dell’incenso voglia neutralizzare la portata di quell’ammissione. Invece occorre capire cosa il Papa concretamente propone alle istituzioni internazionali e al mondo per mettere fine al “silenzio complice”. E cosa farà lui.
    Mi viene in mente il silenzio totale (finora) del papa di fronte alla tragedia di Asia Bibi, la madre pakistana condannata all’impiccagione solo perché cristiana, un silenzio terribile anche sulla famigerata “legge sulla blasfemia” e sulle condizioni di schiavitù dei cristiani di quel paese.
    Silenzio totale pure sul caso di Meriam, in Sudan.
    C’è stato poi il silenzio dell’estate scorsa sulle prime stragi dell’Isis. In seguito, anche grazie alle pressioni dei media, il papa ha parlato pure molte volte.
    I tifosi compilano pure un elenco di dichiarazioni di papa Bergoglio sui cristiani perseguitati, ma purtroppo sono quasi tutti interventi “innocui”, dove non si chiamano mai per nome i carnefici.
    Inoltre il papa, nel momento dell’offensiva dell’Isis, con i cristiani braccati e in fuga, ha affermato che non si doveva usare la forza per proteggere quelle popolazioni minacciate e indifese, come invece chiedevano tutti i vescovi del luogo.
    Del resto al di là dei gruppi terroristi c’è un problema islamico generale e bisogna esigere – a chiare parole e con iniziative serie – la fine delle persecuzioni e delle discriminazioni contro i cristiani in tutti gli stati musulmani.
    Si capisce che il papa creda nel dialogo come la via per ottenere una certa reciprocità. E’ giusto. Ma era proprio necessario, mentre in Iraq si perpetravano massacri di cristiani che rifiutavano di farsi musulmani, recarsi nella moschea di Istanbul per fare addirittura un atto di adorazione rivolto alla Mecca?
    E non si citi a sproposito la visita in moschea di Benedetto XVI che non ha mai fatto un gesto simile di adorazione e che comunque aveva parlato molto chiaro a Ratisbona.
    Poi è arrivata pure la gaffe sul “pugno” dopo la strage di Parigi, che è stata usata da certi ultras islamici.
    UNA SVOLTA
    Ma ora, dopo il mea culpa di venerdì, ci aspettiamo una svolta. Ci aspettiamo che – affacciato a quella finestra – papa Bergoglio, con tutto il prestigio di cui gode sui media, svegli tutti i potenti della terra, mobiliti la sua diplomazia, che faccia sentire a tutti il grido di dolore dei cristiani perseguitati, che indica preghiere continue di tutta la Chiesa, che lanci una grande iniziativa umanitaria per i cristiani perseguitati.
    Se lo farà saremo tutti con lui a dire basta col “silenzio complice”.
    GENOCIDIO DEI CRISTIANI. UNA SVOLTA NELLA CHIESA BERGOGLIANA ? - Lo StranieroLo Straniero

    Riprendo dalla pagina Fb di Antonio Socci
    Confronto fra la piazza San Pietro di ieri e quella di Benedetto XVI:
    personalmente mi repellono simili confronti numerici,
    ma siccome la corte bergogliana continuamente esalta i grandi trionfi
    di folla del papa argentino, confrontandolo col predecessore,
    dico: beccatevi questo.

    Anonimo ha detto...
    Con un piccolo dettaglio: la benedizione urbi et orbi del 2010 di Benedetto XVI non è del giorno di Pasqua ma di Natale, nella foto si distinguono assai chiaramente e l'albero e il presepio sotto l'obelisco. Il che la dice ancor più lunga sul numero dei fedeli in una giornata decembrina rispetto alla primaverile del giorno di Pasqua scorso, anche se molto freddo. Comunque vada per tutti: ma vi siete dimenticati che nei primi anni di pontificato Benedetto di mercoledì teneva due udienze, proprio a causa del numero elevatissimo di fedeli? E non parliamo delle folle oceaniche del Grande Pio XII..... Signori, ma siamo seri.

