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Discussione: La voce delle piante

  1. #61
    Bevar Christiania
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    Predefinito Re: Rif: La voce delle piante

    Shhh! Anche i peperoncini hanno orecchie
    09/06/2012 - Non è uno scherzo: secondo uno studio, anche le piante possono "ascoltare"

    Le piante potrebbero avere un senso simile al nostro udito. A dirlo e’ una recente ricerca della University of Western Australia di Crawley, pubblicata su ‘PLoS One’.

    I SENSI DELLE PIANTE - Le piante hanno molti sensi paragonabili ai nostri: possono avvertire cambiamenti nella luce, quasi ‘annusare’ sostanze chimiche nell’aria e ‘assaggiare’ il suolo, nonche’ percepire la differenza fra vento forte e debole grazie a una sorta di senso del tatto. Gli scienziati hanno disposto intorno a varie scatole chiuse dei semi di peperoncino. Alcune scatole contenevano il finocchio dolce, che rilascia nell’aria e nel terreno sostanze chimiche che rallentano la crescita delle altre piante. I semi di peperoncino che si trovavano intorno alle scatole contenenti il finocchio, crescevano effettivamente piu’ lentamente: quando i semi erano posti intorno a piante di finocchio che erano sigillate, questi crescevano pero’ molto piu’ rapidamente degli altri. Secondo i ricercatori, i semi di peperoncino crescevano molto velocemente perche’ si ‘aspettavano’ le sostanze chimiche che il finocchio emana, come se le avessero ‘sentite’ partire (anche se poi queste sostanze non potevano raggiungere il peperoncino, essendo il finocchio sigillato). Gli scienziati non sanno ancora di preciso interpretare questo strano ‘senso’ mostrato dalle piante, ma si ipotizza un coinvolgimento del suono (Agi)


    Shhh! Anche i peperoncini hanno orecchie

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  2. #62
    La Vengeance
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    Predefinito Re: Rif: La voce delle piante

    Viandanti!
    Dicono di noi che non possiamo vedere.
    Dicono anche che non possiamo sentire.
    Gli uomini pensano che non ci sia dato gioire o soffrire.
    Dicono che siamo immobili.
    Ma noi vediamo, ascoltiamo, esultiamo e ci rattristiamo.
    Gemiamo! La resina è la nostra lacrima.
    E stupirebbe sapere che viaggiamo.

    Un giorno di novembre del 1767 il proprietario del dominio ove mi trovo ancora, rivolto ai suoi operai che curavano il parco del suo castello ordinò: “Il cedro del Libano va piantato qui.” E pronunciando quelle parole indicò il punto esatto collocandosi nell’area a me destinata.
    Passarono anni e crebbi diventando il più alto. Divenni torreggiante. Il vento di primavera che soffiava da molto lontano mi consegnava ogni giorno i soavi profumi della mia terra. Gli uccelli che nidificavano tra i miei robusti rami, prima del calar della sera, mi raccontavano di luoghi remoti, di foreste infuocate, delle magie del deserto, di acque lucenti, di irraggiungibili vette, di inaccessibili ghiacci, delle tante creature e delle lingue degli uomini, sicché percorrevo quelle lunghe distanze e osservavo, percepivo, toccavo, annusavo, gioivo e tremavo anch’io sotto i colpi dell’ala.

    Joséphine, la nuova proprietaria, mostrava dedizione per la nostra dimora e aveva piantato magnifiche rose che scorgevo di lato. Quelle esotiche roselline sorridevano a maggio ed immalinconivano a novembre.
    Suo marito, arrivando a cavallo da Saint Cloud, volendo accedere direttamente nel suo studio, ubicato di fronte a me, fece costruire un ponte sul fossato che circonda il castello. In realtà, considerava inadeguato l’ingresso per chi provenisse da Parigi e non così importante come avrebbe voluto, comunque non all’altezza di ricevere chi aveva da poco lasciato le Tuileries.