    ED ECCO, A GRANDE RICHIESTA, IL PERFETTO CONFRONTO FRA PASQUA 2010 E PASQUA 2015 (SI PUO' NOTARE CHE NELLA PASQUA 2010 LA PIOGGIA E' TANTA CHE BAGNA PERFINO IL VETRO DELLA TELECAMERA).
    IL CONFRONTO E' ANCORA PIU' IMPIETOSO...

    Luisa ha detto...
    È la corte bergogliana, che da due anni non cessa di enfatizzare i numeri stratosferici legati al successo planetario di papa Bergoglio, a suscitare certi paragoni.
    Già dal primo istante sul balcone di San Pietro i paragoni con i predecessori si è imposto, in effetti dal primo minuto Bergoglio ha fatto tutto diversamente, ha voluto imporre il suo stile, la sua personalità, la sua volontà, e questi cambiamenti son stati accolti con entusiasmo e una piaggeria adulatoria che non ha cessato di crescere nel tempo.
    I numeri partecipavano alla esaltazione idolatrica dei commentatori, mentre ai tempi di Benedetto XVI erano riportati in modo spesso errato, e sempre al ribasso, con papa Bergoglio prendevano il volo verso vette mai viste prima.
    E così a Pasqua abbiamo ascoltato quei commentatori perdersi in giustificazioni per tentare di spiegare quei buchi fin troppo visibili fra i fedeli presenti in Piazza San Pietro, ma no, guardate, a lato sono moltissimi, e poi c`è la pioggia e fa freddo, e poi anche il papa ha dovuto mettere il mantello...
    Sono pietosamente ridicoli nella loro piaggeria, il gonfiare i numeri, il non commentare quel che è visibile a chi ha occhi per vedere e cioè che le folle non sono più, sempre e comunque, presenti e strette come sardine, sono solo un aspetto del lecchinaggio mediatico di cui "gode" papa Bergoglio, in ogni caso ce la mettono tutta per mantenere vivo il mito.

    Anonimo ha detto...
    I Bergoglio-dipendenti ed i giornali laicisti scambiano i desideri per la realtà.La gente è incuriosita dal Papa per il suo comportamento ...strano ma visto una volta la curiosità finisce. Inoltre le trovate ,mi vien da dire pubblicitarie, ad un certo punto si esauriscono e c'è il rischio molto serio di scadere nel ridicolo. Purtroppo, ho notato che anche le chiese sono meno piene di prima.

    Anonimo ha detto...
    D'altra parte che vi aspettate da uno che, quando era arcivescovo di Buenos Aires, è riuscito a svuotare il seminario?

    DUE ANNI DOPO: L’ “EFFETTO BERGOGLIO” ALLA PROVA DEI FATTI
    E la novità decisiva sul Segreto di Fatima
    di Solideo Paolini
    «Fai sapere ai Miei ministri, che poiché si comportano come il Re di Francia nell’attuazione della Mia domanda, lo seguiranno anche nella sventura [che colpì il Re Luigi decimosesto, ndr]».
    (Nostro Signore Gesù Cristo a suor Lucia)
    O anche: «Coraggio, per il 2017 sarà tutto finito».
    (Risposta attribuita a S.S. Benedetto XVI)
    «Non c’è problema, vi dico, per quanto difficile, che non possa essere risolto dalla recita del Santo Rosario. […] Mai come oggi, il mondo ha bisogno del vostro Rosario (…)
    È stata tante volte la recita di un solo Rosario a placare lo sdegno della Divina Giustizia ottenendo sul mondo la Divina Misericordia e a salvare tante anime».
    (Dagli scritti di suor Lucia)
    13 marzo 2015
    Sinodo. La cambiale (o tangente che dir si voglia) al “grande elettore” Kasper (come recentemente emerso anche dal noto libro del collaboratore del card. O’Connor), il grande elettore cui aveva immediatamente elargito il segnale di uno spot pubblicitario al primo Angelus, ha tentato e ritentato di pagarla, ma – sia a febbraio sia a ottobre – sostanzialmente è stato messo in minoranza. Sicché anche i suoi “pelosi” fans dei “Poteri forti”, cfr. il Corriere della Sera del 18 ottobre, hanno detto (pur sottovoce) che la situazione gli è sfuggita di mano; che è popolarissimo (anche grazie a loro, questo però non l’hanno detto, e un po’ alla Pertini, diciamo noi), ma al dunque del governo della Chiesa, è in difficoltà… Mentre i Vescovi tedeschi, portabandiera del progressismo pseudoecclesiale, per bocca del card. Marx hanno detto che la “proposta Kasper” (bocciata sia dal Sacro Collegio Cardinalizio sia dal Sinodo) la vogliono comunque: cosa ne verrà fuori?
    E, oltre alla parte moderata dei suoi elettori, anche il Partito progressista gli sta lanciando, più volte, segnali in codice: in ecclesiastichese, ma, all’interno di questo linguaggio cifrato, sono segnali eloquenti…
    La famosa riforma della Curia (tema dominante del Conclave che l’ha eletto): più facile a dirsi che a farsi.
    Il rilancio missionario. In effetti, molti Cardinali del Terzo Mondo che si sono accodati alla sua candidatura (populista esterofila, ma a regia del Primo Mondo) avevano di mira anche questo obiettivo; e molte persone hanno accolto con entusiasmo il ritorno di un Papa popolare, dicendo: adesso tanti torneranno in chiesa, adesso tanti torneranno a confessarsi…
    Tralasciamo qui la questione più grave, dottrinale: quale missione, ad esempio, quando si attacca (come minimo con una imprudenza estrema) il proselitismo – anche su certe sedi e anche senza spiegare chiaramente cosa si intenda dire?
    Sta di fatto che anche in Argentina della tematica missionaria egli parlava molto, ma i bilanci concreti della stagione bergogliana (all’insegna dell’ideologico e ambiguo slogan della “Chiesa in uscita”) sono impietosi: meno 10%.
    E una volta venuto a Roma?
    Qui da noi – salvo eventualmente il solito “effetto novità” agli incontri pubblici, che c’è un po’ sempre –, chi non “andava in chiesa” prima ha continuato a non andarci dopo; chi non si confessava prima ha continuato a non confessarsi dopo; quei temi che erano già nel proprio orizzonte (come quelli cattoprogressisti o miscredenti) lo sono rimasti e quei temi che non erano nel proprio orizzonte (come la predicazione sul demonio, chi non segue Cristo segue Satana, gli attacchi allo spirito mondano…) non vi sono entrati.
    Al netto dei battimani, “interessati” o superficiali, la realtà è questa.
    Altrove, quanti dati solidi risultano in tal senso?
    Nell’assai problematica Germania, la «fuga di fedeli dalla Chiesa cattolica» anziché diminuire addirittura è aumentata.
    Nel grande Nordamerica (i cui Cardinali in Conclave hanno votato per Bergoglio e successivamente se ne sono giustificati, imbarazzati, cfr. l’errore di persona riconosciuto dal card. George), addirittura si assiste a un eloquente crollo delle offerte dei fedeli alla Chiesa.
    “La pace nel mondo” e la libertas Ecclesiae. Peggio che andar di notte: le mani dei belligeranti, tra molti applausi al “Papa di tutti”, non sono state disarmate; e quelle dei carnefici sono più libere che mai: sotto “il Papa più popolare” divampa la persecuzione più selvaggia.
    In Occidente, nella Chiesa – al netto delle prediche sulla mondanità spirituale – si è ancora più succubi dei mass media; né sono calati i condizionamenti curialeschi di tipo nepotistico, anzi, tra i cortigiani bergogliani il nepotismo è alle stelle: il comune denominatore di certe nomine è proprio quello di essersi schierati a pro del leader peronista.
    La coesione ecclesiale. Non è certo cresciuta, tutt’altro: in maniera sempre più vistosa, la Chiesa oggi non è neppure in pace, né al suo esterno né al suo interno.