    Passava intere giornate chiuso in quel luogo. Le vetrate delle finestre di quella stanza mi lasciavano scrutare ogni movimento tanto che, dalla mia cima, potevo persino leggere i suoi dispacci.
    Il 12 marzo del 1804 scrisse un appunto “Non c’è giorno che non arrestiamo qualcuno. Credo con assoluta certezza che Georges sia ancora a Parigi con parecchi uomini della sua banda”.
    Poi, dopo avere riflettuto una buona mezz’ora, scrisse ancora:
    “Al generale Berthier – Ordinerete, cittadino ministro, al generale Ordener, che metto a vostra disposizione, di recarsi durante la notte, in vettura di posta, a Strasburgo.
    Lo scopo della sua missione è di recarsi a Ettenheim, di circondare la città, e di rapire il duca d’Enghien, Dumouriez, un colonnello inglese e chiunque si trovi al loro seguito”.
    Parigi era ancora in stato d’assedio.
    In quel tempo molti generali frequentavano la Malmaison e talvolta erano accompagnati dalle loro dame, fossero mogli, amanti o cortigiane. Molte risa e, talvolta, qualche strapazzo.
    In quell’andare e venire c’era sempre un po’di festa.

    Quando però, raramente, in quella quiete oppure in quell’allegro trambusto, sopraggiungeva l’uomo vestito di nero dal sinistro aspetto il cui irresoluto incedere dipendeva dalla lugubre postura ed era reso insicuro dalla claudicante andatura, il castello stesso assumeva un aspetto inquietante. Quel prete zoppo faceva paura. E non esagero se penso che anche Napoleone lo temesse un po’.
    Le sue visite erano sempre all’aperto. Interminabili camminate nel parco, lunghissime soste sotto i miei rami e la consueta preoccupazione di Joséphine che un giorno, al colmo del suo tormento, sentii esclamare: “Ma cosa avranno da dirsi quei due?!”
    In una di quelle “visite”, quella moglie, angustiata dalla cupa presenza del vescovo, implorava il fratello del marito di porre fine a quell’interminabile incontro tra il consorte ed il suo tetro interlocutore.
    Io leggevo nell’animo di quel terribile prete. La sua coscienza era decomposta dall’ambizione.
    “Il Duca cospira contro di voi. E’ un Borbone! Potrebbe impedire la realizzazione del vostro progetto!!!”
    Il Console a vita, proprio sotto di me, gli rispose con l’indignazione che increspava il tono della voce” Non ci sono prove! Pensate forse che l’Europa non le esiga? Perché dovrei mandarlo davanti al plotone?”
    “Perché ha combattuto con i tedeschi contro la Francia” rispose sommessamente avendo visto Giuseppe avvicinarsi. “Di questo abbiamo le prove” aggiunse subito.
    “Siete come Sieyès, vedete ombre ovunque!” ribatté il Console.
    Ma l’altro, sibilando come una serpe “Rischiate tutto il lavoro svolto sin qui. Il sangue versato dalla Francia non conta nulla? Dimenticate gli uomini della guardia che hanno donato la propria vita a voi? Il Duca d' Enghien vi sfilerà la corona contro la ragion di Stato che invece la vuole sul vostro capo.”
    Un lunghissimo sguardo corse tra i due ma fu come se da quelle pupille fosse stato scagliato un lampo. Ai miei piedi giunse il fratello del Console e quella tempesta che decideva la sorte di un uomo cessò.

    Alla caduta dell’Impero, Talleyrand, si impadronì di un motto brillante derubandolo al Ministro della polizia Fouché pur di sbianchettare il suo passato per potersi riciclare, riuscendoci, al momento opportuno.
    E’ questo il motivo per cui certi motti hanno molti padri.
    Ma io conosco la verità e so che se la morte del duca fu “Più di un crimine, un errore” il reo fu quel diavolo in nero azzoppato dalla vita.

    Durante quella manciata di anni, molte volte l’Imperatore, stanco, appoggiando la schiena alla fessurata corteccia, s’appisolava all’ombra dei miei rami a candelabro ridestandosi al rintocco della campana di Saint Cloud ed io, immancabilmente, visitavo i suoi sogni.

    Altre storie potrei narrarvi signori miei! Mi troverete ancora qui, alla Malmaison, il tempo ha accresciuto il mio tronco e innalzato la mia cima ma ascolto ogni vostra parola e osservo con curiosità il vostro interesse per quei celebri padroni della mia dimora. Può sembrare difficile da credere ma ho visto tutto e udito tutto.
    Le fronde dei miei rami non nascondono segreti come le coscienze degli uomini che calpestano i sentieri qui intorno.