    Preghiamo dunque la Madonna per lui, visti tanti problemi: ha detto (in un’intervista prima debolmente smentita, poi – ripetendosi peraltro, illogicamente, lo stesso equivoco – implicitamente accreditata col disporne un inserimento incompatibile con un “millantato credito”) che lui è più umile e più deciso dei suoi predecessori? (Cosa inaudita in un Papa, così come altre “uscite”: ad esempio, la gaffe – se l’avesse fatta Benedetto XVI l’avrebbero massacrato – davanti al bastone reliquia della “vecchia” Santa Teresa d’Avila; ad esempio, “gli darei un calcio là dove non batte mai il sole”… Devono essere I fioretti di Papa Francesco, di cui corsero a scrivere anche su qualche periodico diocesano…).
    Questo discorso però va completato con certe domande:
    perché il Signore permette questo?
    È tutto il problema, è tutta la causa del problema, o ne è anche l’effetto?
    Se, nonostante tutti gli scossoni e gli avvertimenti, la metanoia non c’è; se le teste non cambiano; se i cuori sono sempre quelli (e non soltanto ai livelli alti): allora ci meritiamo Papa Francesco.
    DUE ANNI DOPO: L’ “EFFETTO BERGOGLIO” ALLA PROVA DEI FATTI - E la novità decisiva sul Segreto di Fatima - di Solideo Paolini

    Bisogna proprio dar soddisfazione a Martin Lutero?
    Ringrazio di cuore il nostro lettore Marius per la condivisione del suo lavoro, che potete leggere dopo questa presentazione: una riflessione di grande interesse nella temperie attuale, nella quale registriamo segnali sconcertanti in vista del 2017 che «vedrà luterani e cattolici festeggiare insieme la loro testimonianza del Vangelo di Gesù Cristo, centro della loro fede comune» (!?) come se la Riforma non avesse creato una frattura tuttora insanabile, tranne che per le assurde omologazioni da parte cattolica frutto della primavera postconciliare.
    Avevamo programmato la pubblicazione dello scritto di Marius prima di conoscere la seguente notizia diffusa dall'ANSA. E dunque la nostra introduzione si allunga...
    «A Colle Oppio una piazza per Martin Lutero. Lo ha stabilito una delibera di giunta approvata lo scorso 13 marzo… I tempi della ‘scomunica’, con la bolla Decet Romanum Pontificem emanata da Leone X, sono finiti. A deciderlo è stata la giunta capitolina, che lo scorso 13 marzo ha approvato una delibera con la quale vengono denominate nuove aree di pubblica circolazione. E tra queste, al primo punto, c’è proprio una piazza dedicata al monaco riformatore tedesco che nel XVI Secolo gettò le basi del più grande scisma che abbia mai scosso la cristianità occidentale… il luogo scelto dal Campidoglio è il Rione Monti nel Municipio I, esattamente il Parco di Colle Oppio, lungo viale Fortunato Mizzi, dove presto dovrà essere inaugurata Piazza Martin Lutero».
    Ci risulta al riguardo lo stupore sarcastico di Vittorio Messori in una sua mail: «Al sindaco di Roma vorrei inviare i Tischreden, i Discorsi a tavola di fra’ Martino, vedrà tutto l’amore per Roma e la riconoscenza che l’Urbe gli deve». Per non parlare del vulnus alla Chiesa e alla civiltà occidentale.
    Inoltre, altro comunicato ANSA del 22 gennaio scorso: "Cattolici e luterani possono fare molto" insieme, e una "testimonianza cristiana condivisa è particolarmente necessaria davanti alla diffidenza, alla insicurezza, alle persecuzioni e alle sofferenze sperimentate da tante persone nel mondo di oggi". Lo ha detto il Papa ricevendo in udienza la delegazione ecumenica della Chiesa Luterana di Finlandia, in occasione dell'annuale pellegrinaggio ecumenico a Roma, per celebrare la festa di sant'Enrico, patrono del Paese.
    Non possiamo che prendere atto e andare avanti, soffrendo e offrendo, sgomenti per lo strano silenzio dei pastori che dovrebbero reagire, silenzio che alla fine rischia di diventare connivenza. Invitandovi a riflettere attentamente sulla piega presa dal cosiddetto "Dialogo dottrinale" e, in particolare, sul recente Documento Dal conflitto alla comunione (con i luterani). (M.G.)
    È una domanda che ogni cattolico prima o poi dovrà porsi. All’erta, però! il tempo stringe. Infatti il 5° centenario della riforma luterana si sta avvicinando a grandi passi. In occasione di questo storico anniversario v’è chi non sta affatto perdendo tempo: a ritmo incalzante porta avanti un ambizioso progetto affinché entro il 2017 la sospirata unità ecumenica tra cattolicesimo e protestantesimo praticamente sia cosa fatta.
    Attenzione, non si tratta di un’unità intesa come davvero si dovrebbe, cioè come un ritorno - reditus dei cristiani separati all’unico ovile della Chiesa Cattolica Apostolica Romana, dalla quale 500 anni fa essi si erano distaccati.
    È piuttosto una pseudo-unità, ispirata al ritrovarsi tutti insieme appassionatamente, partendo dal desiderio di per sé lodevole di essere finalmente di nuovo in comunione, glissando però sui veri motivi per cui la divisione divenne effettiva e definitiva, fattori di fondo che a tutt’oggi non sono per nulla superati; si tende piuttosto a sottovalutarli, a porli in secondo piano per fare risaltare i sentimenti e le buone intenzioni che oggi, a bocce ferme, ci possono accomunare, come se ciò bastasse per soddisfare le esigenze intrinseche della verità.
    Questo è il motto di riferimento: “È più quel che ci unisce che quello che ci divide.” Bello slogan, di certo molto accattivante.
    Ma noi cristiani possiamo essere davvero uniti soltanto sulla base della verità tutta intera, altrimenti l’unità sarà parziale ed effimera, fondata sull’umano, per cui non rifletterà per nulla la vera volontà di Gesù Cristo, che è Via, Verità e Vita. Per Lui il nostro parlare deve essere “sì, sì; no, no”, cioè dobbiamo dire “pane al pane, vino al vino”, senza cui non si avranno che mezze verità, vuoti raggiri e imposture vicendevoli ammantate da gentilezze e sorrisi, cose sempre alquanto inopportune, a maggior ragione quando c’è di mezzo Dio e la sua legge.
    Le effettive divergenze evidentemente sussistono a livello dottrinale, cioè sulla sostanza di ciò che noi siamo tenuti a credere, sull’essenza della nostra fede. Quando Lutero ruppe con la Chiesa Cattolica lo fece con libera cognizione di causa, mise nero su bianco le sue tesi, ne fece una sua ben definita dottrina alternativa che divulgò ufficialmente. Non si trattava soltanto di reazioni emotive dovute a contrasti personali o a problemi reali della Chiesa di allora. È certo buona cosa superare i conflitti cercando di comporre le emotività generate dai vecchi contrasti, ma a livello di contenuti della fede non può valere la medesima dinamica, pena scadere irrimediabilmente nella palude del compromesso. O forse qualcuno deve purtroppo ammettere di essere già incline o addirittura ormai deciso a relativizzare i dogmi della fede? Ma ciò che per sua natura è assoluto non può essere relativizzato.
    Attualmente si tende ad una specie di quadratura del cerchio, a trovare delle formulazioni fumose e contorte per asserire che in fondo crediamo tutti la stessa cosa, ma solo con qualche leggera nuance di trascurabile differenza. Trascurabile? Sì, ma solo agli occhi di chi aspira a tutti i costi a questo falso ecumenismo: pur di vederlo realizzato al più presto si sfuma e si sminuisce l’importanza di cose basilari, che non vengono presentate così come lo erano sempre state, cioè con la formulazione chiara, ben definita ed inequivocabile della perenne tradizione cattolica, ma in modo diluito, sfilacciato, verbosamente contorto al fine di poter sostenere con maggior comodità che è soltanto questione di sapersi intendere coi termini.