    Da sempre, da che esisto, io sono il silenzioso testimone del tempo.


    La foto del "protagonista", il cedro del Libano della Malmaison, è di Edmond Dantés
    Ultima modifica di Edmond Dantés; 11-06-12 alle 22:09
    "Due cose hanno soddisfatto la mia mente con nuova e crescente ammirazione e soggezione e hanno occupato persistentemente il mio pensiero: il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me" (Immanuel Kant)

  3. #63
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    Predefinito Re: Rif: La voce delle piante

    Disney fa parlare le piante
    09/08/2012
    di Alessandra Cristofari

    Disney Research ha messo a punto un sistema che permette di animare le piante: avete capito bene. Ecco le novità.

    LA SCOPERTA – Adesso, finalmente, le piante potranno rispondere alle nostre domande grazie al progetto “Botanicus Interacticus“. Il sistema interagisce con l’uomo in base alle sollecitazione che può avvenire in diversi punti e, grazie a un algoritmo, carpisce la funzione richiesta.

    FUNZIONE - “Dare voce alle piante e dar loro la possibilità di rispondere e interagire con noi ci potrebbe portare a nuove forme di intrattenimento o di interazione domestica e aumenterebbe la possibilità di insegnamento e di divertimento” ha detto Ivan Poupyrev di Disney Research alla presentazione del progetto.

    NOVITA’ – Le piante, quindi, faranno parte a pieno della vita sociale umana: da oggi potranno avvertirvi sui movimenti di vostro figlio o cantarvi una canzone. In realtà, ci sono infinite funzioni che inizieranno a “migliorarvi” l’esistenza, basta solo programmarle. Nel frattempo Disney Research sta pensando di testare la reazione delle persone di fronte alla scoperta e vuole inserire B.I. all’interno di un parco a tema.

    Disney fa parlare le piante

  4. #64
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    Predefinito Re: La voce delle piante

    QUANDO IL PEPERONCINO PARLA CON IL BASILICO





    Un giardino assolato, le foglie mosse da una brezza delicata. Sembra l'immagine stessa della quiete. Niente di più sbagliato invece, perché in realtà gli ecosistemi vegetali sono immersi in un costante e caotico chiacchiericcio. La scoperta arriva da uno studio pubblicato sulla rivista Bmc Ecology, che ha dimostrato come i semi di peperoncino (Capsicum annuum) germoglino più velocemente se nei pressi è presente una pianta di basilico (Ocimum basilicum), anche quando tra le due piante sono bloccati tutti i canali di comunicazione noti del mondo vegetale, ovvero segnali luminosi, chimici e il contatto. Secondo gli autori della ricerca, Monica Gagliano e Michael Renton della University of Western Australia, la spiegazione più probabile è che le piante riescano a comunicare attraverso microscopiche vibrazioni “nanomeccaniche”, emesse a livello cellulare.

    Gli esperti di ecologia vegetale sanno da tempo che lo sviluppo delle piante viene influenzato profondamente dalla presenza di altri vegetali nelle vicinanze. Le piante che crescono nella stessa zona possono infatti entrare in competizione per le risorse disponibili, inibendo la crescita delle rivali, oppure cooperare a vantaggio reciproco, attirando insetti benefici, integrando gli elementi chimici presenti nel suolo e migliorando in generale la crescita delle vicine. Come fanno? Comunicando costantemente tra loro.





    Fino ad oggi si riteneva che i messaggi venissero scambiati unicamente per contatto, oppure attraverso segnali chimici e luminosi. Gagliano e Renton hanno deciso invece di testare la possibilità che esistessero altri canali per la comunicazione vegetale. Nel loro esperimento hanno scelto di utilizzare il peperoncino e il basilico, due piante famose per la capacità di sviluppare buoni rapporti di vicinato. I ricercatori hanno piantato dei semi di peperoncino in diversi ambienti, a volte in presenza di altre piante della stessa specie, a volte da soli, e a volte nei pressi del basilico. I semi erano isolati in una scatola di plastica nera, in modo da bloccare ogni possibile comunicazione chimica e l'influenza della luce.