    Non tutti sanno che questa dinamica dell’unità a tutti i costi non è una novità degli ultimissimi anni, perché è da almeno mezzo secolo che ha avuto inizio in modo ufficiale, e tutti la stiamo tranquillamente subendo senza neppure rendercene conto.
    Forse qualcuno ancora ignora che durante il Concilio Vaticano II i protestanti parteciparono alla fabbrica della nuova messa (quella ormai in uso e che ben conosciamo) e poi hanno ammesso la possibilità di utilizzarla, in quanto essa risponde in pieno alla loro fede riformata. Dunque Martin Lutero ne sarebbe soddisfatto e, se tornasse fra i vivi, l'adotterebbe. Qual è dunque quella cosa così importante della S.Messa (nella forma come Lutero la conobbe) che da mezzo secolo è stata ridimensionata al punto tale da soddisfare le esigenze di Lutero e dei suoi seguaci?
    Ce lo dice Lutero stesso. Prima nel suo Contra Enricum Regem Angliae (Werke, t. X, sez. II ):
    «Quando avremo fatto crollare la Messa, penso che avremo fatto crollare tutto il Papato. Perché è sulla Messa, come su roccia, che il Papato intero si appoggia, con le sue dottrine e diocesi, con i suoi monasteri e ministeri e collegi e altari, cioè con tutto il suo ventre».
    E in seguito, nella sua predica sulla prima Domenica d'Avvento (Werke, t. XV, p. 774):
    «Io sostengo che tutti i lupanari, gli omicidi, gli stupri, gli assassinii e gli adultèri messi insieme, sono meno cattivi di quell'abominio che è la Messa papista».
    «Dichiariamo in primo luogo che non è mai stata nostra intenzione abolire totalmente il culto di Dio, ma soltanto purgare quello in uso di tutte le aggiunte con cui è stato insozzato: parlo di quell'abominevole Canone, che è una silloge di lacune fangose; si è fatto della Messa un sacrificio; si sono aggiunti degli offertori. La Messa non è un sacrificio o l'azione del sacrificatore. Consideriamola come sacramento o come testamento. Chiamiamola benedizione, eucarestia, o mensa del Signore, o Cena del Signore, o memoria del Signore. La si chiami in qualsiasi altro modo, a patto che non la si sporchi col nome di sacrificio o di azione».
    Chissà se esiste un sacro antidoto che ci può risanare e riscattare dagli equivoci di mezzo secolo a questa parte e da quelli che ci attendono nei prossimi due anni?
    Certo che esiste! È appunto la Santa Messa Cattolica Tradizionale di sempre, che sempre fu celebrata fino al 1969 e perfino durante il Concilio stesso, proprio quella che fu talmente di scandalo a Lutero al punto da farne un sacrilego ed assurdo paragone coi peggiori abominii.
    Per essere veramente ecumenici, non secondo strategie umane, ma ecumenici secondo il volere di Dio, noi dobbiamo pregare che gli odierni seguaci di Lutero possano anzitutto riconoscere il suo errore e di conseguenza vogliano ritornare all’autentica unità dell’unico ovile di Cristo riscoprendo che Egli continuamente si dona a noi attraverso l’azione di rinnovo incruento sull’altare del suo Sacrificio sulla Croce, che Egli offrì al Padre per liberarci da quel male che era penetrato irrimediabilmente nella vita dell’uomo a causa del peccato originale.
    Certo, la Messa non fu l’unico oggetto della contesa. Anzi i fattori scatenanti la ribellione di 500 anni fa furono altri, parte dei quali lo scorrere della storia ha già risolto da sé.
    Ma il vero significato della Messa non si evolve, non è soggetto al variare del tempo. Su ciò non si può transigere. Però tocca anzitutto a noi cattolici riscoprirlo!