    Analizzando il tempo che i semi di peperoncino hanno impiegato per germogliare, i ricercatori hanno scoperto che la crescita era molto lenta quando i semi non avevano altre piante nelle vicinanze, poco più veloce nei pressi di altri cespugli di peperoncino, e invece estremamente più rapida se nei dintorni erano presenti piante di basilico. Nonostante fossero isolati da uno strato di plastica, i semi sono riusciti a percepire la presenza di altre piante.

    "I nostri risultati dimostrano che le piante sono in grado di influenzare positivamente la crescita dei semi di altre specie attraverso qualche meccanismo ancora sconosciuto", spiega Gagliano: "noi riteniamo che la risposta abbia a che fare con dei segnali acustici generati utilizzando delle oscillazioni nanomeccaniche provenienti dall'interno delle cellule, che permetterebbero rapide comunicazioni con le piante vicine".



  5. #65
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    Predefinito Re: La voce delle piante

    Laura Silingardi (musicologa) e Tiziano Franceschi (programmatore informatico) ci fanno ascoltare la musica delle piante, utilizzando un convertitore di impulsi collegato alle foglie per mezzo di sensori in grado di leggere il movimento della linfa, da cui si ricava la melodia.

    I primi esperimenti di questo tipo sono stati effettuati in America negli anni Settanta, quasi per gioco, quando un tecnico mise in comunicazione una "macchina della verità" con una pianta in vaso. Si voleva osservare e verificare l'esistenza di una sensibilità di reazione del mondo vegetale di fronte a stimoli esterni.

    I vegetali suonano durante il giorno, mentre di notte dormono: è il momento in cui "la linfa scorre talmente lenta che la macchina non riesce a percepirla". Laura Silingardi fa l'esempio della Rosa di Gerico, la pianta del deserto che solo con un po' d'acqua rinasce e diventa verde: quando viene collegata ai sensori e innaffiata riprende suoni e vitalità. E racconta di come gli alberi manifestino "paura", per esempio di fronte al fuoco: «tendono a raccogliere la linfa verso il tronco, le radici, la parte vitale, mentre i suoni precipitano subito verso toni più gravi». C'è chi dice che il canto segreto delle piante possa essere ascoltato dall'orecchio umano anche senza apparecchi: una capacità, pare, appannaggio dei soli spiriti nobili.


    Il gelso

    La betulla

    La calendula

    La lavanda

    La quercia



    Albero nella nebbia - Foto di Silas Slack (da www.flickr.com/ )

  6. #66
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    Predefinito Re: La voce delle piante

    Citazione Originariamente Scritto da Silvia Visualizza Messaggio
    Laura Silingardi (musicologa) e Tiziano Franceschi (programmatore informatico) ci fanno ascoltare la musica delle piante, utilizzando un convertitore di impulsi collegato alle foglie per mezzo di sensori in grado di leggere il movimento della linfa, da cui si ricava la melodia.

    I primi esperimenti di questo tipo sono stati effettuati in America negli anni Settanta, quasi per gioco, quando un tecnico mise in comunicazione una "macchina della verità" con una pianta in vaso. Si voleva osservare e verificare l'esistenza di una sensibilità di reazione del mondo vegetale di fronte a stimoli esterni.

    I vegetali suonano durante il giorno, mentre di notte dormono: è il momento in cui "la linfa scorre talmente lenta che la macchina non riesce a percepirla". Laura Silingardi fa l'esempio della Rosa di Gerico, la pianta del deserto che solo con un po' d'acqua rinasce e diventa verde: quando viene collegata ai sensori e innaffiata riprende suoni e vitalità. E racconta di come gli alberi manifestino "paura", per esempio di fronte al fuoco: «tendono a raccogliere la linfa verso il tronco, le radici, la parte vitale, mentre i suoni precipitano subito verso toni più gravi». C'è chi dice che il canto segreto delle piante possa essere ascoltato dall'orecchio umano anche senza apparecchi: una capacità, pare, appannaggio dei soli spiriti nobili.


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    se tutto questo è reale è meraviglioso!

    "You should be aware, Fräulein, that there are some people in this world, some irredeemable louts, for whom the means do not require an end. I speak, of course, of myself."