    Sì, ri-scoprirlo, perché è innegabile che il nostro concepire la Messa, da ben 50 anni, come un “banchetto” al posto che come “il Sacrificio” ci ha separati dalle nostre radici autenticamente cattoliche avvicinandoci con mite inconsapevolezza alla succitata irosa concezione luterana. Tra l’avvicinamento e l’assimilazione il passo è breve e, senza una seria presa di coscienza, per il 2017 il dado è tratto.
    Ma chi ha ancora un briciolo di coscienza cattolica non può non desiderare che finalmente sia ripareggiata la verità. Per il bene non solo nostro, ma evidentemente di tutti, anche dei separati! Affinché pure i nostri fratelli protestanti possano ritrovare le loro antiche radici salvifiche, dobbiamo noi per primi dar loro il buon esempio, riscoprendo la vera eredità che Cristo ci ha consegnato intatta attraverso la Tradizione ininterrotta della Chiesa e che, dopo una battuta d’arresto di qualche decennio, grazie alla legge universale per la Chiesa sancita da Benedetto XVI con il suo Summorum Pontificum, dal 2007 è ridiventata patrimonio fruibile per ogni cattolico di buona volontà: la S.Messa di sempre.
    Chiesa e post concilio: Bisogna proprio dar soddisfazione a Martin Lutero?



    Chiesa e marketing: vince la tradizione
    Chiese semi-vuote, ora di religione deserta, vocazioni sacerdotali ai minimi storici, pratica religiosa in caduta libera, giovani in fuga… Qualcuno sostiene che, per attrarre le nuove generazioni bisognerebbe “modernizzarsi”, cioè fare le cose che piacciono alla gente di oggi. Sarà vero? Invece, no. E vero, anzi, il contrario. Sentiamo la testimonianza, non sospetta, di un grande esperto in marketing.
    Pochi paesi hanno sofferto tanto le conseguenze della crisi post-conciliare come il Brasile, dove il numero di cattolici è calato del 35% negli ultimi trent’anni. Qualche anno fa, preoccupati con l’emorragia di fedeli, i vescovi brasiliani hanno arruolato un’importante azienda di marketing, l’ALMAP, il cui presidente, Alex Periscinoto, era stato nominato “miglior marketing manager” del Brasile.
    I membri della Commissione esecutiva della Conferenza nazionale dei Vescovi del Brasile si aspettavano da Periscinoto un consiglio su come impostare la pastorale della Chiesa, offrendo una migliore immagine dell’istituzione, al fine di fermare l’emorragia di fedeli che, per lo più, stanno passando alle comunità evangeliche.
    Il risultato è stato sorprendente. Periscinoto ha presentato i risultati del suo studio davanti a duecento tra vescovi e sacerdoti legati alla pastorale. Dire che siano rimasti scioccati dal discorso dell’esperto in marketing, è poco. Forse si aspettavano che egli consigliasse di dipingere le chiese in colori vivaci, di in*trodurre più musica pop, liturgie aggiornate e via dicendo. Invece…
    «Il primo strumento di marketing della storia del mondo è stato la campana – ha esordito Periscinoto – ed era il migliore. Quando suonava, non solo raggiungeva il 90% degli abitanti, ma ne modificava il comportamento personale. Voi avete poi inventato uno strumento che è ancora utilizzato nel marketing commerciale. Si chiama “display”. Il display è qualcosa che utilizziamo per enfatizzare, per proporre con forza qualcosa al pubblico. Quando tutte le case erano basse, voi costruivate chiese con torri e con campanili sei volte più alti. Questo permetteva l’immediato riconoscimento della chiesa: eccola!»
    «Voi avete poi inventato il primo logotipo della storia. Il logo è un simbolo utilizzato per far sì che il marchio sia facilmente riconoscibile. Il vostro era il migliore: la Croce. Questo logotipo era collocato sempre sopra il punto più alto e visibile del display. Nessuno poteva sbagliarsi: quella era la chiesa cattolica! Questo logotipo inventato da voi era così efficace che perfino Hitler lo utilizzò, con alcune piccole modifiche, per mobilitare le masse. E quasi vinse la guerra».