  7. #67
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    Predefinito Re: La voce delle piante


    Il lento movimento oscillante delle canne di bambù provocato dal vento produce un suono definito dal governo giapponese "uno dei cento suoni del Giappone da preservare". Una perfetta colonna sonora che contribuisce a rendere ancora più magica l'atmosfera della foresta di Arashiyama Sagano, a Kyoto.



  8. #68
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    Predefinito Re: La voce delle piante

    IL MAESTRO VESSICCHIO SUONA...
    E LE PIANTE CRESCONO MEGLIO...





    «Buongiorno, sono Peppe Vessicchio e mi occupo di musica». Il professore dell’Università di Firenze, tra i massimi esperti al mondo nel campo della neurobiologia vegetale non ha potuto che rispondere con un «sono Stefano Mancuso e mi occupo di piante». È iniziata così la collaborazione tra l’acclamato direttore d’orchestra del festival di Sanremo e il direttore del primo e più importante laboratorio internazionale di neurobiologia vegetale che si sono ritrovati al polo scientifico di Sesto Fiorentino. E hanno fatto ascoltare musica a del vino rosso.

    «La ricerca scientifica deve basarsi su un metodo rigoroso, non deve avere preconcetti», spiega Mancuso che lavora da più di 15 anni sull’intelligenza del mondo vegetale, da quando l’argomento nel mondo scientifico era un tabù. Per lui e la sua squadra di ricercatori è ormai cosa nota che le piante riescano a percepire alcune frequenze nei brani musicali, armonie speciali come quelle di Mozart che hanno allietato per cinque anni una vigna di Montalcino dove i grappoli d’uva maturavano prima e dove le viti erano meno soggette a malattie. Un’esperienza simile è quella che il maestro Vessicchio ha fatto nelle serre del Salento dove pomodori, melanzane e zucchine crescono più in fretta e senza bisogno di fitofarmaci, grazie a Mozart e non solo: «Quel che conta è l’armonia del componimento, la condotta delle parti, come si dice in gergo, vorrei dimostrare che la risposta delle piante non nasce solo dalla musica classica e non tutta la musica classica va bene, può funzionare anche la musica pop e rock che utilizza lo stesso procedimento musicale. Non c’è motivo di pensare che la natura sia ‘classista’ nei confronti della musica», spiega il maestro che dal lavoro sulle musiche che piacciono alle piante ha scritto un libro «La musica fa crescere i pomodori», appunto, e ha confezionato un cd Parenti latini, «che se non piace può sempre essere usato come fertilizzante per le piante», scherza lui.

    Tra un aneddoto sanremese su Elio e le Storie Tese e un commento su Justin Timberlake nel laboratorio di Sesto Fiorentino, si è dato intanto il via ad alcuni esperimenti che serviranno a studiare come le piante interagiscono con la musica. Ma il «trattamento» a suon di Beethoven, Mozart e ritmi pop è stato riservato prima al vino, distribuito in diversi barattoli e messo in contatto con diverse musiche di un Iphone. «L’idea è vedere se l’esposizione alle frequenze sonore possa cambiare l’aroma del vino», spiega Mancuso. L’analisi degli elementi volatili non è cosa che si fa in un pomeriggio, ma a fine giornata una differenza sembrerebbe già esserci tra il vino che «ha sentito» la musica e quello rimasto «in silenzio».


    Il maestro Vessicchio suona E le piante crescono meglio - CorriereFiorentino.it



    La London Royal Philharmonic Orchestra mentre suona musiche di Mozart per un pubblico... "vegetale".
    L'esecuzione dei brani è stata registrata nel 2011 in una sala concerti piena di piante di ogni genere, per
    stimolare fiori e bulbi a crescere... di più. Ne è nato l'album “The Flora Seasons: Music to Grow to”.

  9. #69
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    Predefinito Re: La voce delle piante

    Walter Maioli


    IL CANTO DELLA NATURA





    Esiste una categoria di strumenti sonori che si ottengono con elementi vegetali freschi, denominati dagli etnomusicologi "strumenti effimeri stagionali" e considerati dagli amanti della natura e delle tradizioni come strumenti per la "musica verde". Effimeri in quanto vengono impiegati e poi buttati e comunque sono strumenti destinati a durare pochi minuti, ore, una giornata e i più resistenti una stagione. La maggioranza di questi strumenti è a fiato: fischietti, flauti, ance, alteratori vocali, trombe, ottenuti con foglie, fili d’erba, gambi, steli e cortecce di particolari erbe, piante e alberi. Abbiamo foglie di leccio, olivo, edera, alloro, cipolla che vibrano come ance, producendo ognuna un particolare suono. Gli steli si impiegano come fischietti, oppure - come nel caso dello stelo del cerfoglio - si incide un taglio che diviene un'ancia a glottide. Soffiare foglie e gambi è comune a tutte le culture primitive del pianeta, per ottenere richiami per la caccia, giochi sonori e strumenti di musica. Soprattutto presso la cultura occidentale, questi strumenti e suoni sono stati relegati e sono sopravvissuti come giochi per i bambini e definiti “richiami” e “scherzi”.

    Attualmente, ne parlano gli etnomusicologi, quando descrivono strumenti effimeri ancora presenti nella cultura italiana pastorale, o di derivazione pastorale, e in molti casi passati alle tradizioni popolari, appunto come giochi per bambini. Questa conoscenza trasmessa oralmente per millenni ora viene trattata nei libri e divulgata in internet. Christine Armengaud, una brillante ricercatrice francese autrice del libro "Musica Verde", scrive: «dalla preistoria questi strumenti hanno attraversato i millenni, senza trovare né statuto, né nome, senza citazioni nei libri, né conservazione nei musei: per lo più effimeri impallidiscono in pochi istanti».

    I fischietti e le primitive ance rientrano negli strumenti sonori impiegati come richiami. Per richiami si intendono suoni che servono da segnalazione, strumenti con la proprietà di amplificare e alterare il fiato producendo suoni in grado giungere il più lontano possibile. Oppure richiami per attirare gli animali. Alcuni richiami possono avere voci veramente potenti e terrificanti, oppure suoni afoni e sottilmente inquietanti. Con un'ancia a nastro si possono produrre grida stridule e lancinanti in grado di terrorizzare animali e uomini, ma anche leggeri minacciosi vibrati, come il grugnire di una tigre, oppure generare anche suoni dolci e vellutati come certe voci degli uccelli. In pratica semplici strumenti, ma in grado di generare psicosuoni, quindi richiami anche nel senso che agiscono fortemente sull'apparato psicofisico. Richiamano e risvegliano qualcosa, attraggono l'umano, incantano e autoincantano chi li produce e chi li ascolta.

    Ma non crediate che questi strumenti effimeri siano solo strumenti semplici da suonare, e limitati nell'estensione e nelle possibilità musicali. La contraddizione vuole che con un semplice filo d'erba, tipico gioco infantile, impiegato come ancia a nastro si possono ottenere, nelle mani di un virtuoso, complicate melodie eseguite producendo un suono simile ad un violino, ma con un suo forte e intrinseco vibrato. Nei paesi dell'est europeo è comune suonare semplici ance (senza tubi o canne) ottenute con foglie, cortecce o squame di pesce, come strumento solista, addirittura accompagnato da una grande orchestra. II risultato è notevole. Anche in Thailandia, alcune tribù del nord impiegano ance ottenute con foglie per produrre affascinanti melodie con un suono potente che riecheggia misterioso nella foresta.

    Durante le analisi elettroniche di differenti suoni prodotti da diversi materiali sonori, mentre eravamo intenti a manipolare, abbassando la velocità di registrazione , che è come osservare il suono al microscopio, è emerso lo straordinario suono ottenuto soffiando nel gambo del taraxacum, che appunto abbassato di velocità rivela uno straordinario suono basso, pastoso, ricco di armonici. Suono che si presta mirabilmente come fascia sonora, come l’OM indiano, il suono che permea in tutto l’Universo, un bordone grave in grado di offrire un bagno sonoro di giochi armonici naturali all’ascoltatore, massaggiandolo fisicamente e portandolo in un notevole stato di rilassamento purificante che permette la ricarica energetica. Chiunque ascolta questo suono, rimane affascinato ed é in grado di comprendere il grande valore del tessuto dei suoni naturali. Capire la differenza tra suoni sintetici e suoni naturali nella più profonda essenza.


    Da un vecchio numero di Hera

 

 
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