    «Voi avete inventato anche la campagna promozionale. Cos’è una processione religiosa? Per un paese di campagna, oppure per un quartiere di una grande città, niente è più promozionale di una processione, per esempio, in onore della Madonna. Quando noi, esperti in marketing, organizziamo un evento promozionale, utilizziamo molto di ciò che la Chiesa ha inventato. Noi sfoggiamo bandiere e stendardi, noi abbigliamo i nostri rappresentanti con costumi particolari per far sì che siano facilmente riconoscibili. Noi cerchiamo di creare una mistica commerciale. Ma la nostra mistica non sarà mai così ricca come la vostra».
    «Purtroppo, voi avete cambiato il modo in cui è celebrata la Messa. Oggi la Messa non è più in latino e non si volgono più le spalle ai fedeli. Pensavate forse di far qualcosa gradita. Invece, ho una brutta notizia da darvi. Mia mamma mai pensò che il sacerdote le volgeva le spalle. Lei pensava invece che tutti, fedeli e celebrante, guardassero Dio. A lei piaceva il latino, anche quando non ci capiva un granché. Per lei, il latino era un linguaggio mistico col quale i ministri della Chiesa parlavano con Dio. Lei si riteneva privilegiata e ricompensata per aver assistito, in ginocchio, a una cerimonia così importante. Secondo me, il cambiamento che voi avete fatto nella liturgia della Messa, è stato un tremendo errore. Posso sbagliare. Io non sono un teologo. Io analizzo il problema dal punto di vista del marketing. E da questo punto di vista, è stato un disastro».
    «Voi avete tolto il costume particolare, la talare, che contraddistingueva i vostri rappresentati commerciali, i preti. Avete così buttato via un marchio».
    «Voi avete snaturato i vostri display, facendo le chiese sempre più simili ai palazzi civili».
    «Tutto ciò che voi avete inventato contiene un’offerta, qualcosa che voi volete vendere. Il vostro prodotto si chiama Fede. Ma ho anche una buona notizia da darvi. Questo prodotto, oggi, trova una domanda sempre crescente. Il mercato, forse, non è mai stato tanto propizio per la Fede. Voi, però, parlate più di politica che di Fede. Potete, dunque, lamentarvi se le vostre chiese sono sempre più vuote, mentre i saloni dei gruppi evangelici conservatori sono sempre più pieni?»
    Chiesa e marketing: vince la tradizione » Rassegna Stampa Cattolica



    Gesù crocifisso e la chiesa vista da Ravasi
    di Camillo Langone
    Gesù crocefisso, Ravasi ti ha chiamato statuetta, ti considera un legnetto. Tu che parlasti a San Francesco e a Don Camillo, tu che sei stato e che sei opera d’arte, strumento di preghiera, sostegno nella prova. Presentando il padiglione vaticano alla Biennale, il più mondano dei cardinali ha compatito i parroci che “anche in contenitori architettonici contemporanei cercano la rassicurazione iconologica nell’eterna statuetta lignea”.
    Definire le nuove chiese dei “contenitori architettonici” è un lapsus rivelatore, Ravasi considera la Chiesa il contenitore della sua vanità e si pavoneggia da moderno siccome minimalista, tanto nessuno lo sa che l’eresia iconoclasta è vecchia di almeno tredici secoli. Poi dice che per stare al passo coi tempi ascolta Amy Winehouse, una poveretta che adesso è cibo per vermi e che da viva faceva revival.
    Il cardinale alla penultima moda afferma che “l’espressione visiva della fede non può essere cristallizzata in uno stereotipo conservativo”. Uccidere la Sindone, quindi, come il marinettiano chiaro di luna?
    Al cardinale futurista non importa che Tu abbia scelto di essere carne e quindi figurativo anziché astratto, non importa nemmeno che Tu non abbia mai parlato, mai nemmeno una volta, attraverso un’installazione. “Chi ha visto me ha visto il Padre”, hai detto. Un rischio che nei padiglioni di Ravasi (Expo, Biennale…) è sempre molto ridotto.
    Gesù crocifisso e la chiesa vista da Ravasi


 

 
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